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Full text of "Guida della stampa periodica italiana;"

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COMPILATA 


dall'Avv.    NICOLA    BERNARDINI 


CON  PREFAZIONE 


DI 


RUGGERO   BONGHI 


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R.  TIPOGRAFIA.  EDITRICE  SALENTINA 
DEI   FRATELLI   SPACCIANTE 

LECCE  — 1890 


PREFAZIONE 


Nicola  Bernardini  ha  fatto  un  utile  lavoro.  Ha  raccolto 
insieme,  con  molta  diligenza,  informazioni  di  ogni  genere 
sulla  stampa  periodica  in  Italia  e  fuori,  si  nei  tempi  presenti, 
e  si  negli  anteriori  e  antichi.  Non  può  essere  studio  com- 
piuto alla  prima;  l'autore  lo  sa  meglio  di  ogni  altro.  Biso- 
gnano ancora  ricerche  e  molte.  Non  ci  ha  forse  soggetto  che 
nel  rispetto  storico,  politico,  sociale,  statistico,  morale  meriti 
maggiori  ricerche;  e  certo  se  n'ha  pochi  che  ne  richiedano 
di  più  minute.  Ha  tanto  di  luce  e  di  tenebre,  tanto  di  bene 
e  di  male;  e  più  di  questo  o  di  quello  ch'esso  abbia,  é  cosi 
connaturato  con  tutto  l'organismo  attuale  della  società  nostra, 
ch'é  quasi  inutile  decidere,  se  abbia  più  dell'uno  o  dell'altro, 
giacché  é  necessario. 

Lo  sviluppo  della  stampa  periodica  attraverso  i  secoli  —  o 
per  i  secoli  anteriori  all'  invenzione  della  stampa  di  quello 
che  ne  ha  fatto,  come  ha  potuto,  le  veci  —  é  di  grande  in- 
teresse storico.  Ma  certamente  é  di  ancora  più  vivo  interesse 
il  seguirne  i  passi  giganteschi  negli  ultimi  tempi.  La  rapi- 
dità sua,  difatti,  in  questi  è  uno  dei  tratti  più  significativi 
del  movimento  della  società  moderna.  Niente,  forse  ha  più 
contribuito  a  mutarla;  niente  la  va  mutando  di  più,  quan- 
tunque, se  non  erro,  la  sua  forza  d' impulso,  per  la  molti- 
plicazione delle  mani,  che  la  governano,  mi  par  piuttosto 
scemata  che  cresciuta  ne'  men  lontani  decenni.  Da  un  qua- 
dro statistico  del  Bernardini  si  trae  che  al  31  dicembre  1887 
si  pubblicavano  1606  giornali.  Dal  1861  al  1887  il  numero  é 
andato  crescendo  di  continuo.  Soprattutto  è  cresciuto  quello 


IV  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 


dei  giornali  politici  e  a  un  soldo.  Vuol  dire,  che,  insieme  colla 
diffusione  della  cognizione  primaria  del  leggere  e  dello  scri- 
vere tra  il  popolo,  é  cresciuto  il  numero  delle  pubblicazioni 
intese  a  diffondere  la  curiosità  delle  cose  pubbliche.  Invece, 
negli  ultimi  anni,  par  diminuito  il  numero  dei  giornali  lette- 
rari. Vuol  dire  che  le  menti,  troppo  occupate  o  sviate  dalle 
cose  pubbliche,  si  distraggono  dagli  studii  di  lettere,  o  non 
ne  sono  abbastanza  attratte:  il  che,  di  certo,  non  é  bene; 
e  ancora  che  l'istruzione  é  ordinata  in  modo  da  non  lasciare 
nel  giovine  il  pungolo  della  curiosità  estetica  o  intellettuale. 

È  appena  un  accenno  questo  a  induzioni  morali,  che  si 
possono  trarre  dai  fatti  della  stampa  quotidiana,  quando  sieno 
bene  accertati. 

Non  può  non  essere  succeduto,  che  il  moltiplicarsi  dei 
giornali,  l'indirizzarsi  essi  ora  a  più  gran  pubblico  non  abbia 
modificato  anche  il  lor  modo  di  compilazione.  I  giornali, 
che  s'ostinano  nei  vecchi  metodi  —  che  davano  maggior  frutto 
intellettuale  —  pagano  il  fio  della  loro  costanza  colla  diminu- 
zione dei  lor  lettori.  Dal  Bernardini  imparo  che  il  giornale 
più  diffuso  d' Italia  é  il  Secolo,  il  più  diffuso  di  Roma  il  Mes- 
saggiero.  Non  credo  di  dir  cosa  punto  offensiva  per  i  direttori 
di  questi  periodici,  osservando,  che  essi,  di  certo,  non  sono 
i  due,  che  costano  più  sforzo  di  mente  ai  loro  scrittori,  o 
attendono  a  versare  più  dottrina  nello  spirito  dei  loro  let- 
tori. Io  che  pur  troppo  ho  cominciato  a  scrivere  nei  gior- 
nali a  diciott'anni,  e,  ahimé,  non  ho  ancora  smesso,  non  potrei 
scrivere  ora  in  un  giornale  quei  lunghi  studii  di  diritto,  di 
storia  che  scrivevo  prima.  Il  pubblico  é  diventato  più  im- 
paziente; ha  meno  tempo,  o  piuttosto  vuole  spendere  altri- 
menti il  suo  tempo;  crede  alla  scienza  dei  giornalisti  meno 
e  questi  ne  hanno  meno.  Come  si  potrebbe  sperare,  che  se  ne 
procurassero  di  più,  quando  é  chiaro  che  non  gliela  chiede 
nessuno?  Perciò  la  materia  é  sminuzzata  nel  giornale  assai 
più  che  prima  non  si  facesse.   Occorrono   articoli  brevi;  o 


PREFAZIONE. 


anche  non  ne  occorrono.  Si  vogliono  fatti  ;  soprattutto  fat- 
terelli ;  e  non  importa  sempre,  se  appurati  bene.  Il  pubblico 
li  scorda,  appena  letti,  e  non  distribuisce  la  sua  stima  sulla 
stregua  di  quella  delio  scrittore.  Questa  é  trasformazione 
che  si  vede  non  solo  in  Italia,  ma  altrove;  ma  forse  in  Italia 
é  stata  più  sollecita.  Solo  in  Inghilterra  il  giornale  mantiene  il 
suo  antico  tipo;  ma  pure  comincia  ora  a  mostrare  qualche 
screpolatura. 

E  si  potrebbero  fare  molte  altre  considerazioni,  cui  i 
dati  raccolti  dal  Bernardini  darebbero  facile  occasione  ;  ma 
non  é  qui  il  luogo  di  farle.  Certo,  a  questo  fenomeno 
della  stampa  quotidiana  si  possono  bene  applicare  i  versi, 
che  Virgilio  ha  scritto  della  fama,  quando  se  ne  tolga  il 
primo  ;  (i) 

Mobilitate  viget,  viresque  acquirit  eundo: 
Parva  metu  primo,  mox  ses'e  attollit  in  auras 
Ingrediturque  solo  et  caput  inter  nubila  condir. 

Varia,  discorde,  cieca,  oculata,  gelida,  ardente,  spregiu- 
dicata, passionata,  genera  nuovi  vizi  e  virtù.  Dà  più  impres- 
sioni che  concetti,  eccita  ogni  speranza,  si  fa  eco  di  ogni 
sfiducia;  talora  prosuntuosa  per  modo  che  sdegna  ogni  ob- 
bedienza e  sfida  ogni  potere,  talora  umile  si,  che  si  contenta 
di  servire  e  di  lusingare,  la  stampa  politica  quotidiana  ras- 
somiglia e  riproduce,  più  che  altro  fenomeno  qualsiasi,  la 
società  di  cui  è  figliuola.  Ogni  giorno  é  condannata  a  sentirsi 
dire  dagli  uni  inatre  pulchra  filia  pulcrkior,  dagli  altri  appunto 
il  contrario,  brutta  figliuola  di  brutta  madre;  vivendo  in 
mezzo  a' dissensi  e  costretta  il  più  delle  volte  a  fomentarli, 
é  oggetto  del  maggiore  dissenso  essa  stessa. 

Roma,  24  dicembre  1889. 

R.  Bonghi 


(i)  Fama,  maiuni  quo  non  aliuJ  vclocius  ullum. 

Adi.,  IV,  174. 


"hiel  1881  l'Associazione  della  Stampa  periodica  italiana,  nel  pubblicare  una  Strenna- 
Album,  esprimeva  il  volo  che  ogni  provincia  d' Italia  pubblicasse  la  storia  del  proprio  gior- 
nalismo, per  avere  così,  un  giorno,  la  storia  completa  del  giornalismo  italiano. 

Credetti  per  conto  mio  rispondere  all'appello,  e  pubblicai  nel  1886  un  volume  intitolato 
Giornali  e  Giornalisti  leccesi.  'Nel  contempo,  pur  rir.onoscendo  il  compito  superiore  alle 
mie  for^e,  ini  proposi  di  fare  un  primo  tentativo  di  assimilazione  per  agevolare  il  lavoro 
al  futuro  storico:  per  parecchi  anni  non  ho  fatto  che  raccogliere,  ricercare,  frugare;  per 
parecchi  anni  ho  studiato  per  dar  forma  concreta  a  questa  materia  della  Stampa  periodica, 
così  vasta,  così  varia,  così  mobile  e  fluttuante. 

Il  materiale  raccolto  è  stato  tanto  e  tale  che  per  un  momento  ho  dubitato  di  poterlo 
ordinare  tutto  in  un  volume.  Alcuni  periodi,  alcuni  nomi,  alcune  circostanie,  avrebbero 
richiesto  un  intero  volume;  e  allora  dove  sarei  andato  a  cascare? 

Come  succede  in  simili  casi,  la  passione  soverchiava  in  me  ogni  misura  di  discretena, 
e  avrei  voluto  stampare  magari  un'enciclopedia  del  giornalismo  italiano.  E  dovetti  impormi 
un  limite:  ebbi,  cioè,  un  secondo  momento  difficile,  an:(i  più  che  difficile  doloroso:  dovetti 
compiere  un  processo  di  eliminaiione.  Da  questo  lavoro  é  venuta  fuori  la  Guida  della 
Stampa  Periodica  Italiana. 

Non  credo  quindi  d'aver  fatta  un'opera  assolutamente  completa,  ma  ho  l' immodesto 
convincimento  eh'  essa  sia  la  prima  in  Italia  in  cui  possano  riscontrarsi  tutti  i  dati,  gli 
accenni  e  gli  elementi  per  una  storia  della  stampa  periodica  italiana,  il  che  non  sarebbe 
poi  mólto  quando  non  si  considerasse  quante  ardue  difficoltà  ho  dovute  sormontare,  quanti 
errori  correggere,  quanti  silenti  vincere,  quante  esagerazioni  smorbare,  quanti  vuoti  colmare. 

E  perchè  non  mi  si  desse  alcuna  taccia  di  parzialità,  0  di  deferenza,  ho  inondata 
l'Italia  di  tnigliaia  e  migliaia  di  bozz^  di  stampa  del  mio  libro,  perchè  tutti  potessero 
riparare  agi'  involontari  errori  od  omissioni,  in  cui  potevo  essere  caduto. 

Moltissimi  mi  furono  cortesi  dei  loro  favori  e  non  solo  corressero  quella  parte  che  li 
interessava,  ma  anche  il  resto;  altri  guardarono  solo  il  proprio;  gli  ultimi,  e  sono  i  meno, 
credendo  il  mio  libro  0  un  lavoro  di  speculazione  0  uno  dei  soliti  cataloghi,  risposero  col 
silenzio  0  addirittura  con  lo  sprezzo-  Comunque  sia,  il  benevolo  compatimento  di  coloro  i 
quali  conoscono  quante  difficoltà  presenti  la  trattazione  di  un  soggetto  così  vario  e  mul- 
tiforme, quaV  è  la  stampa,  può  moralmente  compensare  V opera  mia.  A  costoro  io  mi  affido 
perché  mi  giudichino  imparzialmente. 

L'ordine  da  me  tenuto  nell'esposizione  della  materia  è  questo:  ho  diviso  il  volume  in 
tre  parli:  la  prima  contiene  la  bibliografia  del  giornalismo  italiano,  le  sue  origini,  la  storia 
generale,  la  sua  legislazione,  ecc.;  la  seconda,  V esposizione  in  doppio  ordine  alfabetico  dei 
giornali  attualmente  in  vita  e  di  quelli  cessati,  richiami,  accenni,  atticoli  e  notizie  sul  gior- 
nalismo di  ciascuna  provincia,  e  capitoli  d' indole  generale;  la  terza,  l' esposizione  dei  gior- 
nali attualmente  in  vita  all'estero,  scritti  in  italiano. 

Per  debito  poi  di  riconoscenza  devo  dichiarare  che  al  compimento  del  mio  lavoro  hanno 
efficacemente  cooperato  l'on.  Torraca  e  lo  scrittore  Onorato   Roux. 

E  non  aggiungo  altro  per  non  tediare  il  lettore. 

N.  Bernardini. 


BIBLIOGRAFIA  DEL  GIORNALISMO  ^'> 


Calendario  storico-tipografico.  Notizie  raccolte  da  Bernardo  L.  Centenari  -  Firenze,  1873. 

Gaudenzio  Claretta  -  Sulle  avventure  di  Luca  Assarino  -  estratto  dagli  Atti  delia  R.  Ac- 
cademia delle  scienze  di  Torino.  Voi.  Ili,  p.  491 . 

Giuseppe  Giacchi  -  Il  giornalismo  in  Italia  -  Storia,  legislazione  e  critica.  Roma,  Li- 
breria Alessandro  Manzoni,  1883. 

Antonio  Manno  e  Vincenzo  Promis  -  Bibliografia  degli  Stati  della  Monarchia  di  Sa- 
voja  -  Voi.  I  -  F.lli  Bocca,  1884.  (É  il  voi.  III  Jella  Biblioteca  Storica  Italiana.) 

Bolla  di  Pio  V:  «  Constitutio  contra  scribentes,  exemplantes  et  dictantes  monita,  vulgo 
dieta  gli  Avisi  et  Ritorni.   1572. 

Bolla  di  Gregorio  XIII:  «  Ea  est  contra  faraigeratores  et  menantes.  »  -  i."  sctt.  1572. 

R.  van  der  Meulen.  -  De  Courant,  geschiedkundig  en  vergelikend  overzicht  der  nie- 
uwsbladen  van  elle  landen  -  Rotterdam,  1886. 

E.  Motta  -  Il  giornalismo  del  Canton  Ticino  dal  1746  al  1883,  in  S.°,  tip.  Mariotta  - 
Locamo,  1885. 

II  Magazzino  inglese  -  Note  per  servire  alla  storia  del  giornalismo  contemporaneo. 
Le  Livre,  anno  VI,  p    16,  1885. 

Le  Appendici  letterarie  dei  giornali  politici    Le  Livre,  anno  VI,  p.  129,  1885. 

S.Attilj  -  La  stampa  italiana  in  Romania  -  Roma,  tip  Economica,  in-32  °,  pag.  15,  18S5. 

L'Arte  di  fare  fortuna  {con  gli  annunci)  -  Londra,  1852. 

Vincenzo  Pincherle  -  La  Legge  e  la  Stampa.  Studio  di  dottrina  e  giurisprudenza  pe- 
nale. Premiato  con  medaglia  d'oro  al  Concorso  Ravizza  del  1879.  Un  volume  di 
pag.  807  in  8.°  -  Firenze,  tip.  Pellas,  1881. 

N.  Bernardini  -  Giornali  e  giornalisti  leccesi  -  Un  volume  di  pag.  340  con  2  tavole  - 
Lecce,  tip    L.  Lazzaretti  e  fig'i,   i88ó. 

Associazione  tipografico-libraria-italiana  -  Raccolta  dei  periodici  presentata  all'  Espo- 
sizione nazionale  del  18S1  in  Milano.  Elenco  per  provincie  con  indice  metodico 
ed  alfabetico  (di  Antonio  Vismara,  da  Milano)  -  Milano,  tip.  Cagliati,   [881  (2). 

Ministero  di  Agricoltura,  Industria  e  Commercio,  Direzione  generale  della  Statistica  - 
Statistica  della  Stampa  periodica  al  31  dicembre  18S5  e  movimento  dei  periodici 
durante  gn  anni  1884  e  1885  -  Roma,  tip.  F.lli  Bencini,  1886. 

Annuario  statistico  italiano  per  l'anno  1881  (pag.  325  a  329).  Statistica  della  Stampa 
periodica  per  l'anno  1880.  Roma,  tip.  Eredi  Botta,  1881. 

Annali  di  Statistica  -  Voi.  Vili,  serie  3.',  tip.  F.lli  Bencini,  i88j. 

Annali  di  Statistica  -  Voi.  Xll,  serie  3  ",  tip    F.lli  Bencini,  Roma,  1884. 

G.  Ottino  -  La  Stampa  periodica,  il  commercio  dei  libri  e  la  tipografia  in  Italia,  pag  ii. 
Milano,  1875. 

G.  Spada  -  Storia  della  Rivoluzione  di  Roma  -  Firenze,  1868. 

Atti  Parlamentari  -  Sulla  couvenie'jza  di  sostituire  altro  sistema  a  quello  vigente  per 
la  pubblicazione  nei  giornali  degli  annunzi  legali  -  Tornata   del  25  aprile  1876. 


(i)  Sodo  escluse  le  pubblicazioni  straniere  di  carattere  essenzialmente  locale  e  vi  sono  comprese  quelle 
che  avendo  un  carattere  generale,  possono  essere  consultate  per  la  istoria  del  giornalismo  italiano. 

(2)  Importante  statistica  di  1287  giornali,  compilata  con  quella  pazienza  che  contraddistingue  i  lavori  di 
questo  modesto  ma  operosissimo  bibliografo. 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana — i. 


GUIDA   DELLA.   STAMPA.   PERIODICA   ITALIANA. 


Campori  Giuseppe  -  Delle  condizioni  della  Stampa  nelle  repubbliche  e  nel  primo  re- 
gno d'Italia  -  Memorie  dell' Accadetnia  di  scienie  di  Modena  -  v.  XVII.   Modena. 

Cesare  Cantù  -  lì  Conciliatore  e  i  Carbonari  -  Milano,  Treves  editore,  3  fr.  1878. 

Legge  21  gennaio  1803,  con  cui  ristabilivasi  la  censura  preventiva  della  stampa. 

Annuano  della  tipografia,  libreria  ed  arti  affini  in  Italia.  Milano,  1884. 

Antonio  Ciscato  -  Il  Crepuscolo  di  Carlo  Tenca  -  ?  -  1883. 

Avv.  Angelo  Baroffio  -  Storia  del  Canton  Ticino. 

G.  Ottino  -  La  Stampa  in  Ancona  -  Milano,  1878. 

Bersezio  -  Il  Regno  di  Vittorio  Emanuele  II. 

Bongi  Salvatore  -  Le  prime  gazzette  -  Nuova  Antologia,  giugno  1869. 

Buniva  Giuseppe  -  Della  libertà  di  stampa  negli  Stati  Sardi  -  Rivista  Italiana  di  To- 
rino, p.  438-458,  1850. 

Cantù  Cesare  -  Parini  e  la  Lombardia. 

Cantù  Cesare  -  Monti  e  l'età  che  fu  sua.  Milano,  Treves,  1879. 

Colletta  Pietro  -  Storia  del  Reame  di  Napoli. 

De  Guer  G.  -  La  presse  de  province.  Revue  generale  d'administration,  t.  II.  1879. 

La  Dérome  -  De  la  publicité  dans  ses  rapport  généraux  avec  les  moeurs.  Revue  con- 
temporaine,  85."  e  87.°,  1866. 

JulesEward  -  La  legislation  de  la  presse  au  i8.°  siécle  -  Revue  contemporaine ,  90  °,  1867. 

P.  Ferrari  -  Il  giornale  rispetto  alla  storia.  Politecnico.  Voi.  I.  1866. 

Folliet  -  La  presse  italienne. 

Girardin  Emile  -  Les  droits  de  la  pensée:  questions  de  presse. 

Girardin  Emile  -  L'impuissance  de  la  presse  -  Paris,  Plon,  1879. 

Gualterio  -  Storia  degli  ultimi  rivolgimenti  italiani. 

G.  Guerzoni  -  La  stampa  odierna  e  la  sua  legislazione  in  Italia  -  Nuova  Antologia,  VII, '69. 

Guizot  -  Idées  sur  la  liberté  de  la  presse. 

J.  P,  D.  Guzman  -  De  la  libertad  de  imprenta.  Revista  de  Espana,  Madrid,  1874. 

HuUeman  -  Disputatio  critica  de  annalibus  maximis. 

Karl  Zeli  -  Ueber  die  Zeitungen  der  alten  Roemer. 

J.  Victor  Ledere  -  Les  journaux  chez  les  romains.  Recherches  précédées  d'une  me- 
moire  sur  les  Annales  des  Pontifes  et  suivies  de  fragments  des  journaux  de  l'an- 
cienne  Rome  -  Paris,  Firmin-Didot,  1838.  in-8.°,  p.  440. 

Margnardesen  H.  -  Das  Reichts  Press-Gasetz. 

Minolfi  -  Intorno  alla  odierna  coltura  siciliana  (1837). 

Montanelli  -  Memorie  della  Toscana 

Montalembert  -  La  presse  catholique  en  Italie  -  Correspondant,  giugno,  1863. 

Dario  Papa  -  Il  Giornalismo  -  Verona,  tip.  di  G.  Franchini,    1880. 

Ricotti  -  La  stampa  e  la  civiltà  in  Europa,  Nuova  Antologia,  aprile  1870. 

B.  Salvioni  -  L'arte  della  stampa  nel  Veneto.  Biblioteca  degli  economisti,  IV.   1877. 

Sclopis  Federigo  -  Storia  della  legislazione  italiana. 

H.  Schuermans  -  Code  de  la  presse.  Bruxelles,  1861. 

Suckau  -  Des  journaux  chez  les  romains.  Revue  germanique,  voi.  XVII,  r86i. 

N..  Tommaseo  -  Di  G.  Vieusseux  e  dell'andamento  della  civiltà  in  un  quarto  di  secolo. 

Journalistes,  astronomes  er  negromants  à  Rome  dans  le  xvii°  siécle  -  Revue  Britan- 
nique,  v.  VI,  1878. 

Giornale  de'  letterati  d' Italia;  leggere  l'introduzione  di  Apostolo  Zeno. 

Elenco  dei  fogli  periodici  politico-letterari  che  si  stampano  attualmente  ne'  Regi  Stati 
con  autorizzazione  della  R.  Segreteria  per  gli  affari  esteri  (nel  Calendario  Gene- 
rale) -  Torino,  anno  XVIII,  p.  596-603,  1841. 


BIBLIOGRAFIA    DEL    GIORNALISMO. 


Elenco  de'  giornali  che  in  ventiquattr'anni  nacquero  e  morirono  in  Torino  -  Messag- 
giere  Torinese j  n.  28,  p.  112,  1845 

Tesauro  (Conte  Vincenzo)  -  Il  Giornalismo,  poemetto  (sestine)  -  Possano,  tip.  Ber- 
ruti,  in-8.°,  1839 

Alcune  osservazioni  di  un  militare  sul  giornalismo  -  Alessandria,  tip.  Guidetti,  in-8.°, 
p.  13,  183... 

Osservazioni  di  fatto  e  di  diritto  intorno  all'accusa  di  furto  contro  il  Bianchi- Giovini, 
deputato  e  direttore  dcìV Opinione.  (L'accusa  era  di  una  sottraiione  di  libri  all'ufficio 
della  tipografia  Elvetica  di  Capolago)  -  Torino,  presso  P.  Magnaghi,  in- 16°,  1849. 

Angelo  Brofferio  -  I  giornalisti  in  provincia;  viaggio  umoristico.  Nella  Voce  del  Pro- 
gresso, Torino,  numeri  79,  89,  99.  1855. 

Processo  di  diffamazione  contro  il  Fischietto  (promosso  da  P.  S.  Mancini)  -  Genova, 
tip.  della  Ga:{ietta  de'  Tribunali,  84  pag.  in-8.°,  185  j. 

I  Giornali  e  i  Giornalisti  in  Italia  (in  Monta^io  Enrico),  Aurelio  Bianchi-Giovini  (nei 
Contemporanei  italiani,  Galleria  nazionale  del  secolo  xix,  n.  55)  -  Torino,  3-33, 
Unione  Tip.  Editrice,  1862  (i). 

Buccellati  -  La  libertà  di  stampa  moderata  dalla  legge. 

Avv.  Clavarino  -  Commento  della  Legge  sulla  Stampa  (nella  Raccolta  delle  Leggi  spe- 
ciali del  prof.  E.  Pacifici-Magoni)  -  Voi.  I,  serie  i.',  disp.  2.* 

Bonasi  -  Sulla  legge  della  stampa. 

Ghirelli  -  Commento  alla  legge  intorno  ai  reati  di  stampa. 

Chalmar  -  Gazzette  Venete. 

Pietro  Ellero  -  Delle  leggi  sulla  stampa.  Archivio  Giuridico,  III,  294. 

Gabelli  -  Sulla  libertà  della  stampa. 

Legge  sui  diritti  d'autore. 

Manfredi  -  Diritto  penale  della  stampa. 

Urbani  -  Le  Gazzette  Venete. 

Alfani  -  Il  carattere  degl'Italiani. 

Cesare  Cantù  -  Refezione  al  Concorso  Ravizza  1878-79. 

Chassan  -  Delits  de  la  presse  et  de  la  parole. 

P.  S.  Mancini  -  Circolare  1876  ai  Procjratori  Generali. 

Alfieri  -  Poesie. 

G.  Bobbio  -  I  materiali  e  i  prodotti  tipografici  -  Roma,  tip.  del  Senato,  1879,  pag.  189, 
2  fr.  50. 

Lieberkunius  -  De  Diurnis  Rom.  Actis  -  Vimar,  1840. 

Antonio  Rizzuti  -  Il  Giornalismo  ed  il  pubblicista  -  Lettera  aperta  ai  Componenti 
l'Associazione  della  Stampa.  Napoli,  Morano,  1882. 

Indice  de'  giornali  politici  e  d'altri  che  trattano  di  cose  locali,  ricevuti  dalla  Biblioteca 
Centrale  Nazionale  di  Firenze:  i.°  luglio  1885-50  giugno  1886  -  Roma,  tip.  Fra- 
telli Bencini,  8.°,  p.  83.  Contiene:  i.  Indice  alfabetico  dei  giornali  politici.  2.  In- 
dice topografico.  3.  Indice  dei  direttori  dei  giornali.  -  Ministero  della  Pubblica 
Istruzione:  Indici  e  Cataloghi,  n.°  6. 

Gli  scrittori,  il  pubblico  e  la  reclame.  Livre.  Parigi,  fascicolo  di  maggio  1887. 

Avv.  Luigi  Carlo  Stivanello  -  I!  Qjiarto  Potere:  Saggio  sulla  legislazione  della  Stampa. 
Opera  premiata  colla  grande  medaglia  d'oro  al  Concorso  Ravizza  -  Milano,  Fra- 
telli Dumolard  edit.  in-i6.°,  p    232.  Fr.  4.   1885. 

Saggio  storico  sulle  tipografie  del  regno  di  Napoli  -  2.'  edizione,  Napoli,  1817,  p.  289. 

Norme  generali  per  la  legatura  dei  periodici  nelle  pubbliche  bibhoteche  -  Firenze, 
tip.  di  G.  Carnesecchi  e  figli,  1888,  in  16.°,  p.  21,  autore  Ernesto  Palumbo. 


(1)  A  pag.  5  dice:  «  Un  amico  nostro,  Guglielmo  Stefani,  poche  settimane  prima  della  sua  morte,  quando 
venivamo  a  raggiungerlo  a  Torino,  parlavaci  di  una  Storici  del  giornalismo,  per  la  quale  andava  già  racco- 
gliendo .ippunti. 


GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


Le  Moniteur  de  la  librairie  ancienne  et  moderne,  de  la  typographie  et  des  Industries 

qui  s'y  rattachent,  et.  et.  Primière  annóe  -  Paris,  1842,  en.  8° 
D.  Macry-Correale  -  La  Stampa  -  Siena,  tip.  Arciv.  S.  Bernardino,  editrice,  1889. 
Indice  generale  delle  Riviste  esistenti  in  tutte  le  Biblioteche  del  Regno  -  Roma,  Mi- 
nistero della  Pubblica  Istruzione,  1886  (i). 
Il  primo  giornale  bibliografico  -  articolo  pubblicato  nel  fascicolo   del   febbraio    1886 

della  rivista  parigina  Le  Livre. 
L.  G.  Piccardi  -  Saggio  di  una  storia  sommaria  della  Stampa  periodica  -  Un  volume 

in-8.°,  pag.  236  -  Roma,  stabilimento  tipografico  Fratelli  Bencini,  1886. 
Strenna- Album  dell' Associaz.  della  Stampa  periodica  in  Italia  -  Roma,  Forzani  e  C. ,  '81, 
Insertions-Tarit  und  Zeitungs  -  Verzeicliniss    der    Annoncen  -  Expedition  von    Haa- 

senstein  &  Vogler.  20  Auflage  -  Leipzig,  1881. 
Detlev  Freiherr  v,  Biederraann  -  Das  Zeitungswesen  fonft  und  jetzt  -  Leipzig,  Wilhelm 

Friedrich,  1882. 
Anuario  Bibliografico  de  la  Republica  Arjentina  -  fundido  par  Alberto  Navarro  Viola  - 

Anos  1885-86-87-88  -  Imp.  de  M.  Biedma,  Belgrano  133  a  139,  Buenos  Aires. 
Almanacco-Annunzi  della  Gaietta  d' Italia  pel  1874  -  Anno  I  -  Un  volume  di  550 

pagine  -  Firenze,  1874. 
Gaietta  di  Veneiia  -  del  2  gennaio  1875,  Studio  sulle  prime  gazzette  italiane. 
Giacomo  Zanella  -  Storia  della  letteratura  italiana  -  Milano,  Vallardi. 
H.  P.  Hubbard's  -  Newspaper  and  Bank  Directory  -  2  voi.  in  8.°  -  New  H  wen  (Stati 

Uniti),  1882. 
Bulletin  de  l'Académie  royale  des  sciences  et  belles  lettres,  di  Bruxelles  -  (t.  VI,  sez.  I, 

pag.  469  e  segg.) 
Tommaso  Watts  -  A  letter  to  Antonio  Panici  on  the  reputed  earliest  printed  newspaper 

The  english  Mercurie  1588  -  Londra,  ... 
Response  de  Renaudot  a  l'auteur  des  libelles  intitulez  Avis  du  Ga^ettier  de  Colonne  a 

celui  de  Paris  -  Parigi,  1648,  in-4.'' 
Avv.  Giulio  Crivellari  -  La  Stampa.  Osservazioni  critico-legislative  e  proposte.  Un  vo- 
lume di  pag.  456  -  Venezia,  Naratovich,  1868. 
G.  Pizzetta  -  Storia  di  un  foglio  di  carta  -  traduzione   del  D.'  G.  Gorini  -  Milano, 

Gnocchi,  1873. 
Cucheval-Clarigny  -  La  Presse  au  xix."  siede,  t.  VI,  Rei'ue  des  Deux  Mondes,  1852. 
P.  S.  Mancini  -  Della- compensazione  delle  ingiurie  secondo  il  codice  penale  sardo  - 

(Giurisp.  ital.  1853,  p.  I,  pag.  522). 
Predar!  -  I  primi  vagiti  della  hbertà  italiana  in  Piemonte,  Milano,  186 1. 
Ministero  di  Agricoltura,  Industria  e  Commercio  -  Direzione  generale  della  statistica  - 

Statistica  della  stampa  periodica  nell'anno  jS8j.  Tip.  dell'  Opinione,  Roma,  1888. 

Nicola  Bernardini. 


(i)  A  proposito  di  questa  pubblicazione,  Carlo  Lozzi  scrisse  nel  Bibliofilo  di  Bologna:  <i  In  Italia  le  ri- 
viste e  i  giornali  letterarii  o  scientifici  ebbero  principio  fino  dal  1600  e  crebbero  tanto  in  numero  eh' è  impos- 
sibile conoscere  i  soli  titoli  dei  più  importanti.  » 


I  GIORNALI  NELL'ANTICA  ROMA 


I. 

La  pubblicità  legale  ed  ordinata  non  esisteva  in  tempi  antichissimi. 
Il  primo  periodo  delle  società  umane  si  rassomiglia  dovunque;  in  esso 
l'oligarchia  sacerdotale  si  sovrappone  a  tutto,  e  tutto  governa,  sorretta 
dalla  propria  temuta  autorità.  Sono  i  sacerdoti  quelli  che,  incominciando 
a  farsi  civile  l'umano  consorzio,  registrano  gii  avvenimenti;  e  la  storia 
sta  scritta  negli  archivi  dei  templi.  Né  ciò  si  verifica  soltanto  nella  so- 
cietà primitiva;  il  fatto  si  rinnova  nelle  civiltà  risorte. 

La  storia  di  Roma  antica,  di  Roma  pagana  è  là  con  i  ricordi  dei 
suoi  pontefici  massimi,  i  soli  che  provvedessero,  sulle  prime  con  forma 
quasi  rudimentale,  e  meglio  in  appresso,  a  serbare  ricordo  scritto  degli 
eventi  meritevoli  di  memoria. 

E  se,  caduta  la  civiltà  romana,  passiamo  ai  secoli  tenebrosi  e  al  loro 
svolgimento,  il  Guizot  ebbe  a  notare  che,  dal  quinto  al  duodecimo  se- 
colo, il  clero  scrisse  quasi  solo  la  storia.  «  Ciò  avveniva,  si  dice,  perchè 
esso  solo  sapeva  scrivere.  Ma  v'è  un'altra  ragione,  e  forse  più  potente. 
L'idea  stessa  della  storia  non  esisteva  in  quest'epoca  che  nello  spirito 
degli  ecclesiastici;  essi  soli  si  preoccupavano  del  passato  e  dell'avvenire. 
Per  i  barbari  ignoranti,  per  l'antica  popolazione,  desolata  ed  avvilita,  // 
presente  era  tutto.  Come  questi  uomini  avrebbero  potuto  pensare  a  rac- 
cogliere ricordi  degli  antenati,  o  a  trasmettere  i  propri  ai  posteri?  La 
loro  vista  non  oltrepassava  i  limiti  della  loro  esistenza  personale;  essi 
erano  pressoché  assorbiti  nella  passione,  nell'interesse,  nelle  sofferenze, 
nei  pericoli  del  momento.  » 

Ricordato  ciò  a  modo  di  preliminare,  non  è  mio  ufficio  né  di  par- 
lare degli  annali  dei  pontefici,  vissuti  nei  primi  secoli  di  Roma,  né  dei 
chiodi  periodici  infitti  a  segnare  le  epoche,  né  di  altri  speciali  mezzi 
destinati  a  perpetuare  il  ricordo  di  certi  fatti  ;  voglio  cercar  solamente 
se  presso  gli  antichi  romani  esistessero  diurnali,  diari,  o  atti  che  ne  te- 
nessero il  luogo;  e  se  questi  modi  di  render  noti  all'universale  i  fatti 
straordinari,  o  degni  di  ricordo,  fossero  escogitati  ed  attuati  per  la  prima 
volta  nei  recinti  dei  sette  colli,  o  fossero  invece  comuni  ad  altri  popoli. 

X 

Si  potrebbe  dire  che  la  civiltà  è  molto  antica  e  che  non  incomin- 
cia né  con  Pericle  né  con  Augusto;  che  l'Italia  e  la  Grecia  sono  state 
precedute  dall'incivilimento  di  altre  nazioni;  e  che  gli  istrumenti  morali 
e  materiali  che  servirono  allo  svolgimento  delle  vetuste  genti  non  deb- 
bono differire  gran  fatto  da  quelli  delle  più  giovani.  Gli  usi  e  i  costumi 
comparati;  gli  ammaestramenti  che  vengono  all'universale  dalle  opere 
del  genio;  i  progressi  che  si  raggiungono  nelle  varie  parti  dell'umana 


(3  GTJIDA   DELLA   STASIPA.   PERIODICA   ITALIANA. 

economia;  le  industrie  che  grandeggiano  in  un  paese,  e  s'arrestano  in 
un  altro;  il  vario  e  difforme  cammino  delle  arti,  delle  scienze  e  delle 
lettere;  i  commerci,  e  la  necessità  che  li  accompagnano  per  riuscire  a 
maggiore  o  minore  beneficio  degli  esercenti,  inducono  in  noi  la  persua- 
sione, per  non  dire  la  certezza,  che,  come  noi,  gli  antichi  dovessero  stu- 
diare i  mezzi  per  abbreviare  la  distanza  con  le  facili  vie,  con  i  canali, 
con  navi  costruite  per  rapidissimi  corsi,  con  tutti  i  mezzi  che  conducono 
alla  prosperità  e  al  miglioramento  sociale  —  che  nella  meccanica  doves- 
sero studiare  l' incremento  degli  strumenti,  che  secondano  ed  agevolano 
le  arti  e  le  industrie  —  che  con  rapida  diffusione  delle  invenzioni,  delle 
scoperte,  degli  avvenimenti,  e  di  tutto  quello  che  può  tornar  vantag- 
gioso, provvedessero  alle  esigenze  del  governo  e  dei  popoli.  Infine  se 
fuvvi  una  grande  civiltà,  tutto  quello  che  la  costituisce  non  dovè  far 
difetto. 

Le  moderne  scoperte  ci  dicono  che  l'Egitto,  la  Caldea,  l'Assiria 
raggiunsero  il  colmo  della  civiltà  nelle  scienze,  nelle  arti,  nelle  industrie, 
nelle  lettere.  Nessuna  meraviglia  quindi  che  un  antichissimo  Faraone 
formasse,  molti  secoli  prima  dei  Tolomei,  una  grande  medicina  dell'anima 
in  una  biblioteca  —  né  che  ultimamente  il  mondo  restasse  attonito  alla 
scoperta  della  biblioteca  di  Assurbanipal.  Tutto  cammina  con  norme 
eterne  della  Provvidenza. 

X 

Ma  se  è  vero,  per  legge  eterna  della  natura,  che  le  varie  civiltà 
sono  progressive,  e  si  rassomigliano  nelle  tendenze,  negli  intenti,  e  nei 
fatti  esteriori,  non  è  meno  vero  che  i  mezzi  di  svolgimento  possono 
essere  e  sono  spesso  difformi  fra  le  diverse  genti.  Queste  varietà  si  spie- 
gano con  le  dissimili  condizioni  telluriche,  atmosferiche,  climatologiche, 
topografiche. 

E  per  questo  le  somiglianze  fra  i  popoli,  i  diversi  caratteri  e  le  fi- 
sonomie  di  essi  si  spiegano  facilmente  nello  investigare  le  cause  delle 
differenze.  In  generale  può  dirsi,  che  v'hanno  mezzi  di  miglioramenti 
sociali  naturalmente  comuni  a  tutti;  e  ve  n'hanno  altri  speciah  a  cia- 
scun popolo. 

I  giornali,  ad  esempio,  —  non  pensati  dai  popoli  orientali,  per  quanto 
da  noi  si  sappia,  o  imperfettamente  usati  da  alcuni  popoli  greci,  col  ti- 
tolo di  effemeridi  —  si  vennero  per  necessità  creando  dal  mondo  romano. 

X 

Anche  i  mediocremente  eruditi,  ma  in  modo  speciale  gli  studiosi 
dei  classici  e  degli  storici  di  Roma,  debbono  essersi  avveduti  che  i  ro- 
mani sicuramente  ebbero  qualche  cosa  che  somigliava  alla  odierna  pub- 
blicità giornalistica:  era  come  una  necessità  sociale. 

L'impero  romano  comprendeva  tutta  l'Europa  civile,  l'Asia  minore, 
l'Asia  centrale,  l'Africa  conosciuta.  Le  tre  parti  del  mondo,  suddivise  in 
numerose  provincie,  erano  governate  da  consolari,  da  senatori,  da  cava- 
lieri^ e  nelle  varie  contrade  stavano  disseminate  le  legioni  e  le  colonie. 
Le  leggi,  gli  usi  e  i  costumi  miravano  ad  unificare  ed  assimilare  il  mondo 


i   GIORNALI   nell'antica   ROMA. 


romano:  cosi  gli  interessi  non  erano  più  solamente  locali;  il  movimento 
e  la  vita  delle  provincie  può  dirsi  che  avesse  il  cuore  in  Roma;  e  da 
Roma  emanasse  la  vitalità  omogenea  di  tante  regioni.  Da  ciò  è  chiara 
la  necessità  delle  rapidissime  comunicazioni  fra  il  centro  e  le  parti  ;  che 
i  timonieri  delle  provincie  fossero  subito  informati  di  ciò  che  avveniva 
in  Roma,  e  che  Roma  fosse  sempre  avvertita  di  quello  che  succedeva 
nelle  provincie  ;  ed  era  non  meno  importante  che  le  varie  genti  fossero 
a  giorno  di  ciò  che  avveniva  nelle  varie  regioni.  Se  i  ricordi  rimastici 
fossero  stati  anche  minori,  noi  dovevamo  credere  che  ai  bisogni  sociali 
di  un  immenso  impero  civile  provvedessero  mezzi  atti  a  soddisfarli. 

X 

Che  i  mezzi  di  pubbHcità  fossero  due,  per  i  grandi  avvenimenti,  e 
per  quelli  giornalieri,  si  trae  da  diversi  scrittori,  ma  più  specialmente 
da  un  passo  degli  annali  di  Tacito,  al  decimoterzo. 

«  Nel  consolato  secondo  di  Nerone  e  di  L.  Pisane,  poco  fu  da  memo- 
rare, chi  non  volesse  impiastrar  le  carte,  lodando  i  bei  fondamenti  e  legnami 
dell'anfiteatro  di  Cesare  edificati  nel  campo  di  Marte;  ma  per  dignità  del 
popolo  romano  s'vsa  negli  Annali  scriver  le  cose  illustri^  e  le  altre  nei  gior- 
nali. »  Dunque  annali  o  storie  per  i  grandi  fatti,  diurni,  diurnali  o  gior- 
nali per  i  fatti  del  giorno.  E  lo  stesso  Tacito  altre  volte  ricorda  queste 
due  fonti  per  illustrare  gli  avvenimenti  passati,  come  allora  che  dice 
(^Annal.  Ili,  3.),  parlando  di  Antonia  madre,  Annale  non  trovo,  né  gior- 
nale che  dica  se  Antonia  sua  madre  ci  fece  atto  notabile  alcuno.  Fra  gli 
altri  antichi  scrittori  però  è  Svetonio  quello  che  più  spesso,  e  più  avi- 
damente consultò  i  giornali,  per  trarne  specialmente  gli  aneddoti  dei 
quali  infiorava  le  sue  Vite;  e  cosi  nelle  sue  citazioni  storiche  vediamo 
spesso  ricordati  i  libri,  e  i  diurni  —  libri  actorum  diurni.  —  Per  queste 
e  per  ahre  testimonianze  moltissime  non  si  può  dunque,  come  vedremo, 
dubitare  della  esistenza  dei  giornali  romani;  e  ne  vedremo  le  età. 

E  sebbene  non  possa  dubitarsi  che  giornaU  si  compilassero  e  diffon- 
dessero anche  nelle  provincie,  pure  in  queste  erano  più  avidamente  letti 
quelli  della  metropoli  ed  è  ben  naturale.  Non  è  che  noi  lo  supponiamo  : 
ce  ne  assicura  Tacito:  «  1  giornali  di  Roma  si  leggono  con  più  atlen:^ione 
nelle  provincie  e  fra  gli  eserciti  »,  ed  erano  aspettati  con  ansietà,  come 
apparisce  da  tante  testimonianze,  ma  più  specialmente  da  quelle  delle 
lettere  di  Cicerone,  che  spesso  si  lamentava  dal  fondo  della  Cilicia  di 
non  ricevere  gii  acta.  Da  Ladicea  egli  scriveva  ad  Attico:  a  Io  aveva 
gli  atti  di  Roma  fino  alle  none  di  Mar^o  »;  ed  a  Celio:  «  Di  Ocella 
poco  invero  mi  avevi  scritto:  ne  v'era  cenno  negli  atti.  » 

X 

La  materia  di  simili  giornali  non  differiva  gran  fatto  da  quella  dei 
nostri.  Ci  è  rimasta  memoria  di  una  compilazione,  o  raccolta  giornali- 
stica di  un  Chrestus,  greco  abitante  in  Roma,  alla  quale  attinsero  poi 
diversi  scrittori,  come  si  fa  nei  nostri  giornali  moderni.  Di  questa  rac- 
colta poco  ci  è  rimasto,  ma  sappiamo  che  conteneva  un  emporio  di  po- 
lizie utili,  e  che  anche  di  essa  profittò  M.  Celio  Rufo  cavaliere  romano, 


GUIDA   DELLA   STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 


amico  e  corrispondente  di  Cicerone  quando  questi  era  proconsole  di  Ci- 
licia.  Di  lui  si  sa  che  era  novellista,  o  giornalista;  turbolento,  dissipa- 
tore, leggero,  e  nel  tempo  stesso  un  parlatore  facondo  ed  efficace  in 
modo  da  meritare  non  facili  lodatori,  Quintiliano  e  Tacito;  un  uomo 
che  frequentava  il  bel  mondo,  dove  s'innamorò  di  Clodia;  che  fu  par- 
tigiano di  Catilina  e  amico  di  Cicerone;  che  occupò  l'edilità,  la  pretura, 
il  tribunato.  Dalle  diciassette  lettere  rimasteci  di  esso  abbiamo  un'idea 
dei  giornali  del  suo  tempo,  e  dei  giornalisti.  —  I  giornali  sono,  anche  per 
quei  tempi,  pieni  di  notizie  vere  e  false;  narravano  di  ciò  che  si  era 
detto  alla  tribuna  nel  Foro,  dove  prendevano  posto  i  reporters,  che  fa- 
cevano, quasi  stenografate,  le  loro  relazioni;  erano  chhmniì  subrostrani 
dallo  star  sotto  i  rostri,  come  fanno  oggi  gli  stenografi  che  alla  Camera 
stanno  sotto  i  seggi  della  presidenza.  I  novellisti  si  aggiravano  special- 
mente nel  Foro,  ma  percorrevano  tutti  i  quartieri  della  città.  Si  reca- 
vano agli  uffici  pubblici,  si  affaticavano  ad  aver  primi  le  notizie  delle 
Provincie.  Un  bel  giorno  annunziarono  la  morte  di  Cicerone  che  era  vivo 
e  verde  —  spesso  convertivano  le  scaramucce  in  battaglie,  e  le  battaglie 
in  scaramuccie,  secondo  che  favorivano  o  avversavano  i  diversi  partiti. 
Come  oggi  abbiamo,  o  avevamo  cavurriani  e  mazziniani,  cairoliani,  sel- 
liani,  nicoterini,  s'agitavano  allora  mariani  e  sillani,  cesariani  e  pom- 
peiani. V'erano  anche  allora  gli  appendicisti  che  andavano  agli  spettacoli, 
e  riferivano  sulla  valentia  dei  gladiatori  e  dei  mimi,  delle  quali  cose  si 
sdegnò  un  giorno  Cicerone  contro  Celio  che  glie  ne  mandò  gU  estratti, 
cavati  dal  giornale  di  Chresto.  Da  questa  corrispondenza  dunque  di  Celio 
abbiamo  le  notizie  giornalistiche  di  processi  celebri,  e  fra  gli  altri  di 
quello  di  Messala,  ingiustamente  assoluto,  secondo  il  giornalista,  per  la 
eloquenza  di  Ortensio  suo  zio,  il  quale  ne  fu  punito  la  sera  dal  popolo 
che  nel  teatro  lo  accolse  con  gridi  e  fischi  —  vi  si  registrano  esagerate 
le  SCO.  fitte  di  Ctsare  nella  GaUia  —  i  raggiri  dei  comizi —  notizie  molte 
e  salaci  di  divorzi  —  cenni  di  matrimoni  pomposi  —  il  divorzio  di  Do- 
labella  e  le  cure  dello  stesso  Celio  per  fargU  sposar  Tullia  —  la  sor- 
presa in  adulterio  di  Servio  Ocella  in  luogo  tanto  strano  da  eccitare  le 
risa  di  Roma  —  articoli  di  fondo,  e  declamatori  contro  i  vizi  e  la  cor- 
ruzione del  secolo  —  invettive  contro  Cesare,  non  probo  —  epigrammi 
contro  Pompeo,  mancante  di  spirito  e  di  spedienti. 

Due  altre  fonti  di  notizie,  tratte  dagli  antichi  giornali  romani,  sono 
nelle  lettere  familiari  di  Cicerone  a  Quinto  suo  fratello,  ed  a  Pompo- 
nio Attico;  e  negli  scolii  di  Asconio  Pediano. 

I  cosi  detti  atti  del  popolo,  o  giornali,  furono  spogliati  per  più  di 
venti  anni  dall'oratore  di  Arpino  per  trasmetterne  le  notizie  al  fratello 
e  all'amico;  e  così  quelle  lettere  restano  a  surrogare  quasi  la  perduta 
collezione.  Asconio  Pediano  poi  non  solo  rovistò  i  giornali,  incomin- 
ciando a  svolgerli  dal  primo  anno  dopo  il  consolato  di  Cesare,  ma  ne 
conservò  dei  frammenti  autentici.  Essi,  ad  esempio,  ricordano  i  torbidi 
di  Roma  del  69^  sotto  il  tribunato  di  Clodio,  Pompeo  assediato  in  sua 
casa  da  Damicne  il  lé  agosto  di  quell'anno;  i  lamenti  di  L.  Novio, 
tribuno  bastonato  e  ferito  dallo  stesso  Damione;  i  particolari  della  lotta 
e  del  processo  railonianoj  Plinio  vi  lesse  il  ricordo  di  una  pioggia  di 


t   GIORNALI   nell'antica  ROMA. 


sassi;  vi  si  trovano  gli  estratti  dei  discorsi  di  Sallustio  e  di  Q.  Pompeo 
nel  giorno  della  uccisione  di  Clodio. 

X 

Giunto  qui,  debbo  ricordare  che  per  circa  due  secoli  una  serie  di 
atti  pubblici  del  Senato,  e  di  registri  giornalistici  furono  la  disperazione 
degli  eruditi,  i  più  antichi  dei  quali  li  commendarono  in  mezzo  all'en- 
tusiasmo, e  i  più  moderni  li  rigettarono  come  falsi.  L'entrare  in  questa 
controversia,  anche  per  esporla  soltanto,  ci  porterebbe  ad  una  discus- 
sione troppo  archeologica,  e  non  troppo  rispondente  all'indole  del  la- 
voro, tanto  più  che  io  mi  trovo  d'accordo  con  i  critici,  che  non  accet- 
tano quei  monumenti  (che  non  esistono)  e  con  la  supposizione  dei  quali 
fu  ingannata  la  buona  fede  dei  primi  illustratori.  Il  Marini,  nei  Fratelli 
Arvaliy  ha  discusso  abbastanza  l'argomento. 

In  luogo  però  di  questi  documenti  immaginari,  abbiamo  gli  scrit- 
tori dai  quali  possiamo  trarre  non  solo  la  certezza  dell'esistenza  di  questi 
giornali,  ma  tanti  frammenti  di  essi,  e  tante  memorie  che  per  essi  si 
conservarono.  Fu  Cesare  che  volle  la  pubblicità  nei  giornali  degli  atti 
del  Senato,  e  che  poi,  dal  primo  suo  consolato  alla  dittatura,  li  volle 
cumulati  coi  diurnali  del  popolo.  Ciò  era  politico,  anche  per  immaginare 
qualche  senato-consulto  irregolare,  opera  qualche  volta  di  pochi  senatori 
adunati  in  casa  di  qualche  console  p  triumviro. 

Cesare  volle  sempre  abbassare  il  senato,  e  sollevare  il  popolo.  La 
pubblicità  nei  giornali  degli  atti  senatoriali  ne  abbassava  il  prestigio  a 
prò  delle  plebi.  Con  questa  trasformazione  di  pubblicità,  i  giornali,  in- 
terrotti quasi  interamente  ai  tempi  delle  guerre  civili,  ripresero  il  loro 
corso  sotto  Augusto,  ma  con  poca  libertà.  Setto  Tiberio  e  Domiziano 
vennero  sottoposti  a  durissima  censura,  e  durante  l'impero  di  quest'ul- 
timo, gli  atti  del  senato,  fatto  schiavo,  tornarono  segreti. 

Nerone  ridonò  il  suo  diritto  alla  pubblicità  anche  riguardo  al  se- 
nato, e  negli  imperi  di  Trajano,  degli  Antonini,  di  Alessandro  Severo, 
dei  Gordiani,  di  Valeriano  e  di  Probo,  fino  agli  ultimi  secoli  dell'im- 
pero, gh  acta  ebbero  libero  corso,  ed  in  esso  figurarono  le  bassezze  del 
trasformato  Senato,  come  gli  avvenimenti  sociali  in  generale. 

Con  l'invasione  dei  barbari  cessa  la  pubblicazione  dei  giornali,  e 
il  mondo  romano  diventa  selvaggio.  È  solo  coi  secoli  che  incomincia  la 
rinnovazione  lenta:  e  solo  quando  di  fanciullo  il  mondo  ritorna  adulto 
si  riproducono  a  poco  a  poco  i  fenomeni  della  civiltà  e  con  essi,  quasi 
ultimo,  quello  della  pubblicità  diurna  degli  avvenimenti. 

Mi  piace  conchiudere  con  un  ravvicinamento.  I  giornali  di  Roma 
antica  si  appellavano  Acta-Diaria-diurnalia.  La  parola  diarium  ha  tra- 
versato i  secoli  ed  ha  preso  sede  nell'idioma  italiano.  Il  giornale  ufiì- 
ciale  si  appellava  qui  nel  passato  secolo,  e  nella  prima  metà  del  presente, 
Diario  di  Ronia,  ed  era  prima  diviso  in  diario  ordinario  e  diario  estero. 
Abbiamo  anche  oggi  gli  atti  ufficiali,  gli  atti  non  ufficiali,  cioè  gli 
ACTA  SENATUS,  e  gli  ACTA  POPULi  :  COSI  le  forme  non  sono  per  nulla  va- 
riate. E  se  la  parola  giorno  non  è  latina,  mentre  abbiamo  per  essa  i 
GIORNALI,  non  abbiamo  abbandonato  il  dies  dei  nostri  padri  coi  nostri 

DIARI, 


10  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

Un  vivente  e  dotto  scrittore  francese  sostiene  che  gli  eredi  dei  ro- 
mani non  sono  gli  italiani,  ma  i  Galli.  Sarà  possibile  che  riesca  a  fare 
accettare  quest'affermazione  ad  un  solo  italiano? 

A.  Gexnarelli. 


IL 

Disputatio  de  diitrnis  aliisqiie   Romanorum  actis,  aiictore  J,  W.  Reussen, 
Groningae,  apud  R.  J.  Schierbeck,   1857  in  8.°  di  pagine  77. 

Nel  1838  Vittorio  Le  Clerc  pubblicò  a  Parigi  una  memcria  Sui 
giornali  presso  i  Romani  (i)  nella  quale  con  molta  amenità  di  discorso 
e  con  erudizione  squisita  trattò  la  quistione  di  ogni  sorta  di  atti  pub- 
blici-a  Roma,  e  quindi  degli  Atti  diurni,  e  di  loro  forma  e  materia  e 
vicende  e  importanza.  Quanto  alla  origine  egli  stima  probabile  che  i 
giornali  cominciassero  tre  arni  dopo  la  caduta  di  Numanzia,  cioè  nel  62^, 
quando  cessarono  gli  Annali  dei  pontefici;  congettura  combattuta  da  altri, 
i  quali  appoggiati  ad  un  passo  di  Svetonio  (2),  interpretato  in  modo 
diverso,  riportarono  al  primo  consolato  di  Cesare  la  prima  pubblicazione 
degli  atti  diurni.  Più  recentemente  altri  scrissero  sullo  stesso  argomento 
in  Germania  (3)  e  da  ultimo  uscì  la  memoria  soprannunziata  del  Reus- 
sen, nella  quale  si  illustrano  di  nuovo  gli  Alti  diurni  del  popolo,  gli  atti 
del  senato,  gli  atti  militari,  gli  atti  forensi,  e  si  ricerca  la  loro  forma, 
e  materia  e  va'ore,  usando  spesso  di  buona  critica,  e  talvolta  combat- 
tendo con  ipotesi  non  meglio  fondate,  le  ipotesi  antiche.  Del  che  basti 
citare  un  esempio.  Il  Le  Clerc  pensò  e  fu  seguito  da  altri  in  questa  opi 
nione,  che  Cesare  facesse  pubblicare  gli  atti  del  senato  per  togliere  ai 
padri  il  prestigio  del  mistero  in  cui  si  avvolgevano  e  per  diminuire  la  loro 
autorità  al  cospetto  del  popolo.  Il  che  secondo  noi,  non  apparisce  inve- 
risimile  e  si  accorda  benissimo  con  la  politica  e  cogli  intendimenti  del- 
l'uomo che  mirava  a  distruggere  gli  ordini  antichi,  e  a  recare  tutto  in 
sua  mano.  Ma  il  nostro  autore,  tenendosi  ad  avviso  contrario,  nega  sen- 
z'altro questa  spiegazione,  e  afferma  che  Cesare  fece  pubblicare  gli  atti 
senatoriali  pel  suo  amore  alle  lettere  e  ai  monumenti  (4). 

Per  ciò  che  spetta  alla  materia  di  cui  discorriamo,  dagli  studi  an- 


(i)  Des  journaux  chez  les  Roraaias.  Recherches  prècèdées  d'une  memoire  sur  les 
Annales  des  Pontifes  et  suivies  de  fragments  des  journau.x  de  l'aucienne  Rome,  par 
j.  Victor  Le  Clerc,  membro  Istit.  Frane.  —  Parigi,  Firmin-Didot,  1838,  in  8.°,  440 
pagine. 

(2)  Inito  honore,  primus  omnium  (Caesar)  instituit  ut  tara  Senatus  quam  populi 
diurna  acta  conficerentur  et  publicarentur.  —  Caes.  20  —  Il  Le  Clerc  crede  più  esatto 
e  più  verisimile  il  vedere  in  queste  parole  il  significato  che  Cesare  introdusse  l'uso  di 
pubblicare  gli  atti  del  senato  come  già  si  faceva  di  quelli  del  popolo:  mentre  altri 
intendevano  che  Cesare  fu  il  primo  a  far  compilare  gli  atti  diurni  del  popolo  e  quelli 
del  senato.  V.  Ernesti,  Excursus  ad  Sveton.  Caesar  20,  e  Reussen,  p.  14. 

(3)  Lieberkunius  —  De  diurnis  Rem.  actis,  Vimar  1840;  Schmit,  Vindiciae,  libr. 
suspect,  Lipsiae  1844;  e  Zeitschr  f.  Geschichtwissenchaft,  1844.  t.  I,  p.  308,  ecc. 

(4;  Pag.  38  e  39,  op.  cit. 


I   GIORNALI  nell'antica   ROMA.  11 

tichi  e  recenti  risulta  chiaro  che  a  Roma,  negH  ultimi  tempi  della  re- 
pubblica, e  per  tutto  l'impero,  vi  erano  giornali  che  in  alcune  parti  ras- 
somigliavano ai  giornali  moderni,  e  con  vari  appellativi  chiamavansi  diurna 
popidi  romani,  diurna  urbis  acta,  diurna  actorum  scriptum,  populi  diurna 
acta,  acta  diurna,  diurna  commentarla,  commentari  rerum  urhanorum,  acta 
rerum  urbanorum,  acta  urbana,  urbis  acta,  publica  acta  ed  anche  acta  sen- 
z'altro (i).  Non  ne  rimane  alcun  brano  che  ci  dia  precisamente  la  forma 
di  essi,  perchè  i  frammenti  che  si  riportano  fino  all'anno  585  di  Roma, 
sono  evidentemente  un'impostura  di  qualche  erudito  del  secolo  XVI  (2). 
Ma  rimangono  molti  fatti  che  gh  scrittori  tolsero  da  questi  giornali,  e 
quindi  è  facile  aver  notizia  della  loro  natura,  delle  cose  che  raccontavano 
al  pubblico  e  della  fede  che  potevano  meritare  come  monumenti  di  storia. 

Quando  la  potenza  romana  fu  molto  ampliata,  i  cittadini  che  per 
causa  di  affari  pubblici  o  privati  erano  costretti  a  trattenersi  in  paesi 
lontani,  si  ragguagliavano  delle  cose  di  Roma,  per  via  di  lettere,  le  quali, 
istituiti  i  giornali,  erano  per  lo  più  copie  0  estratti  di  essi.  Le  lettere 
di  Cicerone,  e  quelle  a  lui  dirette  da  altri,  ci  danno  per  più  anni  pa- 
recchie delle  cose  contenute  in  questi  diari,  i  quali  riportavano  i  senati- 
consulti,  gli  edit'i  decretati  per  pubblica  autorità,  le  cose  forensi,  gl'in- 
trighi dei  comizi,  i  nomi  dei  migistratì  designati,  i  processi,  le  ingiuste 
assoluzioni,  e  fischiate  fatte  in  teatro  agli  avvocati  dei  rei  (3).  Delle 
cause  celebri  davano  notizie  più  particolareggiate;  sull'affare  di  Milone 
Asconio  Pediano  trovò  nei  giornali  mólti  fatti  con  cui  potè  illustrar  Ci- 
cerone, e  narrare  i  tumulti  del  tribunato  di  Clodio,  un  liberto  del  quale 
assediò  Pompeo  in  sua  casa:  e  di  là  raccolse  i  particolari  sullo  scontro 
a  Boville,  sul  giorno  preciso  della  uccisione  di  Clodio,  sulle  agitazioni 
popolari  e  sui  discorsi  pronunziati  nel  fòro  da  Sallustio  e  da  Quinto 
Pompeo,  tribuni  turbolenti  e  particolari  nemici  di  Milone  (4). 

Vi  erano  annunzi  delle  morti  di  uomini  celebri,  funerali,  miserie  e 
ridicolezze  degli  uomini,  scandali,  chiacchiere,  aneddoti  di  teatro,  attori 


(i)  Tacito,  Anaal.  Ili,  3  ;  XII,  24;  XIII,  31  ;  XVI,  22.  Svetonio,  Caes.  20;  Claud.  41  ; 
Aug.  64;  Calig.  36.  Plinio j  Hp.  V,  14;  VII,  35;  IX,  15;  Paneg.  75.  Petronio,  Saty- 
ric.  53.  Lampridio,  Commod.  13;  Alex.  Sever.  6.  Cicerone,  Ep.  ad  divers.  II,  15; 
VIII,  2,  11;  XII,  23. 

(2)  Furono  pubblicati  dapprima  negli  Annali  del  Pighio  (161 5),  poi  nelle  iscri- 
zioni del  Reinesio  (1682), con  qualche  dubbio;  quindi  con  piena  confidenza  dal  Grevio 
nella  sua  edizione  di  Svetonio  (1691);  dal  Dodwell  con  aggiunte  (1692)  e  dal  Mu- 
ratori (1739).  I  più  li  crederono  veri  fino  agli  ultimi  tempi,  quantunque  il  Welser 
fino  dal  1596  non  vi  riconoscesse  la  venerabile  antichità  che  si  voleva  loro  attribuire. 
Furono  stimati  opera  di  un  falsario  dal  Moyle,  dal  Gibbon,  dal  Beaufort,  dall' Ernesti, 
da  Gaetano  Marini.  Pure  anche  nei  tempi  recenti  non  mancò  chi  li  ritenesse  per  veri, 
e  lo  stesso  Furlanetto  nella  sua  edizione  del  Dizionario  del  Porcellini  si  lasciò  indurre 
in  errore.  Ma  oggi  è  chiaro  che  sono  manipolazioni  di  un  falsario,  come  fra  gli  altri  lo 
ha  provato  il  Le  Clerc,  che  con  critica  nuova  e  profonda,  ricercò  gli  elementi  diversi 
riuniti  e  combinati  da  un  erudito  del  secolo  xvi,  del  cui  centone,  sebbene  fatto  con 
assai  destrezza,  si  può  facilmente  ritrovare  ogni  frase  tolta  a  Livio,  a  Cicerone,  ad  al- 
tri (Des  journaux  ecc.  p.  299). 

(3)  Cicer,  Ad  divers.  II,  8;  VIII,  2,  3,  4,  9,  11,   12,  14  ecc. 

(4)  Asconio  Ped  ad  Cicer.  Oratio  prò  iMilone,  p.  44,  47,49  ecc.;  ed  Orelli  1833. 
Vedi  anche,  ad  Cicer.  prò  Scauro,  p.  19 


1^  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

fischiati,  avventure  galanti,  adulteri,  nozze,  divorzi,  descrizioni  di  giuochi 
di  gladiatori,  notiz'e  di  ciò  che  accadeva  a  Roma  ogni  giorno,  notizie  di 
guerra,  considerazioni  politiche:  lasciavasi  travedere  che  Pompeo  man- 
cava di  spirito  e  Cesare  di  probità;  e  poi  dicevano  dell'Italia  invasa  dal 
vincitore  delle  Gallie  (i).  Avevano  declamazioni  contro  i  vizi  e  la  cor- 
ruzione del  secolo  (2);  dicevano  di  feste  religiose,  di  dedicazioni  di 
templi,  di  prodigi  e  portenti.  Plinio  trovò  nei  giornali  che  nel  710  erano 
piovuti  mattoni  (3). 

Più  abbondanti  sono  i  ricordi  che  si  hanno  dei  giornali  nei  tempi 
dei  Cesari,  e  ci  sono  anch'essi  testimoni  dei  costumi  del  tempo  e  di 
quell'obbrobrioso  servaggio.  Crescono  i  chiacchiericci  e  le  inezie  raccolte 
per  fare  ridere  il  popolo  servo,  e  il  dispotismo  corrompe  la  pubblicità 
a  suo  profitto.  Cesare  che  sapeva  benissimo  volgere  contro  la  libertà  gli 
strumenti  di  essa,  usò  a  suo  aiuto  anche  i  giornali,  senza  curare  di  ve- 
rità o  di  menzogna,  e  fece  scrivere  che  Marco  Antonio  volle  deferirgli 
per  ordine  del  popolo  la  potestà  regia,  e  che  egli  non  l'aveva  accettata  (4). 
Augusto  che  pacificò  con  la  libertà  anche  l'eloquenza  e  la  storia  (5),  e 
lasciò  scrivere  solo  chi  scriveva  per  lui  mentre  vietava  la  pubbUcazione 
degli  atti  del  senato  ^6)  tollerò  i  giornali,  ma  sottomettendoli  a  rigorosa 
censura  (7),  la  quale  durò  setto  Tiberio  come  sotto  gli  altri  tiranni  (8). 
E  quindi  Petronio  ne  fa  la  parodia  riferendo  nella  forma  e  nello  stile 
dei  giornali  che  nel  predio  Cennano  di  Trimalcione  sono  nati  il  25  di 
luglio  30  bambini  e  40  bambine;  che  sono  state  messe  nel  granaio  500,000 
moggia  di  grano;  che  si  domarono  90  buoi;  che  fu  posto  in  croce  il 
servo  Mitridate  per  avere  bestemmiato  \\  genio  di  Caio;  che  si  riposero 
in  cassa  100,000  sesterzi  non  potuti  impiegare,  e  che  nello  stesso  giorno 
vi  fu  incendio  negli  orti  Pompe] ani  (9). 

Quando  tutto  è  in  mano  di  un  solo,  i  giornali  narrano  le  cose  della 
reggia  e  le  presentazioni  di  corte.  Livia  vi  fece  annunziare  i  nomi  dei 
senatori  e  dei  cittadini  che  avevano  chiesto  di  essere  ammessi  a  salu- 
tarla; il  che  ripetè  anche  Agrippina  (io);  Tiberio,  tiranno  più  raffinato, 
ne  abusò  turpemente  :  faceva  mettere  nei  giornali  articoli  contro  sé  stesso, 
e  divulgava  non  solo  le  cose  che  altri  avesse  detto  in  segreto  contro  di 
lui,  ma  ne  aggiungeva  altre  di  sua  invenzione  per  trarne  poscia  pretesto 


(i)  Cicer.  Epist  ad  divers.  II,  15;  Vili,  i,  6,  7,  13,  15;  XII,  8;  ad  Q.uin.  Fratr. 
I,  2;  ad  Brut.  I.  3;  Plinio,  Nat.  hist.  VII,  54. 

(2)  Cicer.  Ad  divers    Vili,  6,  17. 

(3)  Nat.  hist.  II,  37. 

(4)  Dione  Cassio,  XLIV,  11.  Deve  avvertirsi  che  nel  passo  di  Dione,  secondo 
altri  si  parla  degli  atti  del  senato,  non  di  quelli  del  popolo.  Del  resto,  che  Cesare 
facesse  falsificare  a  suo  profitto  gli  atti  del  senato  lo  attesta  anche  Cicerone  (Ep.  ad 
div.  I,  I,  2;  IX,  15;  X,  12,  16),  come  poi  li  falsificò  Marc' Antonio  (Cic.  Phihppi  V,  4; 
Epis.  ad  div.  XII,  i) 

(5)  Tacito,  Dialog,  de  Orat.  38. 

(6)  Svetonio,  Aug.  36 

(7)  Le  Clerc,  p.  246. 

(8)  Dione  Cassio,  LVII,  21;  LXVII,  11. 

(9)  Petronio,  Satyric.  53. 

(10)  Dione  Cassio,  LVII,  12;  LV,  3?. 


I   GIORNALI   nell'antica  ROMA.  13 


a  vendette  (i);  e  mosso  da  invidia  vietò  che  si  scrivesse  nei  giornali  il 
nome  di  un  famoso  architetto  che  con  mirabile  arte  avea  rialzato  un 
portico  cadente  (2).  Domiziano  vietò  di  scrivere  nei  giornali  ciò  che  a 
lui  non  piaceva  (3)  e  peggio  di  tutti  fece  Commodo,  il  quale  amando 
anche  la  celebrità  e  io  scandalo  che  gli  veniva  dalle  turpitudini,  volle 
che  si  pubblicassero  tutte  le  sue  crudeltà,  tutte  le  sue  prove  di  gladia- 
tore, tutte  le  sue  infamie  (4). 

Vi  si  divulgavano  i  rescritti,  le  costituzioni,  gli  editti,  le  opere  edi- 
lizie dei  principi,  le  loro  orazioni,  e  le  vili  acclamazioni  dei  senatori  ri- 
petute cinque,  dieci  e  venti  volte  (5),  e  che  sono  le  pagine  più  vergo- 
gnose della  storia  romana;  le  proposizioni  di  templi  a  Nerone  (6),  l'apo- 
teosi di  Claudio  (7),  il  titolo  di  nume  a  Domiziano  (8);  le  quaU  cose 
stavano  ora  in  luogo  dei  liberi  suffragi  con  cui  sotto  la  repubblica  si 
designavano  i  magistrati.  Del  servo  senato  regiscravansi  anche  le  sen- 
tenze e  i  discorsi,  e  nelle  provincie,  secondo  la  testimonianza  di  Tacito, 
si  leggevano  gli  atti  per  conoscere  il  contegno  di  Trasea,  mentre  tutti 
i  senatori  adulavano  e  plaudivano  alle  crudeli  follie  di  Nerone  (9);  e 
ciò  che  Trasea  non  aveva  fatto,  era,  come  oggi  direbbesi,  l'avvenmiento 
del  giorno. 

Largo  spazio  vi  occupavano  le  varietà,  i  portenti,  le  favole,  i  fatti 
memorabili.  Nell'anno  800,  sotto  la  censura  di  Claudio,  i  giornali  an- 
nunziarono che  fu  portala  a  Roma  la  Fenice  ed  esposta  nel  comizio  (io). 
Plinio  vi  lesse  che  agli  11  aprile  del' 748,  nel  duodecimo  consolato  di 
Augusto,  un  Crispino  Ilaro  di  onesta  famiglia  plebea  di  Fiesole  venne 
a  sacrificare  in  gran  pompa  nel  tempio  di  Giove  Capitolino,  accompa- 
gnato da  7  figli  e  2  figlie,  da  27  nipoti,  da  8  nipoti  femmine  e  da  27 
pronipoti  (11). 

Vi  lesse  anche  la  storia  del  cocchiere  della  fazione  rossa  messo  sul 
rogo  (12),  e  il  fatto  singolare  occorso  nella  condanna  capitale  di  Tizio 
Sabino:  come  egli  fu  condannato  a  morte  coi  servi,  il  cane  di  uno  di 
essi  lo  segui  alla  prigione,  aVe  gemonie,  e  fino  al  Tevere,  ove  fece  ogni 
sforzo  per  sostenere  sull'acqua  il  corpo  del  suo  padrone  (13). 


(i)  Dione  Cassio,  LVII,  23 

(2)  Id.  LVII,  21. 

(3)  Id    LXVII,  II. 

(4)  Habuit  praeterea  morem,  ut  omnia,  quae  turpiter,  quae  impure,  quae  crude- 
liter,  quae  gladiatorie,  quae  lenocine  faceret  Àctis  Urbis  indi  juberet,  ut  Marii  Maximi 
scripta  testantur.  Lampridio,  Commod.  15. 

(5)  V.  Lampridio.  Alex.  Sev.  6,  12,  56;  Capitolino,  Cord.  5;  M.ixirain.  16,  26,  ecc.; 
Pollione,  Claud    4,  18;  Vopisco,  Aurei.  13,  14;  Tacit,  4,  5;  Prob.  11   ecc. 

(6)  Tacito,  Annali  XV,  74. 

(7)  Id.   Annali  XII,  74. 

(8)  Svetonio,  Domit.  13;  Dione  Cassio,  LXVII,  13. 

(9)  Tacito,  Annali  XVI,  22. 

(io)  Allatus  est  et  in  urbem,  Claudi!  principis  censura,  anno  urbis  DCCC,  et  in 
comitio  propositus,  qvioà  ti  Actis  testatum  est;  sed  quem  fulsum  esse  nemo  dubitaret. 
Plinio,  Nat.  hist.  X,  2,  Vedi  anche  Solino,  XXXIII,  14. 

(11)  Plinio,  loc.  cit.  VII,  ir. 

(12)  Id.  VII,  54. 

(13)  Id.  Vili,  61. 


14  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICà   ITALIANA. 

Svetonio  che  molto  si  dilettava  della  storia  aneddotica,  svolse  molto 
i  diari  e  in  essi  trovò  il  di  natalizio  di  Tiberio  e  il  luogo  in  cui  nacque 
Caligola  (i),  e  li  cita  anche  a  proposito  delle  tre  nuove  lettere  intro- 
dotte da  Claudio  nell'alfabeto  latino,  e  poscia  morte  con  lui  (2).  Tacito, 
che  ricorda  (3)  come  nei  giornali  si  lodassero  gli  edifizi  e  nominata- 
mente l'anfiteatro  costruito  da  Nerone  nel  campo  Marzio,  trovò  in  essi 
documenti  sul  funerale  di  Germanico,  e  i  nomi  di  quelli  che  v'inter- 
vennero (4):  e  Giovenale  ne  attesta  che  vi  si  scrivevano  i  nomi  dei 
nati  (5),  e  vi  si  pubbhcavaao  le  nozze  (6).  Gli  atti  diurni  si  perpetua- 
rono sino  alla  fine  dell'impero,  e  nel  codice  Teodosiano  si  ha  quasi  il 
nome  di  giornalista  nelìz  parola,  diurnarius  (y);  ma  poco  sappiamo  della 
pubblicazione  e  della  forma  di  essi,  malgrado  le  ricerche  fatte  dal  Reus- . 
sen  nella  sua  accurata  ed  erudita  memoria.  La  cura  degli  atti  è  noto 
che  fu  affidata  ai  questori  e  poi  ai  prefetti  dell'erario  (8).  È  molto  pro- 
babile che  i  giornali  non  si  pubblicassero  prima  di  avere  avuto  l'appro- 
vazione del  principe;  ciò  voleva  il  dispotismo  imperiale.  Si  scrivevano 
in  carta,  e  vi  erano  in  Roma  persone  che  vivevano  di  questa  faccenda.  Si 
esponevano  non  si  sa  se  per  uno  o  due  giorni:  ognuno  poteva  leggerli 
e  copiarli,  e  in  tal  modo  i  presenti,  e  gli  assenti  delle  provincie  e  degli 
eserciti,  avevano  notizia  delle  cose  di  Roma.  Pare  che  poi  si  portassero 
nell'erario  e  nelle  biblioteche. 

Sulla  forma  esterna  e  sulla  dettatura  di  essi  non  havvi  memoria. 
Solo  Quintiliano  si  lamenta  che  anche  i  giornali  attestassero  della  cor- 
ruzione della  lingua  (9).  Ad  essi  attinsero  notizie  Tacito,  Svetonio,  Plinio 
ed  i  successivi  scrittori  delle  vicende  romane;  e  quantunque  abusati  e 
corrotti  dal  dispotismo,  per  ciò  che  spetta  ai  luoghi  dei  fatti,  alle  date, 
e  a  parecchie  particolarità  delle  cose  giornaliere  di  Roma,  si  tennero 
come  uno  dei  fonti  della  storia  imperiale. 

Atto  Vannucci 

(Archivio  Storico  Italiano,  t.  IX,  1859.) 

III. 

SALLUSTIO  GIORNALISTA 

Crispo  Sallustio,  allora  giovane  ancora,  faceva  quel  che  oggi  si  di- 
rebbe il  giornalista,  e  redigeva  con  l'aiuto  di  altri,  e  segnatamente  di 
Cesare,  il  Cotnmentarium  rerum  urbanaruw,  il  Moniteur  d'allora,  perchè 
Roma  fu  prima  ad  avere  una  gazzetta A   lui   LucuUo  prestava  tre- 


(i)  Svetonio,  Tib.  5;  Calig,  8. 

(2)  Id.  Claud.  41. 

(3)  Annali  XIII,  31. 

(4)  Id.  Ili,  3. 

(5)  Sat.  IX.  84. 

(6)  Id.  II,  156. 

(7)  Cod.  Theod.  VIII,  4,  8;  Le  Clerc  p.  249. 

(8)  Tacit    Ann.  XIII,  28. 

(9)  Instit.  Orat.  IX,  3,  18. 


I    GIORNALI   nell'antica   ROMA.  15 

cento  liberti  per  moltiplicare  le  copie  del  Commentario.  Ciascun  liberto 
gliene  dava  cinque  copie  al  giorno.  Uscendo  tutte  le  settimane,  nel  di 
sacro  a  Mercurio,  ne  circolavano   10,500  copie. 

A  una  dramma  per  copia  (ch'era  il  prezzo  fissato)  facevano  42,000 
dramme  al  mese,  salve  le  spese  che  non  variavano  2000  dramme.  Ciò 
che  significa  480,000  dramme  all'anno  (una  dramma  valeva  97  cente- 
simi di  nostra  moneta). 

E  cotal  rendita  valeva  quanto  l'esser  proconsolo  in  una  delle  ricche 
Provincie  dell'Asia,  senza  esser  ladri  come  Verre. 

Giuseppe  Rovani 
(dalla  Giovine-^^a  di  Giulio  Cesare) 

IV. 

UN  GIORNALE  DI  VENTI  SECOLI  FA 

Il  più  antico  dei  giornali  è  quello  che  usciva  in  Roma  due  secoli 
prima  di  Cristo,  intitolato  Acta  populi  romani  diurna. 

Ecco  un  numero  dell'anno  168  avanti  Cristo: 

«  Il  29  mnrzo:  il  Console  Livinio  ha  esercitato  oggi  le  funzioni 
governative.  —  Una  violenta  tempesta  è  scoppiata  nella  giornata  di  oggi; 
la  folgore  è  caduta  sopra  una  quercia  poco  dopo  mezzodì,  nella  prossi- 
mità del  colle  Veli  e  l'ha  spezzata  in  più  parti.  —  Vi  fu  una  rissa  in 
un  albergo  della  città  che  ha  per  insegna  l'orso,  presso  il  colle  Jano. 
L'albergatore  fu  gravemente  ferito.  —  L'Edile  Titinio  ha  condannato  i 
beccai  che  spacciano  la  carne  per  aver  venduto  la  loro  merce  senza  averla 
prima  sottoposta  all'ispezione  delle  autorità.  Le  ammende  hanno  servito 
a  costrurre  una  cappella.  —  Il  cambiavalute  Ausidio,  la  cui  bottega  ha 
per  insegna  lo  Scudo  del  Cimbro,  è  fuggito  portando  seco  una  somma 
considerevole.  Venne  inseguito  ed  arrestato.  Egli  aveva  ancora  con  sé 
tutto  il  denaro  rubato.  Il  pretore  Fonteio  l'ha  condannato  a  restituire 
immediatamente  tutto  il  denaro  a  coloro  che  l'avevano  depositato  in  sue 
mani.  —  II  capo  dei  briganti  Denniphon,  arrestato  dal  legato  Neava,  è 
stato  crocifisso  oggi  nel  porto  di  Ostia.  » 

V. 

Fra  le  opere  dell'antichità  romana  che  non  sono  giunte  fino  a  noi, 
vanno  le  Decadi  di  Tito  Livio,  alcuni  libri  delle  Storie  di  Tacito  e  le 
Storie  di  Sallustio. 

Ebbene,  il  Moniteur  Universe!  annunziò  nel  1886,  che  un  giovane 
erudito  tedesco,  il  dottor  Hauler,  ha  scoperto,  in  un  manoscritto  della 
biblioteca  di  Orleans,  cinque  fogli  che  già  facevano  parte  di  un  palim- 
sesto  sul  quale  erano  state  originariamente  copiate  le  Storie  di  Caio  Cri- 
spo  Sallustio.  A  forza  di  pazienza,  il  dottore  Hauler  è  riuscito  a  poter 
leggere  quei  frammei.'ti  delle  Storie,  che  si  riferiscono  ad  una  discussione 
che  ebbe  luogo  in  senato  in  seguito  ad  un  bollettino  di  vittoria  spedito 
da  Pompeo,  ed  alle  campagne  intraprese  contro  Sertorio  e  contro  i  pirati. 


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L'INVENZIONE  DELLA  STAMPA 


Da  molti  anni  si  contestava  a  Grutemberg  1'  invenzione  della 
stampa.  I  suoi  titoli,  infatti,  erano  difficili  a  stabilirsi,  benché  coloro 
che  volevano  contrastargli  la  gloria  non  avessero  argomenti  molto 
validi  a  opporgli.  Il  più  antico  documento  che  Ambroise  Firmin- 
Didot  avesse  trovato  in  favore  di  Gutemberg,  rimontava  al  1499. 

Il  signor  Sieber,  di  Basilea,  nel  1887  ne  ha  ^pubblicato  un 
altro  di  data  anteriore  al  primo,  cioè  del  1472.  È  una  lettera 
latina  di  Guglielmo  Fichet  a  Robert  Gaguin,  che  menziona  espres- 
samente Gutemberg  come  1'  inventore  dell'arte  tipografica  (qui  'pri- 
mus  omnium  impressoriam  artem  excogitavit). 

Questa  lettera  si  trova  stampata  in  testa  del  solo  esemplare 
conservato  alla  biblioteca  di  Basilea  del  trattato  De  Ortographia 
di  Gasparino  da  Bergamo,  opera  stampata  coi  torchi  della  Sorbona 
nel  1472.  Guglielmo  Fichet,  che  aveva  fondato  la  prima  tipografìa 
di  Parigi,  doveva  sapere  a  chi  attenersi  poiché  egli  aveva  impie- 
gati tre  operai  istruiti  da  Gutemberg  a  Magonza  e  che  egli  no- 
mina in  questa  stessa  lettera  :  Ulrich  Gering,  Michel  Friburger  e 
Martin  Crantz  «  di  già  più  abili,  dice  egli,  dello  stesso  maestro  ». 

Nel  1884  fu  scoperta  la  prima  macchina  tipografica  di  Gutem- 
berg. Questa  macchina  datata  dal  1441,  fu  ritrovata  in  un'antica 
casa  di  Magonza  dove  Gutemberg  aveva  stabilita  la  sua  tipografia 
e  che  era  nota  col  nome  di  Corte  del  Giovane. 

La  macchina  porta  il  monogramma  /.  G.  e  il  millesimo  MCDXLI. 
Essa  è  stata  accuratamente  riparata  con  l'aiuto  di  antichi  disegni 
di  macchine  tipografiche  del  xv  secolo,  che  esistono  ancora. 

X 

Ecco  ora  l'ordine  cronologico  seguito  dall'arte  della  stampa, 
nel  diffondersi  in  Italia  : 
1467  —  S' introduce  a  Roma  la  prima  tipografia. 

1469  —  La   terza   città   d'Italia   ch'ebbe   tipografia  fu  Venezia,  la 

quale  in  quest'anno  ne  apriva  una. 

1470  —  Si  fonda  la  prima  tipografia  in  Verona. 
1470  —  Borgo  S.  Sepolcro  in  Toscana. 

1471 — Pavia,  Napoli,  Treviso,  Ferrara,  Firenze. — A  Bologna, 
anche  in  quest'anno,  Baldassarre  Azoguidi  impianta  la 
prima  tipografìa. 

1472  —  Padova,  Mondovì.  Giovanni  Fabri  impianta  per  primo  tor- 
chi di  stampa  a  Saluzzo.  Pietro  Adamo  De  Micheli  è  il 
primo  che  stabilisce  l'arte  tipografìca  a  Mantova. 

1473 — Brescia;  a  Messina,  per  opera  di  Rigo  Elding,  alemanno. 

1474  —  Torino,  Savona,  Como,  Genova,  Modena,  Vicenza.  Per  opera 
di  due  frati  s' introduce  la  prima  tipografìa  a  Ripoli  (To- 
scana) ;  in  essa  lavorò  come  compositrice  una  monaca. 

N,  Bernardini — Guida  delta  Stampa  periodica  italiana  —  2, 


18  GUIDA   DELLA   STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

1475  —  Città  di  Sant'Orso,  Piacenza,  Caselle  (Comune),  Jesi,  Reg- 

gio-Calabria. 

1476  —  Cagliari,  Udine,  Trento,  Pagliano. 

1477  —  Perugia,  Bergamo. 

1478  —  Pieve   di   Sacco,  Tusculano,  Colle;    Andrea   di   "Wormazia 

installa  la  prima  tipografìa  a  Palermo. 

1479  —  Pinerolo,  No\à,  Saluzzo. 

1480  — Cividale. 
1482  — Pisa,  Aquila. 
1484 — Siena,  Rimini. 

1485  —  Chivasso. 

1486  —  Casalmaggiore. 

1488  —  Viterbo,  Gaeta. 

1489  —  Capua. 

1490  —  Lecce,  Portese,  Sora. 

1491  —  Nozzano,  Lucca. 

1492  —  Cremona,  Nizza. 
149.3  — Alba. 

1495  —  Forlì,  Virola-Algbise. 

1622  — Catania. 

1636  —  Monteleone  (Calabria).  La  fama  di  questa  città  supera  tutte 
le  altre  città  calabresi,  dopo  Cosenza. 

1645  (18  gennaio) — La  Camera  del  Piemonte,  ordinava  in  questo 
giorno  al  Sinibaldo  «  di  stampare,  in  Torino,  ogni  setti- 
mana, ragguagli  o  siano  avvisi  generali  delle  occorrenze 
del  mondo,  scritte  da  Pietro  Antonio  Soccino  ». 

1651 — Pier  Griacinto  Massa,  introduce  la  stampa  ad  Imola. 

X 

Parrà  strano  cbe  in  Italia,  ove  l'arte  tipografica  era  già  tanto 
in  onore,  non  venisse  subito  adoperata  per  la  stampa  delle  prime 
gazzette.  Gli  è  cbe  gli  scrittori  di  esse  si  sapevano  più  liberi  dalla 
censura,  ed  anche  perchè  i  loro  praticanti  erano  ghiotti  di  notizie 
recondite,  le  quali  a^Tebbero  avuto  assai  minor  pregio  se  fossero 
state  facilmente  accessibili  al  pubblico. 

Vedremo  più  innanzi  la  storia  e  le  vicende  dei  primi  giornali 
stamjìati. 

N.  Bernardini. 


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Il  dornalismo  nel  1500  e  1600 


È  noto  che  molto  tempo  innanzi  alle  gazzette,  le  notizie  correvano 
scritte  a  mano  e  si  chiamavano  avvisi  o  spacci. 

Conviene  credere  che  i  giornalisti  d'allora  somigliassero  molto  a 
certi  giornalisti  d'adesso,  se  monsignor  Mariano  Pierbenedetti,  vescovo 
di  Martorano  e  governatore  di  Roma,  pubblicò  li  ii  ottobre  1586  un 
Bando  degno  d'essere  ricordato. 

Dice  monsignore  essersi  osservato  per  lunga  esperienza  che  nello 
scrivere  da  tutte  le  parti  del  mondo  lettere  d'avvisi  «  non  si  è  mai  visto 
scrivere  cose  particolari  con  infamia  et  disohnore  di  nessuna  sorte  di 
persone,  et  massimamente  de  Principi  et  persone  graduate  »  come  si  fa 
in  Roma  «  capo  della  Religione  et  ricetto  d'huomini  virtuosi.  » 

Naturalmente,  non  erano  questi  uomini  virtuosi  gli  autori  di  simili 
enormità;  ma  «  alcuni  di  tanto  mala  natura,  scelerati,  calunniosi  et  de- 
trattori che  senza  timor  di  Dio  et  della  giustizia  sono  partiti  dalle  patrie 
loro  così  male  avvezzi,  che  hanno  pigliato  l'occasione,  per  essercitare  le 
loro  lingue  pestifere,  de  scriver  lettere  d'avvisi  da  diverse  parti,  empiendo 
le  carte  de  bugie  et  calunnie,  infamando  et  detrahendo,  all'honore  et  repu- 
tatione  del  prossimo,  non  considerando  come  Christiani,  di  quanto  ca- 
stigo siane  degni  quelli  che  cercano  dr  togliere  la  fama  et  l'honore  altrui.  » 

Per  la  qual  cosa  ordina  che  nessuno  scriva  più  simili  lettere  in 
qualsivoglia  idioma,  né  con  cifra  o  figure. 

Sanzione  penale:  La  vita,  confisca  dei  beni  ed  infamia  perpetua. 

Chiunque  poi  riceverà  una  di  quelle  lettere  deve  rivelarla  subito  ai 
governatori  o  superiori;  altrimenti  sarà  trattato  come  i  trasgressori  del 
bando. 

Il  quale  termina: 

«  Advertendo  che  si  procederà  per  inquisitione,  denunzie  secrete 
et  ogni  altro  miglior  modo  per  scoprir  questi  scelerati;  se  intercette- 
ranno le  lettere  et  s'userà  ogni  sorte  de  remedio,  perchè  s'habbino  da 
levar  simili  abusi,  etc.   » 

Il  bando  del  Pierbenedetti  venne  inserito  nei  Bandi  generali  che 
furono  il  codice  penale  in  molta  parte  d'Italia  fino  a  tutto  il  secolo 
passato,  ove  le  lettere  d'avviso  furono  confuse  coi  libelli  o  pasquinate, 
e  gli  autori  punibili,  anche  se  esponessero  la  verità,  nella  vita,  confisca- 
zione  di  beni  e  perpetua  infamia  «  secondo  le  qualità  delle  persone,  o 
almeno  della  Galera  ad  arbitrio  di  S.  E.  » 

Bel  fare  il  giornalista  a  quei  lumi  di  luna! 

X 

P.  L.  Bruzzone  scrive  sullo  stesso  argomento: 

Nel  1651  si  fece  una  perquisizione  a  molti  copisti  di  Roma,  e  pa- 
recchi furono  arrestati,  tra  cui  Luca  Scabioli. 

In  sua  casa,  il  22  aprile,  fu  trovato  un  avviso,  e  in  questo  era 
notato  quanto  segue: 


20  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

«  Un  tal  signore  Ugo  MafFei  marito  della  Catalana,  stato  cavalle- 
rizzo del  già  cardinale  di  Valenza,  sendo  a  questi  giorni  stato  accusato 
dal  governatore  di  Roma  che  d'ordine  dei  Padroni  se  n'andasse  fuori  di 
Roma,  dicevasi  per  la  Corte  che  questo  facesse  l'amore  colla  duchessa 
di  Ceri,  et  egli  non  obbedendo  e  seguitando  l'impresa,  il  governatore 
fu  necessitato  mandare  li  sbirri  alla  sua  casa  per  farlo  prigione,  ma  non 
sendo  stato  trovato,  d'ordine  di  detto  governatore  fu  carcerato  un  suo 
figliastro.  » 

La  duchessa  di  Ceri,  sopra  citata,  era  donna  molto  galante;  anzi 
la  cronaca  del  tempo  dice,  con  fondamento,  che  avvelenò  il  marito  colla 
complicità  della  famigerata  Giulia  palermitana  che  fabbricava  Vacqua 
tofana. 

Presso  lo  Scabioli  non  fu  trovato  solo  l'avviso  di  cui  sopra,  ma  pa- 
recchi altri  colla  data  di  Anversa,  Colonia,  Venezia  che  erano  allora  i 
centri  dei  principali  ga:(ieltanti  o  spacciatori  di  notizie.  Lo  Scabioli  era 
un  vero  giornalista  che  aveva  estesa  corrispondenza.  Egli  se  la  cavò 
con  poco;  ma  non  sempre  andava  cosi;  anzi  nel  secolo  xviii  non  meno 
di  tre  giornalisti  furono  tradotti  al  patibolo,  rei  soltanto  di  pasquinate 
o  di  scritti  polemici  o  satirici.  I  tre  giornalisti  giustiziati  furono  Tri- 
velli, Rivarola,  Scatolari. 

Nella  perquisizione  fatta  allo  Scabioli  gli  avvisi  furono  dai  birri 
trovati  sotto  il  materasso  del  letto.  Egli  abitava  in  borgo  Sant'Angelo, 
ed  era  allora  in  trono  Papa  Pamphili.  In  uno  di  questi  avvisi  si  parlava 
anche  della  principessa  di  Rossano,  nipote  del  Papa, 

X 

Circa  venti  anni  prima  erano  avvenute  perquisizioni  per  lo  scopo 
medesimo,  e  specialmente  per  trovare  scritti  di  astrologia  attribuiti  al 
padre  Orazio  Morandi,  abbate  di  Santa  Prassede,  il  quale  fu  arrestato. 
Egli  era  uomo  dottissimo  e  godeva  l'amicizia  di  tutti  i  dotti  del  suo 
tempo,  compresa  quella  di  Galileo  del  quale  talvolta  fu  commensale. 
Per  lui  l'astrologia  era  una  cosa  seria,  ed  egli  aveva  la  fisima  di  volerla 
ridurre  a  scienza. 

Con  lui  vennero  imprigionati  tutti  i  frati  di  Santa  Prassede!  Nel 
processo  fu  sentito  come  teste  Cesare  Tubiolo  Ventone  da  Pesaro,  il 
quale  così  parlò: 

«  Io  fo  il  copista  e  anche  il  computista  nella  bottega  del  signor  Al- 
legrucci  et  anco  altrove.  Prima  fosse  fatta  la  perquisizione  alli  copisti, 
ci  erano  molte  scritture  malediche  che  andavano  attorno.  Io  vidi  certi 
discorsi  de  Cardinali  papabili  et  un  pronostico  nella  bottega  di  Giuseppe 

Argemento un  giovane  che  si  sa  piemontese  mi  fece  vedere  altra  — 

scrittura  intitolata  Li  pensieri  notturnali  de  Parnaso.  Mi  furono  mostrate 
pure  delle  profezie  di  papi  e  mi  ricordo  che  parlavasi  di  api  e  credo 
riguardasse  il  papa  che  nell'arme  sua  sta  l'ape.  Si  profetizzava:  Conver- 
tentur  in  apies  et  non  mellificahunt  nisi  in  cadavera  christianonon  ;  auge- 
bunt  bella  sub  ejiis  aculeo;  pugnabunt  reges  fortes,  sonabunt  arma,  clamabunt 
tubce,  strepitabtint  juxfn  asinorum....  » 

Lo  stemma    colle   api  era  quello  dei  Barberini,  ossia  del  papa  re- 


LE   PRIME   GAZZETTE   IN  ITALIA.  21 

gnante  Urbano  Vili.  Il  che  vuol  dire  che,  mentre  gli  uni  trattavano 
d'astrologia,  gli  altri  volevano  colpire  il  pontefice;  senza  rilevare  che 
anche  l'astrologia  colpiva  il  pontefice,  perchè  le  profezie  astrologiche 
tendevano  a  dire  che  Urbano  Vili  sarebbe  morto  presto,  onde  facile 
era  la  via  ai  nuovi  papabili. 

Lugubre  fine  ebbe  questo  processo  dell'epoca  Barberina. 

L'abate  di  Santa  Prassede,  dopo  pochi  giorni  di  carcere,  mori  air  im- 
provviso in  Tordinona.  La  voce  pubblica  vide  il  veneficio,  e  tale  voce 
era  tutt'altro  che  fantastica. 

X 

Ecco  un  documento  che  può  attestare  quale  era  la  paga  de'  copisti  : 

«  Noi  infrascritti  facciamo  piena  et  indubitata  fede  qualmente  un  giovine  scrittore 
il  meno  prezzo  che  possa  guadagnare  e  si  debba  dare  per  giusta  mercede  è  di  uno 
scudo  il  giorno. 

«  Et  in  fede  della  presente  con  verità  la  sottoscrivemo  questo  di  2j  settembre  1661 

«  Io  Giov.  Battista  Avitosi  affermo  quanto  di  sopra  mano  propria. 

«  Io  Girolamo  Berretta  affermo  quanto  di  sopra  mano  propria. 

(Archivio  Governatore  di  Roma  —  Processi.) 

Per  altre  notizie  sui  menanti,  avvisatori  o  ga:{:(ettanti  può  leggersi 
un  interessante  studio  intitolato  Jotirnalistes,  astronoines  et  m^romants  a 
Rome,  dans  le  xvif  siede,  pubblicato  nv^lla  Revue  Britannique,  V.  VI,  1878 
e  che  per  amore  di  brevità  tralasciò. 


LE  PRIME  GAZZETTE  IN  ITALIA 


Fra  le  cose  onde  il  secolo  nostro  sarà  singolare  nella  storia, 
e,  almeno  in  apparenza,  tanto  dissimile  da'  precedenti,  è  a  con- 
tarsi principalissima  la  potenza  che,  specialmente  per  mezzo  dei 
giornali,  esercita  sulla  società  umana  l'arte  della  stampa.  La  facilità 
meccanica  di  imbrattare  di  inchiostro  ogni  giorno  innumerevoli  fogli 
di  carta,  lia  prodotto  un  cambiamento  così  profondo  nel  fatto  del 
leggere  e  dello  scrivere,  ohe  di  necessità  ne  sono  venute  conse- 
guenze gravissime  nel  pensare  e  nell' operare  degli  uomini.  Lo  in- 
gigantirsi continuo  del  giornalismo,  il  suo  moltiplicarsi  in  ogni 
angolo  della  terra;  più  l'essere  i  giornali  non  semplici  espositori 
de'  fatti,  ma  giudici  di  quelli,  anzi  tramutati  in  cattedre  e  tri- 
bune che  sentenziano  sulle  ragioni  della  politica,  su'  diritti  dei 
popoli,  e  sopra  ogni  altra  umana  cosa,  ha  in  se  tanto  di  grandioso 
e  di  prepotente,  che  il  secolo  nostro,  innamorato  di  se  medesimo, 
se  ne  gloria  quasi  di  miracolo  e  di  vittoria  sui  tempi  che  furono. 
L'opera  individuale  de'  pensatori  è  fatta  impotente  sui  popoli,  a 
fronte  del  lavoro  collettivo  e  molteplice  de'  giornali.  Il  credito 
che  prima  ottenevano  i  libri,  de'  quali  si  chiamavano  autori  degli 


22  GUIDA    DELLA.   STAMPA.    PERIODICA   ITALIANA. 

uomini  conosciuti,  e  clie  si  argomentava  averci  speso,  scrivendoli, 
tutto  ciò  che  poteva  la  loro  mente,  si  concede  oggi  a  de'  fogli 
composti  all'improvviso,  da  gente  di  cui  quasi  sempre  sono  ignoti 
il  nome,  la  vita  e  gl'intendimenti,  ma  clie  ne  impongono  col  par- 
lare a  nome  di  molti  o  di  tutti.  Frattanto  la  presente  generazione, 
preso  l'abito  della  lettura  de'  giornali,  rapida,  negligente  ed  oziosa, 
si  è  quasi  divezzata  dallo  studio  ordinato  ed  assiduo,  e  dalla  ri- 
flessione fatta  sul  libro  al  lume  della  lucerna.  I  libri  meditati,  e 
scritti  con  artifìcio  diuturno,  non  sono  più  de'  tempi  nostri  :  e  quando 
anche  non  fosse  venuta  meno  l'arte  del  comporli,  troverebbero  inetto 
a  studiarli  il  più  gran  numero  de'  leggitori,  oramai  usati  a  più 
facile  disciplina.  La  società,  stanca  dibattere  le  orme  antiche,  anche 
per  questa  parte  entrò  risolutamente  in  una  via  inesplorata,  fidan- 
dosi alla  scorta  di  nuovi  maestri.  Quale  sarà,  al  chiudere  dei  conti, 
l'effetto  di  questo  nuovo  indirizzo  sulla  civiltà  vera  del  mondo,  sa- 
rebbe presunzione  e  vanità  il  volerlo  prognosticare.  In  ogni  modo, 
lasciando  ai  filosofi  lo  speculare  dubbiosi  sopra  le  ultime  conseguenze 
del  giornalismo,  è  naturale  che  si  vada  da  ogni  parte  preparando 
la  storia  di  una  istituzione,  della  quale  veggiamo  cosi  grandi  i 
progressi.  Già  la  Francia,  il  Belgio,  la  Germania,  l' Inghilterra  e 
forse  altre  nazioni  (1),  possono  vantarsi  di  lavori  su  questo  soggetto  ; 
alcuni  de'  quali  larghissimamente  condotti,  come  quello  dell'Hatin 
per  la  Francia.  Nissun  moderno  italiano,  per  quanto  ci  è  noto, 
prese  fin  qui  a  ricercare  questa  parte  d'istoria  ;  dove  prima  invece 
eravamo  soliti  dare  agli  altri  l'esempio  di  ogni  qualità  di  erudi- 
zione. Talché  a  poche  e  sommarie  notizie  di  enciclopedia  e  di  simili 
compilazioni  si  riduce  tutto  quello  che  sappiamo  sulle  origini  delle 
gazzette  fra  noi. 

Coloro  che  vissero  ne'  due  secoli  passati  erano  troppo  lontani 
dal  prevedere  la  futura  importanza  delle  gazzette,  perchè  potesse 
venir  loro  in  mente  di  tramandarci  notizie  sulle  medesime.  Perciò 
gli  scrittori,  non  pochi  né  indegni,  di  istituzioni  politiche  che  si 
ebbero  in  Italia  in  que'  tempi,  e  coloro  che  trattarono  delle  diverse 
discipline  civili,  ne  tacquero.  Gli  autori  senza  numero  delle  storie  po- 
litiche, sì  generali  come  particolari,  delle  diverse  città  o  Provin- 
cie, quasi  mai  non  si  valsero  di  quelle,  riputandole  documenti 
impuri  e  fallaci.  Coloro  che  trattarono  delle  vicende  delle  nostre 
lettere,  non  credettero  neppur  degni  di  menzione  i  menanti  e  le 
loro  scritture.  Infine,  anche  i  bibliografi,  che  pur  tanto  si  affan- 
narono intorno  a  cose  di  minimo  valore,  colla  scusa  della  curio- 
sità, non  si  degnarono  di  descrivere  le  gazzette,  nemmeno  quelle 
che  si  pubblicarono  in  antico  col  mezzo  della  stampa.  E  pure  l'I- 
talia può  vantare,  ove  in  ciò  stesse  fondata  ragione  di  merito,  di 
avere,  forse  prima  delle  altre  nazioni  civili,  accolto  l'uso  di  dif- 


(i)  Hatin,  Vaudin,  Deschiens  scrissero  la  storia  della  stampa  periodica  in  Francia; 
Warzée,  quella  del  Belgio;  Prutz,  quella  della  Germania;  Andrews,  quella  dell'Inghil- 
HvTAf  ecc.  ecc« 


tÈ    t^RIME   GAZZETTE   IN   ITALIA.  23 

fondere  le  notizie  del  giorno  mediante  l'arte  dei  gazzettieri.  Così, 
per  quanto  l'uso  delle  gazzette  s'introducesse  inosservato  e  quasi 
furtivo  nella  società  italiana,  e  a  poco  a  poco  si  propagasse  nelle 
classi  più  numerose,  questo  non  rimase  di  certo  senza  effetto  sulla 
vita  della  nazione,  e  dovette  lentamente  educare  il  popolo  a  nuove 
idee,  e  preparare  il  terreno  alla  libertà. 

Anche  un  cenno  fuggitivo  sulla  storia  delle  prime  gazzette 
italiane  può  pertanto  riuscire  op^Jortuno,  e  forse  non  ingrato  ai  let- 
tori. Dovendo  però  il  più  possibile  esser  brevi,  avvertiremo  che 
intendiamo  di  stringere  il  discorso  ai  fogli  portanti  le  nuove  del 
giorno,  a  quelli  insomma  che  ne'  secoli  passati  tenevano  il  luogo 
delle  odierne  gazzette  politiche.  Per  conseguenza  non  ha  qui  luogo 
il  parlare  de'  giornali  di  lettere  e  di  scienze,  già  visti  in  sogno 
dalla  immaginazione  fatidica  del  cavalier  Marino  avanti  che  fos- 
sero (1),  e  che  potrebbero  riuscire  soggetto  di  notevole  storia; 
giacche  l'Italia  n'ebbe  molti  e  nobilissimi,  e  pur  tuttavia  manca 
fin  un.  catalogo  che  li  ricordi.  Cosi  non  entrano  nel  concetto  no- 
stro gli  antichi  diarii,  le  storie  annuali,  le  raccolte,  anche  perio- 
diche, ma  fatte  in.  forma  di  libro,  dei  documenti  storici;  e  nep- 
pure quelle  relazioni,  ora  in  prosa  ora  in  rima,  che  via  via  si 
spargevano  in  Italia  ad  ogni  avvenimento  importante  o  meravi- 
glioso, e  di  cui  i  più  antichi  saggi  stampati,  rimontano  ai  primis- 
simi tempi  della  tipografìa. 

A  tutti  coloro,  che  hanno  qualche  pratica  degli  archivi,  è  oc- 
corso frequente  lo  imbattersi  in  alcune  lettere,  fino  del  trecento, 
che  portano  scritta  o  nel  foglio  stesso  o  in  qualche  carta  aggiunta, 
una  serie  di  notizie  correnti  di  diversi  paesi,  di  quelle,  cioè,  che 
oggi  si  direbbero  politiche.  Anzi  in  antico  si  sentivano  le  relazioni 
che  corrono  tra  i  fatti  pubblici  e  le  vicende  del  commercio  ;  e  perciò 
questa  diligenza  d' informazioni  usavano  spesso  verso  i  loro  corri- 
spondenti, gì'  Italiani  che  si  trattenevano  fuori  delle  loro  città,  per 
ragione  di  traffico.  Gli  oratori  de' vari  principi  d' Italia  erano' sol- 
leciti di  fornire  a  chi  gli  avea  spediti  tutte  le  notizie  che  facessero 
capo  nelle  città  dove  fossero  di  permanenza  o  di  passaggio  ;  ed  anche 
i  cittadini  abitanti  fuori  del  paese  proprio,  benché  senza  pubblica 
commissione,  si  facevano  spesso  un  merito  di  mandare  simili  rag- 
guagli ai  loro  governi.  Questa  voglia,  anzi  meglio,  questa  neces- 
sità di  informazioni,  non  restò  nei  soli  principi  e  nei  governi  delle 
repubbliche  ;  ma  si  estese  ai  signorotti,  ai  prelati,  ai  cortigiani,  ed 
anche  ai  cittadini  curiosi  e  politicanti.  Talché,  chiedendosi  da  ogni 
parte  notizie,  ne  venne  naturalmente  che  altri  si  offerisse  di  scri- 
verle a  prezzo  :  ed  allora  fu  di  fatto  istaurato  il  mestiere  dello  spedire 
i  fogli  di  nuove,  ad  ogni  corso  di  posta,  eguali  a  più  persone  e 
mediante  mercede   fissa  ;   la  quale,    si   per   essere   scritti  a  mano , 


(i)  Il  cavalier  Marino,  iu  una  lettera  scritta  nel  1612,  racconta  di  aver  visto  in 
sogno  il  lago  dell'oblio,  dove  affogavano  molti  volumi,  dei  quali  egli  poteva  leggere 
soltanto  i  titoli,  in  grazia  di  certi  fogli  accesi  sui  quali  era  scritto  Giornale  letterario. 
Vedi  Vallauri,  Il  cavalier  Marino  in  Piemonte,  Firenze,  1865,  pag,  188. 


24  CUTIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

e  messi  assieme  con  fatica  e  non  senza  pericolo,  fu  di  prezzo  non 
piccolo.  A  quest'arte,  cui  occorreva  una  particolare  attitudine,  e 
svariata  e  molteplice  conoscenza  di  persone  e  di  cose,  si  dettero 
uomini  intraprendenti,  mezzo  letterati  e  politici,  la  maggior  parte 
de'  quali  aveva  appresa  l'arte  di  scrivere  e  la  pratica  d'  investigare 
i  fatti  pubblici  e  privati,  nelle  innumerevoli  segreterie  de'  signori 
e  de'  prelati.  I  maestri  delle  poste  ed  i  corrieri  dettero  mano  a 
questa  nuova  istituzione,  che  riusciva  loro  di  utile  singolarissimo. 
I  fogli  di  nuove,  si  chiamarono  generalmente  avvisi,  e  più  parti- 
colarmente gazzette,  con  nome  di  origine  incerta  (1).  Gli  scrittori 
e  propagatori  di  quelli  furono  confusamente  chiamati  gazzettanti  (2), 
avvisatori,  foglicttanti,  novellisti,  e  menaìiti;  voce,  anche  quest'ul- 
tima,  di  provenienza  ignota  (3). 

Come  avviene  di  tutte  le  usanze  che  lentamente  si  introducono 
fra  gli  uomini,  mancano  memorie  sicure  del  tempo  e  del  luogo  in  cui 
il  "commercio  delle  gazzette  avesse  principio  fra  noi.  È  tradizione, 
riferita  ne'  libri  di  erudizione  comune,  che  queste  cominciassero,  in 
Venezia  circa  l'anno  1563;  e  si  aggiunge  che  sorsero  dalla  necessità 
di  aver  notizie,  il  più  possibile  frequenti,  sui  moti  de'  Turchi,  fatti 
allora  più  che  mai  minacciosi  sotto  Solimano.  L'  invenzione  era  di 
certo  assai  recente,  allorquando  nel  1572,  Pio  V  e  Gregorio  XIII  papi, 
la  chiamavano  nelle  loro  bolle,  arte  ritrovata  da  poco,  arte  7iuova. 
Ma  senza  dubbio  de'  fogli  di  avviso,  scritti  a  prezzo,  si  divulgarono 
alcuni  anni  avanti  il  15(33.  L'abate  Secondo  Lancillotti,  tutto  infer- 
vorato nell'esaltare  le  cose  nuove,  stima  che  fosse  opera  di  bellis- 
simo ingegno  «  la  trovata  di  inviare  gli  avvisi  de'  successi,  massime 
de'  prencipi  di  tutto  il  mondo,  in  ogni  parte  ».  Ricordata  quindi 
«  la  conserva  »  che  di  tali  scritture  si  trovava  nella  libreria  del  Duca 
d' Urbino  «  da  settanta  anni  in  addietro  » ,  conchiude  che  questi  co- 
minciassero ad  essere  in  uso  da  che  quei  principi  presero  a  farne  la 


(i)  Il  Ferrari  ed  il  Menagio  affermarono  che  i  fogli  di  nuove  si  chiamassero  ffl:^- 
:{ette,  perchè  in  principio  si  vendessero,  o,  come  altri  aggiungono,  si  dessero  a  leggere, 
pagando  una  ganettaj  moneta  veneziana  assai  simile  alla  crazia  toscana.  Il  Menagio 
poi  osserva  ingenuamente  che  resterebbe  a  sapersi  perchè  la  moneta  in  discorso 
avesse  quel  nome.  Tutti  i  dizionari,  e  le  enciclopedie  hanno  accolto  a  occhi  chiusi 
questa  etimologia,  che  ha  in  sé  qualche  cosa  di  cosi  specioso,  che  non  finisce  di 
persuadere.  La  parola  leittufigen  che  si  introdusse  in  Germania,  e  specialmente  in  Augu- 
sta, per  indicare  i  fogli  di  nuove  scritti  a  mano,  quasi  contemporanei  ai  primi  avvisi 
italiani,  potrebbe  richiamare  gli  eruditi  a  nuove  ricerche;  e  forse  potrebbe  ritrovarsi 
nella  gaietta  italiana  la  corruzione  di  leitung,  o  di  \eiU  L'Hatin,  Histoire  de  la  presse 
en  Prance,  I,  72,  dice  aver  veduta  messa  in  istampa  per  la  prima  volta  la  parola  ga- 
iette nel  titolo  di  un  opuscolo  del  1604.  Molto  più  anticamente  si  troverebbe  stampata 
quella  parola,  se  il  Senebier  avesse  riferito  senza  sbaglio  di  data,  un  altro  opuscolo 
politico  in  dialetto  savoiardo.  La  Gaietta  de  la  guerra  lay  \ay  susay  ^ay  la  velia  et  \ay 
la  Comba,  1568,  in  8.°  Hist.  Litt.  de  Genève,  I,  jS. 

(2)  Gai^etlanie,  e  non  ganettierej  dicevano  gli  antichi. 

(3)  Il  Menagio  volendo  trovare  l'origine  della  parola  menante,  la  dice  venuta  dal 
Minare  le  mani  che  facevano  i  gazzettieri  scrivendo  frettolosamente.  Prima  di  lui  il 
Vossio  aveva  argomentato  che  si  dicessero  menantes,  quasi  minanles,  dal  minare  che 
facevano  essi  la  fama  altrui.  Q;:es:e  etimologie  non  son  tali  da  contentare  alcuno,  e 
fori*  sarebbe  a  ricercarsi  anche  l'origine  della  parola  minante  in  altre  lingue, 


.    LE   PRIME   GAZZETTE   IN   ITALIA.  25 

raccolta  (1).  Scrivendo  il  Lancillotti  nel  1623,  ne  viene  che  egli  in- 
tendesse l'arte  de'  gazzettieri  esser  cominciata  poco  dopo  il  1550. 
Sono  infatti  del  1554  i  fogli  più  antichi  di  nuove,  che  si  incontrano 
negli  archivi  e  che  hanno  l'aspetto,  non  d'informazioni  diplomatiche 
o  private,  ma  di  avvisi  di  menanti.  Ed  appunto  circa  a  quell'anno 
si  trovano  nei  documenti  pubblici  e  privati  i  primi  accenni  a  questa 
foggia  di  ragguagli.  Come  è  certo  che  alcune  delle  x^rime  gazzette 
furono  scritte  da  Venezia,  altre  pure  se  ne  hanno  di  egual  tempo 
venute  da  Roma.  Anzi  troviamo  che  la  fabbricazione  degli  avvisi 
romani  si  allargasse  più  rapidamente,  e  trovassero  credito  e  spaccio 
sopra  gli  altri  in  Italia.  I  fogli  veneziani,  fino  da  principio,  si  mo- 
strarono temperati  e  severi  ;  quelli  romani  invece  apparvero ,  dal 
nascere,  inclinati  a  libertà  ed  alla  critica,  e  talvolta  pigliavano 
l'aspetto  di  libelli.  Il  che  ha  la  sua  ragione  nell'essere  scritti  in 
mezzo  ad  una  città  appassionata  e  violenta,  e  divisa  da  fazioni, 
quanto  fu  Roma  sotto  i  pontificati  dell'ultima  metà  del  cinquecento. 
Alla  repubblica  veneziana,  cauta  e  uniforme  nella  sua  politica,  pare 
che  riuscisse  fino  da  principio  il  regolare  e  disciplinare  gli  scrittori 
de'  fogli.  Invece  i  gazzettanti  di  Roma  avvezzi  alle  pasquinate, 
nelle  frequenti  mutazioni  di  papi  e  di  governi,  e  nello  scompiglio 
delle  sedi  vacanti,  poterono  spessissimo  essere  più  che  liberi  ;  ma 
libertà  vera  e  duratura  non  ebbero  mai,  che  il  governo  gli  fu 
addosso  di  quando  in  quando  con  repressioni  crudeli. 

Alcuni  indizi  farebbero  sospettare  che  quei  libelli,  per  cui  Nic- 
colò Franco  trovò  la  morte,  fossero  scritti  a  modo  di  avvisi  ;  poiché 
il  processo  contro  di  lui  fu  contemporaneo  alla  prima  persecuzione 
de'  gazzettieri  di  Roma.  Infatti  il  primo  segno  della  burrasca  contro 
di  essi  si  ebbe  nel  concistoro  del  10  febbraio  1569,  nel  quale  il 
rigidissimo  Pio  V  «  dopo  aver  deplorato  le  calamità  de' tempi,  fece 
«  un'invettiva  contro  quelli  che  scrivono  nuove  pregiudiciali  del 
«  papa,  de'  cardinali,  de'  vescovi  et  delli  altri  prelati,  contro  dei 
«  quali  disse  di  voler  procedere  senza  rispetto  alcuno  ;  ammonendo 
«  i  cardinali  avvertissino  li  loro  segretari  a  volersi  guardare  da 
«  simili  inconvenienti,  perchè  gli  castigherebbe  severamente  »  (2). 
Cosi  parlavano  gli  Avvisi  di  Venezia,  i  quali  di  li  ad  un  mese  rac- 
contavano in  questi  termini  il  supplizio  del  beneventano:  «  Questa 
«  mattina  messere  Niccolò  Franco,  già  servitore  di  Morone,  è  stato 
«  impiccato  in  Ponte.  Si  dice  per  avere  infamati  diversi  signori 
«  illustrissimi,  et  per  avere  corrotti  alcuni  ministri  di  giustizia  »  (3). 
Al  supplizio  di  lui  seguitavano  altri  rigori.  «  Un  mio  servitore 
«  (cosi  scriveva  Paolo  Manuzio  tutto  pieno  di  paura)  è  stato  cinque 
«  mesi  prigione  et  ha  tocco  della  corda,   benché  senza  sua  colpa, 


(i)  Lancilotti,  V Hoggidì,  II,  352.  La  collezione  urbinate,  oggi  nella  Vaticana,  di- 
stribuita in  22  volumi  dal  Codice  Ottoboni,  comincia  infatti  col  1554-  La  collezione 
degli  avvisi  veneziani  nell'Archivio  Mediceo  di  Firenze,  parte  dal  1556. 

(2)  Avvisi  di  Veneiia,  in  data  di  Roma,  n  febbraio  1569.  Collezione  Medicea, 
filza  3080. 

(j)  Stessi  Avvisi,  ia  data. di  Roma,  n  marzo  1569, 


26  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 


«  solo  per  essere  stato  nominato  da  uno  clie  diceva  avergli  letto 
«  qui  in  casa  alcune  cose  del  Franco ,  il  nome  de]  quale  è  atto 
«  a  fare  andare  in  prigione ,  non  solo  chi  lo  lia  conversato ,  ma 
«  qualunque  lia  letto  cosa  sua  »  (1).  Corse  voce  in  quei  giorni  che 
anche  il  fiscale  Pallantieri,  addosso  a  cui  si  fabbricava  il  processo 
che  ebbe  fine  colla  sua  morte,  a  vendetta  della  crudeltà  e  delle 
frodi  che  alla  sua  volta  avea  egli  usate  nella  inquisizione  contro 
i  Caraffa,  fosse  convinto  mediante  la  tortura  «  di  haver  avuta  parte 
«  in  que'  libelli  che  scrisse  il  Franco,  e  per  li  quali  fu  impiccato  », 
la  qual  cosa  è  al  solito  raccontata  dal  veneto  informatore  (2). 

Ma  bisogna  dire  che  questi  esempi  di  castighi  patiti  per  avere 
audacemente  usata  la  penna,  e  la  paura  che  dovea  ispirare  1'  in- 
dole di  Pio  V,  non  fossero  bastati  a  legare  le  mani  de'  menanti  di 
E-oma.  Nuovi  rigori  si  preparavano  frattanto  contro  di  loro.  Nella 
gazzetta  che  si  spediva  regolarmente  al  Granduca  da  Cosimo  Bar- 
toli  suo  legato  in  Venezia,  così  leggevasi  in  data  di  Roma,  23  feb- 
braio 1571:  «  Il  Papa  ha  mandato  fuori  un  editto  che  proibisce  a 
«  tutti  li  novellanti  il  potere  più  scrivere  nove;  oltreché  ne  ha 
«  fatti  prendere  tre  o  quattro,  et  si  dubita  non  gli  faccia  impic- 
«  care.  Si  dice  perchè  scrivevano  delle  cose  che  non  istavano 
«  bene»  (3).  Ci  è  ignoto- il  tenore  di  questo  ordine,  il  quale  fu 
pubblicato  forse  a  modo  di  bando  dal  governatore  di  E-oma,  o  da 
qualche  altra  magistratura.  Di  certo  neppure  questo  riuscì  all'in- 
tento, imperocché  troviamo  che  lo  stesso  pontefice  dovette  venire, 
nell'anno  appresso,  a  piìi  solenne  risoluzione.  Ecco  infatti  quello 
che  annunziava  il  solito  foglio  veneziano,  sulla  fede  di  una  lettera 
di  Roma  del  22  marzo  1572:  «  Lunedi  fu  concistoro,  dove  Nostro 
«  Signore  parlò  assai  acerbamente  contro  quelli  che  scrivono  nove, 
«  rivelando  li  segreti,  dicendo  che  scrivevano  delle  imperfezioni 
«  altrui,  e  che  vi  mescidavano  di  molte  bugie,  et  con  non  poco 
«  scandalo  ;  cosa  che  non  era  da  tollerare  ;  et  che  voleva  mandar 
«  fuori  una  proibitione  penale  sopra  loro,  come  poi  ha  fatto.  Et 
«  esortò  li  cardinali  a  non  penetrare  questo  alli  lor  familiari.  » 
E  veramente,  il  17  marzo  di  quell'anno  Pio  V  segnava  la  bolla 
Romani  2^on(tficis  irrovidentia;  la  quale,  di  li  a  cinque  giorni,  si 
affiggeva  in  Laterano  e  in  Campo  di  Fiori  col  titolo  di  Constitutio 
cantra  scribentes,  exemplantes  et  dictantes  monita  vulgo  dieta  Gli 
Avvisi  e  Ritorni  (4).  In  questo  documento,  che  riuscirebbe  troppo 
lungo  a  riportarsi  intero,  si  diceva  che  per  quanto  già  le  leggi 
provvedessero  contro  i  libelli  famosi  e  contro  le  ingiurie  scritte, 
la  crescente  malizia  degli  uomini  necessitava  nuovi  provvedimenti. 
Imperocché  sendo  introdotta  l'usanza  di  certe  lettere    scritte    da 


(i)  P.  Manuzio,  lettera  di  Roma,  28  febbraio  1570.  Leilere  Manuiiane,  ed.  1834, 181, 
(2;  Avvisi  di  Veneiia,  già  citati,  settembre  1569. 

(3)  Avvisi  di  Veneiia,  Roma  23  febbraio  1571.  Collezione  Medicea,  filza  3081. 

(4)  Fu  stampata  in  foglio  a  parte  dal  Biado,  come  le  altre  bolle:  poi  inserita  nei 
Bollarli  speciali  di  Pio  V  e  di  Gregorio  XIII. 


LE   PRIME   GAZZETTE   IN   ITALIA.  27 

autori  ignoti,  clie  attentavano  all'ordine  pubblico  ed  alla  fama  dei 
principi  e  de'  privati,  non  solo  narrando  i  fatti  della  città  e  delle 
Provincie,  ma  con  temerario  giudizio  prevedendo  anche  i  futuri, 
ne  nascevano  di  frequente  odii,  inimicizie,  risse  ed  uccisioni,  con 
offesa  continua  alla  maestà  pubblica,  con  pericolo  delle  anime,  e 
con  mal  esempio  e  scandalo  di  tutti.  Perciò  si  ordinava  che  ogni 
qualità  di  libelli  famosi,  e  specialmente  le  lettere  d'avviso  offen- 
sive alla  fama  di  chicchessia,  o  portanti  prognostici  e  giudizi  di 
cose  future,  si  intendessero  proibite  ;  e  gli  autori,  non  che  quelli 
che  dessero  loro  aiuto  in  qualsiasi  modo,  o  copiassero  e  divulgas- 
sero esse  scritture,  o  che  anche  capitandone  loro  in  mano  non  le 
presentassero  immediate  ai  governatori  di  Roma  o  delle  provincie, 
si  intendessero  incorsi  in  ogni  più  grave  pena,  anche  della  morte 
e  della  confisca. 

Noi  sappiamo  quanto  valgono  a  metter  male  nella  società  mo- 
derna, tanto  dissimile  dall'antica  e  più  mite,  i  cattivi  giornali.  Ma 
non  ci  è  dato  di  argomentare  degnamente  quanto  potessero  dei 
fogli  malevoli  ed  ingiuriosi  contro  le  persone,  in  una  città  tutta 
piena  di  sanguinose  rappresaglie  e  di  odii  feroci,  come  era  Roma 
in  quei  giorni.  Le  parole  del  Pontefice,  che  dice  gli  avvisi  di  quella 
natura  cagione  di  mali  gravissimi,  di  risse,  di  sedizioni  e  di  ven- 
dette, non  potrebbero  onestamemte  tacciarsi  di  falsità  ;  e,  cono- 
scendo i  tempi,  di  giudizio  eccessivo.  Paolo  Alessandro  Maffei, 
scrittore  di  una  Vita  di  Pio  V,  trova  appunto  le  ragioni  di  tanto 
rigore  nelle  inimicizie  e  nelle  feroci  emulazioni  che  laceravano  la 
città,  e  di  cui  le  gazzette  si  erano  fatte  strumento.  «  La  città  di 
«  Roma  (egli  dice)  ha  da  lungo  tempo  esperimentata  la  disgrazia 
«  di  essere  lacerata  in  strane  maniere  da'  suoi  medesimi  cittadini. 
«  Era  paruto  lor  poco  il  guasto  dato  a  tante  belle  e  suntuose  fab- 
«  briche,  per  le  quali  la  memoria  almeno  dell'antica  sua  grandezza 
«  si  conservava,  se  non  imperversavano  ancora  fra  di  loro  colle 
«  sedizioni,  colle  nimicizie  e  colle  stragi  che  spopolano  le  città. 
«  Finalmente  essendo  state  le  domestiche  sanguinose  discordie, 
«  per  cura  dei  sommi  pontefici  sedate,  restò  in  Roma  una  peste 
«  di  uomini,  che  perdonando  alla  vita  de'  migliori  e  più  quali- 
«  fìcati  cittadini,  tramò  annerirne  la  riputazione  e  l'onore  col  far 
«  libelli  famosi,  che  volgarmente  si  chiamano  pasquinate,  e  col 
«  pubblicare  lettere  d'avvisi,  che  comunemente  avvisi  segreti  sono 
«  chiamate.  Per  le  prime  s'  impiegano  sempre  la  vendetta  e  una 
«  disordinata  vivacità  di  spirito,  nelle  altre  ebbe  parte  l'avarizia 
«  e  il  guadagno  ;  in  tutte  poi  la  malvagità  si  conobbe  interessata 
«  e  accoppiata  alla  menzogna,  non  si  dicendo  ne  avvisandosi  ciò 
«  che  è  vero,  ma  ciò  che  basta  per  togliere  la  fama  altrui,  per 
«  fare  avere  spaccio  maggiore  a  quegli  indegni  fogli,  e  cavarne 
«  maggior  profìtto  da  quel  mestiere  d'iniquità  »  (1). 

Frattanto  pochissimi  giorni  dopo  la  pubblicazione  della  bolla, 


(i)  Maffei,  Vita  di  San  Pio  V.  Venezia,  1712,  pag.  joj. 


28  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

si  infermava,  e  quindi  moriva,  l'austero  pontefice,  I  menanti  ro- 
mani speravano  forse  un  successore  più  rimesso  e  benigno.  Si  in- 
gannarono però,  giaccliè  Grregorio  XIII,  per  quanto  in  molte  cose 
fosse  differente  dall'antecessore,  in  questa  parte  ne  seguitò  le  ve- 
stigio. Infatti  si  legge  che  nel  luglio  dello  stesso  anno  1572,  il 
nuovo  pontefice  fece  dare  la  corda  e  carcerare  tre  o  quattro  «  di 
«  quelli  che  non  volevano  cessare  di  scrivere  nove  contro  l'editto 
«  di  Pio  V  »  (1).  Di  -più  il  1.**  settembre  segnava  la  bolla  Ea  est, 
intitolata  Contra  famigeratores  et  menantes,  la  quale  cosi  suona 
tradotta  in  volgare.  «  È  tanta  la  infelicità  delle  cose  umane,  che 
«  non  solo  i  vizi  vecchi  contrastano  con  pertinacia  alla  solerzia 
«  de'  legislatori,  ed  anche  compressi  con  rigorosi  supplizi  rinascono, 
«  ma  di  giorno  in  giorno  ne  sopravvengono  altri  nuovi,  ignoti  ai 
«  secoli  .trascorsi.  Talché  a  noi,  per  obbligo  ingiuntoci  da  Dio, 
«  tocca  ad  operare  ogni  fatica  a  fin  di  reprimerli  nel  loro  prin- 
«  cipio,  avanti  che  si  assodino,  ed  a  troncarli,  per  quanto  pos- 
«  siamo,  dalle  radici.  Essendo  pertanto,  non  è  molto  tempo,  emersa 
«  una  nuova  setta  di  uomini  illecitamente  curiosi,  i  quali  ogni 
«  cosa  riguardante  i  pubblici  o  privati  affari,  che  venga  loro  in 
«  cognizione,  o  che  per  loro  libidine  inventino,  sì  del  paese  come 
«  di  fuori,  il  falso,  il  vero  e  lo  incerto  mescolando  senza  ritegno 
«  nessuno,  propongono,  accettano  e  scrivono.  In  modo  tale  che  di 
«  questo  abbiamo  già  quasi  istituita  un'arte  nuova  ;  e  la  maggior 
«  parte  di  loro,  anche  per  una  mercede  vile,  di  queste  notizie  rac- 
«  colte  da  vani  rumori  del  volgo,  fattone  certi  piccoli  commen- 
«  tari,  senza  nome  di  chi  li  scrisse,  di  qua  e  di  là  gli  spediscono, 
«  ed  anche  come  mandati  prima  da  Roma  in  diversi  luoghi,  di 
«  poi  li  vendono  come  ritornati  da  altri  luoghi  in  Roma  (2)  ;  e 
«  non  solo  si  fanno  lecito  di  occuparsi  delle  cose  avvenute,  ma 
«  anche  di  quelle  che  debbono  avvenire,  scioccamente  presagiscono. 
«  Noi  che  facilmente  vediamo,  anche  per  l'esperienza  fattane,  quanti 
«  mali  da  ciò  scaturiscono,  perchè  -più  spesso  si  divulga  il  falso 
«  che  il  vero,  e  perchè,  per  diretto  o  indirettamente,  con  false  ap- 
«  parenze,  si  viola  la  fama  e  la  riputazione  altrui;  volendo  toglier 
«  di  mezzo  questi  inconvenienti,  per  autorità  della  presente  Co- 
«  stituzione,  proibiamo  che  in  futuro  nessuno  ardisca  di  compilare 
«  siffatti  commentari,  né  quelli  composti  da  altri,  voglia  ricevere, 
«  copiare,  spargere  o  spedire  altrui.  E  coloro  che  a  questo  ordine 
«  contravverranno,  ipso  facto,  segnati  con  nota  di  perpetua  infamia, 
«  senza  speranza  di  perdono,  saranno  condannati  alla  galera,  o 
«  a  vita  o  a  tempo  secondo  la  qualità  del  caso.  Quelli  poi  che  ri- 
«  coveranno  da  qualsiasi  parte  siffatte  scritture,  senza  indugio  al- 
«  cuno,  do^Tanno  denunziarle  e  consegnarle  al  Governatore  della 
«  città  nostra.  Il  che  se  non  faranno,  essi  pure  si  intenderanno 
«  incorsi  negli  stessi  castighi.  Intendendosi  inoltre  nel  loro  pieno 


(i)  Az'visi  di  Veneiia.  Roma,  19  luglio  1572.  Collezione  Medicea,  fìlza  3081, 
(2)  Ecco  i  Ritorni  indicati  nel  titolo  della  bolla  di  Pio  V. 


LE   PRIME   GAZZETTE   IN  ITALIA.  29 

«  vigore  le  pene  per  lo  innanzi  assegnate  agli  scrittori  ed  ai  cli- 
«  vulgatori  dei  libelli  famosi  »  (1). 

Dopo  questo  editto  la  condizione  giuridica  de'  novellisti  romani 
non  poteva  farsi  peggiore.  Era  proibita  loro  la  continuazione  dello 
scrivere  nuove,  pena  la  galera  ed  il  bollo  ;  e  frattanto  restava  in 
vigore  e  si  confermava  la  Costituzione  piana,  clie  minacciava  un 
castigo  arbitrario,  da  giungere  fino  alla  morte,  ove  fossero  con- 
vinti di  libello  famoso.  Però,  come  sempre  avviene  delle  leggi 
troppo  assolute,  la  proibizione  dello  scrivere  non  si  osservò.  Le 
gazzette  romane  seguitarono  a  divulgarsi,  forse  percliè  i  menanti 
si  risolvettero  a  moderare  la  lingua,  e  si  fecero  tollerare,  compia- 
cendo a  chi  poteva  usare  la  forza.  Però  non  fu  mai  derogata  nep- 
pure quella  assoluta  proibizione  di  Gregorio,  benché  non  si  appli- 
casse :  e,  quel  che  fu  più  grave,  non  si  mitigò  mai  la  terribile 
minaccia  contenuta  nella  bolla  di  Pio  V  contro  i  colpevoli  di  libello. 
Anzi  di  questa  si  usò  rinnovare  la  memoria  nei  bandi  dei  go- 
vernatori di  Eoma  sotto  vari  pontificati  (2),  e  non  mancò  chi  ne 
provasse  alla  occorrenza  tutto  il  rigore.  Tale  fu  il  caso  di  uno 
sciagurato  prete,  il  quale  dimenticato  che  a'  suoi  tempi  regnava 
chi  voleva  eseguita  ogni  più  fiera  legge,  erasi  fatto  capo  di  una 
setta  di  gazzettieri  da  cui  partivano  e  si  diffondevano  notizie  con- 
dite dalla  più  fina  malevolenza,  a  scredito  del  governo  di  Roma 
e  di  private  persone.  Di  lui  così  Scriveva  un  altro  novellista  ro- 
mano il  2.3  ottobre  1587:  «  Quel  capo  de'  novellanti  Annibale 
«  Cappello,  dopo  essere  stato  scomunicato  da  Sua  Santità,  et  ca- 
«  scafo  in  censure  et  pene  ecclesiastiche,  per  avere  scritto  a  diversi 
<(  principi,  contro  ogni  dovere  et  giustizia  cose  poco  lecite  di  questa 
«  corte,  è  stato  finalmente  preso  a  Pesaro,  di  dove  se  ne  viene 
«  legato  qua  per  ricevere  il  condegno  castigo  delle  sue  maldi- 
«  cenze  »  (3).  Che  castigo  si  aspettasse  a  chi  veniva  a  Roma  legato, 
sotto  la  imputazione  di  un  delitto,  regnando  Sisto  V  pontefice,  è 
facile  indovinare.  Infatti  lo  stesso  gazzettiere,  così  poco  compas- 
sionevole verso  il  suo  infelice  collega,  ebbe  a  scrivere  di  lui  quanto 
segue  nel  foglio  del  14  novembre:  «  ler  sera  fu  degradato  in 
«  San  Salvatore  del  Lauro  quel  Don  Annibale  Cappello,  et  questa 
«  mattina  è  stato  condotto  al  luogo  solito  della  giustizia  in  Ponte. 
«  Dove  prima  gli  è  stata  mozza  una  mano,  tagliato  la  lingua  et 


(i)  Nel  citato  Bollarlo  speciale  di  Pio  V  e  Gregorio  XIII. 

(2)  Il  Farinaccio,  Consiì.,  145,  cita  a  questo  proposito  un  bando  del  Cardinale  di 
Camerino,  del  1586,  e  altro  de!  Cardinale  di  S.  Eusebio,  del  1600.  Il  libello  famoso 
si  puniva  coU'ultimo  supplizio  anche  nell'antico  giure  romano.  Più  mite,  il  gius  ca- 
nonico, lo  voleva  castigato  colla  frusta  e  colla  scomunica.  I  dottori  del  cinquecento 
oscitavano,  e  conchiudevano  col  dirlo  delitto  sottoposto  a  pena  arbitraria,  senza  esclu- 
dere la  morte,  come  era  appunto  nella  bolla  piana.  Farinaccio,  Consti,  30,  $  25  Esso 
giurista  consigliava  per  la  morte  in  un  caso  di  libello  famoso  sottomesso  al  suo  pa- 
rere. E  non  valse  che  lo  scritto,  di  cui  si  trattava,  fosse  uscito  in  tempo  di  sede 
vacante,  e  si  allegasse  la  censuetudine  della  licenza  pubblica  in  quella  occasione,  per- 
chè non  ostante  ciò,  l'autore  fu  decapitato.  Consil,  145. 

(j)  Avvisi  di  Roma,  23  ottobre  1587.  Arch.  mediceo,  filza  4027. 


30  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

«  impiccato  con  tale  discriptione.  Per  menante  falso ^  detrattore 
«  per  molti  anni  delti  gradi  di  persone  d'ogtii  sorte,  et  come  pro- 
«  fessore  di  tenere  et  mostrare  figure  oscene  in  diversi  modi  et  atti 
«  libidinosi,  in  dispregio  di  Dio  et  de'  Santi,  et  per  havere  scritto  av- 
«  visi  ai prencipi  heretici  y>  (l).  Erano  stati  lord  Arundell  e  Maria 
Stuarda,  clie  scrivendo  al  Pontefice  poco  avanti  al  loro  supplizio,  gli 
avevano  lasciato  per  ricordo  di  guardarsi  da  un  insidioso  informatore 
elle  da  Roma  rivelava  i  segreti  della  Corte  papale  alla  regina  Elisa- 
betta ed  al  duca  di  Sassonia.  Fatto  processo  al  seguito  di  questo 
Consiglio  si  vennero  a  scoprire  le  corrispondenze  del  Cappello  e 
le  altre  opere  sue  ;  e  fa  allora  che  Sisto  ebbe  in  concistoro  a  rim- 
proverare i  cardinali  di  non  sapere  tenere  il  segreto  delle  cose 
trattate,  perchè  il  menante  non  le  avrebbe  potute  sapere,  se  essi 
avessero  taciuto  (2).  Il  padre  Don  Angelo  Grillo  alludeva  molto 
probabilmente  a  questo  sventurato,  allorché  scrivendo  a  Maurizio 
Cattaneo,  diceva  di  un  menante  romano  fuggito  dallo  Stato  della 
Chiesa  e  .  perseguitato  per  le  sue  scritture,  «  nelle  quali  haVea 
«  fatto  della  penna  coltello  contro  la  fama  de'  grandi,  et  resola 
«  insieme  lacerabile  appresso  il  mondo,  et  in  ispecie  presso  coloro 
«  che  non  scorgono,  dentro  ai  fiori  delle  mal  simulate  lodi,  l'an- 
ce gue  velenoso  delle  male  interpetrate  azioni  »  (3).  Dalla  stessa 
lettera  si  ricava  quello  che  altrove  non  abbiamo  trovato,  che  cioè 
in  tale  occasione  fosse  proibita  in  Roma  ogni  qualità  di  avvisi  ; 
ma  quindi  dopo  la  cattura  del  menante  colpevole,  fossero  rimessi 
gli  ovvisi  innocenti  ;  il  che  è  prova  che,  nemmeno  ne'  più  pau- 
rosi tempi  di  Sisto,  Roma  restasse  senza  gazzette. 

E  di  vero,  nelle  collezioni  e  negli  Archivi  si  hanno  avvisi 
romani  senza  interruzione  di  tempo,  e  sono  anche  noti  alcuni  dei 
loro  principali  scrittori.  Fra  questi  è  Guido  Gualtieri,  il  cui  nome 
è  sottoscritto  ne'  fogli  della  sua  fabbrica,  e  che  però  è  a  credersi 
uno  dei  compilatori  di  avvisi  innocenti,  o  prudenti,  come  dire  si 
voglia.  Della  stessa  qualità  erano  pur  quelli  in  cui  aveva  mano 
il  già  nominato  Maurizio  Cattaneo,  segretario  del  cardinale  Albano, 
e  noto  specialmente  per  l'amicizia  sua  e  frequentissima  corrispon- 
denza col  Tasso.  Il  che  pure  s'impara  dalla  medesima  lettera  del 
Grillo,  che  dà  lode  aperta  di  moderazione  e  di  veracità  agli  avvisi 
che  da  lui  riceveva.  Chi  fosse  il  gazzettiere  romano  che  serviva 
la  repubblica  di  Lucca  nel  1.593,  non  ci  è  riescito  sa]3ere.  Ma  certo 
doveva  essersi  mostrato  di  poca  levatura,  e  soprattutto  scarso  di 
notizie  recondite,  poiché  fu  presa  la  risoluzione  di  licenziarlo,  e 
di  cercare  la  pratica  di  un  novellista  di  miglior  polso.  A  questo 
fine  si  scriveva  dal  Cancelliere  Maggiore  ad  un  concittadino  abitante 
in  Roma,  al  quale  fu  specialmente  data  commissione  di  far  capo 
al  maestro  della  posta  di  Genova,  sapendosi  che  gli  ufficiali  delle 


(1)  Avvisi  di  Roma,  14  novembre  1587,  filza  4027. 

(2)  Tempesti,   Vita  di  Sisto  V,  voi.  I,  pag.  20-29. 

(3)  Grillo,  Lettere,  ediz.  1612,  pag.  723.  Come  molti  altri  epistolari  del  seicento, 
le  lettere  di  costui  non  portano  la  data. 


LE   PRIME    GAZZETTE   IN  ITALIA.  31 

poste  avevano  mano  nello  spaccio  delle  gazzette  ed  erano  informati  di 
tutti  i  segreti  di  quel  mestiere.  A  clie  il  luccliese  rispondeva  con  que- 
ste parole  :  «  Mi  sono  andato  informando,  et  dal  mastro  delle  poste 
«  di  Genova  et  da  altri  amici  miei  et  exsperti  nel  particolare  della 
«  menanteria,  delli  h.uomini  clie  sieno  qui  eccellenti  in  questo  ge- 
«  nere  ;  et  ho  trovato  clie  non  v'è  altro  che  uno  che  avanzi  gli  altri 
«  di  gran  lunga,  et  questo  non  serve  altro  che  prencipi,  et  non  vi  è 
«  prencipe  in  Italia  che  non  gli  dia  provvisione  ;  et  gli  avvisi  che  di 
«  qua  l'ambasciatore  di  Spagna  manda  alla  corte  del  re,  sono  i  suoi 
«  traslatati  in  lingua  spagnuola,  perchè  in  effetto  costui  ha  li  mi- 
«  gliori  avvisi  d'huom  di  Roma.  Et  poi  ha  giuditio,  et  non  scrive 
«  mai  bagattelle,  come  fanno  gli  menanti  ordinari  ;  ma  cose  sode 
«  et  degne  delle  orecchie  de'  prencipi.  Ma  gli  vuole  egli  stesso 
«  indirizzare  a  chi  vanno  et  metterli  sulle  poste  con  le  sue  mani, 
«  alle  4  o  5  ore  di  notte,  perchè  qui  in  Roma  non  se  ne  possi  far 
«  copie,  e  valersi  delle  sue  fatiche.  Et  dove  alli  altri  menanti  non 
«  si  dà  più  di  15  iulii  il  mese,  costui  non  si  fa  pagare  meno  di 
«  due  scudi  d'oro  in  oro,  che  sono  24  iulii  et  più.  Et  ho  detto  a 
«  un  suo  amico,  che  gli  parlerà,  domani,  che  io  non  guarderò  a 
«  questo  purché  voglia  servire  ;  et  volendolo  fare  (come  spero  che 
«  farà)  questa  altra  posta  opererò  che  cominci»  (1).  Questa  fenice 
de'  gazzettieri  di  Roma, che  godeva  l'onore  di  farsi  leggere  fino  da  Fi- 
lippo II,  era  un  Giovanni  Poli,  il  cui  nome  è  forse  oggi  ignoto  ad  ogni 
uomo  vivente.  Esso  difatti,  accettato  di  servire  la  lucchese  repubblica, 
per  molti  anni  durò;  ed  i  suoi  fogli,  do'  quali  se  ne  conservano  alcuni, 
come  son  ricchi  di  scrittura,  possono  dirsi  moderati  ed  imparziali. 
Ma  prima  di  esporre  quel  poco  che  n'è  venuto  fatto  di  sapere 
sulle  particolari  gazzette  e  sugli  autori,  è  bene  che  si  dica  in  che 
modo  fu  accolta  dai  contemporanei  la  istituzione  di  esse.  Già  ve- 
demmo qual  fosse  la  sentenza  che  àelVarte  nuova  pronunziava  il 
papato,  e  come  di  quella  non  si  apprendessero  che  i  pericoli  e  i 
danni,  vedendola  specialmente  in  Roma,  farsi  strumento  delle  fa- 
zioni e  de'  rancori.  Cosi  pure  si  disse  che  in  generale  i  gazzettanti 
erano  mossi  dalla  cupidigia,  e  pronti  per  ragione  di  guadagno  ad 
eccitare  la  curiosità  per  mezzo  della  maldicenza.  La  qualità  poi 
di  menzogneri  si  attribuì  loro  fino  dai  primissimi  tempi  ;  e  poiché 
gli  Italiani  usavano  già  in  metafora  la  parola  carota^  per  indicare 
una  spiritosa  invenzione,  Giovanni  Maria  Cecchi,  fingeva  che  Mer- 
curio avesse  fatto  nascere  la  gazzetta,  per  opera  d' incantesimo, 
da  una  carota  avanzata  al  porco  del  bosco  Erimanto  (2).  Alla  ri- 


(i)  Arch.  di  Lucca.  Magistrato  de' Segretari,  filza  66,  e  lettera  di  Muzio  Vezzani 
al  Canceliier  Maggiore,  27  agosto  1593.  Anziani,  filza  609. 

(2)  Cecchi,  Poesie  inedite,  stampate  a  Napoli  nel  1866,  pag.  52. 
«  E  la  gazzetta  quella  mala  strega 
«  Che  va  ciaramellando  tanto  tanto, 
((  E  che  senza  rispetto  a  ognun  la  frega. 
«  Mercurio  la  fé'  nascere  d' incanto 
«  D'una  carota,  che  di  propria  mano, 
«  Scampò  dinanzi  al  porco  d' Erimanto.  » 


32  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA.   ITALIANA. 

putazione  di  bugia  si  associò  anche  un  senso  di  noncuranza  e  di 
dispregio  ;  e  molte  volte  si  affettava  di  non  dare  niun  peso  alle 
ciance  di  que'  fogli.  Non  è  raro  perciò  di  trovare  nei  documenti 
della  diplomazia  de'  concetti  come  questo  clie  scriveva  un  amba- 
sciatore di  Lucca:  «  Quanto  alle  cose  del  mondo  fuori  delle  cose 
«  delle  gazzette,  che  io  non  ne  tengo  conto,  non  vi  è  nulla  di 
«  momento  »  (1).  Il  Cardinale  Bentivoglio,  richiesto  di  notizie  da 
un  gazzettiere,  usava  questo  linguaggio  :  «  Le  mie  occupazioni  ed 
«  il  mio  decoro  non  vorrebbero  che  io  ricambiassi  le  triviali  vostre 
«  gazzette  di  Verona  con  queste  notizie  eroiche  nostre  di  Fiandra  », 
e  finiva  col  dire  :  «  Ripiglio  la  mia  persona  di  nunzio  e  lascio  la 
«  vostra  di  gazzettante  »  (2).  E  che  questi  si  tenessero  in  conto 
di  vii  gente  e  mercenaria,  lo  dice  anche  il  fatto  che  niun  nobile 
scrittore  o  storico  di  que'  tempi  si  degnasse  di  far  ricordo  di  loro, 
nemmeno  quando  furono  perseguitati  ed  uccisi.  Il  qual  silenzio  fu 
cagione  forse  che  i  moderni,  tanto  solleciti  a  rivendicare  la  me- 
moria di  coloro  che  patirono  per  le  istituzioni  di  cui  si  vantano, 
non  abbiano  innalzata  qualche  statua  a  quelle  prime  vittime  del 
giornalismo.  Da  un  altro  lato  i  novellisti  si  tassavano  di  esser 
troppo  di  frequente  raccoglitori  di  inezie  e  di  futilità  ;  come  quando 
il  Tassoni  scriveva  da  Roma  a  modo  di  scherzo,  non  aver  egli 
tempo  da  perdere  nel  raccontare  le  gite  del  Papa  alle  ville,  e  le 
infermità  de'  cardinali  «  e  altre  tali  meschinità  che  servono  per 
«  compiere  il  foglio  ai  menanti  »  (3).  La  varietà  degli  umori  dava 
inoltre  occasione  a  giudizi  diversi  e  contrari.  Gli  scrupolosi  abo- 
minavano in  generale  le  gazzette  come  spargitrici  di  falsità  e  di 
scandali.  Ad  altri  invece,  pareva  di  vederci  sotto  la  mano  de'  ge- 
suiti e  de'  frati.  I  protestanti  guardavano  i  fogli  di  Roma  quali 
strumenti  del  papismo;  ed  il  cavalier  Eduino  Sandis,  che  scriveva 
regnando  Clemente  Ylll^  scorgeva  un  tratto  politico  de'  romanisti 
nell'uso  che  si  faceva  degli  avvisi  e  de'  corrieri  per  dar  voce  dei 
miracoli  e  delle  conversioni  (4).  Alcuno  avrebbe  menato  buono  il 
mestiere  de'  novellisti,  se  fossero  stati  contenti  a  riferire  i  casi  se- 
guiti ;  ma  quel  volere  profetizzare  le  cose  future  pareva  che  fosse 
temerità  ed  un  tentare  la  provvidenza.  Non  mancava  però  chi 
tenesse  della  nuova  istituzione  concetto  alquanto  favorevole,  e  se 
ne  ha  esempio  nel  libro  già  citato  del  Lancillotti.  Il  quale  rac- 
conta che  sendo  nella  libreria  del  Duca  di  Urbino  nell'atto  di  esa- 
minare quella  ricca  collezione  di  settanta  anni  di  avvisi  ;  e  ma- 
ravigliando che  tanto  accuratamente  fossero  stati  conservati  «  non 
«  correndo  voce  di  molta  verità  in  essi  »,  un  gentiluomo  suo  com- 
pagno negasse  ciò,  ed  affermasse  «  che  se  alcuna  volta  ci  è  qualche 
«  cosa  di  opinione  incerta  o  vana,  vien  sempre  ne'  seguenti  fogli 


(i)  Lett.  dell'Ambasciatore  in  Firenze,  i8  giugno  1585.  Arch.  di  Lucca. 

(2)  Bentivoglio,  Lettere,  ed.   1636,  pag.   31 

(3)  Tassoni,  Lettere.  Venezia   1828,  pag.  40. 

(4)  Nella  sua  notissima  Relaiione  sullo  stato  della  religione,  cap.  XXIV   della  tra- 
duzione del  Diodati:  Ginevra,  1625. 


LE   PRIME   GAZZETTE  IN   ITALIA.  33 

«  od  approvata  o  reprovata.  Sì  clie  (soggiunge  il  Lancillotti)  si 
«  acquistarono  d'allora  in  qua  qualclie  reputazione  appresso  di  me, 
«  tanto  più  vedendoli  liaver  luogo  onorato  appresso  quel  Serenis- 
«  simo  »  (1). 

Ed  invero,  per  quanto  in  apparenza  corresse  generalmente 
nel  mondo  poca  stima  delle  gazzette,  queste  erano  pure  ricercate, 
e  lette  avidamente  e  a  caro  prezzo  pagate.  Oltre  le  pratiche  clie 
i  principi,  i  governi  delle  repubbliclie  ed  i  signorotti  d'  Italia,  te- 
nevano direttamente  cogli  scrittori  di  esse  ;  i  loro  ambasciatori, 
e  gli  altri  agenti  diplomatici,  trasmettevano  assiduamente  i  sunti  e 
gli  spogli  di  tutte  le  gazzette  che  comparivano  nei  luoghi  di  loro 
residenza;  come  son  quelli  che  Cosimo  Bartoli  e  1' Abbiosi  man- 
davano da  Venezia  ai  Granduchi  di  Toscana.  E  benché  gli  antichi 
avvisi  non  si  conservassero  generalmente,  come  si  disperde  la 
maggior  parte  de'  moderni  giornali,  pure  fra  le  carte  appartenute 
ai  principi  ed  ai  signori,  se  ne  trova  quasi  sempre  de'  seguiti  più 
o  meno  lunghi,  o  almeno  qualche  reliquia.  La  gazzetta  romana  del 
Poli  era  inviata,  per  ogni  corriere,  a  Filippo  II  di  Spagna,  e  la 
Infanta  sua  figliuola  gliene  faceva  lettura.  Anzi,  avendoci  essa 
trovato  un  giorno  l'annunzio  di  un  suo  futuro  matrimonio  col 
Granduca  di  Toscana,  condito  di  alcuni  curiosi  particolari,  si  sa 
che  l'augusta  coppia  ne  fece  un  gran  ridere  (2).  Principi,  signori, 
repubbliche  e  cortigiani  usavano  ogni  opera  per  tenersi  amici  i 
più  riputati  0  temuti  scrittori  di  fogli;  e  si  intendeva  che,  pagando 
que'  grossi  prezzi  che  costava  la  pratica,  si  avesse  diritto  ai  loro 
favori.  E,  per  quanto  i  gazzettieri  fossero  nel  concetto  comune 
tenuti  come  gente  spregevole  ed  agguagliati  a'  più  bassi  confidenti 
politici,  oltre  il  prezzo  de'  fogli,  si  avevano  per  loro  carezze  e 
regali,  de'  quali  essi  invero  mai  si  stancavano  di  chiedere.  Nel 
Senato  lucchese,  al  trattamento  degli  aifari  succedeva  la  lettura 
degli  avvisi;  ed  anzi  ne'  tempi  meno  antichi  fu  legge  in  Lucca  che 
gli  avvisi  venuti  per  la  posta  ai  cittadini  privati,  non  si  conse- 
gnassero, e  neppure  si  mostrassero  ai  singoli  senatori,  finche  nel 
Consiglio  non  ne  fosse  fatta  lettura  solenne  (3).  Insomma,  nelle 
opinioni  contrarie  che  corsero  fra  gli  uomini  sul  conto  della  isti- 
tuzione nascente,  stavano,  per  cosi  dire,  i  germi  dei  giudizi  svariati 
e  ripugnanti  fra  loro,  che  i  moderni  fanno  del  giornalismo  presente. 
Il  quale,  mentre  da  una  parte  è  celebrato  come  mezzo  meraviglioso  di 
civiltà  e  di  libertà,  da  altri  si  giudica  piuttosto  atto  a  servire 
di  strumento  ai  governi  ed  alle  fazioni,  che  a  svolgere  il  buon 
senso  e  la  opinione  sincera  dei  più.  Tenuto  da  taluni  come  ca- 
gione di  progresso  nella  cultura  de'  popoli,  da    altri   chiamato  in 


(0  Hoggidi,  II,  352. 

(2)  Lettera  del  Compagni  ambasciatore  in  Spagna,  4  febbraio  1589.  Arch.  Lucch., 
Anziani,  n."  609. 

(3)  Consiglio  generale  di  Lucca,  13  agosto  1700,  18  dicembre  1705,  28  dicem- 
bre 173 1,  22  gennaio  1732,  etc.  etc. 

N.  Bbrmakdini  —  Guiia  della  Stampa  periodica  italiana  —  3. 


34  GUIDA    BELLA.    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

colpa  della  decadenza  degli  studi  e  del  generale  stemperamento 
degli  ingegni;  da  tutti  infine,  e  senza  contrasto,  riconosciuto  quale 
necessità  invincibile  ed  autorità  singolarissima  de'  tempi  nostri  (1). 
Le  prime  gazzette  italiane  furono  senza  nissun  material q  ap- 
parato, consistendo  in  fogli  scritti  a  mano,  a  carattere  corrente  ed 
affrettato,  e  con  qualche  particolare  abbreviatura.  Generalmente, 
non  portano  altra  indicazione  in  fronte,  fuorcliè  la  data  del  giorno, 
ed  il  luogo  donde  partivano.  Alcune  hanno  in  calce  il  nome  del 
compilatore,  come  quelle  romane  di  Guido  Gualtieri,  di  Orazio 
Renzi  (2),  di  G.  Alleg.  (3),  i  quali  forse,  sottoscrivendosi,  inten- 
devano di  schivare  le  censure  contenute  nelle  due  bolle  pontificie, 
che  parlano  di  fogli  di  autori  ignoti.  Mescolati  agli  avvisi  ita- 
liani, si  trovano  spesso  nelle  raccolte  de'  fogli  a  parte  contenenti 
copie  di  documenti  politici,  ed  altri  tutti  pieni  di  notizie  oltre- 
montane, i  quali  erano  come  supplementi,  che  gli  stessi  avvisatori 
fornivano  ai  loro  clienti.  I  fogli  si  spedivano  ogni  settimana;  quasi 
tutti  nel  sabato,  il  gran  giorno  del  lavoro  per  gì'  italiani,  corri- 
spondente anche  alla  mossa  de'  corrieri  ordinari  da  Roma,  Venezia 
Genova  e  Milano.  Una  maggior  frequenza  sarebbe  parsa  cosa  ec- 
cessiva e  forse  anche  inutile;  talché  si  teneva  gran  fatto,  anche 
sul  volgere  del  seicento,  che  alcune  gazzette  forestiere  stampate 
uscissero  due  volte  ogni  settimana  (4).  Le  notizie  erano  poste  a 
modo  di  piccoli  paragrafi,  senza  precedenza  ed  ordine  alcuno  ;  ed 
ove  fossero  di  paesi  esteri  o  di  città  lontane,  si  avvertiva  gene- 
ralmente esser  cavate  da  altri  avvisi,  o  da  lettere  ;  o  arrivate  per 
via  di  corrieri  e  di  spacci  delle  corti  e  di  ambasciatori,  de'  quali 
si  faceva  ogni  sforzo  per  penetrare  il  segreto.  Spesso  dando  un 
sunto  rapido  di  notizie  portate  da  lettere,  si  costumava  di  ripetere 
la  particella  die,  in  altrettanti  capoversi.  Del  quale  modo  di  scri- 
vere può  servire  di  esempio  il  ragguaglio  della  condanna  del  Car- 
nesecchi  e  de'  suoi  compagni,  tal  quale  si  legge  nella  gazzetta 
altre  volte  citata,  che  il  Bartoli  mandava  da  Venezia  a  Cosimo 
Granduca,  il  quale  forse  non  potè  leggerla  questa  volta  senza  im- 
pallidire : 

«  Per  lettere  di  Roma  de"  27  settembre  1567  (si  ha) 

«  Che  domenica  nella  Minerva  si  fecero  abiurare  17  persone., 


(i)  «  La  presse...  doit  savoir  quel  est  son  lot  dans  ce  monde:  elle  est  redoutée, 
«  elle  est  jalousce,  elle  est  cajolée,  courtisée  méme;  elle  n'est  pas  aimée.  Il  faut  qu'elle 
«  prenne  soa  parti  de  cette  petite  malveillance  universelle,  et  se  console  d'ètre  su- 
«  specte:  elle  est  indispensable.  »  Hatin,  op.  cit.,  voi.  Vili,  pag.  637. 

(2)  Fra  gli  Avvisi  della  Magliabechiana,  XXIV,  97. 

(3)  Con  quest'abbreviatura  sono  sottoscritti  molti  avvisi  romani  della  prima  metà 
del  seicento,  nelle  Miscellanee  dell' Arch.  di  Firenze. 

(4)  La  gazzetta  d'Olanda  che  si  stampava  senza  titolo  alcuno  sulla  fine  di  quel 
secolo,  da  I.  T.  Dubreil,  usciva  il  lunedi  e  il  giovedì.  Negli  stessi  due  giorni  si  stam- 
pava la  gazzetta  francese  e  inglese  a  Londra.  Altri  avvisi,  tutti  in  inglese,  si  pubbli- 
cavano in  questo  modo  nella  stessa  città;  il  martedì  il  Fyng-Post,  il  giovedì  il  Post-man, 
il  sabato  il  Post-hoy.  Coronelli,  Viaggi,  1697,  II,  153.  Anche  la  Gaiette  de  France,  la 
prima  che  si  stampasse  a  Parigi,  cominciò  a  pubblicarsi  una  sola  volta  per  settimana. 
Il  primo  foglio  quotidiano  di  Francia  fu  il  Journal  de  Paris  nel  1777. 


LE    PRniE    GAZZETTE   IN   ITALIA.  35 

«  con  intervento  di  22  cardinali.  Dove  in  prima  il  Carnesecclii, 
«  per  aver  dal  40  in  qua  tenute  quasi  tutte  le  false  opinioni  d'he- 
«  retici,  con  sottili  interpetrazioni  et  intelligentie  ;  per  ha  ver  avuto 
«  stretto  commertio  con  lieretici  ;  per  averne  favoriti  et  sostentati 
«  molti  con  denari  ;  per  liavere  fatto  lezioni  liereticlie  ad  alcuni, 
«  in  Fiorenza,  in  Padova,  in  Venetia  et  in  Francia  ;  per  liavere 
«  scritte  lettere  a  varii  signori,  cercando  di  metter  loro  in  capo 
«  le  sue  false  opinioni  ;  per  esser  stato  dubbioso,  vario  et  inco- 
«  stante  nel  suo  credere  ;  per  essere  stato  d' animo  di  andare  a 
«  Ginevra,  dove  diceva  predicarsi  sicuramente  Cristo,  se  non  fussi 
«  stato  ritenuto  da  tre  gran  signori  (sopra  le  quali  cose  si  discorre 
«  assai,  per  esser  stato  ammonito  da  Paulo  III,  dichiarato  heretico 
«  da  Paulo  IV  et  restituito  da  Pio  IV,  e  sempre  andato  di  male 
«  in  peggio)  ;  et  per  ha  vere  ancora,  stando  prigione,  cercato  di 
«  scrivere  lettere  ad  heretici  ;  fu  dichiarato  impenitente  et  incor- 
re rigibile.  Imperò,  deposto  et  degradato,  privato  di  honori,  di  offici, 
«  benefìci  et  di  pensioni  per  4  mila  scudi  di  entrata,  et  di  tutti 
«  i  suoi  beni,  fu  dato  in  mano  della  corte  secolare. 

«  Che  detto  Carnesecchi  nominò  molti  morti,  et  fra  gli  altri 
«  un  Prioli  viniziano.  Marcantonio  Flaminio  et  un  Appollonio  Me- 
«  renda,  da'  quali  disse  di  haver  imparato  molte  cose,  una  signora 
«  Isabella  Brisegna,  una  principessa  d'  Italia,  che  alcuni  discor- 
«  rono  essere  la  Duchessa  di  Ferrara,  et  altri  la  signora  Vittoria 
«  Colonna.  Et  che  egli  fusse  pestilentissimo  heretico  dimostra  la 
«  sua  ostinatione,  nella  quale  perseverò  sino  hieri,  né  per  ancora 
«  mostra  segno  di  pentirsi,  con  tutto  che  gli  stieno  attorno  duoi 
«  frati  scappuccini  valenti  huomini,  et  massimo  il  padre  Pistoia, 
«  il  quale  mentre  detto  Carnesecchi  era  cattolico  era  molto  suo 
«  amico.  Et  si  differisco  di  far  giustiza  per  acquistar  quest'anima, 
«  ma  ci  è  poca  speranza. 

«  Il  secondo  fu  Girolamo  Manesio  da  Civital  di  Belluno,  frate 
€  di  S.  Francesco  conventuale,  condannato  a  morte,  et  consegnato 
«  ancor  esso  alla  corte  secolare  insieme  al  Carnesecchi.  Il  quale 
«  quando  gli  fu  messo  l'abito  giallo  colle  fiamme  di  fuoco  disse  : 
«  Padre,  noi  andiamo  vestiti  a  livrea  come  se  fussi  di  carnovale.— 
«  Et  guardandolo  un  gentiluomo,  che  havea  la  vista  corta,  li 
«  disse  :  —  Non  vi  afaticate  tanto  per  vedere  questo  ricamo.  — Et 
«  accostatosi  a  lui; — Ecco, — disse, — che  ve  lo  mostro  con  como- 
«  dita.  — 

«  Che  detto  Carnesecchi,  mentre  si  lesse  il  processo,  stette 
«  sempre  su  un  palco  basso,  né  fece  mai  altro  che  tenere  una 
«  mano  sotto  la  guancia,  et  con  l'altra  si  stropicciava  la  barba. 
«  Pure,  quando  si  venne  alla  sentenza,  non  si  potette  tenere  che 
«  non  alzassi  le  mani  al  cielo,  spargendo  gravissimi  sospiri,  che 
«  davano  segno  di  animo  travagliato. 

«  Che  Sua  Santità  ha  detto  che  la  vita  e  la  morte  sta  in  mano 
«  del  Carnesecchi,  se  si  pente;  ma,  pentendosi,  sarà  condannato 
«  in  carcere  perpetua. 


36  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

«  Cile  le  sue  abbazie  si  daranno,  una  di  1000  scudi,  clie  è  nel 
«  Polesine,  al  cardinal  Commendone  ;  et  l'altra,  che  è  nel  regno, 
«  di  3  mila,  clii  dice  al  signor  Don  Antonio  Caraffa,  et  chi  al  car- 
«  dinal  di  Trani. 

«  Che  Matteo  e  Paulo  Lupari  fratelli,  gentiluomini  bolognesi, 
«  sono  condannati  ad  esser  murati  in  vita,  et  pagare  2  mila  scudi 
«  per  fare  in  Bologna  una  abitatione  per  gli  heretici  penitenti. 

«.  Che  Antonio  Aldovisi  gentiluomo  bolognese  è  condannato  a 
«  perpetua  carcere. 

«  Che  Girolamo  Guasta  villani,  gentiluomo,  Filippo  Capiduro 
€  dottore  di  legge,  et  Ottaviano  Fioravanti  mercante  bolognese, 
«  condannati  ad  esser  murati  in  vita. 

«  Che  Matteo  Rubiani  modanese,  maestro  di  scuola  in  Bologna, 
«  condannato  alla  galera  perpetua. 

«  Che  maestro  Antonio  da  Ferrara,  libbraio  in  Bologna,  per 
«  bavere  venduti  libri  proibiti,  et  per  alcuni  altri  inditii,  abiurò 
«  come  sospetto  et  fu  confinato  nel  territorio  di  Bologna.  Et  tutti 
4c  li  suddetti  bolognesi  saranno  condotti  alla  lor  patria  a  fare  la 
«  medesima  abiuratione. 

€  Che  Pietro  Martire  Providone,  Battista,  Francesco  e  Gio- 
«  vanni  Locatelli,  tutti  da  Forlì,  saranno  condannati  a  perpetua 
«  carcere. 

«  Che  Girolamo  dal  Pozzo  da  Faenza  sarà  murato  in  vita,  per 
«  essere  inutile  alla  galera. 

«  Che  Francesco  Stagna  da  Faenza  è  condannato  alla  galera 
«  per  7  anni. 

€  Che  Giovanni  Bone  di  Mini,  ortolano  da  Faenza,  è  condan- 
«  nato  cinque  anni  alla  galera  »  (1). 

L'esempio  di  Roma  e  di  Venezia  si  propagò  rapidamente  nelle 
altre  principali  città  d' Italia,  e  specialmente  in  Genova  ed  in  Mi- 
lano, dove  troviamo  essere  stabilite  regolari  corrispondenze  di  avvisi 
fino  dagli  ultimi  anni  del  cinquecento.  Gli  avvisi  di  Genova  e  di 
Venezia  applicavano  soprattutto  a  di\nilgare  le  notizie  venute  dalla 
via  del  mare  e  del  commercio.  Le  nuove  di  Spagna,  di  Piemonte, 
di  Francia  e  delle  altre  regioni  d'occidente;  le  mosse  delle  galere 
e  de'  navigli  del  mediterraneo,  le  imprese  de'  barbareschi  e  de'  cor- 
sari affricani,  si  leggevano  di  prima  mano  ne'  fogli  genovesi.  In 
quelli  di  Venezia  si  aveano  invece,  più  fresche  ed  abbondanti,  le 
novelle  de'  mari  e  de'  paesi  d'oriente  e  dell'  impero  germanico. 
I  milanesi  raccoglievano  a  destra  e  a  sinistra,  e  si  allargavano  poi 
ne'  fatti  della  corte  di  Spagna,  in  quella  parte  specialmente  che 
riguardava  il  governo  reale  in  Italia;  nonché  ne'  successi  di  Sviz- 
zera, de'  protestanti  e  della  Fiandra.  Ma  le  gazzette  romane,  spe- 
cialmente de'  loro  tempi  migliori,  che  furono  gli  ultimi  del  cin- 
quecento ed  i  primi  del  secolo   seguente,    più   estese   di    scrittura 


(i)  Archivio  mediceo,  Venezia,  filza  3080,  e.  27. 


LE   PRIME   GAZZETTE   IN  ITALIA.  37 

delle  altre  italiane  (1),  accoglievano  le  informazioni,  che  da  ogni 
parte  del  mondo  facevano  recapito  in  quel  gran  centro  della  cri- 
stianità; ed  erano  poi,  senza  comparazione,  più  ricclie  di  ragguagli 
di  cose  nostrali,  specialmente  delle  provinole  di  mezzo  e  della  bassa 
Italia.  Benché  le  villeggiature,  la  salute  e  funzioni  del  Papa,  le 
mosse,  le  promozioni,  le  malattie,  le  morti  ed  ogni  minima  cosa 
della  curia,  de'  cardinali,  de'  nipoti,  de'  prelati  e  de'  signori  romani, 
prendano  in  quelle  carte  non  piccolo  luogo  ;  pure  riescono  singo- 
larmente istruttive  per  la  copia  delle  notizie,  ed  in  generale  pia- 
cevoli a  leggersi  per  la  vivezza  e  franchezza  dello  stile.  Per  ordi- 
nario le  gazzette  antiche,  e  specialmente  queste  di  Roma,  si  esten- 
dono anche  al  racconto  de'  fatti  privati,  più  assai  di  quello  che  sia 
conceduto  onestamente  ai  fogli  moderni.  Ed  anche  le  cose,  che  pur 
oggi  si  riferiscono,  erano  dagli  antichi  novellisti  esposte  più  alla 
buona,  con  una  certa  confidenza  e  familiarità,  che  in  questi  parreb- 
bero non  convenire.  Però  le  morti  de'  personaggi  notevoli  o  per 
dignità  0  per  condizione,  erano  spesso  dagli  antichi  annunziate  co' 
particolari  de'  testamenti,  e  talvolta  col  ragguaglio  di  quanto  aves- 
sero lasciato  di  roba  agli  eredi.  Le  quali  cose  anche  oggi  si  ricer- 
cano dagli  uomini  con  molta  curiosità,  ma  si  tacciono  per  ordinario 
dalle  gazzette.  Cosi  si  scrivevano  le  vicende  e  gli  esiti  delle  liti 
celebri,  i  fallimenti,  le  costruzioni  delle  fabbriche  cospicue,  le  ven- 
dite ed  anche  gli  affitti  dei  grandi  palazzi  e  dei  possessi  impor- 
tanti, le  vincite  grosse  fatte  da  alcuno  giuocando,  le  villeggiature, 
le  nascite  de'  figliuoli,  ed  i  matrimoni  non  solo  delle  case  de'  prin- 
cipi, ma  anche  de'  signori  e  de'  cittadini  più  notevoli.  Gran  parte 
toccava  ai  ricevimenti,  ed  agli  arrivi  e  partenze  dei  gi'an  perso- 
naggi; ma  anche  gli  annunzi  di  questi  fatti,  che  tanto  nolano  il 
lettore  delle  gazzette  moderne,  erano  in  quelle  vecchie,  abbelliti 
quasi  sempre  da  qualche  curioso  particolare  de'  cerimoniali,  degli 
apparati  e  delle  vesti.  La  lingua  schietta  e  viva,  benché  non  pur- 
gata ;  lo  stile  senza  ombra  di  affettazione,  ed  un  certo  odore  di 
buon  senso,  dovevano  infine  render  grati  a  leggersi  gli  antichi  fogli, 
cosi  lontani  dal  gergo,  dall'artificio,  dalle  parole  e  dai  concetti  di 
convenzione  e  di  moda,  che  rendono  uggiosi  quelli  moderni. 

Valga,  per  esempio  del  raccontare  la  morte  di  alcuno,  il  modo 
tenuto  da  una  gazzetta  genovese  del  20  febbraio  1599,  nell'annun- 
ziare  quella  del  doge  Lazzaro  Grimaldo,  tanto  diverso  dal  fare  delle 
odierne  officiali  necrologie:  «  Lunedi  sera  Sua  Serenità,  dopo  bavere 
«  accomodato  le  cose  dell'anima  e  del  corpo,  se  ne  passò  di  que- 
«  sta  a  miglior  vita,  alle  ore  19  soprappreso  da  quel  catarro  che 
«  lo  affogò.  Che  Dio  l'abbia  ricevuto  in  gloria!  Et  è  compianto  da 
«  tutta  la  città,  perchè  era  benigno  per  i  poveri,  sollecito  nelle 
«  cose  del  governo,  et  tanto  per  li  poveri  come  per  li  ricchi,  et 
«  amatore  della  osservatione  delle  leggi.  Non  ha  mai  avuto  figli, 


(i)  Alcune  gazzette  romane,  come  quelle  del  Poli,  erano  di  quattro  carte  e  più, 
cioè  8  pagine  di  scrittura. 


38  GUIDA    DELLA    STAMPA.    PERIODICA    ITALIANA. 

«  et  ha  fatto  un  bellissimo  testamento  con  molti  capi  et  item. 
«  Lassò  clie  in  tutto  ascenderanno  alla  somma  di  ducati  24  mila 
«  di  entrata  ogni  anno.  Lassa  a  due  suoi  nipoti,  figli  di  una  sua 
«  sorella,  quasi  tutto;  cioè  al  minora  clie  si  dimanda  Paolo  Ago- 
«  stino  Spinola,  giovane  galantissimo,  per  10  mila  ducati  d'en- 
«  trata,  con  la  casa  in  Genova  et  altri  beni.  Al  signor  Giovan  Do- 
^  menico,  che  è  il  maggiore,  scudi  4  mila  di  entrata,  la  bellissima 
«  villa  di  Bisagno,  et  altre  case  et  ville.  Alla  moglie  per  scudi  2000 
«  d'entrata  ogni  anno;  che  li  goda  fino  che  campa,  con  il  suo  pa- 
«  lazzo,  con  quelli  minaggi  di  esso  che  li  faranno  di  bisogno;  e 
«  per  il  resto  a  detti  suoi  nipoti.  Alli  due  ospedali  lassa  scudi  1000 
€  cadauno  :  et  a  tutti  li  conventi  di  Genova  scudi  25  per  uno,  per 
«  dir  messe  da  morti,  mentre  che  il  pubblico  va  mettendo  all'or- 
be dine  per  farli  l'esequie  con  grande  honore.  Passando  ad  altre 
«  cose  diremo  che  di  questa  sua  morte  ne  danno  la  colpa  a  di- 
€  verse  cose,  et  particolarmente  che  la  giornata  che  entrò  la  regina 
«  non  volse  mangiare  la  mattina,  risalvandosi  farlo  la  sera,  sebejie 
«  per  ordinario  soleva  fare  all'opposito,  che  la  sera  non  cenava  mai; 
«  et  che  si  caricasse  lo  stomaco,  che  si  mosse  il  catarro.  Altri  di- 
«  cono  che  nel  ricevere  la  regina  fece  un  errore,  per  disguido  del 
«  Mastro  di  cerimonie,  et  che  se  lo  avesse  tanto  a  male  che  di 
«  dolore  ne  sia  poi  morto  in  tre  giorni  »  (1).  Gli  annunzi  dei  ma- 
trimoni non  passavano  mai  senza  particolarità  della  dote,  come 
appunto  accade  nell'ordinario  discorso:  «  In  questa  settimana  (cosi 
€  scrive  lo  stesso  gazzettiere)  è  seguito  il  matrimonio  fra  il  figlio 
«  del  signor  Giovan  Battista  Doria  del  fu  signor  Antonio,  con  una 
«  figlia  unica  del  fu  signore  Stefano  Grillo  ;  et  si  dice  che  fra  le 
«  facultà  del  padre,  della  quale  essa  resta  erede,  et  la  dote  della 
€  madre,  quando  però  morirà,  bavera  di  dote  1.50  mila  scudi  ;  boc- 
«  Gone  certo  da  far  guastare  il  digiuno  »  (2).  Da  un  altro  lato  così 
si  acconnava  ad  un  futuro  comparatico  da  un  novellista  romano: 
«  Il  signor  Enea  figlio  del  signor  Silvio  Piccolomini,  maritato  dal 
«  Granduca  ad  una  nobile  fiorentina,  che  si  trova  omai  vicina  al 
«  parto,  ha  invitato  questo  serenissimo  Gran  Principe  a  volergli 
«  levare  dal  sacro  fonte  la  creatura  che  doverà  avere.  Et  havendo 
«  accettato  1'  invito  con  conditione  che  la  comare  sia  nobile,  gra- 
«  ziosa  et  bella,  ha  esso  invitato  la  principessa  Sforza  parente  di 
«  S.  A. ,  et  ella,  accettato  parimente  1'  invito,  fa  fare  una  ricchis- 
«  sima  corona  di  gemme  per  presentarla  alla  signora  Comare  »  (3). 
Anche  i  dubbi  delle  gravidanze  illustri  avevano  luogo  nei  fogli  an- 
tichi, e  se  ne  ha  esempio  in  altro  numero  della  stessa  gazzetta  : 
«  È  corso  voce  tutti  questi  giorni  di  nuova  gravidanza  della  Du- 
«  chessa  di  Parma,  per  il  che  l'Eccellentissima  signora  Donna  Olim- 
«  pia  Aldobrandini  fa  fare  molte  orationi  et  distribuire  gran  limo- 


(i)  Avvisi  di  Genova,  20  febbraio  1599.  Archivio  di  Lucca. 

(2)  Avvisi  di  Genova,  26  dicembre  1594.  Ivi, 

(3)  Avvisi  di  Roma,  2  agosto  1608,  Ivi. 


LE    PRIME   GAZZETTE   IN   ITALIA.  39 

«  sine.  Tuttavia  alcuni  dicono  clie  poi  sia  venuto  nuovo  avviso  di 
«  là  che  il  segno  fusse  stato  contrario  »  (1). 

Così  le  condanne  ed  i  supplizi  si  raccontavano  sempre;  ma 
freddamente,  senza  ostentare  una  compassione  clie  non  si  sentiva 
e  non  era  de'  tempi.  A  mala  pena  traspare  un  senso  di  pietà  nelle 
parole  del  gazzettiere  romano  quando  dovette  narrare  la  miseranda 
fine  dei  Cènci  :  «  Questa  mattina  (egli  scrive)  hanno  fatto  la  festa 
«  alli  poveri  Cènci,  sendo  Jacopo  condotto  in  una  carrozza  per 
«  Roma,  nudo  e  tanagliato,  e  poi  in  Ponte  accoppato  e  poi  squar- 
«  tato.  In  un'altra  carrozza  era  Bernardo  il  giovanetto,  ma  col 
«  ferraiolo  et  coperto  ;  et  è  stato  in  Ponte  a  veder  la  giustizia, 
«  ma  poi  1'  hanno  ricondotto  prigione,  et  salvato  per  la  ragione  già 
«  scritta  nelle  passate  (2)  ;  se  bene  dicono  gii  daranno  il  bando  et 
«  forse  l' essili©  ad  Hostia.  Il  poverino  andava  sempre  piangendo; 
«  ma  Jacopo  sempre  intrepido.  Le  donne  furono  menate  a  piedi; 
«  et  in  Ponte  fu  all'una  et  all'altra  tronco  il  capo  ;  sendo  prima  la 
«  vecchia,  poi  la  giovine  stata  spedita;  e  l'ultimo  Jacopo.  La  vec- 
«  chia  era  tutta  morta  ;  ma  la  zittella  molto  arditamente  pose  il 
«  capo  sotto  il  ceppo.  Sua  Santità  questa  mattina  è  andata  a  S.  Gio- 
«  vanni,  et  ha  detto  messa  bassa  per  l'anima  loro,  havendo  voluto 
«  saper  come  son  morti  contriti.  Questa  sera  Jacopo  è  stato  por- 
«  tato  dalla  Compagnia  de'  fiorentini  al  luogo  solito,  et  le  donne 
«  a  S.  Francesco  portate  dalla  Compagnia  delle  Stimmate,  alla 
«  quale,  la  zittella  massimamente,  si  era  lasciata  et  fatto  un  le- 
«  gato  di  22  mila  scudi  se  li  bavera  »  (3).  Si  oda  anche  il  laco- 
nismo cupo  e  il  disprezzo  col  quale  nel  foglio  medesimo  si  annun- 
zia la  morte  di  Giordano  Bruno:  «  Giovedì  fu  abbrugiato  vivo  in 
«  Campo  di  Fiori  quel  frate  di  S.  Domenico  di  Nola,  heretico  per- 
«  tinace,  con  la  lingua  in  giova,  per  le  bruttissime  parole  che  di- 
«  ceva,  senza  voler  ascoltare  ne  confortatori  né  altri.  Era  stato 
«  dodici  anni  prigione  al  S.  Offizio,  dal  quale  fu  un'altra  volta  li- 
«  berato  »  (4).  Con  eguale  scarsità  di  parole  è  detta  la  fine  tutta 
religiosa  e  divota  di  un  altro  nobilissimo  ingegno  che  i  moderni 
avrebbero  per  avventura  umiliato  vivente  come  fu  allora,  ma  che 
morto  a\T.'ebbe  empiuto  dei  suoi  elogi  tutte  le  gazzette.  «  Ieri  mat- 
«  tina  mori  Torquato  Tasso,  et  hieri  sera  con  onorata  pompa  fu 
«  seppellito  in  S.  Onofrio,  accompagnato  da  infiniti  religiosi  et 
«  preti  oltre  famiglia  tutta  dell'  illustrissimo  S.  Giorgio,  al  quale 
«  per  gratitudine  delle  gratie  ricevute  in  vita  sua,  ha  lasciato  in 


(i)  Avvisi  di  Roma,  23  febbraio  1608.  Archivio  di  Lucca. 

(2)  Fra  quelli  che  si  erano  mossi  a  corapassione  di  questo  infehce  giovanetto  fu 
il  duca  di  Parma  Ranuccio  I,  al  quale  scriveva  una  compassionevole  lettera  di  ringra- 
ziamento pochi  giorni  dopo  l'eccidio  della  sua  famiglia,  cioè  il  2  ottobre  1 599.  Il  pre- 
zioso documento  sta  nell'Archivio  parmense,  e  ci  è  stato  gentilmente  indicato  dal  ca- 
valier  Ronchini  direttore  del  medesimo. 

(3)  Avvisi  di  Roma,  11  settembre  1599.  Codice  vaticano-urbinate,  n.  1067. 

(4)  Avvisi  di  Roma,  19  febbraio  1600.  Collezione  suddetta,  n,  1068.  Ecco  una 
conferma  non  dubbia  che  il  aolano  fosse  bruciato  vivo. 


40  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

«  morte  tutti  li  suoi  scritti,  che  sono  in  grandissimo  numero.  » 
Cosi  sensi'altro  scriveva  un  menante  romano  il  26  aprile  1595  (1). 
I  ragguagli  delle  festività  e  delle  pubbliche  divozioni,  quando 
avessero  alcun  che  di  straordinario,  si  riferivano  specialmente  nei 
fogli  romani.  I  quali  non  scordavano  a  maggior  ragione  di  ripor- 
tare le  nuove  di  miracoli  e  di  conversioni,  che  corressero  nella 
bocca  del  popolo.  Amata  feconda  di  voci  di  questa  natura  argo- 
mentiamo che  fosse  il  1608,  scorrendo  pochi  fogli  della  gazzetta 
del  Poli  di  quel  tempo.  In  quello  del  5  aprile  si  scriveva  che  le 
campane  della  Chiesa  di  Loreto  avessero  miracolosamente  suonato 
da  se,  e  che  frattanto  fosse  comparsa  in  cielo  una  colonna  di  fuoco; 
ma  si  aggiunge  schiettamente  noti  ci  si  crede.  Il  21  dello  stesso 
mese  si  annunziava  correr  fama  che  il  -Gran  Turco,  mosso  da  un 
evidente  miracolo,  accaduto  nell'isola  di  Scio  per  opera  di  quel 
vescovo  cattolico,  fosse  sul  punto  di  farsi  cristiano  ;  a  che  il  gaz- 
zettiere aggiungeva:  «  Di  qui  si  è  rinnovata  la  memoria  di  quel 
«  glorioso  pontefice  Paolo  III,  quale  dicono  dicesse  non  aver  m?ig- 
«  gior  desiderio  che  di  poter  mettere  il  capo  a  una  finestra  nel- 
«  l'anno  1600  per  vederlo,  sicuro  di  mutazioni  più  che  grandi  in 
«  tutto  l'universo.  »  Il  28  giugno  si  scrivevano  la  conferma  ed  i 
particolari  del  famoso  miracolo  di  Besanzone;  e  in  altro  foglio, 
raccontato  il  viaggio  di  fra  Fulgenzio  verso  Roma,  per  sottoporsi 
all'emendazione,  si  aggiungeva  che  anche  fra  Paolo  sarebbe  ve- 
nuto (2).  Insomma  ogni  qualità  di  notizie  e  di  voci  che  richiamas- 
sero l'attenzione  del  pubblico,  si  accoglievano  negli  antichi  avvisi; 
ed  anche  in  questa  parte  possono  servire  come  di  norma  per  giu- 
dicare le  condizioni  di  que'  tempi.  Ne'  medesimi  si  mentovavano 
pure  le  letture  accademiche  di  grido,  le  pubblicazioni  dei  libri  che 
levassero  fama,  le  opere  d'arte;  si  indicavano  le  stagioni  straordi- 
narie, i  raccolti,  gli  andamenti  delle  pestilenze,  le  disgrazie  par- 
ticolari, e  tutto  ciò  che  i  moderni  sogliono  indicare  sotto  la  rubrica 
de'  fatti  diversi.  Con  particolar  compiacenza  si  discorreva  delle 
giostre,  de'  balli,  e  in  generale  delle  feste  e  degli  apparati.  Qualche 
volta  anche  il  teatro  ci  aveva  la  sua  parte,  e  non  mancava  all'oc- 
correnza il  giudizio  delle  commedie  e  delle  opere  musicali  rappre- 
sentate. Di  che  valga  per  esempio  ciò  che  leggiamo  in  una  delle 
solite  gazzette  di  Roma,  che  questa  volta  parlava  sulla  fede  dei 
suoi  corrispondenti  fiorentini.  «  Dopo  le  sontuose  nozze  celebratesi 
«  alli  19  in  Fiorenza,  seguitandosi  nelle  feste  variamente  ogni 
«  giorno,  danno  conto  della  commedia  del  signor  Michelangelo  Buo- 
«  narroti,  nipote  del  famoso  Michelangelo,  detta  il  Giudizio  di  Pa- 
«  ride.,  in  versi  sciolti  recitata  da'  fiorentini,  se  ben  con  poca  at- 
«  tentione.  La  quale  ha  allettato  il  popolo  con  li  stupendi  inter- 
«  medi  ;  sondo  nel  primo  atto  stato  rappresentato  la  presa  che  fece 
«  Ulisse  di  Armeste,  nel  secondo   un'aquila,    dentro   la   quale   la 


(i)  Avvisi  di  Roma,  26  aprile  1595.  Collezione  suddetta,  n    1063. 

(3)  Avviii  di  Roma,  5,  3i  e  2j  aprile,  28  giugao  i6o8.  Archivio  lucchese. 


LE   PRIME    GAZZETTE   IN   ITALIA.  41 

«  cantatrice  di  Montalto  recitò  un'aria  con  tal  soavità,  che  avea 
«  più  dell'angelico  che  dell'umano;  nel  terzo  apparse  una  nave  che 
«  voltava  per  le  scene,  sembrando  in  mare,  che  era  cosa  da  stu- 
«  pire;  nel  quarto  fu  rappresentato  Vulcano,  che  battendo  con  i 
«  compagni  sopra  l' incudine  andava  a  tempo  con  istrumenti  musi- 
«  cali;  et  quinto  un  balletto  in  aere  dentro  una  nuvola  volante, 
«  accompagnato  da  una  musica  rarissima  »  (1).  Non  mancavano 
infine  le  notizie  riguardanti  gli  arrivi  e  le  partenze  delle  navi,  il 
traffico  ed  i  prezzi  delle  merci;  le  quali  cose  però,  come  è  natu- 
rale, più  frequentemente  ax3parivano  ne'  fogli  di  Venezia  e  di  Ge- 
nova. Annunzi  propriamente  detti,  come  quelli  messi  a  prezzo  e 
nell'interesse  privato  nelle  gazzette  moderne,  non  vedemmo  mai 
nelle  antiche  scritte  a  mano,  ed  anche  rarissimamente  compari- 
rono nelle  prime  che  in  Italia  si  stamparono. 

Le  città  donde  si  spacciavano  gli  avvisi  fra  noi  nei  tempi  più 
antichi,  furono,  come  si  disse,  Roma,  Venezia,  Genova  e  Milano. 
Ma  anche  ad  altre  si  estese  presto  la  usanza;  e  specialmente  nel 
seicento  e  nel  settecento,  si  ebbero  novellisti  di  professione  in 
molte  delle  altre  grosse  città  dell'Italia.  Anzi  vi  furono  italiani 
che  presero  a  mandare  avvisi  a  prezzo,  ed  in  lingua  materna,  da 
paesi  esteri,  e  ne  vedemmo  specialmente  di  Lione,  di  Vienna,  di 
Parigi  e  fino  di  Londra.  Talché  la  storia  delle  gazzette  italiane, 
a  chi  volesse  trattarla  in  tutti  i  èuoi  particolari  riuscirebbe  per  la 
vastità  e  confusione  sua  di  mirabile  difficoltà,  per  non  dire  impos- 
sibile. Sarebbe  anzi  non  agevole  e  faticoso  assai  solo  il  determi- 
nare quali  fossero  le  principali  officine  di  avvisi,  ed  indicare  co- 
loro che  le  dirigevano.  Di  alcuni  ne  venne  fatto  di  ricordare  i  nomi 
quasi  per  incidenza,  di  altri  pochi  diremo,  tenendo  specialmente 
per  guida  le  carte  di  Lucca,  dove  il  Magistrato  de'  Segretari,  che 
oggi  si  direbbe  la  polizia,  aveva,  fra  gli  altri  uffici,  quello  di  pro- 
curare ai  governatori  della  repubblica  le  notizie  de'  successi  del 
mondo.  Dei  menanti  romani  che  spedivano  gli  avvisi  avanti  il  1593, 
non  altro  si  trova  scritto  fuorché  lo  stipendio.  Nell'anno  seguente 
si  ebbe  la  pratica  di  quel  Poli,  già  ricordato,  il  cui  lavoro  si  pagò 
da  20  a  24  scudi  per  anno,  senza  contare  le  mance  d'uso  nell'arte 
della  menanterìa  (2).  Dopo  essersi  valsi  dell'opera  di  un  gazzettiere 
genovese,  di  cui  non  è  detto  il  nome,  e  che  nel  1591  riscuoteva 
per  l'annata  altra  somma  di  24  scudi,  si  strinse  il  trattato  in  Ge- 


(i)  Avvisi  di  Roma,   i  novembre  1608.  Archivio  lucchese. 

(2)  Luca  Assarino,  chiedendo  la  solita  mancia  al  governo  di  Lucca  sulla  fine 
del  1648,  diceva  essere  questa  usata  da'  suoi  praticanti  (associati)  di  Roma,  Firenze, 
Napoli,  Venezia,  Vienna,  Milano,  Torino  e  Parigi;  i  quali  a  questo  effetto  pagavano 
doppio  il  prezzo  de'  fogli  del  mese  di  dicembre.  E  soggiungeva  al  Cancellier  Maggiore: 
«  Tanto  più  si  «pera  da  lei  quanto  che  il  foglio  segreto  che  le  si  manda  non  è,  in 
«  fé' d'uomo  d'honore,  comune  fuorché  a  due  altri  principi  grandi....  La  mancia  poi 
«  (seguita  esso)  noi  la  cerchiamo  da  altri  per  gentilezza,  perchè  ci  vien  cercata  da  i 
«  nostri  servitori,  da  i  nostri  giovani,  da  i  nostri  operai,  per  giustizia:  e  bisogna  dar 
«  la  mancia  a  tutti,  altrimenti  l' huomo  non  è  servito  bene.  »  Archivio  lucchese,  Scrit- 
ture del  Magistrato,  auoo  1648, 


42 


GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 


nova  con  un  tal  Fulvio  Costantini,  la  cui  gazzetta  si  ricevette  in 
Lucca  fino  al  1624,  a  prezzo  assai  più  discreto  (1).  De'  più  anticlii 
avvisi  che  si  ricevettero  da  Milano  e  da  Venezia,  ignoriamo  pari- 
mente gii  autori,  e  solo  troviamo  clie  per  i  primi  si  spendesse  da 
8  a  10  scudi  ogni  anno,  e  15  per  i  secondi.  Nel  1619  spariva  il 
foglio  del  Poli,  o  perchè  cessasse,  o  perchè  il  Magistrato  lucchese 
si  stancasse  di  pagare  quella  grossa  mercede  ;  e  s'ebbe  un  altro 
gazzettiere  romano,  contento  di  soli  12  scudi  e  la  mancia.  Nel  1628 
si  prese  la  pratica  del  gazzettiere  milanese  Andrea  Tresoli,  il  cui 
foglio,  pagato  da  13  a  14  scudi,  si  tenne  fino  al  1630.  Circa  a  que- 
sto tempo,  un  tal  Lucio  Aresi,  abitante  in  Venezia,  levava  grido 
di  A'alentissimo  novellista.  Fulvio  Testi  lo  tirava  al  servizio  del 
duca  di  Modena  con  un  regalo  di  due  sottocoppe  di  argento  del  peso 
di  35  ducatoni;  e  diceva  esser  assai  esattamente  informato  degli 
interessi  e  de'  negozi  che  corrono,  e  «  giovine  che  penetra  anche 
le  cose  più  occulte  e  recondite  »  (2).  Il  governo  di  Lucca,  mosso 
ugualmente  dalla  celebrità  del  nuovo  gazzettiere  veneziano,  ne,  ot- 
teneva la  pratica  nel  1633,  mediante  la  bella  somma  di  50  scudi 
annuali.  Fu  pure  in  Venezia  e  nell'anno  stesso,  che  Ferrante  Pal- 
lavicino aveva  preso  a  diffondere  per  lettere  scritte  a  mano,  gli 
avvisi  de'  successi  di  Francia,  cordialmente  avversi  a  Spagna,  e 
che  a  lui  si  dicevano  suggeriti  da  personaggi  di  alto  affare,  forse 
anche  dal  ministero  francese,  che  poi  lo  vendicò  facendo  ammaz- 
zare chi  lo  tradì.  Se  però  questi  fossero  venali  e  scritti  a  tempo 
fisso,  a  modo  delle  altre  gazzette,  non  è  detto  da  chi  allora  scrisse 
la  vita  di  quell'  infelice  (3).  Anche  a  Verona  nei  primi  anni  del 
seicento  fu  una  gazzetta  compilata  da  quel  cavaliere  Tedeschi,  al 
quale  così  superbamente  scriveva  il  Bentivoglio,  come  si  disse. 

Nel  1636  veniva  a  prestare  i  suoi  servigi  ai  lucchesi  un'altra 
famosa  penna,  cioè  Ippolito  Valentini  gazzettiere  milanese,  tiran- 
done il  salario  di  40  scudi  per  anno.  Era  però  costui  uomo  di  ca- 
rattere ardito  ed  avventuroso,  e  probabilmente  non  amico  di 
Spagna  ;  condizione  cattiva  per  chi  viveva  e  trattava  la  politica 
in  Milano.  Infatti  sappiamo  che  nel  susseguente  1637,  esso  avea 
dovuto  nascondersi  per  causa  di  un  omicidio,  ma  pur  di  soppiatto 
seguitava  a  spedire  gli  avvisi  «  la  qual  pratica  gli  dava  utile  gran- 
de dissimo  »  (4).  Durò  di  fatto  per  qualche  tempo,  forse  dopo  essersi 
liberato  da  quella  prima  imputazione.  Quando  ecco  che  a  mezzo  il 
1640,  venne  nuova  che  il  Valentini,  «  patito  naufragio  per  causa 
«  di  avvisi  »  era  stato  bandito  da  Milano  ;  e  che  la  sua  gazzetta 


(i)  Per  regola  generale  tutte  le  notizie,  delle  quali  non  si  cita  il  documento, 
sono  desunte  dai  conti  del  Magistrato  de'  Segretari,  nell'Archivio  lucchese.  Lo  scudo 
lucchese  equivaleva  a  peso  d'argento  a  lire  italiane  s,6o. 

(2)  Testi,  Opere  scelte,  II,  41. 

(3)  Vita  di  Ferrante,  scritta  dall'Aggirate  accademico  incognito,  stampata  in  cima 
alle  opere  scelte  del  medesimo,  Villafranca,  1670. 

(4)  Lettera  del  Raffaelli,  da  Milano,  19  agosto  1637.  Mag.  Segr.  di  Lucca,  Scrit- 
ture; ad  an, 


LE    PRIME    GAZZETTE   IN    ITALIA.  43 

avea  dovuto  cessare  del  tutto,  avendo  il  Gran  Cancelliere  impedito 
a  Gio.  Stefano  Bressano  di  scrivere  in  sua  vece  per  mantenere  le 
pratiche  correnti  (1).  Il  Tresoli  era  divenuto  pazzo  nel  1637  (2)  ; 
talché  ne  venne  che  non  altri  restasse  in  Milano  a  far  professione 
di  novellista,  fuorché  un  Filippo  Perlasca,  il  quale  dal  sapersi  che 
godeva  le  grazie  del  Governatore,  è  facile  dedurre  che  fosse  ligio 
alla  fazione  spagnuola.  Frattanto  il  Valentini,  scampato  da  Mi- 
lano, avea  trovato  rifugio  a  Roma,  e  di  qui  intendeva  di  seguitare 
il  mestiere  ;  anzi  un  suo  confidente  scriveva  «  che  forse  i  suoi  av- 
«  visi  non  si  manderanno  più  a  mano,  ma  stampati,  come  si  usa 
«  in  Francia  »  (3). 

Cosa  non  detta  finora,  per  quanto  crediamo,  da  nessun  biblio- 
grafo è  in  che  tempo  e  in  qual  città  d'Italia  si  introducesse  l'uso 
delle  gazzette  stampate.  Fino  nel  1570,  in  quella  prima  persecu- 
zione di  Eoma  contro  gli  spacciatori  di  avvisi,  erano  stati  «  messi 
«  in  prigione  alcuni  che  vendevano  le  nuove  stampate  a  Viterbo 
«  et  a  Fuligno  et  in  altri  luoghi  per  quella  città  »  (I).  Ma  sif- 
fatte stampe  dovettero  essere  probabilmente  di  relazioni  straordi- 
narie, come  tante  se  ne  imprimevano  in  ogni  parte  d' Italia.  Le 
vere  gazzette  continue,  a  periodo  fìsso,  di  cui  si  disse  fìn  qui, 
furono  tutte  scritte  a  mano  dai  menanti.  Se  però  nell'Italia  nostra, 
dove  era  tanto  esteso  l'esercizio  della  tipografia,  e  dove  di  questa, 
oltre  i  libri,  si  usava  in  moltissinle  occorrenze,  non  si  era  preso 
a  stampare  le  gazzette  fino  da'  loro  principii,  non  è  a  credere  che 
ciò  accadesse  perché  a  nissuno  fosse  venuta  in  mente  cosi  facile 
invenzione.  Ma  questo  é  da  attribuirsi  per  una  parte  alle  discipline 
pubbliche  ed  agli  impacci  delle  censure,  e  per  l'altra  all'interesse 
stesso  degli  autori  de'  fogli  di  nuove,  i  quali  sapevano  i  loro  clienti, 
e  specialmente  quelli  che  più  pagavano,  vogliosi  di  leggere  cose 
esposte  liberamente,  e  che  non  avessero  l'aria  di  comuni  e  plateali. 
Perciò  nemmeno  l'esempio  di  altre  nazioni,  dove  da 'qualche  anno 
le  gazzette  si  stampavano  con  assai  regolarità,  aveva  operato  fra 
noi  (5).  Collo  estendersi  però  la  curiosità  politica  ad  una  parte 
più  numerosa  della  società  italiana,  specialmente  allorché  il  popolo 
prese  ad  appassionarsi  più  vivamente  nel  conflitto  tra  Francia  e 
Spagna,  ne  venne  quasi  per  necessità  che  anche  fra  noi  sorges- 
sero le  gazzette  da  poco  prezzo  e  per  ^tutti,  il  che  non  si  poteva 
conseguire  senza  l'aiuto  della  stampa.  È  forse  anche  questa  una 
delle  molte  cose  che  si  presero  a  fare,  prima  che  altrove,  a  Fi- 
renze, dove  fino  dal  1597  si  stampavano  regolarmente  i  bullettini 


(i)  Scritture  del  Magistrato  Segr.  di  Lucca,  an,  1640. 

(2)  Magistrato  stesso,  deliberazioni  del  1637,  e.  15. 

(3)  Scritture  del  Magistrato,  an.  1640.  Lettera  del  Bressano  da  Milano,  4  luglio, 
e  di  Gio.  Pesaroni  da  Roma,  6  detto  mese, 

(4)  Avvisi  di  Veneiia,  Roma,  28  ottobre  1570.  Archivio  mediceo,  filza  jo8o. 

(5)  Per  esempio  il  JVeekly  News  in  Inghilterra,  e  la  Gaiette  del  Renaudot  in  Fran- 
cia, cominciata  a  pubblicarsi  nel  1631. 


44  aUlDA    DELLA    STA^IPA.    PERIODICA   ITALIANA. 

settimanali  de'  cambi  e  delle  mercuriali  (1).  Fu  nella  stamperia 
di  Amadore  Massi  e  di  Lorenzo  Landi,  aperta  in  quella  città  nel 
1636  (2),  elle  si  cominciò  a  dare  in  luce  regolarmente  una  gazzetta, 
copiata  da  altra  di  Venezia  ;  e  si  disse  il  Landi  essere  stato  par- 
ticolare inventore  di  questa  nuovissima  industria  (3).  Nel  1641  il 
Granduca  concedeva  a  Pietro  Cecconcelli,  altro  stampatore  fioren- 
tino, il  privilegio  di  una  seconda  gazzetta,  da  stamparsi  egualmente 
ogni  settimana,  ma  limitata  alle  sole  nuove  della  Germania  (4). 
Quindi  il  16  dicembre  1643,  procedutosi  a  Firenze  ad  un  appalto 
privilegiato  delle  pubbliclie  stampe,  questo  toccò  per  il  canone  di 
400  scudi  annuali,  ai  tipografi  associati  Nesti  e  Signoretti  ;  e  nel 
contratto  si  comprese  pure  il  privilegio  della  gazzetta  che  stam-. 
pavano  i  Massi  e  Landi,  senza  pregiudizio  però  di  quella  del  Cec- 
concelli cbe  si  volle  riservata.  Se  frattanto  Ippolito  Valentini  scam- 
pato da  Milano  avesse  colorito  il  disegno  di  stampare  in  Roma  i 
suoi  avvisi,  non  ci  fu  dato  di  scoprire.  Sappiamo  bensì  clie  sulla 
fine  del  1640,  che  fu  l'anno  stesso  della  fuga  del  Valentini,  prese 
a  pubblicarsi  in  Roma  una  gazzetta  a  stampa,  detta  ora  pubblica^ 
ora  ordinaria^  di  cui  appariva  autore  un  Giovacch.ino  Bellini,  che, 
morto  nel  1648,  fu  seguitata  dal  suo  fratello  Giovanni  ;  e  questo 
pure  essendo  alla  sua  volta  mancato  nel  giugno  dell'anno  appresso, 
ebbe  un  continuatore  in  Cammillo  Rosaleoni  (5).  Cosi  è  pari- 
mente sicuro  che  nel  1642  usciva  un  foglio  stampato  anche  in  Ge- 
nova, messo  assieme  da  Michele  Castelli,  di  quella  città  (6).  A 
Torino  madama  Cristina  reggente,  imitava  nel  164.5,  l'esempio  di 
Firenze,  sottoponendo  la  stampa  di  una  gazzetta  a  pubblico  pri- 
vilegio e  concedendolo  a  Pierantonio  Boccini.  Quando  si  vedessero 
i  primi  fogli  stampati  di  Milano  non  ci  è  riuscito  sapere.  A  Ve- 
nezia, per  quanto  gli  avvisi  di  quella  città  fossero  riputati  e  dif- 
fusi, pure  si  tenne  l'usanza  di  darli  fuori  solamente  manoscritti  ; 
il  che  durava^  anche  sulla  fine  del  seicento,  come  diremo  più  sotto. 
Giova  però  lo  avvertire  che  questa  novità  della  stampa,  per 
le  stesse  ragioni  che  aveano  trattenuti  per  alcun  tempo  i  gazzet- 
tieri italiani  ad  accettarne  l'uso   anche  a  fronte  dell'esempio  fore- 


(i)  Carlo  Gigli,  fiorentino,  fu  inventore  di  siffatta  pubblicazione  e  n'ebbe  privi- 
legio dal  Granduca,  a  tempo,  il  25  gennaio  1597,  il  quale  poi  seguitò  nei  suoi  eredi. 
A  Giglio  di  Raffaele  Gigli  fu  confermato  tal  privilegio  il  15  map-gio  163 1.  Archivio 
delle  Riformagioni  di  Firenze,  filza  9  dell'aud.  Dani,  176,  e  filza  io,  dell'aud.  Usira- 
bardi,  322,  323. 

(2)  Archivio  delle  Riformagioni  di  Firenze,  filza  2,  dell'auditore  Vettori,  carte  378. 

(3)  In  una  supplica  (stampata)  di  Bernardo  Landi  diretta  al  Granduca,  in  occa- 
sione del  nuovo  appalto  delle  gazzette  messo  a  concorso  nel  1653,  è  detto  essere  stato 
r  inventore  delle  gazzette  la  buon'  «  anima  di  Lazaro  suo  padre  ».  Archivio  suddetto, 
filza  7  dell'aud.  Vettori,  329. 

(4)  Si  vegga  il  privilegio  del  Cecconcelli,  16  marzo  1641,  e  informazioni  annesse, 
nell'Archivio  medesimo,  filza  4,  del  Vettori,  e.  488;  e  gli  altri  documenti,  ivi,  485,486,487. 

(5)  Magistrato  de' Segretari,  nell'Archivio  lucchese.  Scritture  dal  1640-1649,  e 
specialmente  lettera  di  Giovanni  Bellini,  3  ottobre  1648,  e  altra  di  Camillo  Rosaleoni, 
19  giugno  1649. 

(6)  Magistrato  sudd. ,  Scritture,  an.  1643,  lettere  del  Parpaglioni,  da  Genova. 


LE    PRIME    GAZZETTE    IN   ITALIA.  45 

stiero,  non  incontrò  il  gusto  di  tutti.  La  diffusione  popolare  che 
ottenevano  per  questa  via  i  fogli  di  notizie,  ed  il  sapersi  che  cer- 
tamente avevano  dovuto  scapitare  nella  libertà,  sottoponendosi  alle 
censure  ed  alla  tutela  de'  governi,  fece  perder  loro  gran  parte  di 
riputazione.  Le  gazzette  stampate  si  consideravano  pertanto  come 
buone  soltanto  per  i  politicanti  da  dozzina.  Anche  per  lo  innanzi, 
fra  le  stesse  gazzette  a  mano,  quelle  più  divulgate  e  di  basso  prezzo, 
erano  state  pochissimo  curate  dai  grandi,  i  quali  ponevano  ogni 
studio  per  aver  fogli  riservati,  quasi  segreti,  scritti  da  uomini  che 
lavorassero  bensì  a  caro  prezzo,  ma  per  pochi,  e  fossero  capaci,  o 
almeno  creduti  in  grado  di  spingere  gli  occhi  profani  nei  misteri 
dei  principi.  A  maggior  ragione  gli  illustri  politici  di  que'  giorni 
pochissimo  si  curarono  di  leggere  le  gazzette  stampate,  diventate 
cosa  di  tutti,  ma  seguitarono  a  chiederne  di  recondite  ed  inac- 
cessibili al  volgo.  Perciò  il  governo  di  Lucca,  benché  ricevesse  la 
gazzetta  pubblica  del  Bellini,  scelse  nel  1642,  un  novellista  a  mano 
delle  cose  di  Roma,  che  fu  Ippolito  Vesaroni.  Ma  anche  delle  gaz- 
zette segrete,  purché  i  denari  non  facessero  difetto,  si  incaricavano 
alcuna  volta  gli  stessi  editori  de'  fogli  stampati  ;  i  quali  cosi  pre- 
sero a  fare  il  doppio  lavoro  di  avvisatori  pubblici  e  segreti.  Quel 
Michele  Castelli,  autore  della  gazzetta  genovese  stampata,  serviva 
alcuni  suoi  illustri  padroni  di  un  foglio  segreto  a  mano,  libero, 
tutto  pieno  di  quelle  benedette  notizie  recondite  tanto  agognate. 
Dal  governo  di  Lucca  riceveva  per  questo  da  25  a  35  scudi  per 
anno  ;  e  poteva  dirsi  buon  mercato,  se  Mattias  de'  Medici  pagava 
lo  stesso  servizio  50  ducatoni,  e  cento  scudi  il  duca  di  Modena  (1). 
Ma  le  gazzette  genovesi  in  pochi  anni  andarono  soggette  a 
molte  vicende.  Esso  Castelli,  il  quale  crediamo  che  fosse  di  fami- 
glia addetta  all'ufficio  delle  poste,  e  che  avea  per  collaboratore  nel 
lavoro  delle  gazzette  Alessandro  suo  figliuolo,  «  per  certi  degni 
«  rispetti  »  ,  che  non  è  detto  chiaro  quali  si  fossero,  cessava  nel 
febbraio  1646  dal  pubblicare  il  foglio  stampato;  e  cessò  anche,  per 
quanto  apparisce,  dallo  scrivere  quello  segreto  (2).  L'opera  loro  si 
seguitava  però  da  due  altri  genovesi,  egualmente  padre  e  figlio. 
Furono  questi  un  Giovambattista  Oliva  «  persona  di  più  che  me- 
diocre talento  »  che  offeriva  alla  Signoria  lucchese  un  altro  foglio 
segreto,  chiedendone  il  salario  di  cento  ducatoni,  che  ridusse  a 
50  scudi  annuali  da  pagarsi  a  trimestre;  ed  il  padre  suo.  Michele 
Oliva,  che  pubblicava  una  qualità  di  avvisi  a  stampa,  per  un  prezzo 
equivalente  ad  otto  scudi,  parimente  di  Lucca  (3).  Ma  ecco  che  a  un 


(i)  Magistrato  de' Segretari  di  Lucca,  Scritture  del  1644,  lettera  del  Parpaglioni. 
In  una  lettera  del  Testi  al  Castelli  si  conferma  la  corrispondenza  di  quest'ultimo  col 
Duca  di  Modena.  Opere  scelte,  II,  395.  Il  gazzettiere  è  detto  Marchese  invece  di  Mi- 
chele, per  errore  di  stampa. 

(2)  Magistrato  suddetto,  Scritture,  1646.  Lettera  di  Alessandro  Castelli,  17  feb- 
braio. 

(3)  Fra  le  stesse  scritture  an.  1645,  lettere  dell'Oliva  23  giugno  e  17  luglio.  De- 
liberaz.  del  Magistrato,  carta  94. 


46  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

tratto,  ne'  primi  giorni  del  1647,  giunge  la  nuova  clie  Giovambat- 
tista Oliva  era  stato  ammazzato, 'e  frattanto  la  doppia  spedizione 
dei  fogli  resta  interrotta  (1).  Compariva  però  di  li  a  poco  (an.  1648), 
sulla  stessa  scena  di  Genova,  un  nuovo  informatore  politico,  que- 
sta volta  non  ignoto  alle  storie,  bencliè  non  abbiano  lasciato  ri- 
cordo che  esercitasse  tal  professione.  Fu  costui  Luca  Assarino,  au- 
tore di  romanzi  e  di  compilazioni  storiche,  cbe  a'  giorni  suoi  ebbero 
fama  e  lettori,  ed  oggi  sono  neglette  e  dimenticate,  come  tante 
altre  di  quel  secolo.  Esso,  oltre  a  pubblicare  un  foglio  stampato, 
che  forse  fu  la  continuazione  di  quello  di  Michele  Oliva,  prendeva 
a  divulgare  una  delle  solite  gazzette  a  mano  ;  e  di  più  spediva  ai 
suoi  clienti  un  terzo  foglio  di  supplemento  di  notizie  di  Parigi  ; 
il  quale,  con  vanto  da  ciarlatano,  giurava  costargli  non  poco  di 
rischio  e  di  spesa,  per  esser  cox3Ìa  di  una  lettera,  che  un  gran  per- 
sonaggio, ogni  ordinario,  mandava  al  Granduca,  e  che  a  lui  in  se- 
greto era  passata  da  un  segretario  infedele  (2).  Il  foglio  stampato 
dall' Assarino  era  chiamato  il  Sincero^  e  forse  fu  il  primo  in  Italia 
che  portasse  un  titolo  espresso  ;  il  che  è  da  notarsi,  perchè  anche 
ne'  tempi  susseguenti,  cioè  nell'ultima  metà  del  seicento  e  nella 
prima  del  settecento,  non  si  j)i'aticò  in  generale  di  mettere  un 
nome  in  fronte  ai  giornali  (3).  Si  vide  anche  allora  per  la  prima 
volta,  e  nella  stessa  Genova,  la  pubblicazione  contemporanea  di 
più  gazzette,  per  ragione  della  differenza  delle  parti  politiche.  Un 
tale  Alessandro  Botticella  prese  infatti  a  divulgare,  a  competenza 
coli 'Assarino,  un  secondo  foglio  il  quale  fu  di  certo  in  corrente 
dal  1650  al  1656  e  si  dava  a  prezzo  più  basso  (4).  Uno,  de'  soliti 
documenti  lucchesi  ci  fa  sapere  che,  dei  due  gazzettieri  l'uno  se- 
guitava le  parti  di  Spagna  e  l'altro  quelle  di  Francia;  ma  non  è 
detto  chi  fosse  lo  spagnuolo  e  quale  il  francese  (5). 

La  gazzetta  torinese,  già  conceduta  al  Soccini,  passava  nel 
1658,  sempre  per  privilegio  del  principe,  nelle  mani  di  Carlo  Gia- 
nelli  ;  e  durò  per  più  generazioni,  forse  fino  alla  conquista  fran- 
cese, nei  suoi  discendenti  (6).  A  Firenze  il  monopolio  delle  gazzette, 
unito  con  quello  delle  stampe  pubbliche,  e  affittato,  come  si  disse 
nel  1643,  per  un  decennio  ai  Signoretti  e  Nesti,  si  confermò  per 


(i)  «  Essendo  stato  ucciso  Gio.  Battista  Oliva  a  Genova,  che  con  la  paga  di 
«  50  scudi  all'anno  mandava  il  foglio  a  mano  di  avvisi,  ha  risoluto  che  si  stacchi  la 
«  pratica.  »  Magistrato  de'  Segretari,  Deliberaz.  2  gennaio   1647. 

(2)  Lettera  dell' Assarino  al  cancelliere  Orsucci,  12  dicembre  1648.  Magistrato  Se- 
gret. ,  Scritture  ad  an. 

(3)  Dalle  stesse  scritture  del  1648,  conto  del  cancelliere  Orsucci  ;  e  deliberazione 
del  Magistrato,  25  gennaio   1652. 

(4)  11  Sincero  costava  in  Lucca  una  pezza  da  otto  il  mese,  il  foglio  del  Botti- 
cella 4  scudi  e  mezzo  lucchesi  ogni  anno.  Si  vegga  una  lettera  del  Botticella,  fra  le 
solite  scritture,  anno  1656. 

(3)  Su  questo  punto  assai  importante  della  storia  delle  gazzette  si  consultino  varie 
lettere  di  Michele  Oliva  (padre  dell'ucciso  Gio.  Battista)  del  novembre  e  dicembre  1652, 
fra  le  Scritture  del  Magistrato  lucchese. 

(6)  Vernazza,  Diiionario  dei  tipografi  te.  che  operarono  negli  Stati  Sardi  di  Terra- 
ferma. Torino,  1839,  pag.  209. 


LE    PRIME    GAZZETTE    IN    ITALIA.  47 

altrettanto  spazio  di  tempo  nel  solo  Signorotti  (an.  1653)  ;  e  quindi 
passato  nel  1664  in  Vincenzo  Vangelisti  e  Pietro  Matini  (1),  re- 
stava forse,  fìncliè  regnarono  i  Medici  fra  i  privilegi  degli  stam- 
patori di  Sua  Altezza  E  e  ale.  Ma  poca  fama  otteneva  il  privile- 
giato foglietto  di  Firenze,  il  quale  fu  per  lo  più  considerato  come 
compendio  o  ristampa  dei  fogli  di  Genova  (2).  La  poca  riputazione 
delle  gazzette  fiorentine  fu  alquanto  rialzata  allorché,  nel  1766, 
sotto  Pietro  Leopoldo,  si  prese  a  pubblicare  la  Gazzetta  Patrio, 
e  quindi  la  Gazzetta  Universale  ;  le  quali,  dopo  avere  assunto  di- 
versi titoli  e  passate  non  poclie  vicende,  furono  il  ceppo  di  quel 
foglio  officiale  e  privilegiato,  che  durò  finche  la  Toscana  ebbe  un 
proprio  governo.  A  Modena  il  primo  saggio  di  giornali  stampati 
si  vide  nel  1658  ;  e  dopo  esservi  state  gazzette  che  via  via  risor- 
gevano e  cessavano,  restò  verso  la  metà  del  secolo  passato  il  Mes- 
saggiere,  il  quale  nel  1757  passò  alla  stamperia  ducale,  e  fu  gior- 
nale d'ufficio  del  governo  estense,  fino  probabilmente  alla  fuga  del 
Duca,  seguita  nel  1796  (3).  Altre  due  gazzette  si  stampavano  di 
certo  in  Piacenza  ed  in  Mantova  fino  dal  1680  ;  e  quest'  ultima 
ebbe  spaccio  e  credito  assai  (4).  Cosi  verso  la  fine  del  seicento  e 
nel  principio  del  secolo  dopo,  si  prendevano  a  stampare  de'  fogli 
politici  in  Milano,  Parma  (5),  Bologna  (6),  Foligno  (7)  Lugano, 
Napoli  (8),  Forlì  (9)  ed  in  altre  città,  la  maggior  parte  con  pri- 
vilegio de'  governi,  e  furono  l'origine  di  fogli  officiali  de'  diversi 
Stati  d'Italia.  A  Genova,  dopo  quo'  primi  di  cui  dicemmo  gii  au- 
tori, altri  ne  succedettero  senza  interruzione,  o  almeno  sempre  fu 
in  quella  città  una  gazzetta  stampata,  finche  il  governo  aristocratico 


(i)  Arch.  delle  riformagioni  fiorentino,  filza  i,  dell'aud.  Federighi,  carte  418  ec. 
Il  privilegio  particolare  che  aveva  il  Cecconcelli  per  le  notizie  di  Germania,  era  ri- 
masto nullo  fin  dal  1653,  perchè  nell'appalto  delle  gazzette  generali  si  dichiarò  non 
esservi  esclusione  di  ninna  qualità  di  nuove. 

(2)  Nelle  carte  lucchesi  la  gazzetta  fiorentina  è  detto  essere  quella  di  Genova 
ristampata;  perciò  il  Magistrato  la  rifiutava  e  prendeva  la  stampa  originale  a  fine  di 
avere  le  nuove  più  fresche.  Delib.  16  e  27  novembre  1652. 

(5)  Una  preziosa  miscellanea  de' più  antichi  giornali  modenesi  a  stampa,  sta  nel- 
l'Archivio di  Modena. 

(4)  Nel  1730  la  Gazzetta  di  Mantova  si  stampava  per  Alberto  Pazzoni,  con  licenza 
de'  superiori.  Non  avea,  come  del  resto  era  in  quasi  tutti  i  fogli  di  questa  natura,  titolo 
alcuno,  oltre  la  data  della  città  e  del  giorno.  Nella  prima  iniziale  era  incisa  l'arme  im- 
periale. 

(5)  Ne  abbiamo  viste  le  annate  1729  e  1730.  Allora  si  stampava  da  Giuseppe 
Rosati,  con  privilegio. 

(6)  Nel  1730  si  stampava  dai  fratelli  Sassi,  con  privilegio. 

(7)  Nel   1721  si  stampava  da  Niccolò  Campitelli. 

(8)  Nel  catalogo  de'  libri  rari  di  C.  Minieri  Riccio,  si  registrano  gazzette  napoli- 
tane  uscite  dal  1694  al  1708,  e  stampate  dal  Parrino,  Cavallo  e  Muzio. 

(9)  Nel  1701  si  prese  a  pubblicare  in  Forlì  un  foglio,  di  cui  una  pagina  col  ti- 
tolo di  Giornale  de'  Novellisti,  conteneva  notizie  politiche,  l'altra  intitolata  Gran  Gior- 
nale, era  destinata  alle  nuove  letterarie.  Cessò  dopo  cinque  anni  di  vita,  come  rac- 
conta Scipione  Mafìei,  nella  introduzione  al  Giornale  de  Letterali  d' Italia.  Nuovamente 
però  si  riprese  a  stampare  a  Forlì  un  giornale  tutto  politico,  similissimo  a  quelli  di 
Bologna,  Foligno,  Mantova,  ecc.,  il  quale  portava  in  fronte,  invece  di  titolo,  la  indi- 
cazione della  città,  del  giorno,  e  dello  stampatore  privilegiato  Dandi.  Ne  abbiamo  esa- 
minati de' fogli  dell'annata  1730. 


48  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

durò  (1).  Che  discendenze  avessero  in  Roma,  le  gazzette  stampate 
dai  fratelli  Bellini,  e  quindi  seguitate  da  Camillo  Rosaleoni,  ci  è 
del  tutto  ignoto.  Può  darsi  però  che  il  Diario  detto  del  Cracas, 
quasi  tutto  diretto  a  registrare  i  fatti  religiosi,  ma  con  piccola  e 
innocente  mistura  di  notizie  politiche,  fosse  appunto  una  trasfor- 
mazione di  quelle.  Che  avvenisse  in  fine  di  una  gazzetta,  fatta  a 
imitazione  di  quella  di  Olanda,  che  nel  1745  si  prese  a  pubblicare 
in  Todi,  per  cura  di  Paolo  Rolli,  non  abbiamo  trovato  chi  ce  lo 
insegni,  ne  i  suoi  biografi  ne  fanno  pur  cenno   (2). 

Ma  perchè  le  gazzette  italiane  stampate,  sottomesse  a  censura 
e  quasi  del  tutto  ridotte  al  servizio  de'  governi,  non  contentavano 
chi  voleva  informazioni  libere  e  genuine,  ne  avvenne,  come  di- 
cemmo, che  durasse  fra  noi  il  costume  de'  fogli  di  avviso  a  mano, 
più  0  meno  segreti  più  o  meno  liberi.  Avendo  la  storia  delle  gaz- 
zette proceduto  di  pari  passo  anche  nelle  altre  parti  d'Europa,  e 
specialmente  in  Francia  ed  Inghilterra,  così  anche  là  si  era  pro- 
dotto il  fatto  medesimo  (.3).  Nei  nostri  archivi  pubblici  e  privati 
si  trovano  avvisi  manoscritti  venuti  da  ogni  parte  d' Italia,  fino 
agli  ultimi  anni  del  secolo  scorso  ;  e  di  piti  si  ha  notizie  qua  e  là 
di  alcuni  de'  principali  avvisatori.  Sappiamo  per  esempio  che  nei 
primi  anni  del  settecento  era  in  Genova  una  specie  di  azienda  di 
avvisi  segreti  condotta  da  Giuseppe  Merani  associato  ad  un  Pari- 
sani;  a  mezzo  del  secolo  quella  di  Don  Francesco  Emerigo,  a  cui 
succedeva  più  modernamente  Giuseppe  de'  Negri  (4).  Fra  quelli 
della  stessa  natura  che  sempre  ebbe  Milano,  noteremo  una  libera 
e  vivace  gazzetta  a  mano,  che  sulla  fine  del  seicento  spacciava 
Pier  Francesco  Yalentini,  forse  della  razza  di  quell'  Ippolito  che 
facendo  simil  professione  avea  molti  anni  innanzi  dovuto  fuggire 
da  quella  città  (15).  Circa  il  1660  si  pubblicava  manoscritto  a  Fi- 
renze un  foglio  di  nuove  oltremontane  da  un  tal  Ercole  Taglia- 
pietra,  che  però  vi  apponeva  il  suo  nome  sottoscritto  (6).  A  Ve- 
nezia, benché  vi  fosse  tanto  in  fiore  l'arte  della  stampa,  si  tenne 
così  tenacemente  l'usanza  delle  gazzette  a  mano,  che  anche  sulla 
fine  del  seicento  non  se  ne  stampava  nissuna.   Di  ciò  si  ebbe  per 


(i)  Ci  assicurano  che  la  Ganeita  di  Genova  che  tuttavia  si  stampa,  e  che  fu  uà 
giorno  il  foglio  più  universalmente  letto  di  tutta  l'Italia,  abbia  la  sua  origine  dalla 
Galletta  Xaiionaìe  Genovese,  il  cui  primo  numero  si  pubblicò  il  17  giugno  1797.  Non 
sappiamo  però  se  questa  fosse  proprio  sorta  tutta  nuova  in  quel  bollore  democratico, 
o  fosse  séguito  e  travestimento  di  una  gazzetta  più  vecchia 

(2)  Il  primo  numero  fu  stampato  a  mezzo  giugno  1745,  come  si  ha  da  lettera 
del  Rolli  al  p.  A.  Berti,  fra  le  lettere  a  quest'ultimo.  Archivio  di  S.  M.  Cortelandini 
in  Lucca. 

(3)  Hatin,  op.  cit.,  I,  49,  racconta  come  le  nuove  a  mano  durarono  presso  quelle 
due  nazioni  anche  quando  le  gazzette  si  stampavano,  non  ostante  le  pene  rigorose 
che  furono  stabilite  per  impedirle. 

(4)  Magistrato  de'  Segretari  di  Lucca.  Il  prezzo  che  generalmente  si  pagò  in 
Lucca  a'  gazzettieri  segreti  di  Genova,  nel  secolo  passato,  fu  di  cinque  ruspi  o  zec- 
chini annuali. 

C5)  Ve   ne  sono  due  annate  i6q8  e  1700  fra  i  manoscritti  di  S.  Romano  in  Lucca. 
(6)  Magistrato  de' Segretari  di  Lucca.  Scritture  del  1659-1660. 


LE   PRIME    GAZZETTE   IN   ITALIA.  40 

avventura  la  ragione  in  qualche  ordine  della  Repubblica,  del  quale 
però  non  abbiamo  trovato  indizio  ne'  libri  di  erudizione  veneziana. 
Del  fatto  però  ne  danno  sicurtà  le  seguenti  parole  del  Coronelli, 
clie  scriveva  nel  1697.  «  Non  è  costume  di  stampare  gli  avvisi  in 
«  questa  città,  ne  si  scrivono  cbe  col  dovuto  rispetto   verso  ogni 
«  nazione  e  riguardo  a'  particolari.  I  rapportisti  che  sono  in  gran 
«  numero  ricevono  il  foglietto  dalli  due  principali  D.  Pietro  Do- 
«  nati  e  Antonio  Minunni  »  (1).  Anche  il  Dotti,  in  una  delle  sue 
satire,  accennava  al  recapito  che  nella  bottega  di  quest'ultimo  fa- 
cevano i  politicanti  Veneziani,  i  quali  rimprovera  del  tempo  per- 
duto (2).  Degne  di  osservazione  son  anche  le  parole  del  Coronelli 
quando  afferma  che  i  numerosi  ra'px>07'tisti  veneziani  ricevessero 
il  foglio  da  due  principali  :  perchè  confermano  quello  che  crediamo 
avvenisse  anche  in  altre  città,  che  cioè  vi  fossero  non  pochi  che 
esercitassero  il  mestiero  di  seconda  mano,    non  raccogliendo   essi 
direttamente  le  notizie,  ma  copiandole  da   altri  fogli  de'  più  repu- 
tati. Non  erano  di  certo  di  questa  classe  inferiore  coloro  che  ser- 
vivano i  principi,  come  quel  Gio.  Francesco  Alvisi,    il  quale  nel 
principio  del  secolo  scorso,  era  lautamente  pagato  dalla  repubblica 
lucchese  per  i  suoi  avvisi  veneziani.  Ma  più  che  a  Genova,  a  Ve- 
nezia ed  in  ogni  altra  città  italiana,  rimase  viva  in  Roma  l'arte 
de'  fogliettisti  segreti.  Raccolte  più  o  meno  numerose  di  fogli  ro- 
mani di  questa  natura,  si  trovano,  negli  archivi  ;  ed  attestano  che 
l'usanza  perseverò  fino  al  pontificato  di  Pio  VI,  o,  per  dir  meglio, 
finche  anche  in  Roma  non  si  apri  la   breccia   alla   rivoluzione  di 
Francia.  Fra  gli  informatori  romani,  dell'ultimo  secolo  ne  vedemmo 
alcuni  quasi  affatto  occupati  a  registrare  le  nuove  della   Cm'ia  e 
le  faccende  ecclesiastiche  ;  altri  invece  piii  larghi  nel   raccogliere 
quelle  esterne  e  politiche  ;  altri  infine  assidui  nel  riferire  notizie 
erudite  ed  artistiche.  Diverse  appariscono  anche    le    indoli    degli 
scrittori  ;  che  talvolta  sono  rimessi  e  moderati,  non  di  rado  liberi 
e  franchi  giudicatori,  ed  anche  satirici  e  maligni.  Il  IMilizia  avrebbe 
avuto  particolare  ingegno  per  questo  modo  di  scrivere  ;  e  leggendo 
le  sue  lettere,  specialmente  quelle  al  conte  di   Sangiovanni,    par 
talvolta  di  avere  in  mano  il  lavoro  di  alcuno  fra   que'  più   liberi 
ed  arguti  gazzettieri  romani.  Nel  tempo  delle  sedi  vacanti  i  modi 
di  costoro  si  facevano  più  che  mai  irreverenti  ed  audaci,  e  le  gare 
delle  fazioni  che  si  agitavano  nei  conclavi,  aveano  la  loro  corri- 


(i)  Coronelli,  Viaggi.  Venezia,  1697,  I,  31 

(2)  Nella  satira  intitolata  i  Novellisti,  tutta  diretta  contro  i  politici  che  perdevano 
la  testa  ed  il  tempo  a  cianciare  ne'  caffè  e  nelle  botteghe,  si  legge  : 

Son  dell'ozio  i  pigri  alunni 

Con  molti  altri  capi  storti, 

In  bottega  del  Minunni 

A  sudar  sopra  i  riporti. 
Riporti  e  rapporti,  si  chiamano  le  gazzette  e  rapportisti  i  gazzettieri,  anche  in  altri  luoghi 
di  esso  poeta.  Il  Dotti,  morto  assassinato  nel  1712,  avea  scritte  le   sue   satire  negli 
ultimi  due  decenni  del  secolo  antecedente. 

N.  Bernardini  —  Guida  dclU  Stampa  ^triudùa  iialiuiia  —  4. 


50  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODiCà   IT  ALL'INA. 

spondenza  nelle  gazzette.  Cosi,  per  esempio,  un  novellista  romano 
cominciava  il  suo  foglio  del  10  aprile   1721:  «Il  conclave  è  pieno 
€  di  scissure,  e  poco  mancò  non  sieno  venuti  alle   mani  Panfìlio 
«  et  Albano,  doppo  essersene  dette  delle  belle  e  delle  buone.  Rin- 
€  facciando  Panfilo  all'altro  il  malgoverno,  e  1'  altro   a  quello  la 
«  sua  pazzia.  Ancora  con  Altam  ha  altercato  Albani,   e  Fabroni 
€  con  Corradini  ;  clie  peggio  non  avrebber  fatto  due  curati  di  villa, 
«  usciti  ubbriaclii  da  qualche  paio  di  nozze  contadine  »  (1).  A  che 
setta  appartenessero  gli  avvisatori  segreti  di  Roma,  che  ne'  primi 
tempi  del  settecento  servirono  la  repubblica  lucchese,  non  abbiamo 
potuto  sapere  essendo  disperse  le  carte  che  inviavano.  Fra  questi 
furono  un  Giuseppe  Pozzi,  già  stato  dapprima  a   Firenze  a    eser- 
citare lo  stesso  mestiere,  un  Panicali  e  un  Gio.  Battista  Bondacca. 
La  persistenza  in  Roma   delle    gazzette  malediche   si   deve    attri- 
buire al  non  essersi  mai  del  tutto  spente  le  fazioni  e  le  nimicizie 
fra  le  principali  famiglie;  ma  più  alla    avidità  del  guadagno  che 
faceva  sfidare  le  leggi.  Anche  in  Francia  gli  ordini  più  crudeli  e 
le  più  assidue  persecuzioni  per  lunghissimo  tempo  erano    riuscite 
vane  contro  i  libellisti  e  gli  scrittori  di   gazzette  a  mano    (2).  Il 
dotto  volterrano  Maffei,  che  scriveva  nel  1712  dopo  aver  raccon- 
tato la  severa  legge  di  Pio  V  contro  gli  avvisi  satirici,  esclamava: 
«  Eppure,  Dio  buono,  non  è  mai  bastato   qualunque   rigore  a  li- 
€  berar  Roma  da  questa  infermità  che  si  nutrisce  dell'avarizia,  della 
€  malizia  e  della  menzogna  »  (3).   Quali  e  quanti  ebbero  a  soste- 
nere questi  rigori   sarebbe   impossibile  il  dire,    senza    esplorare  i 
documenti  di  Roma.  Di  alcuno  che  a  prezzo  della  vita  scontò  in 
quella  città  l'audacia  dello  scrivere  già  dicemmo  in  principio.  D'un 
altro  che  ebbe  sorte  eguale  nei  tempi  più  moderni,    cioè   sotto  il 
pontificato  di  Clemente  XI,  e  che  forse  fu  l'ultimo  cui   si   appli- 
casse in  tutto  il  massimo  rigore  della  bolla  piana,  troviamo  ricordo 
negli  annali  manoscritti  della  Colombaria  di  Firenze.   «  Si  fa  me- 
«  moria  (così  si  legge  in  quel  prezioso  diario)  come  trovandosi  l'As- 
ce setato  (4)  di  permanenza  in  Roma  dall'anno  1718  al  1723,  segui 
€  che  dopo  sei  mesi  di  prigionia  sostenuta  dall'abate  Gaetano  Vol- 
«  pini  di  Piperno,   nell'anno  1719  e  20  carcerato  e  processato  per 
«  foglicttante,  con  avere  scritte  a  Vienna  al  Conte  di  Sizzendorff 
«  cose  contro  la  vita  et  onestà  del  Santissimo  padre  Clemente  X, 
«  e  di  Clementina  Sobiescki  sposa  allora  di  Giacomo  ITE  Stuardo 
«  re  della  Gran  Brettagna,    fu   finalmente  condannato,   come  reo 
«  de'  sopraccennati  delitti,  ad  esser  decapitato.  Fu  alzato  il  palco 
«  funesto  in  Campo  Vaccino,  e  la  mattina  del  sabato,  precedente 
«  al  sabato  del  carnevale  di  detto  anno,  si  vedde  detto  abate  Vol- 


(i)  Avvisi  di  Roma,  io  aprile  1721,  presso  lo  scrittore. 

(2)  Hatin,  I,  54  e  segg. 

(3)  Vita  di  S.  Pio   V,  luog.  cit. 

(4)  L'amico  che  ci  ha  comunicato  questo  curioso   documento  ci  fa  sapere   che 
l'accademico  Assetato  era  il  canonico  Niccolò  Liborio  Verzoni  di  Prato. 


LE   PRIME    GAZZETTE   IN   ITALIA.  51 

«  pini  condotto  al  luogo  del  supplizio,  accompagnato,  secondo  il 
«  solito,  dalla  Compagnia  di  S.  Giovanni  de'  fiorentini,  ed  assi- 
de stito  di  confortatore  dal  buon  padre  Galluzzi  giesuita.  Nel  mentre 
«  clie  si  attendeva,  da  una  infinità  di  popolo  quivi  concorso,  il 
«  fine  di  questa  sanguinosa  scena,  il  detto  Assetato  senti  un  abate 
«  ad  esso  incognito,  clie  diceva  ad  alcuni  suoi  compagni  la  infra- 
«  scritta  epigrafe,  com]posta  dal  medesimo  per  incidersi  in  pietra 
«  sopra  il  di  lui  sepolcro:  D.  Caietanus  Vulpinius  Pipernas.  Ve- 

«   RITATIS    AMATOR.    SuB    CLEMENTINA    TyRANNIDE    CAPITE    OBTRUNCATUS. 

«  VicTORiAE  PALMAM  OBTiNUiT.  Ex  S.  C.  S.  P.  Q.  E,.  — A  Sentire 
«  tale  empietà  l'Assetato,  conoscendo  che  quella  non  era  buon'aria, 
«  subito  se  ne  andò  in  altra  parte  »  (1). 

Mutate  le  condizioni  di  ogni  Stato  d'Italia  col  sopravvenire 
della  rivoluzione,  e  da  ogni  parte  sorgendo  giornali  liberi,  venne 
meno  l'usanza  delle  gazzette  segrete.  Anche  avvenute  le  restaura- 
zioni e  ritornati  i  tempi  del  silenzio,  gli  informatori  di  quella  sorte 
non  si  riebbero,  e  forse  i  governi  più  scaltriti  e  sospettosi  non  li 
avrebbero  tollerati,  come  pure  a  malincuore  avevano  fatto  gli  an- 
tichi. L'arte  dei  menanti  scomparve  dunque  in  quel  generale  rin- 
novamento di  uomini  e  di  cose,  che  si  ebbe  sulla  fine  del  secolo 
passato,  e  fino  la  tradizione  e  la  memoria  del  loro  mestiere  si  spen- 
sero. Collo  estendersi  in  Italia  la  rivoluzione  di  Francia,  si  chiude 
pertanto  l'epoca  prima,  se  cosi  ci,  è  concesso  parlare,  del  giorna- 
lismo politico  nostro,  la  cui  importanza  fu  principalmente  nelle 
gazzette  a  mano  che  più  o  meno  usarono  la  libertà  dello  scrivere. 
Le  fallacie,  le  incoerenze  e  le  bugie  ancora,  che  pur  troppo  deb- 
bono abbondare  in  quo'  fogli,  e  che  son  quasi  necessaria  conseguenza 
di  un  lavoro  afirettato  ed  immaturo,  non  debbono  farci  credere  che 
tutto  sia  in  esse  non  vero.  Anche  quando  altro  non  stessero  a  di- 
mostrarci che  le  credenze,  i  pregiudizi  dei  tempi,  e  l'eco  della  fama 
quotidiana,  ci  porgerebbero  pur  sempre  un  lato  importante  della 
storia.  Ma  veramente,  oltre  a  ciò,  una  certa  qualità  d'  informazioni 
e  di  particolari,  che  vanamente  si  cercano  nei  documenti  pubblici  e 
nei  libri,  sono  a  trovarsi  nelle  gazzette  :  le  quali  studiate  con  giu- 
dizio e  bene  adoperate,  possono  riuscire  di  gaiida  e  di  sussidio  alle 
altre  più  nobili  fonti  della  storia.  Molte  ricerche  occorrerebbero 
invero  perchè  le  antiche  gazzette,  cosi  varie  e  molteplici,  fossero 
distinte  fra  loro  ;  il  loro  valore  individuale  fosse  singolarmente  de- 
terminato; e  conosciuti  gli  autori,  si  scoprisse  a  quali  idee  ed  a 
quali  parti,  anche  involontariamente  servirono.  Il  che  certo  non 
sarà  possibile  di  conseguire  senza  studi  accurati  e  pazienti,  stante 
anche  la  rarità  grande  di  questi  fogli,  ed  il  trovarsi  disseminati 
in  collezioni  spesso  disgregate  e  lontane.  Ma  se  la  storia  delle 
gazzette  italiane  riuscirà  difficile  e  laboriosa,  di  tanto  crescerà 
il  merito  di  chi  saprà  farsene  autore.  In  noi  sarebbe  presun- 
zione, se  con  questo  che  ci  venne  fatto  di  scrivere,  credessimo  di 


(i)  Annali  della  Società  Colombaria  di  Firenze,  voi.  Ili,  115. 


52 


GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


aver  segnato  le  traccie  del  futuro  lavoro.  Invece  ci  chiameremo 
contenti  se  saremo  bastati  a  volgere  l'attenzione  degli  eruditi  so- 
pra un  soggetto  fin  qui  trasciirato,  e  pure  non  infimo,  ne  indegno 
di  studio. 

Salvatore  Bongi. 


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Grammatica  e  Lessicologia 
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IL  PRIMO  GIORNALE  STAMPATO 


Non  una,  ma  parecchie  nazioni  d'Europa,  si  contendono  la  gloria 
di  aver  dato  i  natali  al  primo  giornale  stampato. 

Per  molti  anni  si  è  creduto  che  all'Inghilterra  spettasse  quest'onore. 
Nel  1794  lo  storico  Chalmers  nella  sua  biografia  del  grammatico  Rud- 
dimann  richiamò  per  il  primo  l'attenzione  su  certi  fogli  conservati  nel 
British  Museum,  gli  uni  stampati  e  gli  altri  scritti  e  legati  insieme  in 
un  volume  in  folio.  Narrasi  che  nel  1588,  quando  la  famosa  Armada 
di  Filippo  II  minacciava  le  coste  del  regno,  lord  Burleigh  dimandò  alla 
regina  Elisabetta  il  permesso  d'informare  il  popolo  del  vero  stato  delle 
cose  e  che  avendolo  ottenuto,  mandò  fuori  un  foglio  intitolato  The  En- 
glish  Mercurie,  che  scritto  da  prima  a  mano,  come  le  Notizie  veneziane, 
venne  poscia  stampato  da  Cristoforo  Barker,  tipografo  della  corte.  Tra 
gli  esemplari  del  Museo  britannico  vi  sono  i  numeri  50,  51  e  54;  il 
primo  porta  la  data  del  23  luglio  1588,  Ma  Tommaso  Wats  scoprì  che 
quei  fogli  erano  apocrifi.  Nel  suo  opuscolo  A  letter  to  Antonio  Pani^:;i 
on  the  rcputed  earliest  printcd  neiuspaper  The  english  Mercurie  ij;8S,  di- 
mostra che  quegli  esemplari  stampati  non  possono  appartenere  al  tempo 
indicato,  ma  ad  un  periodo  ben  posteriore;  ed  afferma  che  i  manoscritti 
sono  sopra  carta  che  ha  per  filigrana  le  iniziali  G.  R.  (Georgius  rex). 

Probabilmente  però  questa  pubblicazione,  come  l'altra  fatta  a  No- 
rimberga, Augusta  e  in  altre  città,  non  aveva  nulla  di  permanente,  ca- 
rattere che  non  aveva  neppure  un  avviso  prodotto  dalla  Germania  come 
il  suo  primo  giornale  e  intitolato  Relation  oder  Zeitung  was  sich  begeben 
oder  :(iigetragen  hat  in  Dentschland  nnd  PVelschland,  Spanien  nnd  Franh- 
reich,  in  Ost-imd  Wcst-Indien,  fondato  nel  1612  e  che  da  taluni  è  ri- 
guardato come  il  primo  giornale  regolare. 

Di  questo  Avviso  si  cita  il  numero  14,  ma  questo  foglio  non  sem- 
bra noto  che  per  una  relazione  fattane  da  un  bibliografo  della  fine  del 
secolo  scorso,  ed  è  su  questa  citazione  che  i  tedeschi  considererebbero 
questo  Avviso  come  il  più  antico  dei  loro  giornah  (i).  Se  non  che  tre 
anni  dopo,  nel  161 5,  un  libraio  di  Francoforte,  Egenolph  Emmel,  pub- 
blicava un  foglio,  di  cui  nessuno  contesta  il  carattere,  una  gazzetta  nu- 
merata che  compariva  una  volta  la  settimana.  È  questa  gazzetta  che 
secondo  il  Brockhaus  sarebbe  oggi  continuata  dal  Frankfurter  Journal 
attuale.  L'anno  dopo,  ad  esempio  dell'Emmel,  Jean  de  Birghden,  ammi- 
nistratore della  posta  imperiale,  fondava  la  Frankfurter  Oberpostamts-Zei- 
tung  che  esisterebbe  anche  oggi  sotto  il  titolo  di  Frankfurter  Post^eitungy 
preso  il  i.°  aprile  1852.  Questo  giornale  sarebbe  venuto  senza  interru- 
zione fino  ai  nostri  giorni;  però  non  se  ne  conosce  un  numero  ante- 
riore al  1658. 

L' Olanda  ha  per  sé  delle  probabilità  di  precedenza  e  nulla  più.  È 


(i)  Saggio  di  una  storia  sommaria  della  Stampa  periodica,  di  L.  G.  Piccardi, 
Roma,  Beacini,  1886,  pag.  7  e  segg. 


54  aUIDÀ   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

opinione  ad  Amsterdam  che  questa-città  possedesse  verso  il  1617  0  il  1619 
una  gazzetta  periodica  che  usciva  due  volte  la  settimana. 

«  Nondimeno,  questa  gloria  di  aver  visto  nascere  il  primo  giornale 
stampato  è  contestata  a  Francoforte  da  Anversa. Infatti  Abraham  Verhoeven 
stampatore  ottenne  nel  1605  dagli  arciduchi  Alberto  e  Isabella,  il  privi- 
legio di  stampare  e  di  imprimere  su  legno  o  metallo  tutte  le  notizie 
recenti  (Alle  de  nietiwe  Tydinghen),  le  vittorie,  gli  assedi  e  le  presi  delle 
città  che  i  detti  principi  farebbero  o  guadagnerebbero.  Questo  privilegio 
è  noto  non  per  altro  che  per  la  conferma  accordatane  a  Verhoeven 
nel  1620. 1  più  antichi  numeri  delle  Nienwe  Tydin^hen,  esistenti  alla  bi- 
blioteca reale  di  Bruxelles,  non  risalgono,  è  vero,  al  di  là  del  1616,  ma 
è  lecito  supporre  che  questo  foglio  comparisse  in  principio  a  intervalli 
indeterminati,  come  resulterebbe  da  un  avviso  del  19  aprile  1617,  nel 
quale  lo  stampatore  àìco.  che  per  l'avvenire  farà  uscire  regolarmente  ogni 
otto  o  nove  giorni  le  principali  notizie  di  quanto  avviene  nei  paesi  stra- 
nieri. » 

Più  tardi  la  Mense  di  Liegi  ha  confermata  quest'asserzione,  dando 
a  Verhoeven,  nato  sd  Anversa  il  22  giugno  1580,  il  vanto  di  avere  in- 
ventate pel  primo  le  gazzette  stampate  e  illustrate.  Questo  padre  del 
giornalismo,  membro  della  Saint-Lucasgilde  stampava  e  pubblicava  a 
sue  spese  il  giornale;  ma  pare  ch'eg'i  non  fu  troppo  fortunato  nella  sua 
intrapresa;  bisogna  credere  che  i  suoi  abbonati  dovevano  essere  presi 
per  l'orecchio  quando  veniva  presentata  loro  la  quietanza,  poiché  il  po- 
veruomo vide  confiscato  tutto  il  suo  avere  e  venduto  all'incanto  per 
coprire  le  spese  di  stampa  del  foglio.  Dicesi  che  nella  biblioteca  d'Anversa 
si  conservi  un  esemplare  del  giornale  di  Verhoeven. 

La  Francia  pare  abbia  seguito  più  tardi  le  nazioni  vicine,  cioè  nel  163 1. 

Ma  intanto,  tutti  coloro  che  si  sono  occupati  di  queste  ricerche,  as- 
seriscono che  il  primo  giornale  francese  data,  realmente,  dal  1494.  Du- 
rante la  spedizione  di  Carlo  VII,  nel  regno  di  Napoli,  si  sentiva  gridare 
per  le  vie  di  Parigi  «  Le  journal  à  un  sou,  bulletin  de  la  grande  armèe 
d' Italie  ».  Si  è  trovato  qualche  numero  di  quest'effemeride  nella  biblio- 
teca di  Nantes.  Pare,  di  più,  che  questo  giornale  cessò  nel  1495. 

Ma  il  vero  primo  giornale  francese  data  dal  30  maggio  163 1,  epoca 
nella  quale  la  pubblicazione  di  un  giornale  non  era  più  una  novità. 
Thèophraste  Renaudot,  medico  di  corte  e  amico  del  celebre  padre  Giu- 
seppe, noto  sotto  il  nome  di  Eminen:{a  grigia,  pubblicò  la  Gaiette,  con 
privilegio  del  Re. 

Ecco,  a  titolo  di  curiosità,  una  citazione  delle  notizie  datate,  inserite 
nel  primo  numero  di  questo  giornale: 

Da  Costantinopoli,  il  2  aprile;  da  Roma  il  26  aprile,  e  sotto 
questa  rubrica  si  trovano  le  notizie  di  Spagna  e  Portogallo;  dall'Alta 
Alemagna,  il  30  aprile;  da  Friestaad  in  Silesia,  il  i.°  maggio;  da  Ve- 
nezia, il  2;  da  Vienna,  il  3;  da  Stettino  e  da  Lubecca  il  4;  da  Franco- 
forte sull'Oder,  il  5;  da  Magonza,  il  6;  da  Amsterdam,  il  17;  da  An- 
versa, il  24  ecc. 

Tenendo  conto  dei  mezzi  abbastanza  ristretti  di  comunicazione  a 
quell'epoca,  può  dirsi  che  l'inizio  non  era  cattivo. 


IL   PRIMO   GIORNALE   STAMPATO. 


55 


Questo  giornale  che  si  stampava  una  volta  alla  settimana,  ebbe,  po- 
scia, quattro  pagine  piccole  in-4.°,  poi  otto  e  talvolta  anche  dodici,  divise 
in  due  quaderni  intitolati,  l'uno  Gaiette,  l'altro  Nouvelks  ordinaires  de 
divers  endroits. 

Nella  magnifica  opera  di  H.  P.  Hubbard's,  intitolata  Newspaper  and 
Bank  Directory,  stampata  a  New  Haven,  Stati  Uniti,  nel  1882,  voi.  I, 
p.  114  (i),  si  trova  il  fac-simile  del  giornale  di  Renaudot. 

Il  titolo  di  questo  perio- 


G 


S. 


RECVIL  DES 

A  Z  E  T  T  E 

de  l'annee  163 1. 

DEDIÉ  AU  ROY. 

AVEC  UNE  PREFACE  SERVANT 
i  l' intelligence  des  choses  qui  y  sont  conteuiies 

Et    une    table   alphabetique    des    matieres, 
(Stemma) 


Au  Bureau  d'Adrefie  au  Grand  Coq  rùe  de  la  Calandre 
fortant  au  marche  neuf  prés  le  Palais  à  Paris. 

M.    DC.    XXXII 

Auec    Priuilége 


dico,  frammezzato  anche  dallo 
stemma  di  Francia,  è  conce- 
pito come  qui  accanto: 

I  francesi,  riconoscenti, 
nel  settembre  del  1887  appose- 
ro una  lapide  in  marmo  bianco 
al  quai  du  Marché-Neuf,  n."  4, 
con  la  seguente  iscrizione: 
«  Teofrasto  Renaudot  fondò 
nel  163 1  il  primo  giornale 
stampato  a  Parigi,  la  Ga:^ette, 
nella  casa  del  Grand-Coq,  che 
si  elevava  qui,  ouvrant  via 
della  Calandra  e  sortant  al 
Marché-Neuf.  » 

La  collezione  dell'antica 
Gaiette  è  oggidì  molto  rara: 
trovasene  un  esemplare  nella 
biblioteca  reale. 

Quanto  all'  Italia  i  suoi 
titoli  non  sono  disprezzabili. 
Già  fin  dal  1570  erano  stati 
messi  in  prigione  a  Roma 
«  alcuni    che    vendevano   le 

nuove  stampate  a  Viterbo  et  a  Foligno  »  (Avvisi  di  Venezia,  da  Roma,  28  ot- 
tobre ijyo,  Archivio  Mediceo,  fil:(a  )obo).  Qualche  scrittore  però  giudica 
queste  dovessero  ritenersi  come  semplici  relazioni  di  fatti  straordinari, 
senza  alcun  carattere  di  periodicità,  e  perciò  da  collegarsi  più  alla  storia 
dell'arte  tipografica  che  a  quella  delle  gazzette,  o  tutt'al  più  considerarsi 
come  i  legittimi  predecessori  di  quei  tali  foglietti  che  escono  tratto  tratto, 
specialmente  nelle  provincie  meridionali  per  raccontare  qualche  «  fatto 
meraviglioso  »  o  qualche  «  orribile  e  tremendo  delitto  ». 

Questo  è  però,  secondo  me,  attendibile  sino  a  un  certo  punto;  per- 
chè se  le  origini  del  giornalismo  italiano  si  fanno  risalire  agli  Ada  diurna, 
agli  avvisi  manoscritti  che  neanche  avevano  carattere  di  periodicità,  non 
trovo  strano  che  legittimi  predecessori  delle  attuali  gazzette  fossero  i 
foglietti  stampati  contenenti  le  nuove,  fossero  anche  queste  nuove  fatti 


(i)  Rendo  pubbliche  grazie  al  signor  H.  P.  Habbard's  per  la  magnifica  opera  che 
volle  gentilmente  inviarmi. 


56  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Straordinari,  o  tremendi  delitti.  Certo  all'epoca  di  cui  parliamo  non  c'era 
nel  pubblico  l'avidità  di  conoscere  le  notizie  politiche,  come  oggi;  quindi 
la  periodicità  non  è  un  elemento  essenzialissimo  per  caratterizzare  l'esi- 
stenza del  giornale. 

Ad  ogni  modo  a  Firenze  fin  dal  1597  si  stampavano  regolarmente 
i  bollettini  dei  cambi  e  delle  mercuriali;  e  nel  1636  cominciò  a  stam- 
parsi una  gazzetta,  copiata  da  altra  manoscritta  di  Venezia.  Nel  1640 
poi,  anche  a  Roma  eravi  una  gazzetta  a  stampa,  detta  ora  pubblica,  ora 
ordinaria,  e  verso  la  stessa  epoca  altra  gazzetta  stampata  pubblicavasi 
pure  a  Genova,  per  cura  di  Michele  Castelli  (vedi  pia  innanzi  l'articolo 
Luca  Assarino  ed  il  Sincero).  Un  numero  di  questo  giornale  si  conserva 
nella  bibUoteca  Barberini  di  Roma  e  porta  la  data  del  28  settembre  1630, 
il  che  darebbe  a  Genova  il  primo  posto  per  la  stampa  delle  gazzette. 
Ma  pare  che  in  questa  data  ci  sia  un  errore  di  stampa  e  che  invece 
di  1630  debba  leggersi  1640.  Il  numero  veramente  più  antico,  della  col- 
lezione Barberini,  purta  la  data  2  luglio  1640.  Negli  avvisi  della  biblio- 
teca Nazionale  di  Genova,  il  più  antico  porta  la  data  del  29  luglio  1639. 

Quasi  nello  stesso  tempo,  altre  gazzette  stampate  comparvero  a  To- 
rino, a  Milano,  a  Bimini  (i). 

Lo  storico  inglese  De  Chalmers  sostiene  che  il  giornale  stampato 
più  antico  è  la  Gaietta  di  Veneiia,  la  cui  origine  rimonta  al  1536,  cioè 
un  secolo  prima  della  Gaiette  del  Renaudot,  ma  altri  sostengono  che  la 
prima  gazzetta  uscì  a  Venezia  nel  1562,  epperò  sempre  l'Italia  avrebbe 
la  precedenza  sulle  altre  nazioni  (2). 

In  Inghilterra  il  primo  periodico  fu  il  JFeckly  news,  che  cominciò 
a  pubblicarsi  il  22  maggio  1622,  e  recava  le  notizie  di  un  altro  gior- 
nale olandese.  In  Germania,  il  primo  foglio  periodico  apparve  nel  1615 
a  Francoforte  sul  Meno.  In  Isvezia  il  primo  giornale  rimonta  al  1643  e 
si  chiamò  V  Ordinaire  Post  Tidende.  Il  May  jìover,  eh' è  il  primo  gior- 
nale degli  Stati  Uniti,  comparve  nel  1673  a  Cambridge  ^^Massachusset), 

Noi  non  abbiamo  parlato  che  del  primo  giornale  stampato  d'Europa,* 
ma  se  per  poco  varcassimo  questi  confini  allora  ci  vedremmo  subito  pre- 
ceduti dalla  China,  la  quale  in  ogni  scienza,  in  ogni  arte,  in  ogni  in- 
dustria ha  preceduto  non  di  uno  ma  di  parecchi  secoH  tutte  le  scienze, 
le  scoperte,  i  progressi  europei.  Il  King-Pan,  che  si  pubblica  oggi  a 
Pekino,  daterebbe  nientemeno  che  dall'anno  911  dell'era  nostra.  Allora 
si  pubblicava  a  intermittenze,  ma  dal  135 1  ebbe  realmente  un'edizione 
settimanale. 

Sicché  l'invenzione  del  ^/orwa/^,  uscendo  dall'Europa,  non  apparter- 
rebbe né  al  Belgio,  né  all'Inghilterra,  né  alla  Francia,  ma  bensì  ai  Ci- 
nesi. Ma  che  cosa  non  hanno  inventato  i  Cinesi  prima  degli  Europei.? 

Concludendo  a  me  pare  che,  dopo  tutto,  le  maggiori  probabilità  di 
primato  spettino  all'Italia,  le  cui  prove  sono  irrefragabili.  Il  giornalismo 
ha  avuto  le  sue  radici,  le  sue  origini  nel  mondo  romano;  era  naturale 
dunque  che  in  Italia  dovessero  schiudersi  i  primi  frutti  di  questa  pianta. 


(i)  Strenna-Alb.  Ass.  Starnp.  p.  265. 
{ì)  Vedi  Provincia  di  Venezia, 


LUCA  assàrino  e  U  Sincero,  57 

E  in  Italia,  proseguendo  le  tradizioni  degli  Ada  diurna,  si  ebbero  le  prime 
lettere  di  avviso,  i  foglietti  alla  mano,  i  fogli  ordinari  e  finalmente  le 
gazzette.  Questa  soluzione  di  continuità,  documentata  in  tutte  le  sue 
epoche  principali,  può  essere  dimostrata  ugualmente  dalle  altre  nazioni? 

Io  non  credo.  Prova  ne  siano  i  tre  numeri  apocrifi  dell'  Englisch 
Mercurie,  addotti  dall'Inghilterra  per  vantare  il  suo  primato. 

A  complemento  delle  notizie  riferite  aggiungerò  che  queste  prime 
gazzette  a  stampa,  al  pari  delle  manoscritte  non  portavano  in  testa  altra 
indicazione  tranne  il  luogo  d'origine  e  la  data,  ed  ^rano  press'a  poco 
del  formato  di  quella  carta  che  ora  chiamasi   comuiumente  protocollo. 

Vedremo  nell'articolo  seguente  quando  e  come  nacque  il  primo 
giornale  con  un  titolo  espresso. 

N.  Bernardini. 


Luca  Assàrino  e  II  Sincero 


Nel  primo  quarto  del  1600  a  Genova  certi  Michele  ed  Alessandro 
Castelli,  padre  e  figlio,  pubblicavano  una  gazzetta  a  mano. 

Nei  1646  i  due  Castelli  annunziano  che  «  per  certi  degni  rispetti  » 
sospendevano  il  foglietto,  senza  addurre  altro  motivo  in  proposito;  ma 
di  li  a  poco  due  altri  genovesi,  anch'essi  padre  e  figlio.  Giovambattista 
e  Michele  Oliva,  si  fanno  continuatori  della  piccola  gazzetta. 

Trascorse  cosi  tutto  il  1646,  quando  sui  primi  dell'anno  nuovo  si 
sparge  per  la  città  una  strana  notizia:  Giovambattista  Castelli  essere  stato 
ammazzato  e  cessarsi  per  conseguenza  la  spedizione  della  gazzetta  ! 

Figurarsi  come  dovessero  rimanerne  i  lettori;  in  un  anno  vedersi 
privati  due  volte  della  spedizione  delle  notizie. 

Ma  non  andò  guari  e  il  foglio  d'avvisi  riprese  le  pubblicazioni;  questa 
volta  però  era  fatto  da  uno  solo  e  quel  che  più  monta  da  un  uomo  già 
abbastanza  noto,  non  solo  a  Genova,  ma  quasi  in  tutta  Italia:  da  Luca 
Assàrino. 

X 

Sul  cadere  del  1599  Antonio  Assàrino  da  Genova  si  era  recato  in 
America  e  nelle  Indie,  alcuni  dicono  per  diletto,  altri,  ed  è  più  probabile, 
per  mercanteggiare  in  viai  e  cereali.  In  America  il  mercante  genovese 
ebbe  successo;  realizzò  un  guadagno  di  150  mila  zecchini  e  prese  moglie 
—  una  certa  Giovanna  Reloux.  Da  questo  matrimonio  il  18  ottobre  1602 
a  Potosi  nacque  il  nostro  Luca.  E  poiché  Antonio  Assàrino  nel  Nuovo 
Mondo  non  ci  aveva  altro  da  fare,  ritornò  in  patria. 

Il  bambino  crebbe  vispo  e  robusto  e  il  padre  non  durò  troppa  fatica 


58  GUIDA   DELLA   STAMPA.   PERIODICA   ITALIANA. 

a  tirarlo  su,  perchè  egli  ben  presto  manifestò  uno  spirito  d' indipendenza 
non  comune. 

A  sedici  anni  non  solo  dava  da  pensare  al  padre,  ma  anche  aMe  auto- 
rità, perchè  i  birri  un  giorno  gli  sequestrarono  addosso  un'arma  insidiosa 
e  ci  volle  del  bello  e  del  buono,  adducendo  la  sua  minore  età,  per  liberarlo 
dalle  noie  giudiziarie.  Ma  pare  poi  che  realmente  egli,  o  in  questo  tempo 
o  poco  dopo,  avesse  commesso  in  rissa  un  omicidio,  pel  quale  fu  relegato 
in  Corsica. 

Scontata  la  punizione  egli  tornò  in  patria,  ma  per  immischiarsi  in 
altre  brighe,  poiché  prese  parte  ••—  sebbene  non  troppo  attiva  —  alla  con- 
giura vacheriana,  e  fu  a  grazia  se,  non  risultando  a  suo  carico  gravi  im- 
putazioni, potette  cavarsela  con  una  lieve  pena. 

Il  soggiorno  in  Corsica  però  gli  aveva  ispirato  un  certo  amore  alle 
lettere  —  ed  egli  lo  aveva  coltivato  e  vi  si  era  appassionato  tanto  che, 
giovane  ancora,  era  già  noto  per  alcuni  componimenti  in  versi  e  in  prosa 
messi  attorno. 

Cosi  egli  tentò  un  lavoro  serio,  e  scrisse  un  romanzo  Stratonica  che, 
cosa  rara  in  quei  tempi,  ebbe  in  breve  otto  edizioni  e  fu  tradotto  per- 
fino in  francese.  Cosi  il  giovanotto  scapestrato  e  bislacco  d'un  tempo  si 
trovò  a  un  tratto  uomo  di  lettere,  e  non  andò  molto  ch'egli,  confer- 
mando la  fama  che  già  s'era  acquistata,  dette  in  luce  varii  romanzi  e 
parecchie  compilazioni  storiche  ch'ebbero  fortuna  a'  suoi  giorni  e  trova- 
rono traduttori,  benché  oggi  non  si  curano  e  giacciono  polverosi  nelle 
biblioteche. 

X 

Uomo  perspicace,  d'indole  piuttosto  venale,  e  per  le  relazioni  che 
già  s'era  acquistate,  l'Assarino  non  tardò  ad  accorgersi  ch'egli  aveva, 
come  suol  dirsi,  il  mestiere  per  le  mani:  e  divisò  di  pubblicare  un  foglio 
stampato,  di  divulgare  una  delle  solite  gazzette  a  m.ano  e  di  più  di  spedire 
ai  suoi  clienti  un  terzo  foglio  di  supplemento  di  notizie  di  Par'gi. 

Parecchi  storici,  e  fra  questi  il  Bongi  e  il  Neri,  ritengono  che  il 
nuovo  giornale  dell'Assarino  non  era  poi  altro  che  una  continuazione 
della  gazzetta  a  mano  dei  CasteUi  e  degli  Ohva. 

Comunque  sia,  il  primo  numero  del  foglio  di  Assarino  porta  la 
data  del  21  aprile  1646,  e  a  questo  foglio  il  suo  compilatore  dette  titolo 
//  Sincero,  senza  dubbio  a  testimonianza  della  veracità  delle  notizie  in  esso 
contenute, 

«  Il  foglio  stampato  dell'Assarino,  dice  il  Bongi,  forse  fu  il  primo 
in  Italia  che  portasse  un  titolo  espresso;  il  che  è  da  notarsi,  perchè  anche 
ne'  tempi  susseguenti,  cioè  nell'ultima  metà  del  seicento  e  nella  prima 
metà  del  settecento  non  si  praticò  in  generale  di  mettere  un  nome  in 
fronte  a'  giornah.  » 

E  non  è  a  credere  che  al  tempo  dell'Assarino  l'abbonamento  al 
giornale  costasse  poco  :  a  un  abbonato  di  Lucca  11  Sincero  costava  una 
pezza  da  8  il  mese  ! 

Il  giornale  procedette  allegramente  per  un  certo  tempo,  senza  com- 
petitori e  senza  ostacoli  ;  l'Assarino  nella  sua  gazzetta  raccoglieva  tutte  le 


LTJCA  Ass ARINO  E  II  Sincero.  59 

notizie  della  città,  degli  stati  vicini,  e  di  Parigi  ;  anzi  a  quelle  provenienti 
da  quest'ultimo  luogo,  dava  una  maggiore  importanza  e  le  esponeva  ac- 
curatamente, e  da  tutti  era  risaputo  come  egli  parteggiasse  per  la  Francia. 

Poiché  allora  Genova  si  divideva  in  due  partiti:  uno  che  simpatiz- 
zava con  la  Francia,  l'altro  con  la  Spagna.  Ma  mentre  il  partito  di  Francia 
aveva  la  sua  gazzetta,  quello  di  Spagna  ne  difettava. 

Ciò  SUggeri  a  un  tale  Alessandro  Botticella  l'idea  di  divulgare  un'altra 
gazzetta  a  mano,  in  concorrenza  di  quella  dell' Assarino,  sia  per  le  no- 
tizie che  per  il  prezzo  d'associazione. 

«  Cosi,  dice  il  Bongi,  si  vide  per  la  prima  voka,  e  nella  stessa 
Genova,  la  pubblicazione  contemporanea  di  più  gazzette,  per  ragione  della 
differenza  delle  parti  politiche.  » 

Da  una  lettera  del  Botticella  stesso,  in  data  del  1656,  si  rileva 
che  il  suo  foglio  costava  4  scudi  e  mezzo  lucchesi  ogni  anno:  una  bella 
differenza  di  prezzo  dunque  sul  Sincero.  La  concorrenza  era  ui  po'  sfacciata. 

Luca  Assarino  impensierito  di  un  tal  fatto,  non  tanto  per  la  parte 
economica,  quanto  per  il  dubbio  che  le  sue  notìzie  potessero  cadere  in 
discredito  col  moltiplicarsi  delle  gazzette,  nel  numero  del  12  maggio  1646 
del  suo  Sincero  inseri  un  avvertimento  col  quale  il  Foglio  dichiara  al 
lettore  che  i  nomi  scritti  a  m  ino  sul  margine  dei  numeri  della  gazzetta 
servono  a  distinguerli,  affinchè  altri  non  abbia  a  farli  rinascere  altrove 
adulterati  e  che  nel  far  ciò  si  appiglia  volentieri  alle  letame  per  haver 
propiitio  l'ora  prò  me;  e  perciò  ogni  foglio  è  contrassegnato  a  penna  dal 
nome  d'un  santo  sul  margine  dove  si  congiungono  le  due  carte. 

Il  Senato  genovese  s' intromise  anche  nella  faccenda  e  nel  settembre 
del  1647  tanto  all'Assarino  che  al  Botticella  intimò  un  decreto  intorno 
al  loro  ufficio  di  compilatori  di  notizie. 

X 

E  per  rendere  ancora  più  diffuso  il  suo  giornale  e  acquistargh  fama 
e  lettori,  si  mise  in  relazione  con  la  Corte  di  Torino,  fece  dono  delle 
sue  opere  alla  Duchessa  Cristina,  avida  di  adulazione,  iniziò  corrispon- 
denza col  marchese  di  S.  Tommaso  ed  altrettanto  fece  col  Cardinale 
Mazzarino  ;  a  questo  anzi  profferse  i  suoi  servigi  anche  se  avessero  potuti 
tornar  utili  alla  corte  francese. 

Cosi  l'Assarino  col  Sincero,  col  foglio  a  mano  e  col  supplemento 
segreto  delle  notizie  di  Parigi  serviva  le  corti  di  Francia,  di  Savoja  e  la 
repubbhca  di  Lucca. 

E  che  egli  volesse  procurarsi  con  malizia,  profumata  mercede,  per 
i  suoi  segreti  servigi,  come  dice  il  Neri,  lo  prova  fra  l'altro  una  lettera 
che  l'Assarino  scrive  in  data  del  12  dicembre  1648  ad  Ottavio  Orsucci, 
segretario  della  repubbhca  di  Lucca.  In  essa  lo  avverte  come  da  qualche 
tempo  riceva  da  Parigi  con  mnho  dispendio  un  foglio  ogni  settimana 
di  cui  gli  manda  copia,  affinchè  vegga  se  gli  torna  gradito,  perchè  in 
tal  caso  rinnoverà  l'invio.  «  Ma  bisognerà  (continua  l'Assarino)  che 
«  per  la  mercè  d'esso  V.  S.  si  compiaccia  di  dichiarare  il  suo  sentimento, 
«  sendo  che  a  me  costa  denari  e  risico  per  essere  (a  dirla  a  Lei  in  con- 
«  fidenza)  copia  d'una  Ietterà  che  persoaaggio  grande  scrive  con  ogni 


60  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

«  ordinario  al  Granduca  di  Firenze,  et  uno  de'  Segretari!  di  detto  per- 
«  sonaggio  ne  manda  una  copia  a  me.  Tornando  poscia  a'  nostri  inte- 
«  ressi  io  ho  da  dire  a  V.  S.  che  i  nostri  fogli  sono  pagati  conforme 
«  la  pattuita  condittione  per  tutto  questo  mese.  Ma  sendo  per  le  feste 
«  di  Natale  solito  in  Roma,  Firenze,  Napoli,  Venezia,  Vienna,  Milano, 
a  Torino  e  Parigi  dar  la  mercè  duplicata,  si  spera  il  medesimo  dalla  bontà 
«  di  V.  S.  —  E  tanto  più  si  spera  da  Lei  quanto  che  il  foglio  segreto 
«  che  le  si  manda  non  è,  in  fé'  d'huomo  d'onore,  comune  se  non  a  due 
«  altri  Principi  Grandi.  Óltre  che  detto  foglio  è  sempre  tanto  abbondante 
«  di  roba  di  sostanza  quanto  Ella  stessa  può  vedere.  Si  che,  senz'altro, 
«  aspetterò  detta  mercede;  la  quale  finalmente,  tralasciando  che  è  cosa 
«  di  pochissimo  momento,  viene  poi  una  volta  l'anno.  E  noi  la  cerchiamo 
«  da  altri  per  gentilezza  perché  ci  viene  cercata  dai  nostri  servitori,  dai 
«  nostri  giovani  e  dai  nostri  operai  per  giustizia,  e  bisogna  dar  la  mancia 
«  a  tutti  altrimenti  l'uomo  non  è  servito  bene.  » 

Il  modo  col  quale  l'Assarino  fa  la  reclame  alla  propria  merce  sa  un 
poco  del  ciarlatano,  come  s'avvisa  lo  stesso  Bongi,  perchè  effettivamente 
queste  notizie  parigine  pare  che  al  nostro  gazzettante  non  costassero  né 
rischio  né  spesa,  essendo  esse  non  altro  che  copia  delle  lettere-circolari 
che  il  Cardinale  Mazzarino  «  era  solito  inviare  e  ai  confidenti,  e  ai  suoi 
parziali,  e  ai  divulgatori  di  novelle  ». 

Tal  fatto  confermerebbe  la  voce  unanime  di  tutti  coloro  che  hanno 
parlato  dell'Assarino,  che  cioè  egli  fosse  uomo  avido  di  guadagni  e  che 
pur  di  farne  non  guardava  alla  convenienza  dei  mezzi  per  procurarseli: 
adulando  in  poesia  la  Duchessa  Cristina  di  Savoja  n'ebbe  in  dono  un 
anello  preziosissimo  e  nel  testamento  di  lei  fu  dichiarato  legatario  di  500 
scadi;  coltivando  le  lettere  non  tralasciava  di  far  negozio  di  vini,  e  da 
una  ricevuta  dal  figlio  Luigi  rilasciata,  si  rileva  ch'egh  era  anche  al  soldo 
del  governo  genovese. 

Quanto  al  modo  poi  di  ottenere  le  notizie  che  dovevano  servire 
alla  compilazioDe  del  Sincero,  ecco  quello  che  ci  dicono  i  documenti: 
gl'Inquisitori  di  Stato  rivedevano  le  corrispondenze,  perchè  nominavano 
i  postieri  a  lor  talento;  le  lettere  quindi  venivano  aperte  e  secondo  re- 
putavasi  opportuno  se  ne  traeva  copia  e  quindi  tornandosi  a  chiudere 
si  spedivano  a  coloro  cui  erano  dirette;  talvolta  i  corrieri  si  trattenevano 
appositamente  a  Palazzo,  per  eseguire  un'accurata  revisione;  i  soli  pieghi 
dei  residenti  e  dei  ministri  non  andavano  soggetti  a  questa  odiosa  ed 
abusiva  consuetudine;  mentre  chi  voleva  sottrarsene  era  costretto  ad  ac- 
cordarsi col  corriere  e  mercè  una  buona  mancia  ritirava  le  lettere  fuori 
le  porte  della  città.  Di  questo  mezzo  appunto  si  servivano  i  novellisti 
per  l'invio  de' loro  fogli  manoscritti. 

Non  avendo  usata  questa  previdenza,  l'Assarino  s'ebbe  sequestrata 
una  sua  missiva  al  Cardinale  di  S.  Pietro,  nella  quale,  secondo  il  solito 
trasmetteva  le  nuove  della  città  e  del  governo. 

X 

Quando  il  Sincero  sia  cessato  non  si  sa  bene.  La  sua  raccolta,  che 
si  conserva  nell'Archivio  di  Stato  di  Genova,  rilegata  in  due  volumi, 


LUCA  ASSARiNo  E  11  Sùicero. 


61 


cessa  col  30  marzo  1652;  ma  realmente  pare  che  l'Assarino  abbia  con- 
tinuato anche  dopo  quest'anno  a  esercitare  il  suo  mestiere  di  gazzettante 
e  sempre  in  competenza  di  altri,  come  può  rilevarsi  da  questo  fatto  ac- 
caduto nel  1653. 

L'Assarino  aveva  avvertito  un  tal  prete  Giona  di  astenersi  dallo 
scrivere  fogli  a  mano  e  divulgarli,  perchè  ciò  nuoceva  a  lui  che  aveva 
ottenuto  il  privilegio  di  stampare  novelle. 

Il  prete,  pare  anche  m.esso  su,  se  n'indispettì  in  tal  modo  che  in- 
contrato un  giorno  l'Assarino  sul  Ponte  Reale  prese  a  svillaneggiarlo 
audacemente  e  lo  avrebbe  anche  ferito  di  coltello  se  un  tal  De  Marini 
non  lo  avesse  trattenuto  e  dato  agio  cosi  al  compilatore  del  Sincero  di 
raccomandarsi  alle  gambe  e  rinchiudersi  a  casa. 

Il  fatto,  specialmente  per  le  persone  che  vi  aveano  partecipato,  levò 
un  certo  rumore  e  gli  Eccellentissimi  di  Palazzo  dovettero  ammonire 
severamente  il  prete  per  il  tentato  ferimento  e  perchè  andava  spargendo 
attorno  la  voce  di  volersi  vendicare. 

Da  un  altro  documento  appare  che  nel  1656  l'Assarino  inviava  an- 
cora i  suoi  avvisi  segreti;  sicché  può  dirsi  quasi  con  sicurezza  che  egli, 
finché  rimase  in  Genova,  cioè  fino  al  1660,  esercitò  sempre  il  mestiere 
di  novellista. 

Poi  andò  a  Milano  e  a  Mantova;  finalmente  fu  nominato  istoriografo 
ducale  a  Torino.  Ammalatosi  gravemente  nel  settembre  del  1672,  nel 
successivo  7  ottobre  cessò  di  vivere.  ' 

N.  Bernardini. 


GRANDE  FABBRICA  NAZIONALE  DI  MACCHINE  TIPOGRAFICHE 

NORBERTO    ARBIZZONI,    MONZA 

Premiato  anche  dal  R.  Ministero  d'Agricoltura,  Industria  e  Commercio. 


Macchine  Rotative  per  Carta  Continua  ed  a  Reazione  per  Giornali. 
Vedi  Avviso  speciale  a  pag.  16 


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LA     TIPOGRAFÌA     ARGENTINA 

Revista  Mensual,  dedicada  al  Esiudio  de  las  Artes  Graficas. 
Directores-proprietarios:    Lluch    y    Raiicos 

Calle  General  Lavalle,  nùm.  982— BUENOS  AIRES 

Agentes  en  Italia:  E.  Ferino,  Piana  Colonna,  Roma.  —  Fratelli  Dumolard,  Corso  Vit- 
torio Emanuele,  Milano. 


IL  GIORNALISMO  ITALIANO 


In  Italia,  benché  si  sia  scritto  moltissimo  sul  giornalismo,  come 
può  vedersi  dalla  Bibliografia  più  innanzi  riportata,  pure  non  si  ha  an- 
cori una  storia  completa,  esatta,  diffusa  del  giornalismo  italiano.  Epperò 
non  è  mia  intenzione  tracciarla  ora,  e  perchè  il  grave  comp'to  non  e 
adequato  alle  mie  forze,  e  perchè  ancora  molto  lavoro  e  molte  ricerche 
rimangono  a  farsi  su  questo  argomento. 

Un  egregio  pubblicista,  ch^  ha  tracciato  un  breve  cenno  della  n  - 
stra  stampa  (i)  ha  scritto,  a  questo  proposito,  che  ogni  centro  d'Italia 
può  vantare  una  storia  giornalistica  sua  propria  e  che  raccogliere  tutt3 
queste  storie,  colpire  le  varie  fisonomie  del  giornalismo  italiano,  colle- 
garle insieme  per  trarne  un  concetto  sintetico,  sarebbe  lavoro  difficilis- 
simo, per  non  dire  impossibile,  a  chi  volesse  tentarlo  da  solo. 

E  aggiunge  che  più  facle  riuscirebbe  invece,  e  più  completo,  ove 
si  chiamassero  a  concorrervi  tutti  coloro  che  ebbero  larga  parte  nel  mo- 
vimento e  possono  parlarne  per  scienza  propria  (2). 

«  Fra  venti  anni,  lo  scrivere  la  storia  del  giornalismo  italiano  riu- 
scirà impossibile  forse,  o  di  tale  difficoltà  da  spaventare  i  più  corag- 
giosi  Perchè  non  tentarlo  adesso?  » 

Io  non  ho  creduto  di  dover  rifare  una  storia  del  giornalismo  ita- 
liano, perchè  nulla  di  nuovo  avrei  potuto  dire;  sibbene,  seguendo  la 
traccia  di  altri  lavori  consimili  già  pubblicati,  ho  ricostruito  un  lavoro 
unico,  servendomi  di  tutti  gli  elementi  utiH.  E  per  non  meritarmi  la 
taccia  di  plagiario,  avverto  che  a  questo  musaico  storico  nulla  ho  mu- 
tato, neppure  i  periodi  o  le  frasi  dei  diversi  autori,  contentandomi  solo 
qua  e  là  di  aggiungere  quaj-he  notizia,  qualche  particolare,  qualche  nome, 
o  qualche  data,  traiabciati  e  che  a  me  sembravano  di  non  poco  rilievo. 

X 

Adottatasi  la  stampa  per  la  pubblicazione  delle  gazzette,  al  giorna- 
lismo avrebbe  dovuto  schiudersi  un  rapidissimo  avvenire.  Invece  le  gaz- 
zette stampate  non  incontrarono  il  gusto  di  rutti,  perchè  esse  si  consi- 
deravano buone  tutt'al  più  per  i  politicanti  da  dozzina.  I  governi  con- 
tinuavano a  servirsi  delle  gazzette  manoscritte;  a  Roma  esse  durarono 
sino  allo  scorcio  del  seco'o  decorso. 

Ma  una  volta  dato  l'impulso,  gli  t^z'i^m  cominciarono  man  mano  a 
scomparire,  e  il  numero  delie  gazzette  stampate  si  andò  moltiplicando 
e  a  Modena,  Parma,  Piacenza,  Macerata,  Foligno,  Napoli   si   ebbero  le 


(i)  Aìhum-Strenna  dell'  Associazione  della  Stampa. 

(2)  Per  mia  conto  ho  contribuito  a  questo  lavoro  col  volume  Giornali  e  giorna- 
listi leccesi,  che  la  stampa  itali.ma  ed  estera  —  contro  i  miei  meriti  —  giudicò  molto 
benevolmente. 


64  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 


gazzette  pubblicate  con  licenia  dei  superiori,  inizio  dei  fogli  ufficiali, ^  i 
quali  furono  senza  dubbio  i  più  antichi  in  data  e  quelli  ch'ebbero  più 
lunga  vita. 

Nel  1618  il  Farinaccio  cominciò  a  pubblicare  le  Decisioni  della  Rota 
Romana,  che  possono  considerarsi  come  il  primo  esempio  dei  periodici 
di  scienze  giuridiche. 

A  Firenze,  dalla  tipografia  Massi  e  Landi,  nel  1636  si  stampò  una 
gazzetta;  nel  1640  ne  uscì  una  in  Roma,  nel  1641  a  Milano,  rei  1642 
a  Genova,  nel  1645  a  Torino. 

In  quest'ultima  cittcì  fu  Pietro  Soncino  che  ottenne  per  primo  di 
stampare  giornali.  Il  primo  numero  ha  la  data  del  i.°  febbraio  1645  ^ 
comincia  cosi: 

«  Essendosi  compiaciuta  Madama  Reale  per  solo  motivo  della  sua 
«  Real  Benignità  di  concedere  privilegio  che  si  possano  stampare  in  que- 
«  sta  città  ragguagli  delle  occorrenze  quotidiane  del  mondo,  tanto  più 
«  volontieri  si  intraprende  questo  assunto,  quanto  che  col  mezzo  di  gratia 
«  cosi  singolare  e  senza  esempio  si  potranno  pubMicare  al  mondo  le 
«  maniere  soavi  e  prudenti  con  che  S.  A.  R.  regge  e  governa  questi 
«  popoli.  » 

La  gazzetta  torinese  passava  nel  1658  nelle  mani  di  Carlo  Gianelli 
e  durò  per  più  generazioni,  forse  fino  alla  conquista  francese,  nei  suoi 
discendenti. 

A  Genova,  durante  la  repubblica,  si  stampava  una  Ga:{:ietta  segreta, 
della  quale  parla  il  Foscarini  nei  dispacci  al  Senato  veneto.  Poi  venne 
il  Sincero,  del  quale  abbiamo  discorso  avanti. 

A  Rimini  si  stampò  il  primo  giornale  nel  1640. 

A  Firenze,  dice  il  Piccardi,  il  monopolio  delle  gazzette  restò  forse, 
finché  regnarono  i  Medici,  fra  i  privilegi  degli  stampatori  di  S.  A.  R. 
Ma  poca  fama  ebbe  sempre  la  privilegiata  gazzetta  fiorentina,  conside- 
rata per  lo  più  come  compendio  o  ristampa  dei  fogli  genovesi.  La  poca 
riputazione  delle  gazzette  fiorentine  fu  alquanto  rialzata  quando  nel  1766, 
sotto  Pietro  Leopoldo,  cominciò  la  pubblicazione  della  Gaietta  patria 
e  poi  della  Calzetta  universale,  le  quali  dopo  avere  assunti  diversi  titoli  e 
attraversate  vicende  non  poche,  furono  il  ceppo  di  quel  foglio  ufficiale 
e  privilegiato,  che  durò  finché  la  Toscana  ebbe  un  governo  proprio  (i). 
Quest'ultima  era  più  che  centenaria  quando  nel  1870  meri  o  piuttosto 
si  fuse  colla  Gaietta  del  Popolo. 

Fin  dal  1667  si  era  anche  impresa  a  Firenze  la  pubbhcazione  degli 
Atti  dell'  Accademia  del  Cimento,  mentre  a  Roma,  nel  1668,  l'abate  Na- 
zarri  fondò  il  primo  giornale  che  prendesse  nome  di  letterario. 

A  Modena,  il  primo  saggio  di  giornali  stampati  si  vide  nel  1658; 
verso  il  i686  l'abate  Bacchini  vi  fondò  un  Giornale  dei  letterati,  che  durò 
sino  al  1697.  Altre  gazzette  nacquero  e  cessarono,  ma  sopravvisse  il 
Messaggero  che  nel  1757  passò  alla  stamperia  ducale  e  fu  giornale  uffi- 
cioso del  governo  estense,  fino  alla  fuga  del  duca,  nel  1796  (2). 


(i)  Nella  mia  raccolta  di  giornali  conservo  due  volumi  della  Gaietta  Universale. 
(2)  V.  prov.  di  Modena. 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  65 

Altre  due  gazzette  stampavansi  in  Piacenza  ed  in  Mantova  fin 
dal  1680;  anzi  quella  di  Mantova  ebbe  molto  credito  e  diffusione. 

Nel  1696  si  fonda  a  Venezia  la  Collana  di  Minerva;  a  Forlì  il  Gran 
Giornale,  mutato  poi  in  Genio  dei  letterati,  e  nel  1710,  Apostolo  Zeno, 
Scipione  Maffei  e  Muratori  danno  mano,  a  Venezia,  al  Giortiale  dei  let- 
terati d'Italia,  che  viene  considerato  come  il  capo  stipite  delle  attuali 
riviste. 

Sempre  a  Venezia  poi,  che  durante  quasi  tutto  il  xvii  secolo  fu  il 
centro  più  attivo  del  giornalismo  italiano,  pubblicavansi  la  Pallade  Ve- 
neta, che  fu  uno  dei  primi  giornali  col  titolo;  il  Mercurio  storico,  tradotto 
dal  francese  al  pari  della  Gai:{etta  francese  di  Olanda  e  del  Postiglione 
di  Francoforte,  che  pubblicavansi  dal  1741  in  poi,  a  Padova;  il  Diario  dì 
Cristoforo  Zane  (1735);  le  Novelle  della  repubblica  letteraria  (ij ^9-^0); 
la  Ga:(:(etta  delle  Ga:(^ette;  gV Influssi  del  Pasiello;  il  Foglio  delle  donne;  il 
Congresso  dei  Pellegrini  e  il  Mondo  morale,  primi  tentativi  giornalistici 
di  Gaspare  Gozzi,  che  doveva  poi  fondare  per  suo  conto  la  Ga^^etta 
Veneta  nei  primi  del  1760  e  redigerla  per  un  anno.  Questa  Ga^c^^etta  era 
stata  annunziata  dallo  stampatore  Pietro  Marcuzzi  nell'intenzione  di  farne 
un  periodico  sul  tipo  di  quelli  inglesi,  tedeschi  e  francesi.  «  In  essi  veg- 
gonsi,  diceva  il  manifesto,  notate  le  case  vuote,  le  contrade  ove  sono  e  il 
pre5^zo  di  quelle;  qui  il  nome  di  un  valente  artefice  giunto  in  paese,  la  sua 
capacità,  la  dimora;  quivi  terreni,  quadri,  statue,  medaglie  o  libri  da  ven- 
dere e  insomma  altre  mille  particolarità  che  facilitano  gli  affari  degli 
uomini  del  paese.  »  Così  concepita  usciva  la  gazzetta  il  2  febbraio  1760, 
in-4.''  piccolo  di  8  pagine,  a  due  colonne  «  tenendo  in  ciò  il  modo  più  usato 
nelle  altre  gazzette,  alle  quali  sono  già  accostumati  gli  occhi  dei  leggitori  ». 

La  Ga:(;;etta  Veneta  fu  forse  il  primo  giornale  che  prendesse  a  sfrut- 
tare la  pubblicità  commerciale.  Il  suo  sottotitolo  era  così  concepito:  Che 
contiene  tutto  quello  che  e  da  vendere  e  da  comprare,  da  darsi  a  fitto,  le  cose 
mercate,  le  perdute,  le  trovate  in  Vene:(ìa  e  fuori,  il  pre:{io  delle  merci,  il 
valore  dei  cambi,  ed  altre  noti:(ie  parte  dilettevoli  e  parie  utili  al  pubblico  (i). 
Essa  pubblicavasì  due  volte  la  settimana,  il  mercoledì  e  il  sabato  dopo 
l'ora  terza,  e  vendevasi  5  soldi  il  numero;  l'abbonamento  annuo  era  di 
uno  zecchino.  Al  qual  proposito  lo  stampatore  s'era  affrettato  a  far  sa- 
pere che  nei  tempi  «  in  cui  le  gazzette  si  vendevano  al  prezzo  di  una 
gaceta  (circa  15  centesimi)  gli  stracci  erano  a  buon  mercato;  mentre 
oggidì  c'è  carestia  e  la  carta  è  più  cara  ». 

Non  si  conosce  qual'era  la  tiratura  di  questo  giornale;  ma  il  Pa- 
triarchi dice  ch'era  assai  applaudito  e  lo  stesso  Gozzi,  in  una  sua  cro- 
naca, racconta  che  la  gente  affollavasi  davanti  alla  bottega  del  libraio 
all'ora  della  vendita,  brontolando  nei  casi  di  ritardo. 


(i)  Oltre  mezzo  secolo  prima  però,  pubblicavansi  le  Stolette,  che  erano  bollettini 
del  movimento  del  porto.  Nel  1785  cominciò  a  stamparsi  un  giornale  intitolato  Av- 
visi pubblici,  che  fu  forse  il  primo  fra  i  fogli  speciali  d'annunzi.  Vuoisi  che  l'attuale 
Ga-!;7^etta  di  Venezia  (vedi)  sia  la  discendente  diretta  della  Gaietta  Veneta,  trasforma- 
tasi successivamente  in  Diario  Veneto,  poi  in  Ga::;^ictta  Urbana  Veneta  (ijSy-iSi 2),  poi 
in  Giornale  del  Dipartimento  dell' Adriatico  (^18  4y)  e  fin.ilmente  in  Gaietta  di  Venezia, 
epoca  alla  quale  pare  si  possa  far  risalire  la  discendenza  diretta  del  foglio  attuale. 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana  —  5. 


66  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 


Gli  scritti  del  Gozzi,  in  questa  gazzetta,  dice  Dario  Papa,  hanno 
avuto  una  sorte  ben  diversa  da  quella  che  avranno  molto  probabilmente 
gli  scritti  anche  dei  migliori  fra  i  giornalisti  odierni:  sono  passati  in 
retaggio  della  letteratura  italiana:  la  loro  storia  si  confonde  con  qual- 
cuna delle  chiare  pagine  della  storia  della  nostra  lingua. 

Il  Gozzi  lasciò  la  Gaietta  alla  fine  dell'anno  per  darsi  intero  alla 
redazione  àdV Osservatore  Veneto,  n2.x.o  nd  ijSi  per  opera  di  Pietro  Val- 
vasense  stampatore  e  del  libraio  Colombari. 

Era  10-4."  piccolo  di  8  pagine,  a  somiglianza  delle  antiche  Notiiie 
scritte  o  avvisi. 

Redigendo  l' Osservatore,  il  Gozzi  allontaaavasi  dalla  tradizione  delle 
gazzette,  poiché,  come  l'editore  aveva  dichiarato,  scopo  del  giornale  era 
«  di  pubblicare  alcuni  fogli  che  a  somiglianza  dello  Spettatore  inglese  rap- 
presentino altrui  molti  ritratti  universali  di  costumi,  trattino  vari  argo- 
menti, ora  piacevoli,  ora  intorno  alle  buone  arti,  di  qualche  virtù  0  vizio 
vestito  d'invenzione  allegorica,  con  quello  stile  che  sarà  convenevole  ad 
ogni  argomento  ». 

Giacomo  Zanella  dice  che  la  fama  àdV  Osservatore  h  zsszÀ  maggiore 
dei  suoi  meriti,  né  desso  è  paragonabile  allo  Spectator  di  Addison,  i  cui 
600  numeri  formano  un  tutto  che  ha  l'interesse  d'un  romanzo.  Del  re- 
sto si  affaticherebbe  invano  chi  nei  giornali  redatti  dal  Gozzi  volesse 
cercarvi  traccia  di  cose  politiche.  Com'egli  aveva  confessato  «  il  Signore 
Iddio  non  l'aveva  chiamato  per  questa  strada  ».  E  sì  che  i  tempi  che 
allora  correvano  erano  più  che  mai  propizi  alle  notizie  politiche.  L'Europa 
era  tutta  assorta  in  quel  gran  turbamento  che  le  fu  procacciato  dalla 
guerra  dei  sette  anni,  e  nondimeno  il  Gozzi  si  contentava  di  starsene 
a  Venezia,  girando  pei  caffè  e  pei  teatri  in  cerca  del  fattarello  piccante 
su  cui  imbastire  la  novellina  piacevole  e  da  cui  trarre  bellamente  la  morale. 

Altri  giornali  di  Venezia  furono  la  Nuova  Gaietta  Veneta,  fatta 
dal  Caminer,  scrittore  pure  della  Curiosità  d'ogni  genere,  A  N-,velìista  Ve- 
neto (177 s)}  il  Progresso  dello  spirito  umano  (1783)  —  che  si  stampava 
a  Venezia  con  varia  indicazione  d'origine — il  Diario  Veneto  (1765),  le 
Noti:(je  del  Mondo  (1778),  il  Nuovo  Postiglione  ossia  Novelle  del  Mondo, 
giornale  ebdomadario,  che  raccoglieva  le  notizie  storico-politico-scienti- 
fiche più  recenti  e  si  stampò  nella  tipografia  Albrizzi  a  S.  Benedetto, 
in-4.'',  dall'anno  1783  al  1812,  e  molti  altri  giornali  di  poco  valore  che 
andarono  man  mano  decadendo  come  decadeva  il  governo. 

Frattanto  a  Roveredo  (1764)  usciva  la  Frusta  letteraria  del  torinese 
Baretti;  il  giornale,  che  era  propriamente  intitolato  Frusta  letteraria  di 
Aristarco  Scannabue,  si  pubblicò  prima  a  Roveredo,  poi  a  Trento.  Fon- 
dato con  elevato  concetto  di  critica,  trascese  spesso  a  grossolanità  e  peg- 
gio. Il  Baretti  fu  accusato  di  scrivere,  pagato,  per  incarico  dei  gesuiti; 
ma  egli  se  ne  scagionò  nella  risposta  al  Bue  pedagogo. 

Del  giornale  di  Baretti  ecco  come  ne  parla  il  Cantù  : 
«  La  Frusta  letteraria   fu    forse  il  solo   giornale   che   rimanesse  di 
fama  popolare.  Giuseppe  Baretti  (i)  autore  di  capitoli,  ch'egli  stesso  con- 


(i)  Baretti  s'era  recato  a  Milano  con  la  speranza  d'esservi  impiegato,  come  gliene 
aveva  fatta  promessa  il  Firraian  ;  ma  avendo  egli  stampato  il  primo  volume  delle  sue 


IL    GIORNALISMO   ITALIì(N0.  67 

fessava  non  valer  nulla  più  dei  tanti  altri  contemporanei,  e  di  viaggi  in 
lettere  rinzafFate  d'accidenti  minuti  e  generici  e  di  leggera  osservazione, 
ma  care  per  spigliato  e  rapido  stile,  il  che  rende  poi  incomparabili  le 
sue  famigliari,  cominciò  in  Venezia  a  sparnazzare  le  posticce  immorta- 
lità, e  menare  la  «  metaforica  sua  sferza  rabbiosamente  addosso  a  tutti 
quei  moderni  goffi  e  sciagurati  che  andavano  tutto  di  scarabocchiando 
commedie  impure,  tragedie  balorde,  critiche  puerili,  romanzi  bislacchi, 
dissertazioni  frivole,  e  prose  e  poesie  d'ogni  generazione,  che  non  hanno 
in  sé  la  minima  sostanza,  la  minimissima  qualità  da  renderle  o  dilettose 
o  ragionevoli  ai  leggitori  e  alla  patria.  » 

«  Qual  nobile  arringo  se  egli  avesse  guardato  a  qualcosa  più  che  la 
forma;  se  avesse  compreso  l'importanza  della  franchezza  e  della  since- 
rità nell'arte,  se  alla  sensata  intuizione  avesse  accoppiato  alti  sentimenti, 
veder  largo,  le  corroboranti  ispirazioni  del  patriottismo!  Certo  egli  è  lon- 
tano dall'impertinenza  di  quel  fu  nostro  contemporaneo  che  introdusse 
di  giudicare  venti,  trenta  opere  per  ogni  articolo  di  giornale,  ma  quanto 
poco  non  sa  egli!  come  sprezza  ciò  che  non  comprende!  come  abusa 
della  beffa  invereconda  contro  gente  da  tanto  più  di  lui  !  come  s'abban- 
dona a  irosa  ed  invida  personalità,  e  tutto  riferisce  a  sé  stesso,  senza 
diicernere  tempi  e  studi!  Di  Dante  dice  grossolanità  non  minori  di  quelle 
del  Bettinelli  :  il  Filicaja  pe'  suoi  sonetti  all'Italia  crede  degno  «  d'una  buona 
staffilata  sul  deretano,  per  ogni  verso  »  ;  nel  libro  dei  Delitti  e  delle  pene 
non  vede  che  «  una  cosacela  scritta  molto  bastardamente  »  e  confonde 
il  Beccaria  cogli  Algarotti,  coi  Chiari  ed  «  altri  tali  balordi  che  non 
sanno  neppure  mediocremente  la  lingua  del  paese  »;  il  Verri  gli  è  «  un 
sacciutello  che  crede  saper  tutto  e  non  sa  nulla;  una  bestia  piena  d'al- 
bagia come  d'ignoranza,  che  mostra  avere  avuto  dalla  natura  un  buon 
pajo  di  calcagna  da  ballerino,  non  una  testa  da  politico  e  da  filosofo  o  : 
il  Caffé  «  una  delle  più  magre  buff'onerie  che  si  possano  leggere  »  :  gli 
autori  di  esso  «  invincibili  ignoranti  »,  e  peggior  di  tutti  il  Verri,  cui 
intima  che  «  ci  vuol  altro  per  aggiungere  all'altezza  di  scrittor  perio- 
dico »,  e  protesta  volerlo  «  render  tanto  ridicolo,  da  fargli  maledire  chi 
gli  ha  insegnato  l'alfabeto  » Trascina  alle  gemonie  come  un  pappa- 
gallo senza  ingegno  quel  Goldoni,  che  porrem  sempre  in  testa  ai  comici 
nostri,  mentre  é  dimenticato  quel  Carlo  Gozzi,  ch'esso  tentava  opporgli 
come  il  genio  più  meraviglioso  dopo  Shakspeare.  Frate  pazzo,  frate  bir- 
bologo,  scimunito  arcade,  sozzo  majale,  e  tali  altri  abominj  sputa  sul 
padre  Appiano  Buonafede,  uomo  eruditissimo  e  scrittore  vibrato  e  age- 
vole, il  quale  trattò  temi  seriissimi  »  ecc.  (i). 

Nella  stessa  epoca  a  Milano  diffbndevasi  il  Cafc,  il  quale  veniva 
pubblicato  anonimo  e  fuori  di  stato  —  a  Brescia  —  per  avere  maggiore 
libertà  d'esame.  In  esso  vi  lavoravano,  oltre  al  Verri  ed  al  Beccaria,  il 
Lambertenghi,  il  Longo,  il    matematico    Frisi,  Pietro   Secchi,  Giuseppe 


Lettere  il  ministro  del  Portogallo  ne  menò    molto   rumore  e  Baretti  se  ne  andò  ma 
con  gran  rincrescimento. 

(i)  Per  altre  notizie  vedi  Cantù,  Parini  e  la  Lombardia.  Vedi  anche  nell'appen- 
dice dei  Giornali  italiani  stampati  all'estero  di  questo  libro. 


68  GUIDA   DELLA    STAMPA.    PERIODICA   ITALIANA. 


Colpani,  ecc.  I  fondatori,  in  uno  dei  primi  numeri,  dichiaravano  che 
«  essendo  nemicissimi  d'ogni  laccio  ingiusto  che  imporre  si  voglia  al- 
l'onesta libertà  dei  pensieri  e  delle  ragioni  loro  »  erano  venuti  «  in  pa- 
rere di  fare  solenne  rinunzia  alla  toscana  favella  ». 

Era  in  sostanza  un  manipolo  di  giovani  milanesi,  tutti  entusiasti 
per  la  enciclopedia  e  per  le  nuove  scienze.  Quei  nobili  giovani  vollero 
interessare  anche  il  pubblico  ai  loro  colloqui  e  intrapresero  perciò  il  bi- 
mensile Caffè,  dove  si  proponevano  combattere  la  tirannia  dei  pedanti  e 
far  che  «  l'importante  e  onorato  mestiere  di  letterato  si  spogli  di  quel 
restante  d' impostura,  di  frode,  di  livore,  che  pur  tuttavia  ha  il  suo  par- 
tito, benché  assai  minore  di  quello  che  coltiva  in  pace  e  in  buona  fede 
1  vasti  campi  dell'umano  sapere  ». 

A  Milano  stesso  usciva  la  Galletta  politica,  di  cui  era  direttore  il 
Monti,  il  quale  vi  diresse  pure  una  Gaietta  letteraria  (1772-76);  a  Na- 
poli usciva  periodicamente  un'Analisi  raiionale  dei  nuovi  libri,  il  Qiornale 
letterario,  il  Giornale  enciclopedico;  a  Modena  (1762)  uscivano  gli  Annali 
letterari;  a.  Mantova  un  certo  Volta  stampava  un  Giornale  della  lettera-, 
tura  italiana,  e  poi  il  Giornale  della  letteratura  straniera,  e  un  Nuovo  Gior- 
nale enciclopedico,  continuazione  di  quello  di  Venezia,  usciva  a  Vicenza, 
redatto  da  una  valente  donna,  lodata  dal  Parini,  la  Elisabetta  Caminer 
Turro. 

L'Europa  letteraria,  ora  raccolta  in  52  volumi,  era  un  buon  gior- 
nale, che  teneva  corrispondenza  con  Parigi,  Vienna,  Berlino  ed  Amsterdam. 
In  Sicilia  vi  furono  per  quattro  anni  le  Novelle  miscellanee  e  le  Me- 
morie, per  servire  alla  storia  della  Sicilia. 

A  Napoli  nel  1708-1709  si  stampava  da  D.  A.  Parrino  una  gaz- 
zetta che  ora  è  conservata  nella  Biblioteca  Nazionale  di  Napoli. 

Eleonora  Fonseca  Pimentel,  condannata  alla  forca  il  20  agosto  1799, 
avea  fondato  il  Monitore  Napoletano,  nel  quale  trasfuse  tutta  la  sua  anima 
ardente,  studiandosi  di  rendere  impossibile  il  ritorno  della  tirannide.  Ac- 
cusata, imprigionata,  fu  condannata  per  avere  scritto  //  Monitore  Napo- 
letano, e  pochi  momenti  prima  d'avviarsi  al  patibolo  bevve  del  caffè  e 
pronunziò  queste  parole:  Forsan  et  haec  olim  meminisse  juvahit. 

Gli  altri  giornali  letterari  si  limitavano  a  dar  un  estratto  delle  opere 
ed  un  giudizio  per  lo  più  benevolo,  atto  opportunissimo  quando  scar- 
samente diifondevansi  i  libri;  del  resto  essi  non  lasciarono  che  ben  mo- 
desta fama. 

A  Roma  la  stampa  era  a  un  livello  bassissimo.  Fin  dnl  5  agosto  17 16 
erasi  preso  a  pubblicare  una  specie  di  giornale  semi-politico,  semi-reli- 
gioso, sotto  il  titolo  di  Diario  ordinario  d'  Ungheria,  che  mutò  successi- 
vamente in  Diario  estero,  Diario  interno,  poi  finalmente  nel  1777  in  Diario 
di  Roma,  ed  era  più  conosciuto  poi  sotto  il  nome  di  Cracas,  da  quello 
del  tipografo,  che  ne  aveva  avuto  il  privilegio  (i).  Questo,  e  le  Notizie  del 


(i)  Nel  1716,  ìq  data  5  agosto  si  cominciò  a  stampare  il  D/arfo  Ordinario  d'Un- 
gheria (In  Vienna,  et  in  Roma,  nella  stamperia  di  Gio:  Francesco  Chracas,  presso  S.  Marco 
al  Corso)  ed  allora  il  Diario  non  riportava  che  notizie,  lettere,  proclami,  bollettini  di 
guerra,  ecc.,  dall'Ungheria,  Transilvania,  Croazia  ed  altre  terre  di  colà.  Nel  primo  vo- 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  6§ 

giorno  —  diario  assolutamente  religioso  —  furono  per  un  pezzo  ì  soli 
giornali  che  si  pubblicassero  nella  città  dei  Papi. 

Più  tardi  uscirono:  V Effemeridi  letterarie  di  Roma  (1771-87);  il  gior- 
nale conteneva  una  bibliografia  dei  libri  stampati  durante  l'anno.  Si  pub- 
blicava ogni  settimana  in  8  pagine  in-8.°  grande  a  2  colonne  presso  la 
Libreria  all'  insegna  d' Omero  al  Corso  e  i  fascicoli  si  dispensavano  da 
Gregorio  Settari  Libraio  al  Corso  a  S.  Marcello  e  Vassociaiione  era  aperta 
per  paoli  dodici  l'anno-  c'era  anche  l'Antologia  (1744-88)  e  il  Giornale 
arcadico,  ma  è  ovvio  dire  che  di  libertà  di  stampa  e  di  discussione  po- 
litica non  vi  fu  nemmeno  un  lontano  accenno. 

Ci  pare  interessante,  a  questo  proposito,  riferire  un  giudizio  di  E. Q. Vi- 
sconti sullo  stato  della  letteratura  romana  in  quest'epoca  (i):  «  Tra  gli 
scrittori  bibliografici  posson  riporsi  i  giornalisti  delle  lettere.  Due  fogli 
periodici  abbiamo  settimanalmente  in  Roma  :  uno  col  titolo  di  Effemeridi 
dà  conto  dei  nuovi  libri;  l'altro  col  titolo  di  Antologia  annunzia  le  no- 
vità delle  scienze.  L'abate  Pessuti  che  li  dirige  ha  un  gran  merito  nelle 
matematiche;  gli  articoli  perciò  d^ìVEfemeridi,  che  trattan  di  libri  ma- 
tematici, sono  eccellenti;  gli  altri  per  lo  più  deboli,  e  pieni  di  troppe 
lodi  agli  autori.  L'Antologia  è  ordinariamente  un  estratto  d'altri  giornali, 
ove  suol  inserirsi  un  breve  elogio  dei  letterati  defunti... 

«  Il  Giornale  di  Belle  Arti  è  scritto  con  uno  stile  interessante,  e  più 
lo  rendon  tale  il  criterio  e  le  sode  cognizioni  del  cav.  Boni,  cortonese, 


lume  si  legge  una  corrispondenza  Dal  Campo  Cesareo  sotto  il  Seren.  Principe  Eugenio 
di  Savoia  appresso  Arania  di  là  dal  Tibisco. 

Tre  anni  dopo,  nel  17 19,  in  data  15  aprile,  n.°  2j6,  il  Diario  non  si  chiamò  più 
Diario  Ordinario  d'  Ungheria,  ma  semplicemente  Diario  Ordinario,  conservando  la  stessa 
mansione  tipografica  :  In  Vienna  et  in  Roma  ecc.  In  quest'anno  i  fatti  raccontati  non 
si  riferiscono  soltanto  all'Ungheria,  ma  pur  anco  a  Francia,  Spagna,  Portogallo,  Dani- 
marca, Svezia,  Inghermanlandia,  ecc.  ecc.;  e  vi  è  qualche  cosa  pure  di  Venezia,  Napoli 
e  Roma. 

Più  tardi,  nel  1776,  questo  Diario  aveva  di  nuovo  cambiato  anche  mansione  ti- 
pografica. Si  chiamava  Diario  Estero  (In  Roma  MDCCLXXVI.  Nella  Stamperia  Chracas 
presso  S.  Marco  al  Corso).  In  quest'anno  lo  spazio  maggiore  è  occupato  dalla  narra- 
zione di  fatti  avvenuti  in  Italia.  Il  Diario  continuò  per  gran  tempo  a  comparire  col 
nome  di  Diario  Estero,  nome  a  sua  volta  cambiato  per  assumere  quello  più  convene- 
vole di  Diario  di  Roma.  Questo  giornaletto,  che  usciva,  secondo  la  mente  dello  stam- 
patore, ad  intervalli  di  io  giorni,  di  7,  di  5,  di  2,  e  talvolta  ne  uscirono  2  numeri  in 
un  giorno  solo,  si  stampò  sempre  a  opuscolo  in-32.'',  dal  1716  al  1836,  nel  quale 
ultimo  anno  portava  questo  titolo  e  questa  mansione:  Diario  di  Roma  del...  (giorno, 
mese  ed  anno)  num...  (Nella  Stamperia  Cracas  presso  gli  Alani  con  privilegio  Pontificio). 

Finita  la  guerra  continuò  le  sue  pubblicazioni  col  titolo  Diario  di  Avvisi,  e  pare 
che  sin  d'allora  diventasse  giornale  ufficiale  del  governo.  Nel  1808  prese  il  nome  di 
Diario  di  Roma.  Col  primo  numero  del  1837  comparve  in  foglio  grande.  Nel  1847 
si  pubblicava  in  quattro  pagine  a  tre  colonne;  la  prima  pagina  conteneva  le  notizie  di 
Roma  e  le  leggi  e  decreti  emanati  dalla  S.  Sede;  il  resto  notizie  estere  ricavate  da  gior- 
nali. Costava  a  Roma  1,60  a  trimestre,  all'estero  1,90  franco  ai  confini.  La  mansione 
tipografica  diceva  :  Nella  Stamperia  Cracas  al  Corso  presso  gli  Ajani  con  privilegio  pon- 
tificio. Nel  1849  il  governo  repubblicano  lo  intitolò  Monitore  di  Roma.  Pio  IX,  dopo  il 
ritorno  da  Gaeta  lo  ribattezzò  col  nome  di  Giornale  di  Roma  che  serbò  sino  al  1870. 
Pare  anche  che  per  un  certo  tempo  si  chiamasse  Gaietta  di  Roma;  ma  il  popolino 
non  tenne  conto  di  tutti  questi  battesimi  e  lo  chiamò  sempre  Cracas  o  Cracasse. 

(i)  Due  Discorsi  inediti  di  E.  Q.  Visconti,  con  alcune  sue  lettere,  ecc.  —  Milano, 
Resaati,  1841,  pag.  25  e  segg. 


70  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

che  Stende  gli  articoli  riguardanti  l'architettura  e  l'incisione...  (i).  Un 
foglio  simile,  arricchito  di  rami,  pubblica  una  volta  il  mese  l'abate  Guat- 
tani  per  le  notizie  antiquarie,  ed  è  pregevole  e  scritto  con  spirito;  non 
s'impegna  però  a  parlare  dei  libri.  » 

Cosi  si  arriva  alla  rivoluzione  francese,  cioè  all'epoca  in  cui  può 
ben  dirsi  si  chiuda  il  primo  periodo  del  giornalismo  italiano. 

X 

La  rivoluzione  francese  parve  dovesse  aprire  nuovi  orizzonti  alla 
stampa  politica  italiana,  ma  fu  periodo  di  breve  durata.  Una  certa  licenza 
segnalò  dal  1796  al  1797  i  primordi  della  repubblica  cisalpina  (vedi 
prov.  di  Milaìio). 

Il  Cantù,  nel  suo  libro  Monti  e  l'età  che  fu  sua,  ci  parla  di  questo 
periodo,-  facendo  i  nomi  dei  giornalisti  repubblicani  prima,  imperialisti 
poi,  italiani  veramente  mai. 

Tra  la  folla,  ebbra  d'una  libertà  non  acquistata,  ma  comandata,  at- 
tiravano a  Milano  l'attenzione  e  un  certo  rispetto  il  medico  Rasori,  redat-' 
tore  del  Giornale  sen:(a  titolo,  il  Custodi,  futuro  barone,  che  col  Salvador! 
pubblicava  il   Termometro  politico  della  Lombardia  e  il   Tribuno  popolare. 

Il  Termometro  si  cominciò  a  stampare  da  Luigi  Veladini  il  25  giu- 
gno 1796  e  fini  forse  nel  1798,  in-8.°,  uscendo  due  volte  la  settimana. 
In  principio  ne  fu  redattore  il  Salvadori,  e  il  giornale  aveva  per  motto  : 
Mens  agitat  molem  e  nel  secondo  anno:  Jura  domosque  dabo;  poi  passò 
in  mano  di  Francesco  Salfi  di  Cosenza  ;  del  Termometro  dice  il  Cantù  : 
«  non  era  il  peggiore  di  quella  fungaia  di  giornali,  che  allora  pullulava  e 
moriva  dopo  sfogato  un  rancore,  compita  una  vendetta,  infamato  un  emulo, 
incusso  terrore;  sen:(a  criterio  come  sen^a  scrupolo,  sottilmente  adulando  le 
passioni  volgari,  e  usando  l'arte  solita  di  denigrare  i  nemici  per  aitare  i 
propri  strumenti.  Ivi  egli  batteva  ogni  giorno  gli  aristocratici,  denun:(iava 
i  preti,  apriva  campo  franco  alle  diatribe  contro  dei  vecchi  governi  e  prin- 
cipalmente contro  quello  del  papa  ».  Questo  Salfi  si  trovò  mescolato  a 
tutte  le  vicende  pubbliche  d'allora,  come  funzionario,  agitatore,  poeta, 
oratore  pubblico  (2). 

Altri  giornali  e  giornalisti  della  stessa  epoca  sono  il  Taglìoretti  re- 
dattore della  Galletta  di  Bergamo,  il  Compagnoni  del  Mercurio  d' Italia  ; 
V  Impar:(iah  difensore,  il  Vero  amico  degli  uomini,  il  Novelliere  sollecito,  tee. 

Ma  Napoleone  non  indugiò  a  mettere  riparo  alla  licenza  della  stampa, 
ripristinando  la  censura,  con  un  ordine  a  cui  die  forme  regolari  più  tardi, 
quando  assunse  il  titolo  di  Re  d'Italia.  La  minima  indiscrezione  divenne 
allora  un  delitto  soggetto  a  punizioni  arbitrarie.  Era  prudenza  attingere 
le  notizie  politiche   dal  Giornale  italiano,  organo   ufficiale  del  governo, 


(i)  II  periodico  s'intitolava:  Giornale  delle  Belle  Arti  e  della  incisione,  antiquaria, 
musica  e  poesia.  Si  stampò  a  Roma  dal  Casaletti  dai  3  di  gennaio  1784  al  13  dicem- 
bre 1788,  essendone  direttore  Onofrio  Boni. 

(2)  L.  Vicchi,  di  Fusignano,  autore  del  libro  V.  Monti,  h  lettere  e  la  politica,  pos- 
siede i  tre  volumi  iT<^6-<^'j  del  Termometro  t  non  ex zàQ  all'esistenza  dell'intera  colle- 
zione, avendola  invano  cercata  nelle  principali  biblioteche  del  regno,  specialmente 
lombarde. 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  71 

diretto  da  un  tal  Guillon,  francese  che  tartassava  gl'italiani  con  ogni 
sorta  d'insolenze  (i),  oppure  dalla  Gaietta  di  Milano  che  il  viceré  Euge- 
nio aveva  acquistata  per  farne  un  fof;lio  semi  ufficiale. 

Con  la  lustra  di  aver  soppresso  il  magistrato  di  revisione,  si  voleva 
far  credere  che  si  era  ristabilita  una  larva  di  libertà;  ma  se  la  forma 
cambiava,  il  fondo  rimaneva  lo  stesso.  «  Sotto  le  apparenze  di  libertà, 
dice  lo  Sclopis,  la  stampa  fu  sottoposta  all'  ingerenza  della  poHzia,  senza 
garanzia  di  far  valere  le  proprie  ragioni  contro  gli  arbitri  del  potere.  » 
In  pratica,  prima  del  '48,  non  si  ebbe  in  Italia  libertà  di  stampa,  se  non 
nel  breve  periodo  1796-97,  e  1'  Ufficio  della  libertà  della  stampa,  che  se- 
condo il  decreto  del  viceré  doveva  essere  un  bienfait  du  gouverneinent  à 
l'egard  des  auteurs,  divenne  in  realtà  uno  spegnitoio. 

Quei  pochi  organi  che  non  erano  al  servizio  del  governo,  venivano 
atrocemente  perseguitati,  e  ogni  indiscrezione  veniva  considerata  come 
un  delitto  di  Stato. 

Giovanni  Giovio  fu  posto  in  arresto  per  avere  usata  nel  suo  giornale  la 
parola  fettuccia,  ritenuta  da  un  censore  ignorante  quale  peggiorativo  e  non 
come  sinonimo,  ad  indicare  il  nastro  cavalleresco  della  Corona  ferrea. 
Orbano  Lampredi,  che  aveva  collaborato  nel  Monitore  Romano,  avendo 
un  giorno  criticato  un  lavoro  di  Giuseppe  Compagnoni  (ex-prete,  re- 
dattore del  Mercurio  d'Italia  e  del  Monitore  Cisalpino)  nel  giornale  il 
Poligrafo  da  lui  fondato  col  Monti,  venne  avvertito  di  non  censurare 
più  opere  d'impiegati  regi  perché  questi  non  potevano  e  non  dovevano 
essere  che  degni  di  lode;  e  finì  coU'essere  costretto  ad  abbandonare  Mi- 
lano. —  Nello  stesso  tempo  un  tal  Lattanzi,  che  compilava  un  giornale 
settimanale  di  moie,  il  Corriere  delle  dam',  il  primo  che  comparisse  in 
Italia,  avendo  riportata  la  notizia  della  prossima  unione  della  Toscana 
all'Impero  con  l'aggiunta  di  queste  parole:  «  pare  che  i  destini  del- 
l'Etruria  sieno  giunti  al  loro  punto  di  maturità  »,  fu  punito  atrocemente: 
Napoleone  irritato  che  questo  fatto  venisse  annunziato  prima  ch'egli 
avesse  creduto  opportuno  divulgarlo,  ordinò  senz'altro  che  il  Lattanzi 
fosse  chiuso  nell'ospedale  dei  pazzi.  E  l'ordine  crudele  fu  letteralmente 
eseguito,  e  poco  mancò  che  il  disgraziato  giornalista  non  ne  perdesse 
davvero  la  ragione  (2). 

Durante  la  dominazione  napoleonica,  a  Napoli  uscì  con  la  data  di 
sabbato  i.°  marzo  1806  il  Monitore  Napolitano,  che  aveva  per  motto  il 
verso  di  Virgilio:  Magnus  ab  integro  saeculorum  nascitur  ordo.  Il  giornale 
dava  due  fogli  la  settimana,  uno  nel  mercoledì,  l'altro  nel  sabbato.  L'asso- 
ciazione al  foglio  si  faceva  «  in  S.  Pietro  a  Majella,  e  presso  Luigi  Aug- 
gero  rimpetto  al  Regal  Teatro  di  S.  Carlo  n.°  42  »  e  costava  5  ducati 
l'anno,  26  carlini  il  semestre  e  15  il  trimestre.  Il  giornale  avea  il  for- 
mato in  4  pagine  in  4.°  lungo  e  veniva  stampato  su  carta  cilestre.  Nel 
primo  numero  dice:  «  La  Gaietta  Napolitana  b  soppressa.  La  saviezza, 
la  dignità  e  la  franchezza  di  un  Governo  ragionevole,  generoso  e  giusto 


(i)  Dario  Papa  —  //  Giornalismo  —  p.  209  e  segg. 

(2)  Intorno  al  Lattanzi,  di  cui  sono   celebri  le  polemiche   col  Monti,  v.  Cantù, 
Monti  e  l'età  che  fu  sua,  e  //  Giornalismo  di  D.  Papa,  p.  218  e  segg. 


72  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

non  dovea  soffrire,  che  cosi  vilmente  si  nascondesse,  o  si  mascherasse 
la  verità  agli  occhi  della  nazione  per  servire  ad  una  debole,  sospettosa 
e  inconseguente  politica.  »  ecc. 

Un  mese  dopo,  sempre  a  Napoli,  fu  annunziata  la  pubblicazione 
dì  un  Giornale  Enciclopedico,  compilato  da^li  amici  della  gloria  na:(ionah 
e  diretto  dal  signor  De  Cesare,  traduttore  àtW Agricola  di  Tacito.  Il  gior- 
nale si  dovea  occupare  a  preferenza  di  chirurgia,  medicina,  fìsica,  chi- 
mica, storia  naturale  e  agricoltura.  Il  giornale  nacque  nel  maggio  suc- 
cessivo. Usciva  il  1°  e  15  d'ogni  mese.  L'abbonamento  costava  48  carHni 
l'anno. 

Ma  il  più  importante  periodico  del  primo  regno  italico  fu  il  Poligrafo, 
che  pubblicavasi  a  Verona  e  nel  quale  scriveva  il  Monti,  nel  18 11,  da 
dittatore,  da  prepotente,  da  splendido  insultatore,  senza  ombra  di  critica 
vera.  A  sua  volta,  contro  il  Poligrafo  era  sorto  un  Anti-poligrafo  dì 
Francesco  Contarini,  veneziano,  il  quale  parafrasando  argutamente  ogni 
articolo  dell'avversario,  rendeva  a  lui  in  tanti  spiccioli  ciò  che  esso  di- 
stribuiva senza  parsimonia  a  coloro  che  credea  dessero  ombra  alla  sua 
fama.  Secondo  il  solito  sistema  però,  il  criticare  le  persone  che  gode- 
vano «  della  stima  del  governo  »,  come  diceva  a  questo  proposito  il 
ministro  dell'interno  De  Capitani  in  una  sua  lettera  al  prefetto  di  po- 
lizia, venne  considerato  come  offesa  alla  stessa  autorità  e  V Anti-poligrafo 
dovette  presto  cessare  le  sue  pubblicazioni. 

X 

Caduto  il  governo  napoleonico,  caddero  con  esso  tutti  i  giornali 
che  ancora  restavano,  lasciando  sola  padrona  del  campo  la  Ga^^etta  di 
Milano,  divenuta  a  sua  volta  giornale  ufficiale,  fintantoché,  per  cura  dello 
stesso  governatore,  non  venne  fondata  la  Biblioteca  italiana. 

Foscolo  ha  scritto  che  il  conte  di  Fiquelmont,  quartiermastro  del- 
l'esercito austriaco,  gli  propose  di  dirigere  a  Milano  un  giornale  favo- 
revole al  nuovo  ordine  di  cose  e  che  egli  rifiutò,  e  poi  andasse  tempo- 
reggiando, nell'idea  di  affidarlo  ad  altre  mani.  Pensò  al  Monti,  e  que- 
sti rispose  che  il  giornale  «  da  che  si  appoggia  alla  colonna  del  governo 
non  può  cadere  ».  Il  Foscolo  voleva  un  giornale  che  «  non  irritasse 
partì  e  passioni  politiche  »,  del  quale  esso  si  sarebbe  fatto  mallevadore, 
a  patto  che  non  vi  fosse  né  censura,  né  revisione. 

Per  Foscolo,  questo  proo^etto  era  più  che  altro  un  mezzo  per  ac- 
quistar tempo;  però  l'idea  piacque  e  ne  fu  scritto  a  Vienna.  Là  pure 
si  trovò  buono  il  progetto,  ma  in  un  rescritto  del  24  maggio  18 15  si 
giudicò  dalla  pohzia  aulica  Ugo  Foscolo  non  essere  adatto  a  pubblicare 
il  proposto  giornale,  consacrato  a  elaborare  (sic)  l'opinione  pubblica  in 
Italia.  Venne  quindi  affidato  l'incarico  al  Monti,  al  naturaUsta  Brocchi, 
al  Breislak,  al  Giordani  e  finalmente  al  bresciano  Giuseppe  Acerbi  che 
ne  fu  il  direttore. 

La  Biblioteca  italiana  fu  fondata  nel  gennaio  del  1816;  usciva  a  fa- 
scicoli mensili  di  150  pagine  in-S."  e  durò  con  varia  sorte  sino  al  1857. 
Essa  nacque  non  più  sotto  l'ispirazione  del  Fiquelmont,  ma  del  gover- 
natore Saurau,  uomo  abbastanza  colto.  Secondo  la  sua  idea  e  i  suoi  ac* 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  73 

cordi  col  governo,  il  giornale  doveva  da  una  parte  avere  per  iscopo  di 
essere  un  punto  di  riunione  dei  letterati  italiani,  una  saggia  analisi  delle 
opere  pubblicate  nella  penisola,  e  dall'altra  rendere  facile  al  governo  «  il 
sorvegliare  la  pubblica  opinione  in  Italia,  e  rettificare  molti  errori,  pro- 
pagati dal  governo  rivoluzionario  ». 

Ma  il  primo  numero  comparso,  suscitò  grandi  ire,  pel  tono  sprez- 
zante con  cui  in  un  articolo  di  mad.  di  Stael  si  parlava  della  coltura 
italiana.  Ciò  nonpertanto,  dopo  qualche  mese,  il  conte  Saurau,  nelle  sue 
lettere  a  Metternich,  se  ne  dichiarava  contentissimo.  Diceva  che  il  pe- 
riodico aveva  languito  a  principio,  in  causa  della  guerra  che  gli  facevano 
i  letterati,  ma  che  poi  era  venuto  sempre  più  diffondendosi.  S'era  data 
opera  perchè  comuni,  uffici,  ambasciate  all'estero  ecc.,  vi  si  associassero. 
Non  s'era  creduto  prudente  a  principio  dargli  alcuna  tendenza  politica. 
Pel  momento  premeva  solo  che  gl'italiani  si  persuadessero  che  esisteva 
una  letteratura  tedesca  e  cominciassero  a  studiarla. 

L'Acerbi,  direttore  della  Biblioteca,  era  ciò  che  si  chiama  un  vero 
direttore:  attivissimo  a  ricercare  articoli,  domandarli,  tracciarne  lo  schema 
ai  vari  scrittori,  strapazzandoli  se  indolenti.  «  Voi  —  scriveva  un  giorno 
a  Giovita  Scalvini  —  sarete  uno  scrittore  per  la  immortalità,  ma  non  per 
un  giornale  che  ama  e  vuole  più  il  presto  che  il  perfetto.  «  E  altrove  : 
«  Ricordatevi  poi  dei  vostri  impegni  e  delle  vostre  promesse,..;  è  una 
carriera  che  correte,  e  ogni  carriera  ha  il  suo  bene  e  il  suo  male.  »  Ma 
questi  modi  irritarono  ben  presto  il  Giordani,  il  Monti,  lo  Scalvini  ed 
altri  ancora,  i  quali  si  svelenirono  contro  l'Acerbi  iA  tutti  i  modi.  Il 
Monti  anzi  ebbe  a  scrivere  che  l'Acerbi  non  essendo  atto  a  porre  nel 
giornale  una  sola  riga  senza  spropositi,  forza  era  che  tutto  comprasse; 
e  tra  coloro,  diceva,  che  vilmente  gli  «  hanno  venduto  per  fiorini  40  al 
foglio,  la  penna,  non  ha  nessuno  che  sia  pure  alcun  poco  iniziato  nel 
bello  scrivere.  Quindi  cessino  le  meraviglie  sulla  decadenza  di  quello 
sciagurato  giornale.  Si  è  formata  un'altra  società,  la  quale  ha  presentato 
al  governo  il  progetto  d'un  nuovo  foglio,  complessivo  come  l'altro,  di 
ogni  materia  scientifica  e  letteraria.  I  sottoscritti  sono  Brocchi,  Breislak, 
Giordani,  Labus  e  Monti  per  la  compilazione;  quanto  agli  aiuti,  nessuna 
letteraria  confederazione  si  è  mai  veduta  simile  a  questa...  ». 

E  qui  una  lista  di  splendidi  nomi.  Ma  poco  dopo  il  Monti  si  ri- 
conciliò col  giornale  austro-italico,  e  la  Biblioteca,  dice  il  Cantù,  «  con- 
tinuò a  esercitare  una  specie  di  dittatura  nelle  lettere  italiane,  non  senza 
merito  al  certo,  ma  con  tono  assoluto,  avversando  le  novità,  lodando 
indiscretamente  od  astiando  persone  che  il  governo  gradisse  o  no  ». 

Più  tardi  essa  contò  fra  i  suoi  collaboratori,  oltre  al  colto  ed  ele- 
gante sgherro  austriaco  Zajotti,  Domenico  Romagnosi,  Giuseppe  Fer- 
rari ecc.  (i). 


(i)  Fondando  la  Biblioteca  italiana  il  governo  austrìaco  aveva  cercato  di  cattivarsi 
gì'  italiani  per  mezzo  della  letteratura.  Oltre  agli  scrittori  citati,  erano  stati  chiamati  a 
collaborarvi  i  membri  dell'Istituto  e  dell'Accademia. 

Abbastanza  franca  in  sulle  prime,  questa  rivista  si  ridusse  ben  presto  stromento 
della  polizia  del  governo  0  piuttosto  della  consorteria  che  vuole  la  potenza  col  farsi 


74  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 


Di  fronte  alla  Biblioteca  ifaliana,  e  facendole  viva  opposizione,  prese 
posto  subito  lo  Spettatore  del  BertolottI,  al  quale  collaborarono  Tomma- 
seo, Leopardi,  Sartorio,  Cantù  ecc.  Il  governo  non  credette  opportuno 
ingerirsi  nella  polemica  e  il  giornale,  avendo  presa  piuttosto  voga, 
compromise  molto  il  successo  della  Biblioteca.  Dopo  due  anni  allo  Spet- 
tatore si  aggiunse  il  Conciliatore,  che  doveva  avere  così  breve,  quanto  il- 
lustre vita. 

Il  Conciliatore  stampato  su  carta  azzurra,  nacque  il  3  settembre  18 18; 
usciva  il  giovedì  e  la  domenica  e  durò  fino  al  17  ottobre  1819;  in  tutto 
118  numeri. 

Il  giornale  bleti,  come  lo  chiamavano  per  via  della  carta,  era  l'or- 
gano di  un  gruppo  di  patriotti  che  volevano  preparare  il  paese  ad  altri 
desideratissimi  eventi.  V'era  Silvio  Pellico  —  l'anima  dell'intrapresa  — 
v'erano  Porro,  che  ne  fu  il  fondatore,  Pecchio,  Berchet,  De  Bréme,  Ma- 
roncelli,  Borsieri,  Gonfalonieri... 

«  L'intitolammo  Conciliatore  —  scriveva  Pellico  a  Foscolo,  invitan- 
dolo a  collaborare  —  perchè  noi  ci  proponiamo  conciliare  e  conciliamo 
infatti  non  i  leali  coi  falsi,  ma  tutti  i  sinceri  amatori  del  vero.  Già  il 
pubblico  si  accorge  che  questa  non  è  impresa  di  mercenari,  ma  di  let- 
terati, se  non  tutti  di  grido,  tutti  collegati  per  sostenere,  finché  è  pos- 
sibile, la  dignità  del  nome  italiano.  » 

Ma  il  Foscolo  rifiutò  h  sua  collaborazione,  come  rifiutò  ogni  par- 
tecipazione ai  moti  der2r. 

Parlare  aperto  non  si  poteva,  sarebbe  stata  inutile  follia.  Si  dove- 
vano dunque  cercare  i  sottintesi,  e  la  letteratura  ne  ofi'rì  il  pretesto.  La 
Biblioteca  italiana  era  classica;  il  romanticismo  divenne  dunque  per  gli 
uomini  del  Conciliatore  un'arme  di  fiera  opposizione,  che  nsscondevasi 
tra  le  linee,  ma  sotto  la  veste  letteraria  lasciava  trasparire  l'intenzione 
politica.  Giò  non  poteva  garbare  al  governo  austriaco,  al  quale  quella 
piccola  schiera  di  eletti  ingegni  doveva  necessariamente  riuscire  sospetta, 
e  a  CUI  giungevano  avvisi  dal  Vaticano  di  star  attento,  perchè  i  roman- 
tici «  erano  in  fin  dei  conti  cospiratori  d'accordo  con  un  certo  Pelle- 
grino Rossi  e  con  lord  Byron  ».  È  bene  notare  che  nel  Conciliatore 
non  si  trattava  soltanto  di  letteratura,  ma  bensì  di  storia,  di  filosofia,  di 
nuove  scoperte,  di  economia  ecc.  Insomma  il  Conciliatore  era.  una  rivista 


liaia  al  governo.  Secondò  l'impresa  contro  il  romanticismo  anche  la  Gaietta  privile- 
giata del  Pezzi. 

In  data  del  21  gennaio  1817  Pietro  Giordani  si  ritirò  dalla  Biblioteca,  con  lettera: 
«  Mi  trovo  in  necessità  di  ritirarmi  dal  giornale  la  Biblioteca  italiana.  Mio  padre  e  mia 
madre,  assai  attempati  e  cagionevoli,  mi  vanno  sollecitando  da  un  pezzo  di  andare  a 
casa  e  star  con  loro  almeno  un  tempo.  Al  che  oltre  l'affetto  mi  stringono  ragione- 
voli interessi  a  non  contrastare.  » 

E  consigliava  in  sua  vece  il  D.r  Labus,  a  già  conosciuto  e  che  non  dee  dispia- 
cere al  governo  ». 

Giacomo  Leopardi  che  si  tenne  estraneo  alle  trame  ed  alle  speranze  d'allora,  lo- 
dava grandemente  gli  articoli  del  Giordani  sulla  Biblioteca.  «  Io  penso  che,  se  molti 
dei  nostri  sapessero  scrivere  in  quella  maniera,  non  dico  solamente  quanto  alle  parole, 
ma  quanto  al'e  cose,  la  letteratura  itaUana  seguiterebbe  ad  essere  la  prima  d'Europa, 
come  è  già  poco  meno  che  l'ultima.  » 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  75 

letteraria  quale  oggi  non  c'è  in  Italia,  tanto  era  fatta  con  coscienza  e 
serietà. 

Pellico  era  il  vero  centro  del  giornale,  come  si  può  rilevare  dalle 
sue  lettere.  In  esse  si  trova  fin  spiegato  l'organismo  della  redazione  del 
giornale.  Non  si  inseriva  un  articolo  che  non  venisse  approvato  dalla 
commissione  dei  collaboratori  incaricata  della  cosa.  Ciò  procurava  delle 
noie,  naturalmente,  ma  si  teneva  fermo.  E  Pellico  cercava  di  confortare 
alla  meglio  gli  autori  degli  articoli  cestinati,  come  .ora  si  direbbe. 

La  lotta  fra  classici  e  romantici  si  accese  più  che  mai.  L'austriaca 
Ga^:{etta  di  Milatio  colpiva  con  rabbia  feroce  gli  uomini  del  Concilia- 
tore; a  darle  mano  la  polizia  aveva  fondato  il  i8  novembre  V Accatta- 
brighe, ossia  Classico-romantico-machia,  giornale  critico  letterario  stam- 
pato a  Milano  in  carta  rosa.  Principali  redattori:  il  prof.  Bernardo  Bel- 
lini e  il  conte  Trussardo  Caleppio,  commissario  di  polizia,  il  quale  di- 
ceva i  romantici  nati-morti,  sleali  alla  patria  e  al  governo,  simili  all'asino 
di  Balaam  che  pretendeva  insegnare  al  profeta  che  cosa  dovesse  fare 
e  dire. 

Né  è  a  credere  che  sì  villana  opposizione  avrebbe  ottenuto  l'intento 
suo,  se  il  governo  non  ci  si  fosse  messo  lui,  inferocendo  dapprima  colla 
censura,  complicando  da  ultimo,  più  o  meno  direttamente,  il  Concilia- 
tore nel  processo  dei  carbonari.  Il  Brcme,  in  una  lettera  a  Federico  Gon- 
falonieri, dove  gli  raccomanda  di  trovare  cambi  di  giornali  all'estero  e 
abbonamenti  fra  le  persone  in  alto,  scrive  bensì  che  V Accattabrighe,  fra- 
tello carnale  della  Ga^:(etta  di  Milano,  «  bestialissimo  foglio  »  fa  incon- 
sapevolmente vantaggiare  del  30  per  cento,  colla  sua  guerra,  la  tiratura 
del  Conciliatore,  vaz  è  poi  costretto  a  soggiungere:  «  //  signor  Strassoldo, 
censore  egli  stesso  del  nostro  foglio  da  qualche  tempo  in  qua,  mena  la  falce 
sen:(a  riguardo  ne  al  buon  senso  ne  alla  buona  creanza.  Ne  vengono  riman- 
dati gli  articoli  poche  ore  prima  di  dover  distribuire  il  foglio;  conviene  sup- 
plire alle  lacune;  talvolta  sostituire  interi  articoli  e  sottoporli  di  nuovo  alla 
censura  ...Io  designai  le  castrazioni  al  pubblico  disdegno  con  intere  linee  di 
punti:  venne  fatta  proibi:(ione  di  punteggiare  gli  spa^i. . .  Domandai  in  iscritto 
di  poterne  prevenire  il  pubblico;  il  mio  foglio  petiiionario  fu  lacerato  di  pro- 
prio pugno  dallo  Strassoldo,  e  i  pe^i  ne  furono  portati  dal  tipografo  del 
giornale  a  casa  Porro,  mentre  vi  pranzavano  venti  persone.  Nei  passi  can- 
cellati dell'articolo  di  Pellico  sopra  Brougham  eravi  questa  espressione  :  II 
nobile  bisogno  della  pubblica  stima,  e  l'appoggio  della  opinione  pub- 
blica. Fra  i  commensali  erano  alcuni  inglesi  e  russi  che  non  si  sapevano  dar 
pace  di  tanta  immoralità....  Giorno  verrà  in  cui  raccoglieremo  queste  umi- 
liazioni, e  le  intitoleremo  Patologia  del  Conciliatore.  » 

Invece,  poco  dopo,  giunse  il  giorno  della  morte  del  povero  Brème 
e  dello  stesso  Conciliatore,  Agli  avvertimenti  fatti  dal  Vaticano,  s'erano 
aggiunti  nel  maggio  1821  gl'informi  del  direttore  di  polizia  a  Milano 
alla  Commissione  istituitasi  a  Venezia  per  giudicare  i  Carbonari,  alla 
quale  si  faceva  sapere  che  il  Conciliatore,  obbligato  a  subire  infinite  mu- 
tilazioni in  causa  della  temeraria  audacia  dei  suoi  scrittori,  aveva  cessato 
le  pubblicazioni.  Il  che  significava  che  il  giornale  era  implicato  nel  pro- 
cesso. 

Difatti,  dagli  interrogatori;  ora  pubblicati,  di  Silvio  Pellico,  appare 


76  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 


che  lo  fu,  e  assai.  Pellico  confessò  ch'egli,  Bréme  e  Pecchio  avevano 
realmente  in  animo  di  propagare  principi  liberali,  che  fossero  i  prodromi 
d'un  mutamento  di  governo. 

Il  Conciliatore,  dunque,  dovette  morire  di  morte  violenta  (i). 

Soppressi  successivamente  tutti  i  fogh  politici,  non  rimase  in  Mi- 
lano che  la  Gaietta,  divenuta  organo  ufficiale  del  governo,  e  compilata 
da  un  giornalista  stipendiato  dall'Austria.  I  giornali  ufficiali  degli  altri 
stati  italiani,  compilati  in  generale  da  spie  o  da  scrittori  mercenari,  non 
meritano  alcuna  menzione.  I  pochi  tentativi  fatti  qua  e  là  per  dare  al- 
l'Italia una  stampa  più  liberale,  rimasero  pur  troppo  allora  infruttuosi; 
non  si  ebbero  più  per  lunghi  anni  se  non  poche  riviste  o  periodici  set- 
timanali, come  V  Indicatore  genovese  fondato  nel  1828,  e  nel  quale  Maz- 
zini iniziò  la  sua  carriera  di  pubblicista  (di  cui  discorreremo  in  altra 
parte  del  libro),  e  V Indicatore  livornese  fondato  nel  1829  da  Guerrazzi. 
Ma  questi  giornali  ebbero  breve  esistenza. 

In  Toscana  dominava  unica  la  Ga^^etta  di  Firen:;;e,  dove  dal  1830 
al  '40,  scriveva  di  tanto  in  tanto  mordaci  appendici  teatrali  il  suo  diret- 
tore Giovanni  Pedani,  Questo  giornale  era  il  solo,  o  almeno  uno  dei 
pochi,  di  cui  fosse  in  quest'epoca  gratificata  o  afflitta  (il  lettore  può  sce- 
gliere il  vocabolo  a  sua  posta)  la  Toscana.  E  il  giornale  era  peculiar- 
mente laconico,  rispetto  a  ciò  che  accadeva  in  Toscana,  in  Firenze,  La 
vita  del  cronista  era  una  vita  color  di  rosa  :  bastava  parlare  delle  visite, 
de'  viaggi  che  faceva  la  famiglia  regnante,  e  delle  riunioni  dell'Accademia 
della  Crusca  e  dei  Georgofili,  A  Pisa  per  lunghi  anni  usci  mensilmente 
il  Giornale  dei  letterati.  Vieusseux  fondò  V Antologia,  rivista  mensile  glo- 
riosamente vissuta  dal  1821  al  1832,  Più,  la  Guida  dell'educatore  del- 
l'abate Lambruschini  e  una  settimanale  Rivista  di  Firenze  del  Montazio, 
E  soppressa  violentemente  dal  governo  l'Antologia,  nacque,  per  cura  del 
Vieusseux  e  di  Gino  Capponi,  l'Archivio  storico,  poi  l'Appendice  all'Archi- 
vio storico,  ecc.,  oltre  altri  buoni  giornali  scientifici  e  specialmente  agricoli, 

A  Napoli,  nel  1832,  sorse  per  opera  di  Carlo  Troya  un  periodico 
mensile,  il  Progresso,  assai  ben  fatto,  che  si  credette  per  qualche  tempo 
potesse  surrogare  l'Antologia  di  Firenze,  cosicché  taluni  fra  gU  scrittori 
di  quest'ultima  (tra  i  quali  Centofanti  e  Tommaseo)  emigrarono  coi 
loro  articoli  nel  Progresso.  E  vissero  pure  a  Napoli  giornali  forse  male 
scritti,  ma  ottimamente  fatti  e  pensati,  fra  cui  va  ricordato  il  Lucifero 
di  Ferdinando  Malpica. 

Contemporaneamente  a  Palermo  comparve  la  Ruota,  durata  due 
anni  e  scritta  quasi  esclusivamente  da  Benedetto  Castiglia,  che  cercò  in- 
vano demolire  le  opere  poetiche  del  Manzoni  (2),  e  nel  1834  il  Giornale 
di  Statistica,  compilato  dal  Ferrara  per  sei  anni  e  poi  soppresso. 


(i)  Venne  fuori  poi  un  opuscolo:  La  censure  auirichienne  patir  V  Italie,  factum  sur 
le  Conciliatore  de  Milan,  che  raccontò  tutta  la  storia  del  giornale  e  delle  sue  perse- 
cuzioni, capo  ufficiale  delle  quali  era  il  conte  Strassoldo  e  cagnotti  i  suoi  agenti,  tra 
cui  vi  erano  fin  quelli  incaricati  della  seconda  lettura  e  di  capire  gli  articoli. 

(2)  Il  Castiglia  che  fu  esule  a  Parigi,  dopo  il  1859  diresse  a  Milano  un  giornale 
politico  quotidiano  dal  titolo  U  Momento  e  che  riboccava  di  bizzarrie.  Il  Castiglia  fu 
poi  deputato. 


IL    GIORNALISMO   ITALIANO.  77 

A  Milano,  oltre  i  già  nominati,  e  il  Ricoglitore  trasformatosi  poi  in 
Rivista  Europea,  usciva  un  giornale  settimanale,  VEco,  non  affatto  spre- 
gevole; e,  quasi  contemporaneo  alla  Rivista  Europea,  pubblicavasi  il  Po- 
litecnico, diretto  da  quel  robustissimo  ingegno  di  Carlo  Cattaneo,  il  quale, 
fondandolo  nel  1837,  seppe  dargli  vita,  impulso  e  vigore,  essendo  riu- 
scito a  formare  un  vero  centro  di  vita  intellettua'e  intorno  a  cui  si  venne 
raccogliendo  man  mano  il  fiore  delle  intelligenze  di  Lombardia.  Il  Po- 
litecnico  dovette  cessare  prima  dei  rivolgimenti  del  '47,  e  Cattaneo  emigrò 
a  Lugano.  Liberata  la  Lombardia  nel  '59  tornò  a  Milano  e  fece  rivi- 
vere il  giornale  per  qualche  tempo,  ma  poi  accasciato  dagli  studi  e  dagli 
anni  ne  abbandonò  ad  altri  la  direzione,  ed  il  giornale  fini  per  morire 
definitivamente  pochi  anni  dopo  come  rivista  letteraria. 

Nella  Venezia  fiorivano,  all'epoca  stessa,  il  Gondoliere,  diretto  per 
vari  anni  da  Luigi  Carrer  (i);  a  Trieste  la  Favilla,  fondata  da  Pacifico 
Valussi  (2).  Ai  quali  fogli  settimanali  sorgeva  emulo  a  Padova,  nel  1845, 
Y Eiiganeo,  pubblicato  per  cura  di  Guglielmo  Stefani,  giornale  che  poco 
stante  fu  spalleggiato  dal  brioso  suo  fratello  ebdomadario  //  Cajfè  Pe- 
drocchi. 

Nel  Piemonte,  oltre  la  Ga:(^etta  piemontese,  diretta  da  Felice  Romani 
(il  quale  nella  Vespa,  che  si  pubblicava  a  Torino  nel  1827,  aveva  scritto 
roba  da  chiodi  contro  i  Promessi  Sposi  di  Manzoni),  sorsero  successiva- 
mente a  combattere  il  gesuitismo,  colà  sohdamente  radicato,  giornaU  in 
ispecial  modo  diretti  all'istruzione  ededucazione  del  popolo,  come  le  Let- 
ture popolari,  addivenute  poi,  per  decreto  censorio,  a  cui  la  parola  popolo 
faceva  paura.  Letture  di  famiglia,  e  {'Emporio,  fondati  ambidue  dall'operoso 
Giuseppe  Pomba,  il  principe  degli  editori  italiani.  A  Torino  si  pubblicò 
pure,  nel  1830,  il  Museo,  giornale  illustrato  edito  dal  Fontana,  ed  un 
tentativo  consimile,  per  mezzo  della  litografia,  iniziò  a  Genova  il  tipo- 
grafo Ponthenier. 

Anche  a  Genova,  dal  1841  al  1845,  Federico  Alizeri  diresse  un 
giornale  scientifico  letterario,  V  Espero,  che  fu  soppresso  dalla  polizia, 
cui  era  sembrato  pericoloso. 

Poco  appresso,  cedendo  alla  pressione  dell'opinione  liberale  e  so- 
praffatto dalla  marea  del  progresso,  il  governo  di  Carlo  Alberto  permise 
la  pubblicazione  del  Messaggere  Torinese,  diretto  da  Angelo  Brofferio,  e 
per  14  anni  (1834-48)  banditore  di  ardite  verità,  con  spigliata  forma, 
in  letteratura  e  per  ultimo  anco  in  politica.  Il  Brofferio  era  furente  av- 
versario del  Romani,  e  col  Messaggere,  avendo  con  sé  la  coorte  dei  roman- 
tici, lo  punzecchiava,  lo  investiva,  gli  turbava  i  sonni. 


(i)  G.  Biadego  vice-bibliotecario  a  Verona  ha  pubblicato  delle  lettere  inedite  del 
Carrer  nelle  quali  appunto  si  parla  del  Gondoliere  e  delle  vicissitudini  cui  andò  sog- 
getto. Il  Biadego  nella  prefazione  fa  un  po'  di  storia  di  questo  giornale  e  riporta  al- 
cune lettere  della  contessa  Zannini,  in  cui  la  nobile  veneta  parla  delle  condizioni  cri- 
tiche nelle  quali  versava  l' impresa  di  cui  era  capo  ed  anima  il  Carrer.  Questi  poi  in 
una  lettera  del  28  luglio  1841,  scrive:  «  11  Gondoliere  ha  patito  molto  e  patisce;  noi 
voglio  tuttavia  creder  morto.  »  Dopo  del  Carrer,  il  Gondoliere  fu  diretto  da  Filippo 
De  Boni. 

(2)  Nella  settimanale  Favilla,  Francesco  Dall' Ongaro  scrisse  racconti  e  novelle 
che  sono  fra  le  sue  migliori  cose. 


78  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALL^NA. 


Breve  vita,  ma  non  inonorata,  ebbe  pure  il  Subalpino  (1836-39), 
giornale  mensile,  di  cui  più  tardi  cercarono  surrogare  la  mancanza  V An- 
tologia italiana  e  la  Rivista  contemporanea  fondata  nel  1854. 

Negli  Stati  pontifici  il  giornalismo  non  potè  mai  essere  in  fiore. 
Oltre  i  giornali  nominati  che  uscivano  a  Roma,  a  Bologna  fu  pubbli- 
cato dal  1843  ar47  per  opera  di  Berti-Pichat  e  Augusto  Aglebert,  il 
Felsineo,  giornaletto  settimanale  che  sotto  umili  apparenze  si  sforzava  di 
svolgere  gravi  problemi  economici.  Vi  fece  le  sue  prime  armi  iMarco 
Minghetti.  Il  dottor  Savino  Savini,  pure  a  Bologna,  fece  vivere  per  qual- 
che tempo  il  giornale  letterario  La  Parola. 

A  Modena,  dove  la  stampa  era  sottoposta  alla  doppia  censura  civile 
e  religiosa,  il  Canossa  aveva  fondato  un  giornale  sanfedista  La  Foce 
della  Ferità,  comunemente  chiamato  1'  Urlo  della  menzogna,  che  venne 
soppresso  dal  governo  locale  nel  1834  dietro  domanda  dell'Inghilterra. 
Giovanni  Sabbatini  pubblicò  un  Educatore  Storico,  mensile.  Un'altra  gaz- 
zetta sanfedista  compariva  a  Recanati  col  titolo  di  Foce  della  ragione; 
ma  queste  pubblicazioni  non  ottennero  altro  risultato  che  quello  di  cer- 
tificare la  propria  impotenza  a  rallentare  il  progresso  delle  idee. 

La  impossibihtà  di  discutere  nei  fogli  pubblici  le  questioni  rebtive 
alla  libertà,  doveva  necessariamente  provocare  la  formazione  di  una  stampa 
clandestina;  onde  avvenne  che  la  maggior  parte  dei  giornah  rivoluzio- 
nari venissero  redatti  e  stampati  all'estero,  per  essere  poscia  introdotti 
di  contrabbando  in  ItaUa. 

Il  solo  giornale  —  se  pur  può  chiamarsi  cosi  —  che  osasse  rompere 
il  silenzio  mortuario  a  cui  era  costretta  la  discussione  politica,  fu  la 
Giovane  Italia  che  creò  Mazzini  nel  1832  allo  scopo  di  propagare  e  di- 
fendere i  principi  professati  dalla  società  segreta  di  cui  il  giornale  por- 
tava il  nome,  e  che  annunciavasi  come  una  «  raccolta  di  scritti  sulle 
condizioni  politiche,  morali  e  letterarie  d'Italia,  tendenti  alla  sua  rigene- 
razione ».  La  Giovane  Italia  comparve,  e  non  sempre  regolarmente,  fino 
al  1834  a  Marsiglia,  ed  aveva  fra  i  suoi  collaboratori,  oltre  il  Mazzini, 
il  Sismondi,  il  Gioberti  e  Pietro  Giannone.  Le  pene  più  severe,  le  più 
rigorose  sorveglianze,  i  premi  ai  delatori,  le  più  arbitrarie  persecuzioni, 
non  valsero  ad  impedire  la  pubblicazione,  e  per  lungo  tempo  la  Giovane 
Italia  continuò  ad  essere  diffusa  ovunque,  riapparendo  poi  tratto  tratto, 
e  tenendo  sempre  in  allarme  l'attività  della  polizia,  come  teneva  acceso 
negU  animi  il  desiderio  della  riscossa.  la  seguito  ai  reclami  delle  corti 
italiane,  il  governo  francese  espulse  Mazzini  ed  i  suoi  collaboratori;  ma 
non  per  questo  egli  cessò  le  pubblicazioni  del  suo  giornale  che  venne 
clandestinamente  stampato  a  Lugano,  a  Napoli,  a  Lucca,  a  Pisa,  a  Mi- 
lano, ovunque  era  possibile  insomma,  in  fascicoli,  che  gli  stessi  scrittori 
componevano  e  magari  trasportavano,  a  rischio  della  galera  o  della  vita. 

Una  quantità  di  fogli  rivoluzionari,  stampati  all'estero,  succedette 
alla  Giovane  Italia,  fra  gli  altri  V  Italiano  che  vide  la  luce  a  Parigi  nel  1836, 
V Apostolato  popolare  fondato  a  Londra  nel  1840,  succeduto  alla  Giov^.ne 
Italia  e  l'Ausonio  che  da  Parigi  fra  il  1845  ^  ^^  1S48  veniva  spedito  in 
Italia.  Quest'ultimo  giornale  era  diretto   dalla   principessa  Cristina  Bel- 


IL    GIORNALISMO    ITALIANO.  79 

giojoso;  aveva  tendenze  meno  radicali  della  Giovane  //a/m,  quantunque 
seguisse  un  programma  repubblicano  (i) 

Se  però  questo  periodo  fu  infausto  al  giornalismo  politico,  fu  fa- 
vorevole alla  critica  e  al  giornalismo  teatrale.  Ecco  come  ne  discorre  in 
proposito  l'egregio  Dario  Papa,  giornalista  coscenzioso  e  onesto  :  «  Ci 
furono  allora — fra  il  1815  e  il  1848 — in  Italia  degli  appendicisti  non 
indegni  sicuramente  di  stare  appetto  ai  più  illustri  che  abbia  avuto  la 
Francia.  Il  Locatelli  a  Venezia,  il  Romani  a  Torino,  e  più  tardi  il  Ro- 
vani a  Milano,  scrissero  delle  appendici  che  erano  veri  e  seri  studi  d'arte, 
non  raffazzonamenti  o  temerità,  non  leggerezze  ciarlatanesche,  non  colpe 
di  venalità.  Una  di  quelle  appendici  era  un  avvenimento  pei  buongustai. 
Son  quasi  tutte  raccolte  in  volume,  e  meritano  anche  oggi  d'esser  lette 
con  attenzione.  Sono  la  storia,  seguita  passo  passo,  della  nostra  grande 
e  insuperata  arte  musicale. 

«  Intanto  in  Toscana  —  la  patria  di  Dante  e....  della  Crusca  —  si 
erano  fondati  dei  giornali  che  andavano  battagliando  specialmente  per 
quistioni  di  lingua,  di  teatri,  di  arte.  Era  una  lotta  non  senza  serietà 
poiché  vi  partecipavano  degli  uomini  di  grande  ingegno:  ed  è  inutile 
dire  che,  più  o  meno  apparente,  la  questione  politica  faceva  sempre  ca- 
poHno.  Fu,  credo,  in  una  di  queste  avvisaglie  che  il  Giusti  scagliò  un 
sonetto  (2)  del  quale  io  non  saprei  immaginare  cosa  si  possa  dire  di  più 


(i)  Fra  i  giornali  pubblicati  all'estero  da  emigrati,  aventi  per  iscopo  la  propa- 
ganda italiana,  sono  da  ricordare  V Esule  (Parigi  1832);  la  Faligìa  prima,  poi  la  Staf- 
fetta, fondata  a  Malta  nel  1854  da  Francesco  Crispi,  il  Pensiero  ed  ^;(/o«e,  fondato  da 
Mazzini  a  Londra  nel  1858.  È  bene  anche  rammentare  la  vita  giornalistica  di  Aurelio 
Bianchi-Giovini  all'estero.  Egli,  figlio  a  un  custode  di  carceri,  si  recò  a  Capolago  in 
qualità  di  correttore  di  stampe  e  direttore  letterario  della  tipografia  Elvetica.  I  suoi 
superiori  gli  affidarono  la  direzione  di  un  giornale,  ['Aurora,  rivolto  a  combattere  i 
principi  riformisti,  professati  in  gran  parte  dagli  abitanti  del  Canton  Ticino.  Ma  Bianchi 
si  prestò  mal  volentieri  a  scriverlo.  Dopo  non  molto  cadde  giornale  e  partito  ed  egli  si 
recò  nel  1835  a  Lugano,  dove  gli  fu  affidata  la  direzi<^ne  del  Repubblicano  della  Svi\- 
i(era  italiana,  organo  dei  liberali.  L'Aurora  ch'era  d'idee  opposte  mosse  guerra  al  i?e- 
pubblicano  e  accusò  Bianchi  come  apostata.  Questi  ebbe  dei  dispiaceri  e  perfino  un 
processo,  finché  nel  1839  fu  licenziato.  Allora  fondò  Y Amnistia  a  Crono  (Roveredo) 
col  quale  volea  combattere  il  governo  nuovamente  insediato  a  Lugano.  U Amnistia 
durò  poco. 

Anche  FiHppo  de  Boni  emigrato  in  Svizzera,  stette  a  Zurigo   fino  al  1860,  scri- 
vendo una  Cronaca  mensile  delle  cose  europee. 
(2)  Ecco  il  sonetto: 

Il  cognome  V...,  infamato 

Di  quante  infamie  rece  la  galera 
E  di  quante  una  vile  anima  nera 
Ne  possa  rovesciar  sopra  un  casato. 
Tu,  basso  scarpioncello  avvelenato. 
Tu,  d'arlecchino  addetto  alla  bandiera, 
Tu,  di  razza  incrociata  e  barattiera 
In  quello  di  M...,hai  barattato. 
Questo  nome  secondo  in  poco  d'ora 
Avvoltolasti  nella  turpe  fogna 
D'ogni  vizio  che  ammorba  e  disonora: 
E  ti  brucia  la  fronte  e  ti  bisogna 
Fango  per  fango  apostatando  ancora. 
Tornare  al  primo  per  minor  vergogna. 


80  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 


ingiurioso  e  terribile  ad  un  uomo,  sonetto  ch'era  diretto  al  M  — ,  il 
famoso  corrispondente  di  Londra  del  giornale  ufficiale  austriaco  di  Mi- 
lano, colui  il  quale  vendette  le  lettere  che  compromisero  Raffaele  Son- 
zogno.  » 

La  stampa  mazziniana  che  sola  aveva  rappresentato  sino  a  questo 
momento  le  aspirazioni  liberali,  cessò  di  funzionare  nel  1845,  allorquando 
gli  sforzi  fatti  dall'Italia  per  conquistare  una  vita  politica  indipendente 
già  cominciavano  ad  aprir  nuove  vie  e  rapidamente  trovarono  l'occasione 
di  manifestarsi  alla  luce. 

X 

Coi  primi  moti  del  1847,  ^^  giornalismo  italiano,  da  piccoli,  cheti 
e  lontani  ruscelletti,  si  cambiò  in  una  fiumana.  L'avvenimento  di  Pio  IX 
al  pontificato  ed  il  movimento  di  riforma  che  egli  provocò  in  tutta  Italia, 
ebbero  per  risultato  di  addolcire  sensibilmente  la  legislazione  della  stampa 
nella  maggior  parte  degli  stati  italiani  prima  che  l'uragano  del  1848  ve- 
nisse a  rovesciare  d'un  tratto  tutti  gli  ostacoli  che  la  inceppavano  ancora. 

Già  in  Toscana,  dice  il  Piccardi,  la  stampa  aveva  trovato  terreno 
meno  ospitale  che  altrove,  ne  la  censura  si  era  mostrata  quella  rigida  e 
arcigna  nemica  che  appariva  negli  altri  stati  italiani;  tant'è  vero  che  era 
stato  possibile  a  Gino  Capponi  e  a  Pietro  Vieusseux  di  fondare  nel  1821 
e  di  continuare  per  12  anni  l'Antologia,  la  quale  ebbe  pure  il  Mazzini  e  il 
Tommaseo  fra  i  suoi  redattori.  E  se  nel  1833  il  governo  toscano  pensò 
bene  di  sopprimerla  e  di  mandare  in  esilio  il  Tommaseo  di  null'altro 
colpevole  che  di  aver  lanciato  un  epigramma  contro  l'Austria  e  la  Rus- 
sia, non  per  questo  si  può  dire  che  un  barlume  di  libera  luce  non  ar- 
ridesse ancora  alla  stampa  toscana.  E  infatti  lo  stesso  Vieusseux,  non 
solamente  potè  continuare  il  Giornale  di  Agricoltura  che  egli  aveva  fondato 
nel  1827,  ma  nel  1842  gli  fu  possibile  iniziare  insieme  col  Capponi,  e 
sempre  con  intendimenti  liberali,  la  pubblicazione  à&ÌV Archivio  storico, 
che  fu  come  preludio  al  Giornale  storico  degli  Archivi  toscani.  Nello  stesso 
tempo,  il  Lambruschini,  Pietro  Thouar  ed  Atto  Vannucci  pubblicavano 
la  Guida  dell'  Educatore,  che  continuata  di  poi  dal  solo  Thouar  sotto  il 
titolo  di  Giornaletto  del  popolo,  trasformata  più  tardi  in  rivista  mensile 
col  titolo  di  Letture  popolari,  assunse  finalmente  quello  di  Letture  di  fa- 
miglia, sotto  il  quale  si  pubblica  ancora.  Questa  stampa  modesta,  la  quale 
con  mille  arti  e  mille  sotterfugi  ingegnavasi  di  dire  quello  che  non  era 
permesso  neppur  di  pensare,  non  fu  certo  senza  efficacia  sul  movimento 
che  precedette  e  segui  le  prime  riforme  promulgate  a  Roma,  a  Firenze, 
a  Torino.  Da  quelle  riforme  si  può  dire  abbia  avuto  principio  in  Italia 
la  vera  stampa  politica. 

L'editto  Pontificale  del  15  marzo,  la  legge  toscana  del  6  maggio 
e  l'editto  piemontese  del  30  ottobre  1847,  col  fissare  i  limiti  della  cen- 
sura preventiva,  inaugurarono  per  la  stampa  italiana  un  nuovo  e  più 
fecondo  periodo  che  doveva  condurla  a  poco  a  poco  a  prender  posto 
fra  le  istituzioni  del  paese. 

Quali  fossero  prima  di  quest'epoca,  le  condizioni  della  stampa  in 
Piemonte,  lo  dice  chiaramente  il  Predari,  che  vi  era  andato  da  Milano 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  81 

nel  novembre  del  1844  per  assumere  la  direzione  della  Nuova  enciclopedia 
popolare  pnbbììc3.xa.  dai  Pombù.:  «  La  stampa  in  balia  della  più  arbitraria 
e  capricciosa  ignoranza  della  doppia  censura  civile  ed  ecclesiastica  ren- 
deva impossibile,  non  dirò  la  libera  manifestazione  del  pensiero,  ma  per- 
sino l'esposizione  di  qualunque  più  ortodossa  dottrina,  se  non  conforma- 
vasi  alle  individuali  opinioni  dei  censori  ecclesiastici.  »  I  soli  giornali  dove 
forse  un  sagace  osservatore  avrebbe  potuto  scoprire  delle  tendenze  edu- 
cative liberali,  erano  a  quell'epoca  a  Torino  le  Letuire  di  famiglia,  a  cui 
i  fratelli  Valerio  e  Domenico  Berti  avevan  dato  grandissimo  impulso, 
ed  il  Messaggere  torinese,  che  il  Brofferio  aveva  fondato  nel  1834,  Ma  il 
successo  della  Nuova  Enciclopedia  Popolare,  la  quale  dopo  un  anno  di 
esistenza  giunse  a  raccogliere  fino  a  cinquemila  abbonati,  e  le  relazioni 
che  per  mezzo  deìV  Enciclopedia  il  Predari  potè  contrarre  coi  principali 
uomini  del  Piemonte,  lo  incoraggiarono  a  intraprendere  la  pubblicazione 
di  una  rivista  mensile,  e  che  fosse  cr>me  la  continuazione  di  quella  sop- 
pressa del  Vieusseux.  Così,  nel  luglio  del  1846,  vide  la  luce  il  primo  fa- 
scicolo dtW'Antologia  italiana,  la  quale  avea  per  collaboratori  Lorenzo 
Valerio,  il  Corn-^ro,  Giovanni  Lanza,  Massimo  d'Azeglio,  il  Santi,  lo 
Sclopis,  il  Brofferio,  Cesare  Balbo  e  colui  che  doveva  essere  più  tardi 
il  fondatore  dell'unità  italiana,  Camillo  Cavour.  A  dare  un'  idea  delle 
difficoltà  che  importava  a  quell'epoca  una  simile  intrapresa,  basta  questo 
periodo  che  scrive  il  Predari  stesso  nei  Primi  vagiti  deUa  libertà  italiana 
in  Piemonte  :  «  Nella  stampa  di  quei  tempi  era  rigorosamente  inibito 
non  che  parlar  di  politica,  nemmeno  usarne  il  vocabolo,  ed  ogni  volta 
che  mi  occorse  parlare  di  interessi  politici  mi  fu  forza,  tramutando  la 
frase,  parlar  degV interessi  civili:  in  luogo  di  Italia,  di  patria,  di  na:^ionef 
imposto  il  vocabolo  di  paese:  la  parola  costituzione  vietata  anche  parlan- 
dosi dei  governi  di  Francia  e  d' Inghilterra,  e  surrogandovisi  le  frasi  : 
leggi  o  istitu:(ioìii:  le  voci  libertà,  liberale,  liberalismo  permesse  in  niun 
senso;  a  rivoluzione  surrogato  sempre  sconvolgimento,  o  anarchia,  o  go- 
verno della  violenta.  Considerando  a  tante  sentenze  censorie,  è  facile  im- 
maginarsi contro  quali  e  quanti  ostacoli  mi  fu  forza  dar  di  petto  per 
conquistare,  non  dirò  la  chiesta  autorizzazione,  ma  il  frontespizio  stesso 
della  Rivista  perchè  aveva  assunto  il  nome  di  Antologia  italiana;  l'appel- 
lativo italiana  era  fra  le  voci  di  reproba  natura,  quindi  interdettone  l'uso  : 
Antologia  era  insidiosa  commemorazione  di  una  effemeride  stata  spenta 
sotto  gli  anatemi  della  politica  austriaca,  dispotica  fin  da  allora  anche  in 
Toscana;  nel  programma  da  me  presentato  in  ogni  periodo  si  vedeva 
un  agguato  teso  al  censore  per  giuocarlo  in  faccia  all'autorità.  » 

X 

Pro'Tiulgate  le  riforme  e  verificatasi  la  sollevazione  del  '48,  la  stampa 
ruppe  ad  un  tratto  il  penoso  silenzio  a  cui  era  stata  assoggettata.  Fu 
come  uno  scatto  di  molla.  Tutto  l'ardore  che  per  tanti  anni  era  stato 
compresso,  scoppiò  ad  un  tratto,  cercò  sfogo  ovunque,  nell'azione  come 
nel  pensiero  e  s'improvvisarono  giornali  e  giornalisti,  come  si  erano 
improvvisate  barricate  e  soldati.  Frammezzo  però  a  questi  giornalisti 
improvvisati  c'erano  vecchi  patrioti  che  avevano   meditato  lungamente 

N.  Bernardini — Guida  della  Stampa  piriodica  italiana  — 6. 


82  GUIDA   DELLA   ST.^IPa  PERIODICA   ITALIANA. 

i  loro  articoli  nel  carcere  e  nell'esilio;  pensatori  che  da  lunghi  anni  non 
aspettavano  che  un'occasione  per  manifestare  i  piani  concepiti  e  matu- 
rati nel  silenzio  del  loro  studio;  uomini  già  noti  pel  loro  splendido 
ingegno.  Fu  quella  l'età  dell'oro  del  giornalismo  italiano,  e  se  si  ebbero 
in  essa — come  in  tutte  le  manifestazioni  pubbliche  di  quell'epoca  glo- 
riosa e  dolorosa  —  esuberanza  di  vita  e  tutti  i  difetti  della  foga  ecces- 
siva, si  ebbero  altresì  giornalisti  come  Mazzini,  Cattaneo,  Correnti,  Ma- 
miani,  Cavour,  Brofferio,  Minghetti,  Francesco  Ferrara,  Guerrazzi,  Silvio 
Spaventa,  Montanelli,  Centofanti,  Petruccelli  della  Gattin  !,  Gioberti,  La 
Farina,  Bianchi-Giovini,  Valerio,  Giacomo  Durando,  Luigi  Carlo  Farini, 
Domenico  Berti,  Francesco  De  Sanctis,  Domenico  Carutti,  Vegezzi-Ru- 
scalla,  Saredo,  Giuseppe  Revere,  Giuseppe  Torelli,  Pietro  Maestri,  Ric- 
cardo Sineo,  Roberto  d'Azeglio,  Carlo  Tenca,  ecc. 

Cogliendo  il  momento  propizio,  Cavour  pensò  di  fondare  un  gior- 
nale proprio  il  quale  fosse  interprete  dei  sentimenti  del  partito  mode- 
rato. Egli  infatti  scriveva  il  12  novembre  1847  al  professor  De  La  Rive, 
a  Ginevra:  «  Nous  aìlons  faire  paraitre  un  journal  dirige  par  Balbo.... 
Je  tacherai  de  moderer  la  politique  éfrangére;  quanfà  la  poUHque  tnterieure, 
je  suis  ceriain  que  je  naurai  aucun  ejfort  à  faire  pour  rester  dans  une  ligne 
sage,  le  parti  de  l'ordre  ètant,  pour  le  momeìit^  le  plus  nombreux.  »  E  il 
20  novembre  mandava  al  Cantieri:  «  Questo  foglio  avrà  per  mira  di 
propagare  le  idee  esposte  da  Balbo  in  molti  suoi  scritti  e  in  particolare 
nelle  Prime  parole  ai  liguri-piemontesi  che  ella  avrà  certamente  lette.  » 

Il  primo  numero  del  giornale,  che  fu  il  Risorgimento,  potè  uscire  in 
fatti  il  15  decembre  1847,  con  un  programma  dettato  e  firmato  da  Ce- 
sare Balbo,  e  che  riepilogavasi  in  questi  capi:  indipendenza,  unione  fra 
principi  e  popoli;  progresso  nella  via  delle  riforme;  lega  dei  principi 
italiani;  forte  e  ordinata  moderazione.  Il  secondo  numero  del  giornale, 
in  cui  Camillo  Cavour  figurava  come  direttore  estensore  in  capo  e  ge- 
rente, usci  il  21  dicembre.  Le  pubblicazioni  regolari  però  non  ebbero 
principio  che  col  primo  gennaio  dell'anno  successivo  (i). 

Oltre  il  Cavour  e  il  Balbo,  nel  giornale  entrarono  a  far  parte  Mi- 
chelangelo Castelli,  Carlo  Boncompagni  e  Teodoro  Santa  Rosa  ;  del  Risor- 
gimento, che  doveva  ben  presto  acquistare  cosi  grande  influenza,  ne  fu 
direttore  e  redattore  principale  il  Cavour  fino  al  1850,  epoca  della  sua 
entrata  al  Ministero. 

Contemporaneamente  Lorenzo  Valerio,  Domenico  Berti  e  Domenico 
Carutti  davano  vita  alla  Concordia,  organo  del  partito  più  avanzato;  la 
Concordia  ebbe  sulle  prime  maggior  successo  del  Risorgimento.  In  essa 
militavano  un  po'  indisciplinatamente,  Pietro  iMazza  poeta  e  filosofo,  Do- 
menico Marco,  Federico  Menabrea,  Riccardo  Sineo,  Filippo  De  Boni, 
Pier  Dionigi  Pinelli,  Roberto  d'Azeglio,  Bandi  di  Vesme,  e  fra  i  più 
ragguardevoli  per  vivacità  d'ingegno,  coltura  letteraria,  e  fama  già  acqui- 
stata, Giuseppe  Revere,  che  dopo  molti  anni,  ritiratosi  dalla  politica  mi- 
litante prese  a  dirigere  il  Bollettino  consolare. 

Ma  sorta  una  scissura  fra  i  redattori  della  Concordia,  Giacomo  Du- 


(i)  Vedi  l'articolo  Cavour  giornalista. 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO. 


rando  fondò  1'  Opinione,  la  quale  prese  posto  intermedio  fra  la  vivacità 
progressista  della  Concordia  e  il  prudente  riserbo  del  Risorgimento.  Il 
programma  deW  Opinione  era  firmato  da  Durando,  direttore,  e  da  Bian- 
chi-Giovini,  Massimo  di  Montezemolo,  Giovanni  Lanza,  Carlo  Pellati, 
Giuseppe  Torelli,  Giuseppe  Cornerò  e  Nicolò  Vineis  (i).  Il  Bianchi-Gio- 
vini  ne  fu  sulle  prime  redattore-capo,  poi  dopo  la  partenza  del  Du- 
rando ne  divenne  direttore.  «  Questi  tre  giornali,  dice  ancora  il  Pre- 
dari,  volevano  la  concordia  italiana,  lo  sviluppo  progressivo  nelle  riforme, 
niuna  gara,  nessun  antagonismo  nelle  loro  politiche  dottrine,  tranne  che 
alcuni  del  Risorgimento  volevano  l'Italia  più  indipendente  che  libera;  al- 
cuni della  Concordia  volevano  farla  prima  libera  e  poi  indipendente;  V  Opi- 
nione meno  esplicita  e  più  circospetta  non  parlava  che  delle  riforme.  » 

Oltre  i  citati  giornali,  nasceva  pure  in  quel  tempo  il  Saggiatore  di 
Vincenzo  Gioberti,  e  Felice  Govean  assieme  a  Bottero,  Borella  e  Nor- 
berto Rosa  fondava  la  Gaietta  del  popolo,  il  primo  numero  della  quale 
uscì  il  i6  giugno  1848.  Scopo  del  giornale  era  di  combattere  i  pregiu- 
dizi timorosi,  gl'intrighi  delle  chiesuole,  le  viltà  degli  ambiziosi,  gli 
egoismi  dei  municipalisti;  propugnava  altamente  l'idea  nazionale,  il 
moto  unitario,  l'affrancamento  dallo  straniero.  Bottero  che  non  firmava 
quasi  mai  i  suoi  articoli,  rappresentava  nella  Ga:(:^etta  il  calmo  e  freddo 
ragionatore,  l'avvisato  polemista,  mentre  il  Govean  la  faceva  da  franco 
tiratore,  il  Borella  da  Voltaire,  il  Rosa  da  Giovenale.  Compilatore  del 
famoso  Sacco  nero,  Bottero  imprese  una  vera  campagna  giornalistica 
contro  il  clero.  La  Ga:(^etta  ben  presto  divenne  il  giornale  più  popolare 
del  Piemonte  ed  aveva  grandissima  influenza  sulle  elezioni  al  Parlamento 
subalpino,  sino  a  tirare  talvolta  20,coo  esemplari,  numero  allora  vera- 
mente straordinario  (2). 

Uscirono  pure  il  Fischietto,  la  Lega  italiana,  la  Confederaiione  ita- 
liana, la  Voce  del  popolo  diretta  da  Giuseppe  Maestri  e  Romolo  GriflBni, 
la  Legge  di  Giuseppe  Massari,  il  National,  la  Democraiia  italiana  fondata 
da  Domenico  Berti,  la  Nazione  redatta  da  Promis,  Vesme,  Marchese 
e  molti  altri  (3),  mentre  il  partito  clericale   era   rappresentato  dall'^r- 


(i)  Giuseppe  Cornerò,  di  Alessandria,  aveva  dato  il  nome  al  partito  della  Giovane 
Italia,  da  cui  però  si  staccò. 

(2)  Il  Bottero  dopo  la  morte  del  Borella  e  del  Rosa,  e  l'abbandono  del  Govean, 
rimase  solo  alla  Gaietta,  che  doveva  dirigere  poi  per  tanti  annil  II  Bottero  nacque 
a  Nizza;  nel  '48  Govean  offerse  al  giovine  dottore  di  entrare  nella  redazione  del  gior- 
nale la  Riforma,  e  il  Bottero  accettò  di  buon  animo  e  si  trovò  in  compagnia  del 
Cappellina,  del  Marenco,  del  Vineis,  il  quale  ultimo  fu  nominato  direttore.  Ben  presto 
però  il  Vineis  smanioso  di  stringere  alleauTie  impossibili,  stancò  il  Bottero  e  Govean 
e  questi  unitamente  al  dottor  Borella  diede  mano  alla  Gaietta.  Il  Bottero  fu  poscia 
deputato  parecchie  volte;  monarchico,  onesto,  intemerato,  dal '48  non  ha  disertatola 
sua  bandiera, 

(3)  Eccone  un  elenco  di  fondati  nel  decennio  1848-57:  anno  1848,  la  Guida  del 
Popolo,  la  Cronaca  di  tutti  i  giorni,  la  Tribuna  del  popolo,  tutti  di  Torino  ;  e  il  Car- 
roccio di  Casale  redatto  da  Giuseppe  Mellana  e  Pinelli  in  senso  liberale  moderato; 
nel  1849,  il  Proletario  e  l'Istruttore  del  Popolo;  nel  1850,  la  Frusta  e  la  Gaietta  Po- 
polare; nel  185 1,  la  Bollente  di  Acqui;  nel  1852,  la  Scintilla  giornale  umoristico  e  il 
Monitore  dei  Comuni  italiani;  nel  1853,  il  Naiionale,  nuova  Gaietta  del  Popolo  e  il  Ni^- 
lardo,  di  Nizza;  nel  1854,  il  Bollettino  di  Scienie,  Lettere  ed  Arti  di  Francesco  Predari, 


84  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


monia  diretta  dal  marchese  Birago  di  Vische  e  redatta  da  Don  Giacomo 
Margotti;  dalla  Campana,  giornale  semi-libellista  redatto  da  Don  Gia- 
como Ferrando  e  dal  Baratta,  e  dallo  Stendardo  di  Genova  (i).  Le  teorie 
demagogico-socialiste  poi,  avevano  per  organo  lo  Smascheratore,  redatto 
da  quello  stesso  Sampol  che  nel  1860  doveva  fondare  a  Firenze  il  Con- 
temporaneo, detto  dallo  stesso  suo  direttore  «  l'organo  più  furibondo  della 
reazione  dei  clericali  e  dei  principi  spodestati  ». 

Quello  però  che  più  caratterizza  il  movimento  giornalistico  piemon- 
tese, non  è  il  numero  dei  giornali  che  sorsero  a  un  tratto  —  perchè 
questo  vanto  spetterebbe  a  Roma,  repubblicana  —  ma  la  loro  serietà  e 
l'autorità  che  seppero  acquistarsi.  Malgrado  qualche  esagerazione,  utile 
essa  pure  forse,  perchè  teneva  in  risveglio  anche  coloro  che  altrimenti 
sarebbersi  mostrati  più  timidi,  la  stampa  del  Piemonte  collaborò  poten- 
temente ed  indefessamente  a  consolidare  le  libertà  acquistate,  aiutando 
le  istituzioni  e  non  minandole  con  vane  recriminazioni  e  futili  querele. 

Discutevansi  problemi,  non  riforme  vaghe  o  mutamenti  ideali,  e 
devesi  certo  al  perfetto  accordo  fra  la  sincerità  del  governo  e  l'onestà 
della  stampa,  se  dopo  i  disastri  del  1849  si  potè  realizzare  l'aura  rea- 
zionaria che  spirava.  Al  contrario  di  quanto  avvenne  negli  altri  stati  — 
e  specialmente  a  Napoli,  ove  le  belle  frasi  e  le  pompose  promesse  fu- 
rono ben  presto  violate  —  la  legge  del  20  maggio  1848  prometteva 
meno  di  quanto  in  realtà  non  si  accordasse.  Più  fortunato  degli  altri 
stati,  il  Piemonte  non  vide  le  sue  libertà  soffocate  dai  tristi  eventi  del  1849, 
e  la  stampa  piemontese,  divenuta  italiana  pel  concetto  politico,  potè  con- 
tinuare nella  santa  missione  di  diffondere  il  concetto  della  unificazione 
e  redenzione  d'Italia. 

I  giornali  di  Torino  e  del  Piemonte  erano  proibiti  sì,  negli  altri 
piccoli  stati  della  penisola,  ma  pure  si  leggevano  e  portavano  tanto  mag- 
gior frutto  e  apparivano  tanto  più  audaci  e  persuasivi,  quanto  più  grande 
era  il  pericolo  per  procurarseli.  Per  un  periodico  che  cessava  le  sue  pub- 
blicazioni, altri  ne  sorgevano  in  maggior  numero,  e  ve  n'ebbero  perfino, 
come  il  Piccolo  Corriere  d' Italia  del  La  Farina,  che  stampavansi  su  carta 
velina,  per  facilitarne  la  circolazione  clandestina  nelle  altre  provincie 
d'Italia. 

A  Genova,  fra  gli  altri  giornali,  esistevano  a  quest'epoca  il  Cor- 
riere mercantile  fondato  alcuni  anni  avanti  e  la  Leo^a  italiana  nella  quale 
il  Mamiani  difendeva  le  idee  dei  federalisti.  Mei  1848  la  stampa  piemon- 
tese era  però  superiore  e  per  valore  e  per  influenza  a  quella  di  tutto  il 
resto  d'Italia;  tanto  è  vero   che   quando   nel    1849  la  reazione   riprese 


la  Patria  del  Conte  di  Revel  e  V Eco  delle  Alpi  Co^ie  di  Pinerolo;  nel  1855,  la  Ragione  di 
Ausonio  Franchi;  nel  1856,  il  Monitore  Torinese,  la  Libera  parola,  la  Critica  e  la  Ri- 
vista Ligure  di  Genova,  di  cui  era  direttore  Enrico  Gallardi;  nel  1857,  il  Campanone, 
la  Staffetta,  il  Campanile,  V  Italia  Conservatrice  e,  Y  Indipendente  e  patriotta.  Citerò  a  parte 
VOrdiìie,  organo  reazionario  fondato  nel  1850  che  sotto  la  firma  del  gerente  portava 
questa  curiosa  protesta  :  /  tipografi  dichiarano  di  stampare  questo  giornale  onde  adempiere 
al  contratto  stipulato  prima,  declinando  ogni  possibile  morale  responsabilità. 

(i)  Fondato  nei  1848,  durò  per  moltissimi  anni.   Nella   mia  collezione  vi   è    un 
numero  del  1863,  anno  XV. 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  85 

il  sopravvento,  la  stampa  piemontese  fu  la  sola  che  conservasse  ancora 
qualche  importanza;  perocché  soltanto  nel  regno  di  Sardegna  la  costi- 
tuzione lasciò  sussistere  una  libera  stampa,  sebbene  sottomessa  a  certe 
restrizioni. 

Il  Brofferio,  per  non  uscire  dall'agone  giornalistico,  fondò  la  Foce 
del  deserto  di  cui  affidò  la  direzione  al  napoletano  La  Cecilia;  né  a  quel 
giornale  toccò  miglior  fortuna  cambiando  il  proprio  titolo  epigramma- 
tico e  fatidico  in  quello  di  Foce  della  liberta. 

Uccisa  a  Milano  dalla  reazione,  l'Italia  del  popolo  si  trasportava  a 
Genova  per  trasformarsi  poi  in  Italia  e  Popolo  (i);  sulle  rovine  della 
Concordia  si  fondava  il  Progresso  (2),  e  ucciso  questo,  il  Diritto,  organo 
della  Sinistra  dapprima,  poi  del  terzo  partito  di  cui  era  anima  il  Kat- 
tazzi;  Bianchi-Giovini  fondava  l'Unione,  Luigi  Carlo  Fs-nnì  il  Piemonte, 
Antonio  Scialoja  il  Costitn:(ionale  Subalpirto,  Urbano  Rattazzi  la  Monar- 
chia Naiionale,  Ruggero  Bonghi  la  Croce  di  Savoja,  Cesana  e  Piacentini 
r  Espero. 

E  se  il  Risorgimento  moriva,  uscivano  in  suo  luogo  la  Legge,  il  Par- 
lamento, r  Indipendent-',  nello  stesso  modo  come  a  surrogare  il  Subal- 
pino —  morto  da  parecchi  anni  —  erano  sorti  la  Rivista  italiana  di  Do- 
menico Berti  e  Domenico  Carutti;  l'Antologia  italiana  di  Cesare  Balbo 
e  Francesco  Predari  (1846)  alla  quale  collaboravano  Pier  Dionigi  Pinelli, 
Gioberti,  Roberto  d'Azeglio,  Giacinto  Collegno,  C.  L.  Farini,  Massimo 
d'Azeglio,  tee;  il  Mondo  illustrato  del  Pomba  (1847)  (3);  diretto  da  Giu- 
seppe Massari,  e  la  Rivista  contemporanea  del  Ghiaia  (1854),  diretta  poi 
dal  Massari,  alla  quale  collaboravano  Bersezio,  Gallenga,  Guerrazzi,  De 
Sanctis,  Vegezzi-Ruscalla,  Carutti,  Nigra  e  in  genere  tutto  quanto  eravi 
di  notevole  fra  l'emigrazione  italiana,  accorsa  a  Torino  come  in  porto  di 
rifugio. 

In  quel  torno  nascevano  pure  due  giornali  francesi,  ma  con  mire 
italiane,  quantunque  sostenenti  l'alleanza  francese  :  L' Italie,  fondato  dalla 
principessa  Cristina  Belgiojoso  e  Les  Nationalitès,  diretto  dal  signor  Du- 
casse,  sotto  gli  auspici  di  Urbano  Rattazzi.  Anche  Pascal  Duprat,  per 
qualche  tempo,  pubblicava  un  ottimo  giornale  ebdomadario  di  economia 
politica,  L  Italie  Nouvelle. 

Per  dare  un'idea  dell'attiviti  giornalistica  negli  Stati  Sardi,  basterà 
dire  che  nel  1859  si  pubblicavano  117  periodici,  58  dei  quali  nella  sola 
Torino.  Ma  se  questo  numero  appare  già  molto  rispettabile,  é  poca  cosa 
però,  in  confronto  a  quello  dei  giornali  che  sorsero  durante  e  dopo  il 


(i)  Nel  1861  diventò  Unità  italiana  e  passò  a  Firenze,  poi  a  Milano,  poi  di  nuovo 
a  Genova. 

(2)  Il  Progresso  fu  fondato  realmente  come  contro  altare  alla  Concordia,  da  alcuni 
scrittori  che  si  ribellarono  alla  dittatura  del  Valerio.  Vi  collaboravano  Bertrando  Spa- 
venta, Giuseppe  Re,  Eugenio  Colombo,  Eugenio  Camerini,  e,  dopo  uccisa  la  Concordia, 
anche  Francesco  Crispi  Ne  furono  direttori,  prima  Tecchio,  poi  Correnti.  Dopo  la 
soppressione  del  Progresso,  sorse  il  Diritto,  la  cui  direzione  politica  era  affidata  ai  depu- 
tati Rebecchi,  Depretis,  Pareto,  Correnti  e  Valerio. 

(3)  S'intitolava  II  Mondo  illustrato,  giornale  universale  illustrato  di  storia,  lettera- 
tura, viaggi,  romanzi,  ecc.  Ogni  settimana  pubblicavansi  due  fogli  di  sesto  reale  4 
tre  colonne. 


86  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


glorioso  periodo  che  condusse  al  risorgimento  italiano.  Rifugio  di  tutti 
i  patriotti  d'Italia,  centro  di  tutte  le  iniziative,  il  Piemonte  fu  anche  il 
primo  a  risentire  gli  effetti  delle  modificazioni  da  cui  il  giorna'ismo  dovea 
trarre  naturalmente  nuova  vivacità,  più  vigoroso  impulso,  maggior  forza 
d'espansione. 

X 

Vediamo  ora  le  condizioni  della  stampa  toscana  e  dei  ducati,  nella 
stessa  epoca. 

Di  tutta  Italia,  la  Toscana  fu  il  paese  ove  il  primo  movimento  ri- 
voluzionario trovò  minor  numero  di  fautori,  ed  ove  fu  più  male  accetta 
la  dominazione  francese. 

Con  la  minore  attività  politica,  doveva  esservi  naturalmente  minore 
attività  giornalistica,  per  cui,  allorquando  fece  ritorno  il  Granduca,  e  il 
Giornale  del  Dipartimento  dell'Arno  —  succeduto  alla  Gaietta  Universale  — 
cadde  insieme  ai  pochi  altri,  cedendo  il  posto  alla  vecchia  ed  ufficiale 
Ga:^-^etta  di  Firenze,  la  mancanza  di  periodici  fu  meno  sentita. 

Nell'insieme  però,  il  governo  toscano  era  dei  più  miti,  e  meno  av- 
verso degli  altri  a  tutto  ciò  che  riguardava  le  manifestazioni  dell'inge- 
gno, per  cui  ben  presto  si  ebbe  nel  Granducato  un  certo  risvegho  let- 
terario, e  Firenze  divenne  il  più  importante  centro  tipografico  d'Itaha. 

Ciò  malgrado,  tranne  qualche  tentativo  del  genere  dell'  Indicatore 
livornese  —  subito  soffocato  com'erano  soffocate  le  agitazioni  che  gli  da- 
vano vita  —  di  stampa  politica  innanzi  al  1846  non  c'era  da  parlarne, 
e  si  era  ridotti  per  tutto  pasto  alla  Gaietta  di  Firenze,  fatta  compilare 
dal  governo  dall'abate  Pedani,  che  Montanelli  diceva  essere  «  l'ideale 
dello  stupido  »,  A  colmare  la  lacuna,  sorsero  però  notevohssimi  perio- 
dici, che  battagliando  per  la  lingua,  le  arti  ed  i  teatri,  lasciavano  trape- 
lare fra  le  righe  qualche  cosa  dei  loro  intendimenti  politici. 

Fu  così,  che  per  impulso  del  Vieusseux,  sorsero,  come  abbiamo  vi- 
sto, il  Giornale  /agrario,  la  Guida  dell'  Educatore,  l'Archivio  Storico,  e  primo 
fra  tutti, per  ordine  di  data  e  d'importanza, la  già  citata  Antologia  (1821-32) 
che  fu  senza  dubbio  la  migliore  fra  le  riviste  italiane,  ed  è  tuttora  senza 
rivali.  L'importanza  dell'Antologia,  la  sua  influenza,  furono  enormi,  e 
devesi  ad  essa,  ed  alla  perseverante  attività  del  suo  fondatore,  la -spinta 
data  al  movimento  letterario  toscano.  Ne  erano  assidui  scrittori  Capponi, 
Tommaseo,  Romagnosi,  Marzucchi,  Carmignani,  Sclopis,  V.  Salvagnoli, 
Colletta,  Mamiani,  Fornaciari,  G.  B.  Niccolini,  F.  Forti,  Borghesi  di  Sa- 
vignano.  Vi  scrissero  pure  Mazzini,  Lambruschini,  Sestini,  Montani,  Gu- 
ghelmo  Pepe  ecc.  E  quando  nel  1832,  per  alcune  innocenti  parole  con- 
tro la  tirannia  della   Russia  (i)  l'Antologia  venne   soppressa,  molti  dei 


(i)  Ecco  le  precise  parole  —  scritte  dal  Lambruschini  facendo  la  rassegna  biblio- 
grafica del  Pietro  di  Russia,  poema  di  Angelo  Curti  —  che  motivarono  la  soppressione: 
(ir  Tacendo  pertanto  e  di  condotta  e  di  stile,  farò  solo  rimprovero  al  cav.  Curti  della  de- 
dica del  suo  poema.  Cada  in  oblio,  non  solo  questo  migliaio  di  rime,  ma  qualunque  opera 
di  eccelso  ingegno,  che  abbaglialo  dalle  gemme  di  una  corona,  non  ode  e  non  vede  il  san' 
gue,  i  gemiti  e  il  disperato  grido  di  una  massacrata  e  dispersa  nazione.  » 


IL  GIORNALISMO  ITALIANO.  87 

suoi  collaboratori  cercarono  una  nuova  tribuna  nel  Progresso  di  Napoli, 
fondata  allora  allora  da  Giuseppe  Ricciardi. 

Fu  nel  1846  che  cominciarono  le  prime  agitazioni,  e  la  stampa  clan- 
destina, rifacendo  con  la  sua  opposizione  diretta  quanto  avevano  già  co- 
minciato a  fare  le  poesie  satiriche  del  Giusti  —  sparse  dapprima,  a  cen- 
tinaia di  esemplari  manoscritti,  poi  stampate  a  Lugano  per  ordine  di 
Mazzini  —  le  rinfocolava  sempre  più. 

A  questa  stampa  clandestina,  che  spesso  trasmodava,  ma  che  la  po- 
lizia non  riusciva  a  far  tacere,  i  più  moderati  vollero  opporre  un  gior- 
nale che  discutesse  apertamente  le  quistioni  che  allora  interessavano  l'opi- 
nione pubblica.  All'atto  pratico  però,  si  formarono  due  correnti  nel  par- 
tito e  pur  mirando  ad  uno  stesso  obbiettivo  si  differiva  nella  scelta  dei 
modi.  E  mentre  Ricasoli,  Salvagnoli,  Lambruschini,  presentavano  ai  primi 
del  marzo  1847  un  tnemorandum  nel  quale  chiedevasi  fra  le  altre  riforme 
maggior  libertà  di  stampa,  pochi  giorni  dopo.  Capponi,  Ridolfi,  Tabar- 
rini,  Peruzzi  e  Digny,  chiedevano  al  Granduca  il  permesso  di  fondare 
«  un  giornaletto  settimanale  più  morale  che  politico  ». 

A  questa  domanda  venne  replicato  subito  che  non  volevasi  fare 
un'eccezione  per  un  solo  giornale,  ma  essere  intenzione  del  Principe 
emanare  una  legge  che  rendesse  più  larga  la  censura.  Fu  cosi  che  si 
ebbe  l'editto  del  6  maggio,  in  cui  le  pubblicazioni  erano  regolate  press'a 
poco  com'era  stato  stabilito  dal  recente  editto  di  Pio  IX. 

Era  un  regime  che  lasciava  molto  a  desiderare;  il  Guerrazzi  cosi 
ne  scrive  al  Salvagnoli,  in  data  2  dicembre  1847:  «  Se  vuoi  sapere  li- 
bertà che  sia  in  Toscana^  ti  dirò  che  ad  onta  alla  legge,  alle  garen:(ie  e  alla 
censura  repressiva,  il  marchese  Ridolfì,  infermante  Pe:<;^iella  Direttore  di  Po- 
lizia, mi  negava  la  facoltà  di  fare  un  giornale.  »  Ma  bastò  purtuttavia 
perchè  il  giornalismo  politico  pigliasse  il  posto  del  letterario,  e  sorgesse 
a  un  tratto  una  stampa  numerosa,  audace,  con  tutti  gli  ardori  e  le  im- 
prudenze della  giovinezza  e  della  inesperienza. 

Il  primo  giornale  politico  di  quel  periodo  fu  l'Alba  nata  a  Firenze 
nel  1847  per  opera  del  Lafarina  e  a  spese  del  calcografo  Bardi.  Ebbe 
subito  1500  abbonati. 

Essa  fu  tosto  seguita  dalla  Patria  fondata  dal  Ricasoli  e  redatta  in  senso 
moderato  dal  SalvagnoH  e  dal  Lambruschini;  daìV Italia  di  Pisa,  fondata 
senza  denari,  dai  professori  Montanelli  e  Centofanti.  Un  giornale  romano 
dell'epoca  (Pallade)  parlando  di  questi  periodici  scriveva:  «  La  stampa 
toscana  seguita  a  godere  di  una  larghezza  assai  commendevole.  L'Alba 
somiglia  assai  a  un'alba  tropicale,  1' //i//;a  par  vogha  tenere  l'apparenza 
dei  climi  più  temperati.  Agli  ultimi  di  giugno  si  aspettano  oltre  alla 
Patria,  anche  una  diecina  di  nuovi  giornali.  I  giornali  più  rancidi  co- 
minciano ad  acquistare  quivi  apparenza  un  po'  più  conforme  al  tempo. 
Contrasti  pure  chi  sa  col  tempo  che  incalza  per  ogni  parte  nelle  vie 
del  progresso!  »  Visse  pure  nella  stessa  epoca  una  Costituente  italiana, 
compilata  dal  Montanelli,  dal  Tenca,  dal  Colombo  e  dal  Revere;  la  Ri- 
vista di  Firenze  cambiavasi  in  Rivista  indipendente  e  diveniva  quotidiana 
e  politica,  ed  usciva  il  Popolano  di  Enrico  Montazio,  come  organo  del 
partito  radicale.  La  primavera  del  1848  vide  nascere  ancora  a  Firenze 


88  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

il  Conciliatore  che  venne  soppresso  un  anno  più  tardi,  allorché  ritorna- 
rono gli  austriaci;  senonchè  essendo  risorto  col  nuovo  titolo  Lo  Statuto 
riusci  a  mantenersi  fino  al'a  caduta  della  costituzione  toscana.  La  Costi- 
tuzionale protestò  con  lui  fino  all'ultimo  suo  numero,  contro  gli  sforzi 
della  reazione  invadente;  ma  dovette  pur  essa  soccombere  (i). 

Fra  gli  altri  giornali  che  videro  la  luce  in  Toscana  durante  questo 
periodo  e  che  meritino  di  essere  ricordati,  sono  //  Popolo  di  Siena;  La 
Riforma  di  Lucca,  dove  pubblicavansi  pure  successivamente  il  Giornale 
privilegiato  di  Lucca,  la  Campana  del  popolo,  la  Ga:(:(etta  di  Lucca,  il  Fa- 
pore,  l'Era  Novella.  Contemporaneamente  a  Livorno,  come  25  anni  prima 
V  Indicatore  livornese  era  addivenuto  l'organo  di  F.  D.  Guerrazzi,  il  Cor- 
riere livornese,  da  semplice  foglio  di  annunzi  commerciali,  divenne  sotto 
la  sua  direzione,  il  campione  più  ardente  della  democrazia;  di  più  a  Li- 
vorno uscivano  V  Inferno,  il  Cittadino  italiano,  il  Calabrone,  V Italia  repub- 
blicana, il  Courrier  d'Italie,  ecc. 

A  Pisa,  V  Italia  già  nominata  aveva  a  compagni  \' Italia  dei  giovani 
e  V  Indicatore  Pisano. 

C'erano  inoltre  a  Firenze:  l'Avvenire,  il  Popolano,  lo  Specchio,  la 
Democra:(ia  progressiva,  il  fournal  universel  polyglotte,  la  Guardia  Nazio- 
nale, il  Giornale  militare  italiano,  il  Belfegor  arcidiavolo,  il  Tribuno  della 
plebe,  il  Catechismo  politico  dei  popolani,  il  Filo  cattolico,  il  Ricoglitore,  il 
Commercio  che  si  qualificava  «  giornale  ricco  di  notizie  e  piacevole  nelle 
apparenze  »  (sic)  (2),  ecc.  ecc.  In  quest'epoca  a  Lucca  stessa  moriva  di 
stento  un  gentile  albo  settimanale  illustrato,  il  Messaggero  delle  donne 
italiane,  fondato  da  Vincenzo  de  Nobili. 

Tutti  questi  giornali  però,  non  avevano  il  passo  libero  nel  Regno 
delle  Due  Sicilie. 

Frattanto  le  cose  camminavano;  nei  primi  del  '48  sorsero  una  quan- 
tità di  giornaletti  satirici:  il  13  luglio  Alessandro  Ademollo  fondò  con 
Leopoldo  Redi,  Carlo  e  Paolo  Lorenzini,  Pilade  Tosi  ed  altri,  il  Lam- 
pione,  giornale  per  tutti,  che  riuscì  davvero  popolarissimo  e  durò  fino 
alla  restaurazione  granducale  (5),  la  Lanterna  magica,  lo  Charivari,  la 
Fespa  e  moltissimi  altri. 

Tornato  il  Granduca,  alcuni  di  questi  giornali  —  come  la  Patria, 
trasformatasi  prima  in  Nazionale,  poi  in  Statuto,  il  Conservatore  costitu- 


(i)  Bartolomeo  Acquarone,  storico  ligure,  il  quale  avea  scritto  nel  1842  per  l'Ar- 
chivio del  Vieusseux  e  nel  1846  per  VAlba,  dopo  d'essere  ritornato  dalla  guerra  di 
Lombardia,  assunse  nel '49  la  direzione  del  Costituzionale.  Ner50  lasciò  il  giornale  e 
la  Toscana  e  si  recò  a  Torino;  nominato  professore  ad  Alessandria,  vi  si  recò  ed  in- 
segnò e  diresse  il  Pontida,  giornaletto  politico. 

(2)  In  questo  giornale  fece  le  prime  armi  Alessandro  Ademollo,  che  scrisse  poi 
nel  Popolano. 

(3)  Il  Lampione  risorse  poi  a  varie  riprese.  Nella  mia  collezione  ho  un  numero 
di  questo  grazioso  giornale  che  porta  la  data  del  3  luglio  1849-60.  Passata  la  burra- 
sca della  reazione  toscana,  l'Ademollo  rientrò,  nel  1852,  nel  giornalismo  letterario, 
dedicandosi  specialmente  alla  critica  drammatica;  collaborò  perciò  n^WArte  e  nello 
Scaramuccia  di  Firenze,  alia  Scena  di  Lucca  e  alla  Revue  franco-ilalienne,  alYEurope 
artiste  ed  al  Messager  di  Parigi.  Gli  articoli  delio  Scaramuccia  erano  firmati  Josuè  Ma- 
kdoìo.  ìidì'Arte  sostenne  una  vera  campagna  contro  le  traduzioni  dal  francese;  scrisse 
poi  nel  Bersagliere,  nell'  Opinione;  fu  corrispondente,  non  politico,  da  Torino  al  Pun- 
g0Ìo  milanese  e  da  Roma  alla  Gaietta  d' Italia  col  pseudonimo  di  Memo. 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  89 

Rionale,  la  Rivista  indipendente  e  pochi  altri  —  si  sostennero  per  qualche 
tempo,  ma  dovettero  presto  cadere  essi  pure  al  pari  degli  altri  di  idee 
più  avanzate,  e  la  Ga:i^etta  di  Firen:{e  —  divenuta  Monitore  toscano  (i)  — 
ritornò  padrona  assoluta  del  campo. 

Fu  solo  dopo  un  paio  d'anni  di  calma  —  nel  185 1  che  cominciò 
a  riprendersi  un  po' di  vita  giornalistica.  Prime  manifestazioni  ne  furono, 
VArte  di  Giacomo  Servadio  —  allora  maestro  di  musica,  poi  banchiere 
e  deputato,  cui  fecero  molta  reclame  vari  processi  di  stampa  —  e  la  i?/- 
vista  Britannica  di  Sebastiano  Fenzi,  periodico  quasi  esclusivamente  dedi- 
cato alla  letteratura  inglese.  Poi  le  Letture  popolari  risorgevano  come 
Letture  di  famii^lia.  Cesare  Donati  fondava  lo  Spettatore  settimanale  as- 
sieme a  Celestino  Bianchi;  Atto  Vannucci  risuscitava  la  Rivista  di  Firenze. 
e  il  Passatempo  preparava  il  terreno  al  Piovano  Arlotto,  argutissimo  gior- 
nale semi-letterario  mensile  la  cui  prima  idea  apparteneva  a  Giusti  e 
che  fu  attuata  da  Raffaello  Foresi  e  Pietro  Fanfani.  Il  Piovano  Arlotto 
durò  tre  anni,  battagliando  continuamente  contro  la  Civiltà  cattolica  e 
contro  i  gesuiti,  e  se  la  lotta  facevasi  sul  campo  letterario,  le  bòtte  non 
erano  meno  forti  e  senza  risparmio. 

Quando  accaddero  le  vicende  del  1859,  eranvi  pure:  V Impar:(iale 
fiorentino,  fondato  dal  Poniatowsky  e  diretto  dall'Ugolini;  V Indicatore, 
che  occupavasi  di  lettere,  teatri,  commercio,  ed  era  diretto  per  la  parte 
letteraria  da  Celestino  Bianchi;  il  Lampione,  la  Lente  di  Cesare  Tellini, 
la  Lanterna  del  Bicchierai,  ecc. 

Dalla  sollevazione  del  27  aprile  1859  fino  alla  pace  di  Villafranca 
non  vi  fu  nessun  mutamento  nella  stampa  toscana,  perchè  Ricasoli  non 
volle  permettere  giornali  politici.  Fu  solo  dopo  ricevuta  la  notizia  del 
trattato  di  Villafranca  (2),  che  comparve  la  Nazione,  la  quale  stampa- 
vasi  con  privilegio,  e  fu  fondata  da  Alessandro  D'Ancona,  Pietro  Puc- 
cioni,  Bartolomeo  Cempini  e  Tito  Minichetti,  sotto  la  direzione  del  D'An- 
cona prima,  poi  del  Viviani  e  del  Puccioni. 

Poco  dopo,  i  professori  Rigutini  e  Silvio  Pacini  fondavano  la  Ga:^- 
:(etta  del  popolo,  seguita  subito  —  non  appena  avvenuta  l'annessione  ed 
estese  alla  Toscana  le  leggi  piemontesi  —  da  una  quantità  di  altri  gior- 
nali. Per  dare  in  cifre  un'idea  esatta  della  espansione  giornalistica  in 
Toscana,  basterà  dire  che  mentre  avanti  il  1858  avevansi  in  Toscana 
27  giornali,  nel  1864  erano  oltre  50,  che  prima  del  1870,  nella  sola 
Firenze  eran  saliti  a  100.  Oggi  i  giornali  di  Firenze  superano  questo 
numero,  e  per  tutta  la  Toscana  oltrepassano  i  200. 

X 

Del  giornalismo  politico  nei  Ducati,  nell'epoca  di  cui  discorriamo, 
c'è  poco  da  dire  (3). 


(i)  A  questo  giornale,  del  quale  nella  mia  raccolta  conservo  qualche  numero,  di- 
cesi collaborasse  lo  stesso  granduca.  Vedi  l'articolo  Sovrani  giornalisti,  e  nella  provin- 
cia di  Firenze  il  periodico  11  Giorno. 

(2)  Quando  il  Monitore  Toscano  annunciò  la  pace  di  Villafranca,  la  popolazione 
fiorentina,  esasperata,  fece  incetta  dei  numeri  di  quel  giornale  e  li  bruciò  sulla  piazza 
del  Grano,  dov'era  la  tipografia  del  Monitore. 

(})  Vedi  più  oltre  l'articolo  Storia  del  giornalismo  modenese. 


90  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

A  Modena  sopratutto,  la  doppia  censura  politica  e  religiosa  rendeva 
impossibile  ogni  più  lontano  accenno  a  manifestazioni  liberali.  Tranne 
il  Messaggere,  giornale  ufficiale,  non  eravi  alcuno  che  osasse  entrare  in 
certi  gineprai,  e  quei  pochissimi  periodici  che  esistevano  si  guardavano 
bene  infatti  dal  toccare  certi  tasti  (i). 

Faceva  eccezione,  e  merita  di  esser  citata  per  la  triste  notorietà  che 
ebbe,  la  Foce  della  Verità  che  pubblicavasi  a  Modena  nel  183 1,  ed  era 
l'organo  del  più  sfegatato  sanfedismo. 

La  Voce  della  Verità  —  che  i  liberali  avevano  soprannominata  l' Urlo 
della  men:(pgna  —  fu  fondata  dal  principe  di  Canosa.  Cacciato  da  Napoli, 
espulso  dalla  Toscana,  l'ex  ministro  della  polizia  borbonica  aveva  trovato 
rifugio  a  Modena,  ove  divenne  favorito  del  Duca,  ed  ove  fondò  questo 
giornale  di  cui  era  direttore  il  prete  Galvani,  collaboratori  il  Canossa 
stesso,  il  Garofolo  direttore  della  polizia  modenese,  e  talora  pure,  come 
si  è  detto,  Sua  Altezza  Serenissima  Maria  Beatrice,  duchessa  di  Modena. 

La  Voce  della  Verità  —  a  cui  potrebbe  far  riscontro  la  Voce  della 
Ragione  fondata  a  Recanati  dal  conte  Monaldo  Leopardi,  se  in  questa 
non  fosse  stata  la  sincerità  e  la  buona  fede  che  mancava  nella  prima  — 
durò  circa  quattro  anni,  e  fu  soppressa  in  seguito  ad  un  incidente  di- 
plomatico che  merita  di  essere  riferito. 

Esasperato  dal  trattato  concluso  fra  Francia,  Inghilterra,  Spagna  e 
Portogallo,  per  l'espulsione  dei  pretendenti  ai  due  troni  iberici,  ed  abi- 
tuato da  un  pezzo  all'  impunità,  l'organo  sanfedista  chiamò  questa  qua- 
druplice convenzione,  quadrupede  allean:(a.  Male  gliene  colse,  perchè  l'In- 
ghilterra trovò  la  facezia  di  cattivo  gusto  e  chiese  la  soppressione  del 
giornale,  che  non  si  osò  negarle. 

Nel  1848  vi  fu  anche  a  Modena  qualche  pallido  tentativo,  e  citerò 
fra  i  pochissimi  il  Vessillo  italiano,  ma  fu  cosa  insignificante,  il  Diario  Mo- 
denese nato  il  23  marzo,  bisettimanale,  col  motto:  Ordine,  Religione,  Mora- 
lità (2),  e  nel  1857  non  si  avevano  nei  Ducati  che  8  soli  giornali,  cioè 
5  a  Modena  e  3  a  Parma. 

X 

Quando  cominciò  la  bufera  che  sconvolse  negli  ultimi  anni  dello 
scorso  secolo,  la  stampa  periodica  —  dopo  di  essere  stata  così  fiorente 
ai  tempi  delle  prime  gazzette  —  si  trovava  ridotta  in  Roma,  come  già 
dissi,  alle  sue  ultime  espressioni. 

Esistevano  ancora  il  Cracas,  divenuto  Diario  di  Roma,  e  le  Noti:(ie 
del  giorno,  ma  erano  pubblicazioni  che  non  avevano  di  politico  e  gior- 
nalistico se  non  il  nome.  Limitandosi  all'annuncio  di  cose  sacre  o  a  po- 
che notizie  incolori,  mutilate,  svisate  dalle  penne  ufficiali,  dividevano 
coW Antologia  di  Roma,  colV  Effemeridi,  e  coWq  Noti:(^ie  letterarie,  ìì  nojoso 
privilegio  di  far  dormire  il  prossimo. 


(1)  Del  Messaggere  di  Modena  conservo  due  numeri,  il  577  del  1852  e  il  1467 
del  1856;  il  giornale  usciva  il  lunedi,  mercoledì,  venerdì  e  sabato  in  4  pagine  a  3  co- 
lonne, con  lo  stemma  ducale  nella  testata;  un  numero  costava  25  centesimi  e  l'abbo- 
namento 19  lire  l'anno. 

(2)  Ho  il  i."  e  3."  numero  di  questo  giornale. 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  91 

Gli  avvenimenti  vennero  presto  a  turbare  questa  quiete,  ed  ecco 
nascere  la  Gaietta  di  Rina  che  divenne  poscia  Monitore  di  Roma  e  fu 
il  giornale  del  primo  periodo  rivoluzionario;  poi  il  Cimpidoglio  (1809),  il 
Giornale  politico  del  Dipartimento  di  Roma  (18 12),  che  sino  al  4  marzo 
continuò  a  stamparsi  in  due  colonne,  col  testo  francese  a  fronte;  il  Ca- 
priccio (1809)  ed  altri  parecchi,  cessati  poco  dopo  però  col  chiudersi 
dell'era  napoleonica. 

Da  allora  sino  al  secondo  periodo  rivoluzionario,  la  stampa  ricadde 
nel  profondo  letargo  da  cui  era  stata  scossa  per  poco  tempo,  e  i  romani 
non  ebbero,  purtroppo,  altri  giornali  tranne  il  Diario,  le  Notizie  del  giorno, 
YArcadico,  Y Album  (i)  e  pochi  altri  periodici  artistici  e  letterari,  men- 
tre le  scarse  notizie  politiche  che  la  censura  permetteva  erano  date  dalla 
Galletta  universale  di  Foligno,  vissuta  fino  a  pochi  anni  sono.  Questa 
mancanza  di  gazzette  politiche  era  ben  poco  sentita,  del  resto,  e  non 
fu  se  non  verso  il  1851  che  si  prese  qualche  interesse  alla  lettura  dei 
giornali  ;  ma  tranne  l' introduzione  nello  stato  di  qualche  gazzetta  fran- 
cese od  inglese,  non  si  fece  né  poteva  farsi  verun  tentativo  per  istituire 
un  giornalismo  romano. 

Più  tardi,  l'opinione  che  il  pontefice  non  contrariasse  una  certa 
franchezza  nel  discorrere  delle  cose  pubbliche,  aveva  fatto  si  che  uscis- 
sero alla  luce  parecchie  scritture  più  o  meno  temperate,  ma  tutte  con 
linguaggio  non  consueto  in  Roma.  La  censura  continuando  in  potere 
di  quelli  stessi  che  prima  la  esercitavano  con  rigore,  aveva  dato  origine 
alla  stampa  clandestina. 

Contro  di  questa  il  25  lugHo  1847  si  pubblicò  una  severa  ordinanza 
di  monsignor  Progovernatore.  In  essa  si  avvertiva  il  pubblico  che  ove 
apparissero  alla  luce  stampe  clandestine  si  era  decisi  di  castigare  con  deten- 
:(ione  da  sei  mesi  ad  un  anno  e  una  multa  ancora  di  se.  /o  ai  }00  gli 
autori,  complici,  detentori  e  spacciatori.  La  quale  legge  che  dai  bisogni  e 
rapporti  internazionali  certamente  venne  suggerita,  si  raccomandò  dagli 
stessi  giornali  che  fosse  osservata  finché  le  prescrizioni  della  censura  pre- 
ventiva non  avessero  apportata  quella  dila:(ione  che  esigevano  i  bisogni  e 
che  era  stata  promessa  prima  di  questa  ordinanza  da  uomini  autorevoli 
del  governo. 

Per  impedire  gli  eccessi  di  questa  stampa  clandestina,  alcuni  savi 
romani  fecero  proponimento  di  pubblicare  un  giornale. 

Questo  giornale  fu  il  Contemporaneo;  all'apparire  del  Contemporaneo 
l'amore  platonico  pel  giornalismo  prese  forma  più  concreta,  e  si  comin- 
ciò a  invocare  più  0  meno  apertamente  una  maggiore  libertà  di  stampa. 

Il  programma  del  Contemporaneo  fu  pubblicato  in  un  foglietto  il  17 
settembre  1846.  Il  primo  numero  comparve  il  sabato  12  dicembre,  in 
quattro  pagine  grandissime  a  5  colonne.  Il  programma,  riprodotto  in  que- 


(i)  Il  Giornale  Arcadico  di  sciente,  lettere  ed  arti,  diretto  da  S.  E,  il  Principe 
D.  Pietro  Odescalchi,  cominciò  a  pubblicarsi  nel  18 19  ed  ebbe  lunghissima  esistenza. 

V Album,  giornale  letterario  e  di  belle  arti  fu  fondato  nel  1834;  usciva  ogni  set- 
timana ed  era  diretto  dal  suo  proprietario  Cav.  Prof.  D.  De  Angelis,  redattore  del 
Diario  di  Roma. 


92  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Sto  numero  (i),  è  firmato  da  monsignor  C.  Gazola,  marchese  L.  Po- 
tenziani,  Federico  Torre,  D.r  L.  Masi.  Si  dichiarava  giornale  di  progresso, 
ma  temperato.  Vi  scrivevano  Gino  Capponi,  il  D.r  Ratti,  L.  Scarabelli, 
C.  A.  Vecchi,  Cesare  Balbo,  il  marchese  Potenziani,  il  marchese  Dra- 
gonetti,  Pietro  Sterbini,  qcc.  Il  Contemporaneo  ebbe  subito  un  gran  suc- 
cesso, benché  non  tutti  i  suoi  collaboratori  appartenessero  allo  stesso 
partito.  E  quando  lo  Sterbini  ne  assunse  la  direzione,  il  Confcfnporaneo 
diventò  organo  del  partito  estremo,  velando  sotto  apparenza  moderata 
le  sue  tendenze  radicali. 

La  censura  ripugnante  cercava  porre  ostacoli  alla  pubblicazione,  ma 
allora  si  ricorse  per  appoggi  al  pontefice. 

L'editto  pontificale  che  allargava  gli  stretti  vincoli  della  censura, 
fece  sbocciare  una  miriade  di  nuovi  giornah',  mentre  altri  già  esistenti, 
trasformavansi  da  letterari  in  politici.  Così  fra  gli  altri  accadde  per  Fan- 
fulla,  fondato  nel  1846  dal  Pompili,  come  continuazione  deli'  Osservatore 
Dorico.  11  Pompili  era  contemporaneamente  direttore  della  Speranza,  re- 
datta dal  Mannucci,  dal  generale  Giovanni  Durando,  dalla  principessa  di 
Belgiojoso,  dal  Dall' Ongaro,  e  più  tardi  —  allorché  sotto  la  repubblica 
romana  diventò  giornale  di  opposizione,  col  nome  di  Speran:(a  dell'Epoca  — 
da  Mamiani,  Farini  e  dall'abate  Perfetti. 

Poco  dopo  il  ConteìHporaneo,  e  di  principii  più  moderati,  sorse  la 
Bilancia,  redatta  dal  viterbese  prof.  Orioli,  dall'ex  gesuita  Muzio  e  da 
monsignor  Cattabeni.  Con  essa  sorsero  pure  V Italico  (febbraio  1847), 
V  Epoca,  considerata  come  uno  dei  giornali  più  importanti  di  quel  pe- 
riodo (2),  il  Commercio  e  molti  altri,  fra  cui  notevolissima  la  Pallade 
(16  giugno  1847)  diretta  da  Giuseppe  Checchetelli  ed  Edoardo  Teodo- 
rani,  che  divenne  subito  il  giornale  più  popolare  e  diffuso,  e  il  cui  umo- 
rismo non  la  perdonava  ad  alcuno  (3). 

Ma  malgrado  questi  esempi,  la  stampa  non  aveva  un'assoluta  libertà 
di  parola;  tanto  è  vero  che  il  9  dicembre  del '47  i  giornalisti  romani 
presentarono  a  monsignor  Amici,  presidente  ucUa  Commissione  deputata 


(i)  Del  i.°  numero  fu  fatta  una  seconda  edizione  con  la  data  del  2  gennaio  1847, 
Il  giornale  si  stampava  nella  tipografia  Monaldi,  era  settimanale  (sabato)  e  costava 
scudi  3,6c  all'anno,  1,80  a  semestre.  L'ufBcio  era  in  via  della  Scrofa  114  primo  piano  no- 
bile. Il  Contemporaneo  non  si  vendeva  a  numeri  separati. 

(2)  L'Epoca,  ispirata  da  Mamiani  e  fondata  nel  marzo  1848,  si  trasformò  poi  in 
Speranza  dell'Epoca  e  fu  giornale  di  opposizione  al  governo  repubblicano,  e  veniva 
redatta  da  Diomede  Pantaleoni,  Mamiani  e  Farini;  poscia  continuò  sempre  a  censu- 
rare le  intemperanze  dei  governo  restaurato  come  avea  censurato  quelle  dei  repub- 
blicani. Il  9  di  luglio  furono  reintegrati  nei  loro  uffici  di  direttore  generale  ed  ispet- 
tore delle  poste  il  P.'  Massimo  e  il  P.'  di  Campagnano  (Chigi),  devotissimi  al  papa. 
Il  giorno  II,  nel  n.°  139  la  Speranza  dell'Epoca  criticò  severamente  quella  reintegra- 
zione, e  il  giornale  fu  soppresso.  Quel  giorno  stesso,  nell'articolo  di  fondo,  il  Mamiani 
dichiarava  impossibile  il  volere  ripristinare  in  Roma  il  governo  dei  preti.  Due  setti- 
mane dopo  al  Mamiani  e  al  Pantaleoni  fu  consigliata  la  partenza  da  Roma. 

(3)  Nella  biblioteca  V.  E.  di  Roma  si  conserva  un  volume  della  Pallade,  dal  16 
gidgno  1847  al  31  dicembre.  La  Pallade  usciva  ogni  giorno  in  4  pagine  in-4.°  a  due 
colonne.  Ogni  numero  costava  due  bajocchi  Si  stampava  nella  tipografia  di  Clemente 
Puccinelli  in  via  Lata  211,  presso  il  Collegio  Romano.  Nell'anno  secondo  si  pubbli- 
carono 134  numeri  con  molti  supplementi.  Sofferse  una  sospensione  di  una  quindicina 
di  giorni,  nell'ottobre.  Nella  mia  raccolta  di  giornali,  vi  è  il  n.  323  del  19  agosto  1848. 


IL    GIORNALISMO   ITALIANO.  93 

alla  riforma  sulla  stampa,  un  indirizzo  nel  quale  esprimevano  il  bisogno 
della  civiltà  dei  tempi. 

Nel  dicembre  dello  stesso  anno,  la  Pallade  si  lagnava  che  la  stampa 
romana  non  fosse  propensa  alla  discussione,  alla  critica,  all'opposizione, 
che  son  principio  di  perfezionamento  delle  idee  e  delle  cose  umane.  La 
stampa  romana  in  generale  era  tinta  quasi  tutta  di  bianco  (son  parole 
della  Palhide);  compiva  lentamente  la  sua  missione  e  il  pubblico  non 
vi  trovava  completa  fiducia  ed  appoggio.  Nella  stessa  epoca  il  citato  gior- 
nale conveniva  che  la  stampa  non  aveva  la  completa  libertà  che  deside- 
rava nella  Toscana  e  in  Roma;  «  la  stampa  è  elastica,  più  si  comprime, 
più  in  alto  balza,  la  luce  non  si  può  abbracciare  tutta  in  modo  che  da 
qualche  foro  non  brilli  un  raggio  »  ;  dunque  la  Pallade  domandava 
«  che  una  legge  fosse  emanata  con  la  quale  il  governo  imprendesse  con 
la  sua  autorità  a  secondare  la  detta  forza  ed  accompagnarla  »  ;  quindi 
«  la  necessità  di  una  lega  dì  stampa  fra  governi  e  popoli  costituiti  su- 
gl'identici principii  politici  ».  Ciò  malgrado  a  Roma  uscivano  ogni  giorno 
nuovi  periodici. 

Sebbene  antirivoluzionario,  il  Cassandrino  dell'abate  Ximenes  ebbe 
un  certo  successo  per  la  sua  vena  satirica,  e  fu  seguito  subito  da  una 
quantità  di  altri  giornaletti  umoristici  di  poca  importanza  (i).  Fra  essi 
va  distinto  però  il  Don  Pirlone,  di  cui  lo  Spada  —  disapprovandone  na- 
turalmente i  principii,  dice  che  «per  spirito  d'invenzione  e  per  gusto 
di  caricature,  superò  benanco  V Arlecchino  di  Napoli  ».  Il  Don  Pirlone 
durò  dal  i.°  settembre  1848  al  2  luglio  1849  e  si  disse  vi  scrivessero 
anche  Terenzio  Mamiani,  Michele  Mannucci  e  Opprandino  Arrivabene  (2). 

Un  altro  giornale  di  cui  fu  collaboratore  Mamiani  anche  durante 
il  tempo  in  cui  restò  al  potere  —  e  nello  stesso  mentre  che  Pellegrino 
Rossi  firmava  gli  articoli  scritti  da  Girolamo  Amati  —  fu  la  Ga::jetta 
di  Roma,  nata  il  16  gennaio  1848  sulle  rovine  del  Diario  di  Roma,  tra- 
sformatasi il  30  gennaio  1849  in  Monitore  Romano  sotto  la  direzione  di 
Dall'  Ongaro,  e  divenuta  poi  Giornale  di  Roma  e  foglio  ufficiale  ponti- 


(i)  Per  la  stampa  di  quest'epoca,  vedi  avanti  l'articolo  II  Giornalismo  Romano 
nel  1846-4^. 

Nella  mia  collezione  di  giornali  trovansi  due  numeri  del  Cassandrino,  cioè  il  1 3 
e  14  anno  i.°,  datati  163  agosto  1848.  La  testata  è  cosi  concepita:  «  Giornale  che 
si  pubblica  il  martedì,  giovedì  e  sabato  a  che  ora  gli  pare.  Non  e'  è  associazione  :  chi  lo 
vuol  comprare  lo  compra  per  un  bajocco:  se  no  lo  lascia  stare.  Si  trova  da  per  tutto,  e 
con  più  certezza  sulle  Piane  Colonna,  di  Pasquino,  della  Rotonda,  del  Teatro  Piano,  dai 
Tabbaccari  progressisti  ed  in  mano  dei  Sanculottes  e  Descamisados.  »  Si  stampava  nella 
tipografia  Paterno  in  via  delle  Coppelle,  numeri  43  e  44,  in  quattro  pagine  piccole 
in-4.°  a  due  colonne,  ed  ò  sottoscritto  Domenico  Del  Basso  direttore  responsabile. 

(2)  Del  Don  Pirlone  conservo  il  primo  numero;  è  inùtohto  Don  Pirlone,  giornale 
di  caricature  politiche.  La  testata  occupa  metà  della  prima  pagina;  in  essa  è  detto:  Si 
pubblica  tutti  i  giorni  (in  4  pagine  a  2  colonne)  eccetto  le  feste,  e  sempre  con  un  disegno 
litografico  (in  4.*  pagina),  oltre  alla  vignetta  eh' é  in  fronte  al  giornale.  A\ea  per  motto: 
Intendami  chi  può,  eh' i'  m' intendo  io.  Ogni  numero  costava  2  bajocchi.  Veniva  stam- 
pato nella  tipografia  di  A.  Natali  e  n'era  amministratore  F.  Caucci  e  responsabile  Er- 
mete Ciacci. 

Altri  giornali  contemporanei  di  cui  conservo  copie  sono:  H  Somaro,  diretto  da 
G.  Mariani;  la  Lanterna  magica,  diretta  da  R.  Parma;  Un  Bajocco,  L'Astrea,  ecc. 


94  GUIDA  DELLA.   STAMPA    PERIODICA   ITALLINÀ. 


fido,  il  6  luglio  (i),  subito  dopo  l'ingresso  del  corpo  d'occupazione 
francese  (2). 

Fra  i  molti  altri  giornali  che  meritano  speciale  menzione,  citerò  il 
Positivo  di  monsignor  Gazola  e  Biagio  Miraglia;  l'Interesse  Na^ionale^ 
che  si  distribuiva  gratis  ;  la  Cronaca  dell'Assemblea  redatta  dal  padre  Ga- 
vazzi, morto  a  Roma  nel  1889;  il  Costituzionale  Romano,  organo  dei 
conservatori;  Le  Capitole  e  la  Correspondance  de  Rome,  compilati  da  al- 
cuni legittimisti  francesi;  il  Labaro,  che  ebbe  una  certa  notorietà  nel  1848 
e  veniva  chiamato  Don  Labaro;  e  il  Giornale  Romano,  che  era  organo 
diretto  del  Papa. 

Sebbene  abbia  vissuto  soltanto  poche  settimane  —  dal  2  aprile  al 
3  luglio  1849  —  merita  però  menzione  distinta  {'Italia  del  popolo,  foglio 
quasi  ufficiale  del  governo  rivoluzionario  durante  gli  ultimi  mesi  della 
sua  esistenza,  ed  al  quale  collaboravano  oltre  che  il  Mazzini,  anche  l'Avez- 
zana,  Quadrio,  Lemmi  e  la  principessa  Belgiojoso. 

Oltre  tutti  questi  e  quelli  di  cui  si  fa  parola  nel  citato  articolo  sulla 
stampa  romana,  circolarono  pure  nel  '47-48  parecchi  giornali  clandestini, 
come  l'Amica  Veritas,  la  Voce  della  Verità  e  della  Giustizia,  la  Frusta,  i 
Misteri  della  polizia,  la  Sentinella  dei  buoni  cittadini,  la  Sentinella  del  Cam- 
pidoglio e  lo  Zibaldone  e  qualche  altro  (3),  a  cui  sono   da   aggiungere 


(i)  Nei  giorni  465  luglio  non  usci  alcun  giornale. 

(2)  Di  questo  giornale  conservo  vari  numeri  che  rappresentano  le  sue  diverse 
fasi:  del  Diario  di  Roma  il  n.  78  anno  1831  in  4  paginette  piccolissime  a  3  colonne; 
il  n.  66  anno  1834  con  un  siipplimento;  il  n.  71  anno  1839  in  4  pagine  più  grandi, 
ma  sempre  a  3  colonne;  i  numeri  27,  59  e  75  anno  1847;  del  Giornale  di  Roma:  i 
numeri  206  e  207  dell'anno  1852;  il  n.  123  dell'anno  1854;  il  n.  237  dell'anno  1855; 
Un.  192  dell'anno  1864;  il  n.  32  dell'anno  1870. 

Questo  giornale  che  è  una  filiazione  diretta  del  Diario  d'  Ungheria,  di  cui  abbiamo 
parlato  a  pagina  69,  fu  fatto  risorgere  nel  maggio  del  1877  dal  prof  Costantino  Maes, 
neir  identico  sesto,  numero  di  pagine  e  carta,  e  col  titolo  popolare  di  Cracas. 

(3)  Di  questi  giornali  è  difficilissimo  trovarne  qualche  esemplare.  Nella  Strenna- 
Album  dell'  Associazione  della  Stampa  j88i  sono  riprodotti  i  fac-simili,  da  alcune  copie 
che  facevano  parte  della  collezione  Spada,  molti  dei  cui  documenti  furono  con  grande 
avvedutezza  acquistati  dal  Ministero  dell'Interno. 

Nel  1850  a  Roma  si  faceva  un  giornaletto  alto  centimetri  25  e  largo  17,  litogra- 
fato, a  due  colonne,  divise  da  una  linea  sormontata  dall'impugnatura  d'uno  stocco. 
La  testata  era  cosi  concepita  : 

'^'^s-  1850  _  ,  A-TT- A-ivr-p>o<=5T'0  r.   ,  ^'"™- ^ 

Abbonamenti  •*-•     .^^  V  .«.iVXX-%-»C3  X  «>^  Si  dispensa  gratis 

Libreria  Bonifaci  n^»7V»<*-    j,«a„7^-„  Abbate   jannetti 

Uf.   Cracas  al  Corso  (•)  Foglietto  popolare  _  ^^^^^^  responsabile 

Il  giornaletto  comincia  cosi  : 

«  Che  cosa  ha  fatto  il  Papa  dopo  il  suo  viaggio?  Niente.  Non  osò  nemmeno 
salire  a  veruna  loggia,  come  a  Terracina,  Velletri  ed  Albano  per  benedire,  giacché  le 
commedie  non  si  usa  ripeterle  che  a  richiesta  del  pubblico,  e  quello  di  Roma,  memore 
delle  tragedie  nazionali  del  30  aprile  e  dell'assedio  si  è  stancato  delle  farse  pretesche.  » 

Dal  1863  al  1867  furono  pubblicati  a  Roma  due  giornali  clandestini:  Cronaca  Ro- 
viana  e  Roma  dei  Romani.  Essi  figurarono  all'  Esposizione  Nazionale  di  Torino  del  1884, 
nel  Palazzo  del  Risorgimento  Italiano.  Anche  nel  1863  il  Comitato  d'Azione  aveva 
fondato  il  giornale  Roma  0  Morte.  Nel  settembre  dello  stesso  anno  il  periodico  clan- 
destino fu  sequestrato  e  il  comitato  lafariniauo  fece  irrompere  nella  tipografia,  guastare 
i  tipi,  lacerare  le  copie»  ecc.  Garibaldi  aveva  fatto  adesione  ed  incoraggiato  il  giornale, 
il  quale  poco  dopo  riprese  le  pubblicazioni  sempre  clandestinamente, 

(*)  È  noto  che  U  libreria  Bonifaci  e  l'ufficio  Cracas,  erano  i  luoghi  di  ritrovo  dei  clericali  più  sfegatati. 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  95 

due  altri,  ugualmente  clandestini,  il  Catone  e  il  Chi  mena  mena,  ma  che 
rappresentavano  le  idee  reazionarie. 

Nelle  Provincie  pontificie  la  stampa  sub!  le  stesse  vicende  che  alla 
capitale,  e  tranne  la  Ganeita  Universale  di  Foligno,  nessuno  ve  n'ebbe 
che  avesse  anche  mediocre  importanza.  Eran  foglietti  semi-privati,  ad 
uso  e  consumo  dei  governatori,  del  vescovo  e  dei  funzionari  civili  e 
religiosi. 

Nel  periodo  1846-49  però,  anche  nelle  provincie  il  giornalismo 
ebbe  un  subitaneo  e  vigoroso  risveglio  e  sorsero  molti  periodici,  ma 
furono  una  pura  e  semplice  riproduzione  delle  gazzette  romane,  e  ces- 
sarono col  ritorno  del  Papa  (i).  Faceva  eccezione  il  Felsineo  fondato  a 
Bologna  nel  1840  da  Berti-Pichat.  Esclusivamente  agricolo  ed  economico 
dapprima,  nel  1847  divenne  giornale  politico  e  vi  prese  a  collaborare 
Marco  Minghetti;  poi  il  giornale  mutò  titolo  e  veste  e  si  chiamò  Vita- 
liano, diretto  sempre  dal  Berti-Pichat  insieme  con  Aglebert  (2). 

Ristabilitosi  il  governo  pontificio  con  l'entrata  delle  truppe  francesi, 
fu  rimessa  in  vigore  la  censura  preventiva  e  quei  pochi  giornali  che 
non  erano  ancora  cessati  per  manc2n7a  di  redattori  o  perchè  lo  scopo 
della  loro  pubblicazione  era  finito,  vennero  sospesi. 

Pochissimi  ebbero  licenza  di  riprendere  le  pubblicazioni  provviso- 
riamente, e  fra  questi  il  Contemporaneo,  che  nel  suo  numero  del  13  lu- 
glio 1849,  dopo  parecchi  giorni  di  sospensione,  scriveva:  «  Con  auto- 
rizzazione superiore,  il  Contemporaneo  riprende  le  sue  pubblicazioni.  — 
La  ragione  delle  armi  ha  dato  causa  vinta  ai  francesi,  e  noi  lasciando 
il  passato  al  giudizio  incorruttibile  della  storia,  vergini  di  servo  encomio 
e  di  codardo  oltraggio,  studieremo  di  tenere  informati  i  lettori  di  quanto 
accade.  —  Durante  lo  stato  d'assedio,  eviteremo  le  polemiche,  conser- 
vando però  sempre  il  giornale  amico  all'ordine  ed  al  progresso,  quale 
si  dichiarò  fin  dalla  sua  fondazione.  —  Il  programma  della  occupazione 
francese,  porta  il  ritorno  del  S.  Padre  in  Roma,  con  tutte  le  guarenti- 
gie delle  istituziotìi  civili.  —  Come  ciò  possa  accadere  e  come  accadrà, 
non  sappiamo.  L'avvenire  è  tuttora  avvolto  nella  più  fitta  oscurità,  » 

Il  Contemporaneo  non  aveva  torto  di  dubitare  dell'avvenire:  due  giorni 
dopo  il  Giornale  di  Roma  pubblicava  un  decreto  che  dichiarava  soppressi 
tutti  i  giornali,  tranne  l'ufficiale  col  titolo  Giornale  di  Rema,  aggiungendo 
con  eloquente  concisione  che  ogni  altro  periodico  sarebbe  sequestrato  ed 
i   suoi  redattori  puniti  con  tutto  il  rigore  delle  leggi. 

Più  lungo  e  più  rigoroso  che  per  qualsiasi  altro  stato  italiano,  que- 
sto nuovo  periodo  di  silenzio  giornalistico  durò  fino  al  20  settembre  1870, 
cioè  fino  al  giorno  in  cui  le  cannonate  di  Porta  Pia  aprirono  all'Italia 
le  porte  della  sua  capitale.  Dei  due  soli  giornali  che  esistevano  allora, 
V Osservatore  Romano  fondato  nel  settembre  1849,  poi  sospeso  e  ripreso 
qualche  anno  dopo,  e  il  Giornale  di  Roma,  il  primo  soltanto  rimase  in 


(i)  Un  elenco  dei  più  notevoli  si  trova  nell'articolo  Tt  Giornalismo  Romano 
nel  1846-4^. 

(2)  L'Italiano  nato  nel  febbraio  del  1847  usciva  il  15  e  l'ultimo  d'ogni  mese. 
L'utile  era  destinato  a  benefìcio  dei  graziati  indigenti  L'ufficio  era  in  piazza  S  Ste- 
fano, 96. 


96  GUIDA   DELLA   STAMPA.   PERIODICA   ITALIANA. 

vita,  soffocato  però  da  un  subisso  di  nuovi  giornali,  sorti  il  giorno  stesso 
dell'ingresso  delle  truppe  italiane.  Fra  i  primissimi  citerò  la  Libertà,  ìz 
Ga:^^etta  del  popolo,  la  Capitale,  il  Romano,  il  Tribuno,  ecc.  (i). 

X 

Del  giornalismo  napoletano  e  siciliano  anteriore  al  1848,  abbiamo 
detto  qualche  cosa;  di  quello  del '48  discorriamo  più  partitamente  al- 
trove (vedi  prov.  di  Napoli). 

Ora  accenniamo  soltanto  qualche  cosa  sulle  condizioni  generali  della 
stampa  meridionale  nel  periodo  che  precedette  il  i8éo. 

Caduta  la  repubbhca  partenopea,  dal  1806  al  18 15  non  si  ebbe  al- 
tro periodico  politico  tranne  il  giornale  ufficiale,  che  al  ritorno  dei  Bor- 
boni divenne  il  Giornale  delle  Due  Sicilie,  prese  per  breve  tempo  il  nome 
di  Giornale  Costituzionale  delie  Due  Sicilie  (1820-21),  ma  perdette  presto 
questo  aggettivo  (2). 

Nel  breve  periodo  rivoluzionario  del  1820-21,  sorseso  altri  giornali, 
come  r  Imparziale,  il  Carteggio  delle  ombre  e  la  Minerva  napolitana  di  .cui 
era  collaboratore  Carlo  Troya,  ma  ebbero  brevissima  esistenza  (3). 

Soppressa  la  costituzione,  e  quindi  quella  larva  di  libertà  di  srampa 
che  era  stata  concessa,  anche  i  giornali  che  da  essa  avevano  avuto  vita, 
dovettero  cessare.  Fu  solo  dopo  il  1830,  che  si  ebbe  qualche  nuovo 
tentativo  giornalistico,  e  apparvero  successivamente  l' Omnibus  letterario  (4) 
e  V  Omnibus  pittoresco  di  Vincenzo  Torelli,  il  Poliorama  pittoresco  (5)  e  il 
Lucifero  fondati  e  diretti  da  Giuseppe  Cirelli,  ed  altri.  Superiore  a  tutti 
poi,  ecco  apparire  il  Progresso,  che  venne  considerato,  come  già  abbiamo 
visto,  quale  legittimo  successore  deWAntologia  di  Firenze,  allora  allora 
soppressa.  Fondato  e  diretto  da  Giuseppe  Ricciardi,  venne  diretto  suc- 
cessivamente —  allorché  questi  fu  costretto  ad  emigrare  —  dall'econo- 
mista Bianchini,  da  Giuseppe  De  Cesare  e  da  Pasquale  De  Virgili.  Del 
Progresso  era  collaboratore  assiduo  Carlo  Troya  e  furono  scrittori  altresì 
Gino  Capponi,  Tommaseo  ed  altri  parecchi,  fra  coloro  che  avevano  resa 
cosi  autorevole  V Antologia. 


Ci)  Questi  e  molti  altri  giornali  romani  del  1870  si  trovano  nella  mia  collezione. 

La  Galletta  del  popolo,  di  cui  conservo  il  primo   numero,  usci  il  22  settembre   in    4 
pagine  a  3  colonne,  diretta  da  Edoardo  Arbib. 

(2)  Lo  riprese  nel  1849;  e  nel  1860,  durante  la  dittatura  di  Garibaldi,  divenne  il 
Giornale  di  Napoli,  sotto  la  direzione  di  Biagio  Miraglia.  Nella  Biblioteca  Nazionale 
di  Napoli  si  conserva  l'intera  collezione  del  Giornale  del  Regno  delle  Due  Sicilie;  io  ne 
conservo  parecchi  numeri. 

(3)  Della  Minerva  Napolitana  ho  il  quaderno  ir.°,  in  data  20  novembre  1820. 
Questa  rivista  usciva  ogni  decade  in  quade'-ni  di  3  fogli  in  8.°,  si  stampava  nella  Ti- 
pografia Francese  e  costava  24  carlini  al  trimestre. 

Nel  1824  usci  im'altra  rivista,  L'  Utile  passatempo,  di  mode,  aneddoti,  novelle,  ecc.; 
ne  ho  il  fascicolo  n.  19. 

(4)  Nel  1848  si  trasformò  in  giornale  politico,  per  ridivenire  letterario,  e  nel  1863 
ritornò  ad  occuparsi  anche  di  politica.  Torelli  è  morto  pochi  anni  fa,  ma  il  gi'^rnale 
vive  tuttora.  Del  vecchio  Omnibus  ho  vari  numeri. 

(5)  Nacque  nell'agosto  del  1836,  in  8  pagine  a  2  colonne.  Vi  scrivevano  il  cas- 
sinese  Tosti,  Antonio  Fazzini,  Vincenzo  Morgigni  Novella,  Cesare  Malpica,  Giuseppe 
De  Simone,  ecc.  Di  questo  giornale  ho  le  complete  annate  i.%  2.*,  5.*  e  7.* 


IL    GIORNALISMO   ITALIANO.  97 

Più  tardi,  verso  il  1840,  Pasquale  Stanislao  Mancini  fondava  Le  Ore 
solitarie  (i),  pregevole  rivista  che  durò  fino  al  1847,  e  poco^  dopo  a 
Cosenza  pubblicavasi  il  Calabrese,  che  nascondeva  le  sue  aspirazioni  libe- 
rali sotto  il  pretesto  di  studiare  e  illustrare  la  storia  paesana,  e  fu  poi 
l'organo  della  rivoluzione  calabrese. 

A  questi  —  e  sempre  nel  campo  letterario  e  scientifico  ben  inteso, 
perchè  alla  politica  nonché  scrivere,  non  era  nemmeno  permesso  di  pen- 
sare —  occorre  aggiungere  il  Salvator  Rosa,  nel  quale  collaboravano  Pe- 
truccelli  della  Gattina,  Achille  De  Lauzieres,  Francesco  Lattari  e  Benia- 
mino Rossi,  leccese;  La  Motì?rt,  rivista  decadecaria,  h  Rivista  napoletana, 
periodico  mensile,  il  Museo  di  sciente,  lettere  ed  arti,  altra  rivista  men- 
sile alla  quale  collaboravano  i  migliori  ingegni  napoletani;  il  Giornale 
dei  giovanetti,  diretto  da  Cesare  Malpica,  ecc.  (2). 

Nel  1843  (24  agosto)  nacque  pure  II  Sibilo,  giornale  del  giovedì, 
letterario,  teatrale  e  di  mode,  diretto  da  M.  Augusto  Mauro  e  Edoardo 
Ciollaro  (3). 

Fu  solo  nel  1845,  e  colla  pubblicazione  di  foglietti  clandestini  —  i 
quali  a  Napoli  precedettero  quegli  degli  altri  paesi  d'Italia  — che  si  ebbe 
nuovamente  un  principio  di  giornalismo  politico.  Vivacissima  e  attivis- 
sima, questa  stampa  clandestina,  se  ebbe  tutti  i  difetti  che  sono  inerenti 
a  un  tal  genere  di  pubblicazioni,  servì  moltissimo  alla  causa  liberale,  e 
preparò  quel  fermento  che  condusse  poi  alla  Costituzione  del  29  gen- 
naio 1848,  Il  primo  giornale  che  entrò  apertamente  nella  discussione, 
per  quanto  era  possibile  farlo,  fu  il  Lume  a  f^as  di  Gaetano  Somma  (1847). 

Con  decreto  dei  29  gennaio  1848,  Ferdinando  II  distrusse  quanto 
aveva  stabilito  a  riguardo  della  stampa  il  19  gennaio:  non  più  revisione 
vessatoria,  non  più  depositi  in  danaro,  non  più  guarentigie  :  «  La  stampa 
sarà  libera,  e  soggetta  ad  una  legge  repressiva  per  tutto  ciò  che  può 
offendere  la  Religione,  la  morale,  l'ordine  pubblico,  il  Re,  la  Famiglia 
Reale,  i  Sovrani  Esteri  e  le  loro  Famiglie  non  che  l'onore  e  gl'interessi 
dei  particolari.  » 

Con  altro  decreto  fu  abolita  la  sopratassa  sui  giornah,  libri,  stampe 
ed  opere  periodiche.  Questi  avvenimenti  dettero  alla  stampa  un  vigoroso 
impulso  e  i  giornali  si  moltiphcarono.  Fra  i  principali  del  nuovo  periodo 
rivoluzionario,  bisogna  notare  il  Nazionale,  diretto  da  Silvio  Spaventa  (4) 


(i)  Posseggo  un  numero  di  questo  prezioso  giornaletto,  nel  quale  scrisse  anche 
Salvatore  Stampacchia,  leccese,  che  nel  1848  pubblicò  in  Lecce  //  Saìeniino,  giornale 
liberale,  pel  quale  ebbe  a  soffrire  non  poche  persecuzioni.  A  Lecce,  nella  stessa  epoca 
pubblicavasi  il   Troppo  Tardi,  valoroso  giornale  liberale. 

(2)  Il  Giornale  dei  giovanetti,  cominciato  il  5  marzo  1840,  si  pubblicava  in  8  pa- 
gine ogni  IO  giorni  in-4.°  piccolo  a  2  colonne,  con  illustrazioni  litografiche  nella  prima 
e  talvolta  nell'ultima  pagina.  Il  Girelli  del  Poliorama  ne  era  editore,  del  quale  il  com- 
pilatore Malpica  diceva  nella  prefazione:  «  Egli  è  animato  da  quel  calore  che  sempre 
lo  investe  peV  tutto  ciò  che  tende  al  progresso  degl'ingegni....  Nel  suo  stabilimento  vi 
ha  un  giornale  artistico,  letterario,  industriale  ;  v'  ha  un  foglio  pittoresco,  un  altro  per 
la  moda,  v'han  torchi  da  stampa,  torchi  litografici,  disegnatori  e  scrittori....  »  Del 
Giornale  dei  giovinetti  possiedo  i  volumi  i,  2,  3,  4,  5.  00 

(3)  Usciva  in  8  pagine  a  2  colonne  con  figurini.  Ho  tutti  i  numeri  dal  i."  al  25. 

(4)  Vedi  l'articolo  //  Giornalismo  napoletano  dopo  il  //  maggio  1848. 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana  —  7. 


08  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


e  a  cui  collaboravano  i  più  ardenti  patriotti  napoletani;  la  Costitu:(ione^ 
fondata  da  Raffaele  Mezzanotte  e  diretta  da  Francesco  Lattari,  che  por- 
tava per  motto:  Unità,  Libertà,  hidipcndenia ;  il  Tempo  organo  del  partito 
regionalista  (i);  il  Mondo  Vecchio  e  Mondo  Nuovo,  in  cui  Petruccelli 
della  Gattina  sfoggiava  il  suo  tagliente  ingegno;  grandissima  influenza 
ebbe  pure  in  quei  giorni  V Arlecchino,  foglio  umoristico  con  caricature, 
che  rimase  celebre  per  la  sua  mordacità  e  al  quale  collaboravano  Achille 
De  Lauzieres,  proprietario  e  direttore,  Michelangiolo  Tancredi,  Orgitano, 
Felice  Niccolini  ed  altri  (2);  la  Libertà,  di  cui  era  principale  redattore 
Antonio  Scialoja;  V  Indipendente,  che  soppresso  al  cominciare  della  rea- 
zione, risorse  sotto  il  nome  d  Indipendenza;  il  Lampo,  che  era  un  sem- 
plice bollettino  di  notizie  (3);  e  il  Tuono,  che  malgrado  la  meno  rigorosa 
censura  veniva  a  ogni  tratto  soppresso,  e  ad  ogni  volta  risorgeva  inti- 
tolandosi successivamente:  /  tuoni.  Che  tuoni!  Oh!  tuoni,  ecc. 

Nel  marzo  del  1848  nacque  anche  //  Vapore,  foglio  giornaliero,  in 
4  pagine  piccole  a  2  colonne  diretto  da  Pietro  Roussel  de'  Rossi  (4). 

Nelle  Provincie,  il  movimento  giornalistico  era  quasi  nullo,  e  m.e- 
rita  solo  qualche  menzione  Vitaliano  delle  Calabrie,  fondato  a  Cosenza 
nel  giugno  del  1848,  allo  scoppiare  dell'insurrezione  calabrese,  e  redatto 
da  Biagio  Miraglia. 

Ma  man  mano  che  il  governo  si  fortificò,  la  stampa  andò  depe- 
rendo. La  reazione  prendeva  il  sopravvento  :  un  decreto  del  27  marzo  1849 
modificò  nuovam.ente  la  legge  sulla  stampa;  si  aumentarono  le  precau- 
zioni, i  rigori,  e  a  ciò  il  governo  fu  spinto  per  gli  attacchi  violenti  del 
citato  Indipendente.  Il  giornale  ufiìciale  a  questo  proposito  stampava: 
«  Che  intorno  agli  atti  governativi  le  opinioni  possano  liberamente  ma- 
nifestarsi per  mezzo  della  stampa  periodica  con  iscopo  di  vera  comune 
utilità,  è  facoltà  incontrastabile  conceduta  ad  ogni  cittadino  dello  stato. 
Ma  valersi  di  questo  mezzo  di  manifestazione  del  pensiero  per  ispacciare 
fatti  immaginari  o  travisati,  0  per  tacerne  o  negarne  affatto  altri  tutti 
positivi  con  lo  scopo  evidente  di  contrariare  il  governo  e  renderlo  odioso 


(i)  Il  Tempo  ebbe  a  redattori  il  Troja,  il  Baldacchini,  il  Bonghi,  il  Caracciolo  e 
il  Gatti.  Al  Tempo  spetta  l'iniziativa  d'aver  reclamato  la  cooperazione  delle  truppe 
napoletane  alia  guerra  d' indipendenza,  e  all'aprirsi  della  prima  assemblea  legislativa 
la  istituzione  di  un  potere  costituente  che  agisse  d'accordo  col  Re.  Questo  giornale 
ebbe  una  parte  grandissima  alla  formazione  del  ministero  Troja;  ma  dopo  il  colpo  di 
stato  del  15  maggio  1848,  passò  agli  stipendi  del  governo  e  mutata  redazione  conti- 
nuò finche  al  governo  parve  necessario  avere  un  organo  proprio. 

(2)  Vedi  oltre  l'articolo  1'  «  Arlecchino  »  di  Napoli  nel  1848. 

(3)  Vedi  oltre  l'articolo  «  Il  Lampo  »  di  Napoli. 

(4)  Questo  giornale  usciva  ogni  giorno  a  23  ore  e  costava  un  grano  a  numero. 
Due  delle  sue  pagine  erano  occupate  dall'appendice  l'Ebreo  Errante  di  Sue.  Nel  n.  41 
di  questo  giornale,  che  conservo,  c'è  questa  data  di  cronaca:  «  Leggiamo  quasi  ogni 
sera  nel  Giornale  Costituzionale  i  versamenti  che  del  contributo  fondiario  fanno  antici- 
patamente i  proprietari  anche  stranieri  stabiliti  qui,  nelle  mani  dei  percettori,  e  con 
ammirevole  soddisfazione  abbiam  inteso  che  il  Capo  di  Ripartimento  D.  Luigi  Settem- 
brini abbia  ceduto  in  prò  delle  Finanze  un  terzo  del  suo  soldo.  Ora  vedete  come  can- 
gian  le  cose!  In  quei  giorni  ne'  quali  si  sentiva  che  in  Roma,  ed  in  altre  parti  d'Italia 
piovevan  danari  da  ogni  banda,  qui  in  Napoli  piovevan  sassate,  ed  ora  che  in  Italia 
cadono  nugoli  di  palle,  in  Napoli  si  comincia  a  vedere  la  pioggia  delle  monete.  » 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  00 

e  d'ingenerare  ed  alimentare  k  pubblica  scontentezza,  è  un  attentare  ai 
santi  diritti  della  verità,  anteriori  ad  ogni  altro,  è  un  ingannare  il  paese 
sui  suoi  reali  interessi,  è  un  dare  sfogo  a  private  passioni  per  ispirarne 
alle  moltitudini  delle  perniciose  e  sovversive.  »  E  lo  stesso  giornale  ri- 
peteva spesso  con  ipocrisia:  «  Non  si  stanca  Ferdinando  di  essere  cle- 
mente; ma  si  stancheranno  essi  gl'ingrati  di  essere  ingrati?  » 

Gli  scrittori  più  compromessi  presero  allora  la  via  dell'esilio,  sep- 
pure non  erano  già  nelle  carceri  dello  stato  e  rimase  soltanto  il  giornale 
governativo,  al  quale  fu  tolto  l'epiteto  di  costituzionale  che  gli  era  stato 
appiccicato  per  la  seconda  volta. 

Dal  1845  al  1855  si  ebbe  ancora  un  profondo  silenzio  (i)  che  co- 
minciarono poi  ad  interrompere  il  Trtifaldino,  la  Rondinella  (1855),  il 
Diorama,  il  Tornese  (2),  il  Paiamo  di  Cristallo  (1856),  il  Nomade  (1857), 
a  cui  collaboravano  Carlo  De  Cesare,  Giuseppe  Lazzaro  e  Luigi  Indelli, 
V  Epoca  (1858),  il  Campanello  (1859).  Poco  prima  dei  rivolgimenti  del  '60, 
durante  il  breve  periodo  costituzionale  di  Francesco  II,  comparve  1'  Opi- 
nione Nazionale,  insieme  alla  Nuova  Italia  di  Pasquale  De  Virgilii,  e  alla 
Patria  di  B.  Miraglia  e  Francesco  Lattari. 

Proclamata  la  dittatura,  la  stampa  politica  si  fece  più  attiva  ed  entrò 
arditamente  nel  nuovo  campo  d'azione  che  i  nuovi  avvenimenti  le  schiu- 
devano (3).  Sorsero  cosi  il  Pungolo  fondato  da  Leone  Fortis  e  diretto 
da  Jacopo  Comin;  il  Nazionale,  che  fondato  da  Bonghi  per  ordine  di 
Cavour,  trasportossi  poi  a  Torino;'  la  Patria  diretta  prima  dal  Bianchi- 
Giovini,  poi  da  Paulo  Fambri,  rimasta  per  molti  anni  l'organo  del  par- 
tito moderato;  il  Popolo  d'Italia,  organo  dei  repubblicani,  fondato  da 
Filippo  De  Boni  e  diretto  da  Giorgio  Asproni  (4),  il  Roma  fondato  da  Pie- 
tro Sterbini,  diretto  prima  da  Diodato  Lioy,  poi  da  Giuseppe  Lazzaro; 
VJtalia,  diretta  da  Luigi  Settembrini,  poi  da  Francesco  De  Sanctis;  l'Azione 
giornale    mazziniano   di   Giovanni    Matina  (5),  e  moltissimi   giornaletti 


(i)  Per  farsi  un  concetto  del  regime  a  cui  era  ridotta  la  stampa  in  questo  triste 
periodo,  basrerà  dire  che  perfino  la  Civiltà  Cattolica,  rivista  mensile  religiosa,  dovette 
abbandonare  Napoli  e  trasferirsi  a  Roma! 

(2)  Il  Tornese,  giornale  universale,  politico,  scientifico,  letterario,  artistico,  bernesco, 
era  nato  ai  primi  del  1856;  usciva  ogni  giorno  in-8.°  a  due  colonne  e  costava  un 
tornese  a  numero.  Vi  scrivevano  T.  RutTa,  R.  Pettinati,  P.  Distretto,  Luigi  Cassitto, 
Alberto  Grimaldi,  ecc.  L'ufficio  era  al  vico  S.  Niccolò  alla  Carità  14.  Nella  mia  col- 
lezione ho  un  volume  del  Tornese,  dal  n.  73  al  163. 

Nel  1850  nacque  a  Napoli  l'Ordine  giornale  politico  letterario  quotidiano,  stam- 
pato su  carta  cilestre. 

(3)  Dal  20  luglio  1860,  cioè  prima  dell'entrata  di  Garibaldi,  fino  agli  ultimi  mesi 
dell'anno,  si  pubblicò  a  Napoli  un  giornaletto  intitolato  appunto  II  Garibaldi,  in  4  pa- 
gine in-4.''  a  2  colonne,  su  carta  celeste,  che  fu  l'organo  quasi  ufficiale  del  governo 
provvisorio.  Ne  ho  i  primi  16  numeri. 

(4)  Il  Popolo  d'Italia  fu  fondato  nel  gennaio  1860;  usciva  ogni  giorno  in  4  pa- 
gine a  4  colonne.  Aveva  il  suo  ufficio  alla  strada  Sette  Dolori  37,  2.°  p." 

(5)  L'Anione,  giornale  quotidiano,  fu  fondato  dopo  Aspromonte.  Lo  dirigeva  di 
nome  il  deputato  radicale  Giovanni  Matina,  in  fatto  era  compilato  dal  prof.  Luigi  Ti- 
nelli, allora  poco  più  che  ventenne,  che  usciva  dalla  redazione  del  Popolo  d' Italia,  ed 
ora  è  preside  del  liceo  di  Teramo.  Neìì'Aiione  scriveva  d'ordinario  Domenico  Mauro, 
patriotta  e  poeta  calabrese,  capo  col  Ricciardi  della  famosa  resistenza  di  Campotenese, 
uno  degli  esuli  più  illustri  del  dodicennio;  i  suoi  articoli  stupendi  per  la  forma,  alti 


100  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODIC.i   ITALLANA. 


umoristici  come  il  Diavoletto,  il  Tuono,  la  Torre  di  Babele,  il  Nuovo  Ar- 
lecchino, l'Arca  di  Noe,  ecc.  (i). 

Ma  in  sostanza  nessun  giornale  di  qualche  seria  importanza  potè 
mai  mantenersi  a  Napoli  prima  del  1870,  dove,  dopo  la  guerra  der59 
eransi  formate  due  correnti  nell'opinione  pubblica  e  nella  stampa  quo- 
tidiana. I  liberali,  che  senza  abbandonare  le  idee  costituzionali  desidera- 
vano il  mantenimento  della  indipendenza  napoletana  avevano  scelto  per 
loro  organo  principale  Y  Italia  citata,  mentre  a  propugnare  le  idee  del 
partito  unitario  c'era  il  Na:{ionale,  che  cessò  le  pubblicazioni  non  appena 
colla  soppressione  del  vice-reame  furono  annientate  le  ultime  traccie  di 
un'autonomia  napoletana.  Tutti  i  giornali  citati  e  molti  altri  ancora  eb- 
bero una  vita  efimera  ;  soltanto  pochi  rimasero  in  piedi  :  il  Pungolo  che 
fu  sempre  l'organo  di  un'opposizione  mal  definita  e  tira  ora  12,000  co- 
pie; il  Roma,  in  origine  organo  di  estrema  sinistra,  che  tira  6000  copie; 
il  Piccolo,  fondato  da  Rocco  De  Zerbi,  che  lo  abbandonò  un  paio  d'anni 
fa  e  che  tira  circa  5000  copie 

In  quanto  ai  giornali  surti  qua  e  là  nelle  provincie  napoletane,  non 
ve  n'era  che  qualcuno  che  avesse  raggiunto  un  po'  d' importanza. 

X 

Diciamo  ora  qualche  cosa  del  giornalismo  siciliano. 

In  Sicilia  non  si  ebbe  vivace  movimento  giornaUstico  se  non  nel 
periodo  1848-49.  Prima  d'allora  non  eransi  visti  che  pallidi  tentativi  di 
giornalismo  politico,  e  una  stampa  che  doveva  limitarsi  a  far  della  po- 
litica solamente  per  analogia  storica,  applicando  ad  uno  oi  altro  periodo 


e  vigorosi  per  il  concetto,  erano  spesso  violenti  e  colpivano  a  sangue  il  partito  mo- 
derato. Anche  il  Nicotera,  sebbea  di  rado,  vi  collaborava.  Redattori  ordinari  del  gior- 
nale erano:  Nicola  Buano,  che  poi  fu  deputato,  e  un  tal  Colajanni,  basilisco;  straor- 
dinari Enrico  e  Camillo  Fazio,  Gaetano  Cherubini,  Pasquale  Bàrbera  e  altri.  11  gior- 
nale visse  poco  meno  di  un  anno.  In  quel  tempo  le  idee  radicali  non  attecchivano 
in  Napoli;  il  giornale  più  diffuso  era  il  Pungoìo,  che  allora  era  più  moderato  che  pro- 
gressista. L'Aiione  fu  pubblicata  quasi  a  tutta  perdita. 

(i)  Nell'agosto  del  1864  a  Napoli  doveva  avvenire  uno  scontro  alla  sciabola  fra 
il  deputato  Alfieri  d'Evandro  e  il  signor  F.  Alessandroni,  direttore  proprietario  del- 
l'.^n:a  di  Noè.  Ma  sul  punto  che  i  due  avversari  avevano  imbrandite  le  armi  per  bat- 
tersi, l'Alessandronl,  preso  da  panico,  scappò,  fra  l'ilarità  degli  altri  convenuti.  (Do- 
vere, 27,  II.) 

Ecco  una  lista,  sebbene  non  completa,  di  giornali  napoletani  comparsi  in  questo 
periodo  e  di  cui  ho  rintracciato  qualche  esemplare  nella  mia  collezione:  1861:  U  Ple- 
biscito, quotidiano;  L'Indipendente,  quotidiano,  diretto  da  Dumas  (vedi  oltre  Alessandro 
Dumas  giornalista  a  Napoli);  La  Pietra  Infernale,  diretta  da  Giovanni  Gervasi;  1862:  il 
Corriere  d'Italia,  quotidiano,  di  Antonio  D'Alessandro;  l'Epoca,  trisettimanale;  l'Eco 
di  Napoli,  religioso,  trisettimanale;  la  Sentinella,  trisettimanale;  la  Gaietta  di  Napoli, 
quotidiana,  in  6  pagine  piccolissime  :  Napoli  e  Torino,  trisettimanale  religioso  ;  //  Cat- 
tolico, trisettimanale;  Il  Monitore,  giornale  che  fa  piangere  e  fa  ridere,  trisettimanale;  // 
Difensore  Cattolico,  trisettimanale;  La  Stampa  Napolitana,  trisettimanale  cattolico  (so- 
spese le  puiblica^ioni  il  ji  gennaio  iSój);  l'Avvenire,  quotidiano,  di  Antonio  Turchia- 
rulo;  l'Osservatore  Napolitano,  trisettimanale  cattolico,  di  Armand  Dubarr}^;  1863:  La 
Libertà  italiana,  quotidiano,  di  Luigi  Indelh;  L'Italia,  organo  dell'Associazione  Uni- 
taria costituzionale;  Il  Conciliatore,  quotidiano,  di  Ercole  Giordano;  La  Pagnotta,  umo- 
ristico; La  Bilancia,  cattolico,  e  poi  il  Corriere  del  Mattino,  la  Libertà  Cattolica,  Lo 
Trovatore,  in  dialetto,  la  Nuova  Roma,  ecc.  ecc. 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  101 

antico,  quelle  considerazioni  che  gli  scrittori  avrebbero  voluto  fare  sulle 
cose  e  gli  uomini  del  giorno. 

Citerò  il  Periodico  (1811-15)  e  il  Giornale  dei  dibattimenti,  poi,  dopo 
il  1857,  rocchio,  di  Parlatore,  V Oreteo,  di  Francesco  Crispi,  il  Giornale 
di  scienie,  lettere  ed  arti  di  Mortillaro,  l' Effemeride  Siciliana  di  Malvica  e 
Pignatelli,  il  Giornale  di  Statistica  di  Francesco  Ferrara  (1834-40)  (i),  la 
Ruota  di  Benedetto  Castiglia,  il  Contemporaneo  e  il  Peloritano  di  Messina. 

Costretti  come  dissi,  a  far  della  politica  di  due  secoli  addietro,  o 
a  non  lasciare  il  campo  letterario  e  scientifico,  questi  giornali  coglievano 
però  ogni  occasione  per  esprimere  i  sentimenti  e  le  vaghe  aspirazioni 
che  cominciavano  a  farsi  strada  nell'animo  dei  patriotti.  Gli  è  cosi  che 
quando  si  prese  a  discutere  intorno  alla  convenienza  di  conservare  o 
abolire  la  doppia  dogana,  la  quistione  prese  subito  aspetto  politico.  E 
questo  momento  psicologico  del  giornalismo  siciliano  è  tanto  più  inte- 
ressante, inquantochè  fu  allora  che  cominciò  a  rivelarsi  il  partito  italiano 
unionista,  che  voleva  la  dogana  unica  per  tutto  il  regno  delle  Due  Si- 
cilie, mentre  il  partito  autonomista  voleva  la  doppia  dogana  per  Napoli 
e  per  Sicilia.  Cosa  curiosa  :  al  partito  unionista  appartenevano  allora  que- 
gli stessi  uomini  che  poi  furono  i  più  ardenti  e  pertinaci  campioni  del- 
l'autonomia siciliana. 

Venuto  il  1848,  in  ogni  centro  dell'isola  sorsero  giornali,  e  la  stampa 
ebbe  allora  un  periodo  di  attività  che  non  raggiunse  mai  più.  Primo 
fra  tutti  fu  il  Precursore,  organo  del  Comitato  di  difesa,  fondato  in  Pa- 
lermo da  Crispi,  in  mezzo  alle  barricate,  e  scritto  col  fucile  in  spalla. 
Sempre  a  Palermo,  si  ebbero  poi,  la  Indipendenza  e  la  Lega,  che  era 
diretta  da  Francesco  Ferrara  e  rappresentava  le  idee  del  partito  più  mode- 
rato; la  Democrazia  italiana  di  Giuseppe  La  Farina;  il  Cittadino;  la  Falce 
di  Beltrani;  la  Luce  di  Cordova;  la  Costanza  di  Crispi,  Raffaele  e  De 
Pasquali,  ecc.  ecc.  (2). 

Come  negli  altri  paesi  d' Italia,  la  restaurazione  fece  strage  di  tutti 
questi  giornah,  e  rimasero  in  vita  soltanto.  Cerere,  giornale  ufficiale  di 
Sicilia  —  che  mutato  governo  divenne  poi  l'attuale  Giornale  di  Sicilia  — 
e  V Armonia,  giornale  di  sfegatata  reazione. 

L'eroica  spedizione  di  Marsala  venne  a  mutare  questo  stato  di  cose 
e  fece  risorgere  per  opera  dello  stesso  Crispi,  quel  Precursore  che  nel  '48 
era  stato  il  primo  giornale  di  rivolta,  ed  ora  doveva,  non  più  preannun- 
ciare tempi  nuovi  e  nuove  vicende,  ma  constatare  il  feUce  avverarsi  di 
tanti  sospirati  desideri.  Il  Precursore  fu  per  lungo  tempo  il  foglio  più 
diffuso  dell'isola,  più  diffuso  che  non  fosse  il  Corriere  Siciliano  fondato 
a  sostenere  il  governo  del  partito  liberale  moderato.  Ma  fra  i  giornali 
palermitani,  più  popolare  di  tutti  era  V Amico  del  popolo  che  apparteneva 
all'opposizione  moderata  e  che  tuttora  si  pubbhca. 


(i)  Emeiico  Amari,  palermitano,  giovanissimo  collaborava  già  nel  Giornale  di  Sta' 
tistica;  esule  in  Piemonte  nel  1849  dettò  col  Ferrara  il  periodico  La  Croce  di  Savoja. 

(2)  Giacinto  Carini,  palermitano,  fallita  l' insurrezione  siciliana  del  '48,  esulò  a  Pa- 
rigi, ove  con  Ferrari  ed  altri  connazionali  fondò  un  giornale  con  Io  scopo  di  proteg- 
gere gl'interessi  industriali  e  commerciali  degl'italiani;  ir  giornale  intitolossi  prima 
Revut  francO'italienne,  poi  Courrier  franco-italien. 


102  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

In  quanto  alla  stampa  di  Messina  essa  presentava  in  generale  un 
carattere  di  maggiore  benevolenza  verso  il  governo,  che  non  avesse  la 
stampa  palermitana. 

Nel  1868  a  Palermo  si  pubblicavano  27  giornali. 

In  tutta  la  Sicilia  nel  1870  si  pubblicavano  79  giornali  e  riviste 
periodiche. 

La  sola  Palermo  ne  contava  31,  e  solo  essa  ne  aveva  di  scienze, 
lettere  ed  arti.  Vi  erano  le  Nuove  effemeridi  siciliane  e  la  Rivista  Sicilia, 
quest'ultima,  la  prima  rivista  di  scienze,  lettere  ed  arti,  nata  nel  1869 
a  fascicoli  mensili  di  90  pagine;  il  Giornale  del  Consiglio  di  perfe:(iona- 
w^w/o  si  occupava  di  scienze  naturali  ed  economiche;  la  Ga:(:ietta  medica, 
la  Galletta  clinica,  l'Osservatore  medico,  il  Pisani,  gli  Annali  della  medicina 
omeopatica  per  la  Sicilia,  di  scienze  mediche;  gli  Annali  di  costruzioni  di 
scienze  esatte;  gli  Annali  di  Agricoltura  Siciliana;  gli  Atti  della  Società 
di  acclima:^ione ;  il  Giornale  ed  Atti  della  Commissione  di  agricoltura  e  pa- 
stori:(ia  per  la  Sicilia,  di  scienza,  industria  ed  interesse  agricolo;  il  Circolo 
Giuridico,  di  scienze  legali,  ch'esce  tuttora;  V Evemero,  di  filosofia  ra- 
zionalista; il  Vittorino  da  Feltre,  V  Istruzione  ed  Educazione,  la  Rivista 
italiana  d'istruzione  pubbhca;  l'Arte,  il  Diogene,  la.  Gazzetta  artistica,  la 
Rivista  drammatica,  di  arte  specialmente  drammatica  e  musicale;  il  Gior- 
nale della  Camera  di  Commercio  e  il  Commercio  di  Sicilia,  quest'ultimo 
ancora  esistente;  il  Giornale  di  Sicilia,  il  Precursore,  l'Amico  del  popolo 
che  escono  sempre  e  la  Regione,  la  Gazzetta  di  Palermo,  V  Emancipazione, 
la  Luce  e  l'Umanitario,  tutti  di  cose  politiche. 

Tra  le  principali  città  di  provincia,  Messina  ne  contava  12:  l'Epoca, 
il  Corriere  messinese,  l'Operaio,  il  Barbiere,  Don  Marcio,  Fede  e  Ragione,  il 
Normanno,  il  Ficcanaso,  la  Gazzetta  di  Messina,  creata  nel  1863,  l'Aquila 
latina  fondata  nel  1861,  Politica  e  Commercio  nel  1857,  tutti  politici  e 
tutti  morti,  meno  i  tre  ultimi,  e  la   Temi  Zanclea  di  materie  legali. 

Catania  aveva  lo  Studente,  periodico  di  pubblica  istruzione  e  il  Mo- 
nitore uella  Provincia,  la  Sveglia,  la  Redenzione,  'l'Apostolato,  la  Gazz^t^^ 
di  Catania,  Fede  ed  Avvenire  e  Don  Pancrazio,  tutti  politici. 

Siracusa  aveva  l'Avvisatore  Siracusano,  il  Popolano,  la  Cronaca,  la 
Gazz^ti'^  di  Siracusa,  la  Camera  di  Commercio,  cessati. 

Trapani  aveva  V  Imparziale  ed  Esopo. 

Girgenti  il  Giornale  della  Provincia  e  V  Empedocle. 

Caltanissetta  il  Messaggere. 

Vari  comuni  avevano  anch'essi  il  loro  giornale,  attualmente  cessati  : 
Lentini  la  Voce  del  popolo,  il  Presagio  e  il  Patriota;  Ragusa  l'Omnibus 
e  l'Eco  dei  monti;  Noto  la  Voce  del  Sud;  Modica  il  Campailla;  Comiso  il 
Mentore  popolare;  AcivQaÌQ  il  Cittadino  ;  Ghrra  la.  Stella  polare;  Barcellona 
pozzo  di  Gotto  l'Eco  del  Longano  e  l'Operaio;  Mistreita  l'Amastratino. 
Messina,  Girgenti,  Bivona,  Caltagirone,  Noto,  Mistretta  avevano  ciascuna 
il  loro  Bollettino  del  Comizio  Agrario,  che  ora  manca  a  parecchie  di  que- 
ste città. 

Nel  1870,  c'è  da  osservare  che,  uscendo  da  Palermo  non  s'incon- 
travano che  giornali  di  commercio,  di  amministrazione  e  di  politica; 
ehe  la  più  parte  di  essi  erano  settimanali  0  quindicinali, 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  103 

Nello  Stesso  anno  da  due  mesi  erano  stati  sospesi  tre  giornali  cat- 
tolici: VApe  Ibka  di  Palermo  (i),  la  Parola  Cattolica  di  Messina  e  la 
Tromba  Nisseria  di  Caltanissetta. 

X 

Anche  la  Lombardia  e  la  Venezia,  subito  dopo  la  vittoria  del  po- 
polo sugli  austriaci  e  la  liberazione  del  1848  videro  sorgere  un  gran 
numero  di  giornali  di  tutti  i  colori  politici.  L'organo  del  governo  prov- 
visorio di  Milano  e  nel  tempo  stesso  del  partito  moderato  lombardo, 
era  //  22  Mar^o,  in  4  pagine  a  4  colonne,  grande,  nel  suo  formato, 
come  le  speranze  lombarde  e  come  esse  mal  determinato  ne'  suoi  scopi 
ed  incerto  nelle  sue  mosse,  fondato  e  diretto  dal  Broglio  e  dal  Tenca 
e  che  cessò  le  pubblicazioni  al  ritorno  degli  austriaci.  Contemporanea- 
mente Romolo  GrifEni  e  Pietro  Maestri  pubblicavano  la  Voce  del  popolo^ 
anch'essa  abbastanza  diffusa  e  relativamente  moderata,  sebbene  non  sem- 
pre andasse  d'accordo  col  governo  provvisorio.  Nel  maggio  1848  era 
pure  apparsa  a  Milano  V  Italia  del  popolo,  organo  di  Mazzini,  redatta  in 
principio  dal  Revere;  ma  entrati  gh  austriaci  a  Milano,  il  giornale  fu 
trasportato  a  Roma,  dove  venne  soppresso  nel  marzo  1849.  Nello  stesso 
tempo  una  folla  di  giornaletti  da  teatrali  s'erano  trasformati  in  politici, 
come  V  Operaio,  foglio  di  colore  quasi  socialista,  compilato  da  Enrico 
Cernuschi,  Pietro  Perego  e  Lavelli  (2);  anche  i  giornah  umoristici  pro- 
speravano: allora  cominciò  a  farsi  nome  il  briosissimo  Caccianiga  di 
Treviso  con  lo  Spirilo  Folletto,  modellato  sullo  Charivari  parigino  di  quei 
tempi. 

Con  l'entrata  degli  austriaci  a  Milano,  rimasero  in  piedi  soltanto 
pochi  giornali,  la  Ga:(^etta  di  Milano,  foglio  ufficiale  (3),  il  Pirata,  gior- 
nale artistico  letterario  (4),  il  Cosmorama  Pittorico  parimenti  letterario 
e  artistico  (5)  e  qualche  altro. 

La  Bilancia,  organo  di  feroce  reazione,  vi  ebbe  breve  esistenza.  Per 


(i)  Era  stata  fondata  nel  1868;  usciva  tutti  i  giorni  in  4  pagine  a  4  colonne,  con 
la  tiara  e  le  chiavi  apostoliche  e  tre  lettere  di  Pio  IX  nella  testata!  Ho  il  n.  200 
del  1870. 

(2)  Cernuschi,  oggi  speculatore  milionario  a  Parigi,  in  quel  tempo  fu  l'anima 
delle  barricate  di  Milano;  fu  due  volte  imprigionato,  dal  governo  provvisorio  di  Mi- 
lano, perchè  svelava  nel  suo  giornale  le  mene  dei  fusionisti,  e  nel  '49  a  Roma  dai 
francesi  per  l'accusa  di  avere  eccitato  il  popolo  ad  insorgere  contro  di  essi  nel  loro 
ingresso  a  Roma.  Il  Perego,  dopo  breve  soggiorno  a  Torino,  diventò  giornalista  a  sti- 
pendio della  polizia  austriaca  a  Verona,  dove  mori,  a  quanto  corse  voce,  di  veleno 
propinatogli  da  mano  clericale.  Lavelli,  ignoto  affatto,  mori  esule  ed  ancora  giovane 
in  uno  spedale  di  pazzi  a  Londra. 

(3)  Usciva  da  parecchi  anni  in  4  pagine  a  3  colonne  con  l'aquila  bicipede  nella 
testata.  Ne  ho  due  numeri:  uno  del  1842,  con  un  supplemento  letterario;  allora  il 
titolo  era  Gaietta  privilegiata  di  Milano;  ed  un  altro  del  1849. 

(4)  Era  nato  nel  1856;  si  pubblicava  il  martedì  e  venerdì  in  4  pagine  a  3  co- 
lonne; ne  era  estensore  proprietario  F.  Regli.  Ne  ho  un  numero  del  2  giugno  1840. 

(5)  Era  stato  fondato  nel  1835;  usciva  in  8  pagine  in-4  °  a  due  colonne.  Ne  con- 
servo un  numero  del  1845. 

Verso  la  stessa  epoca,  cioè  nel  1833,  era  nato  anche  il  Figaro,  giornale  di  lette- 
ratura, belle  arti,  critica  e  teatri,  compilato  da  G.  Battaglia  ed  O.  Arrivabene.  Usciva 
in  4  pagine  a  3  colonne.  Ho  il  n.  x.°,  anno  V,  del  4  gennaio  1837. 


104  GUIDA   DELLA   STAilPA   PERIODICA   ITALIANA. 


contro,  nato  nel  1852,  seppe  mantenersi  in  vita  sino  alla  seconda  riscossa 
degl'italiani  nel  1859  il  Crepuscolo,  professante  principi  italianissimi,  in- 
stillati e  proclamati  in  una  forma  alquanto  nebulosa  e  con  un  frasario  di 
difficile  intelligenza  affine  di  sfuggire  allo  spegnitoio  ed  alle  forbici  austria- 
che. Del  Crepuscolo  fu  principale  direttore  e  redattore  Carlo  Tenca,  che 
aveva  cominciato  a  scrivere,  alcuni  anni  prima,  nel  Corriere  delle  dame  (i). 
Accanto  al  Crepuscolo  sorsero  giornaletti  minori,  di  poco  conto,  come 
il  Caffè  del  De  Castro  e  il  Fug^iloiio  del  Viviani,  ed  altri,  assai  più  utili 
alla  causa  nazionale,  come  il  Quel  che  si  vede  e  quel  che  non  si  vede  del 
Fortis,  e  il  Pungolo  illustralo  pure  del  Fortis,  1'  Uomo  di  Pietra  (2), 
giornaletti,  quest'ultimi,  che  qualche  cosa  dicevano  dì  quel  che  era  nel- 
l'animo di  tutti.  Ma  quella  non  era  e  non  poteva  essere  vita:  era  mal 
represso  desiderio  di  vita,  null'altro. 

A  Venezia,  nel  1848,  oltre  la  Gaietta  veneta  (3),  organo  di  Da- 
niele Manin,  diretta  sempre  dal  Locatelli,  videro  la  luce  V  Indipendente, 
V  Unione  e  lo  spiritoso  giornale  satirico  Sior  Antonio  Rioba,  fondato  da 
Francesco  Berlan  (4). 

Nello  stesso  anno  nasceva  per  opera  di  Pacifico  Valussi,  un  onesto 
e  coraggioso  pubblicista,  il  giornaletto  Fatti  e  Parole  (5),  un  bell'esem- 
pio di  cronaca  popolare  che  concorse  a  sostenere  lo  spirito  dell'eroica 
popolazione  veneziana  durante  l'assedio  del  1848-49;  nasceva  pure  l'Av- 
visatore mercantile,  foglio  ufficiale  della  Camera  di  Commercio,  vissuto 
oltre  20  anni,  sotto  la  direzione  di  Tommaso  Locatelli  (6). 

Ma  dopo  il  1848-49,  come  negli  altri  stati,  anche  a  Venezia  non 
rimasero  in  vita  se  non  gli  organi  ufficiali  del  governo,  non  sempre 
sussidiati  da  quelU  del  clericalismo,  ed  in  ispecie  del  gesuitismo,  troppo 
ansioso  di  tirar  l'acqua  al  proprio  mulino  (7). 

Vi  furono  altri  tentativi,  ma  molto  innocui:  nel  1850  u^ci  il  Caffé, 
giornale  ebdomadario  di  scienze,  lettere  ed  arti  (8),  nel  1853  un  altro 
consimile  intitolato  /  Fiori,  ed  altri  di  poca  importanza. 

Venezia  non  ebbe  stampa  libera  e  fiorente  che  alla  sua  liberazione. 
Ed  è  strano:  mentre  Venezia  può  ritenersi  la  culla  del  giornalismo,  in 


(i)  Vedi  più  oltre  l'articolo  Cario  Tenca  e  II  Crepuscolo. 

(2)  Vedi  più  oltre  l'articolo  L'  Uomo  di  Pietra  (18 ^y),  di  Cletto  Arrighi. 

(3)  Sotto  la  dominazione  austriaca  s'intitolava  Gaietta  privilegiata  di  Venezia. 
Usciva  ogni  giorno  in  4  pagine  a  3  colonne,  con  l'aquila  bicipede  nella  testata,  con 
G.  A.  Perlini  e  T.  O.  Locatelli,  proprietari,  compilatori  ed  editori.  Di  questo  giornale 
ho  il  n.  26  del  3  febbraio  1S35.  Sotto  la  repubblica  il  diario  si  intitolò  Gaietta  di 
Venezia,  foglio  ufficiale,  col  leone  di  S.  Marco  invece  dell'aquila  austriaca.  Di  quest'epoca 
ho  il  n.  304  del  20  novembre  1848. 

(4)  Vedi  nella  provincia  di  Venezia  il  giornale  l' Ombra  del  Sior  Antonio  Rioba. 

(5)  Ho  il  n.  205  del  6  gennaio  1849.  Usciva  in  4  pagine  in-S."  a  2  colonne,  senza 
data  di  paese,  anno  e  tipografìa. 

(6)  Ho  il  n.  9  anno  XVII  del  1864  di  questo  giornale. 

(7)  Dario  Papa,  11  Giornalismo,  p.  253. 

(8)  Ho  il  2."  numero  di  questo  giornale.  In  esso  e'  è  un  articolo  in  cui  si  lagna 
delle  brutte  coudizioni  della  stampa  e  della  pessima  accoglienza  fatta  dal  pubblico. 
Conchiude  col  dire  che  nel  bel  paese  cui 

....  il  mar  circonda  e  l'Alpe 
La  vita,  degli  stenti  è  per  k  talpe, 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  105 

essa  la  stampa  vi  ebbe,  più  tardi  che  in  qualunque  altra   regione,  vita 
prospera  e  attiva. 

X 

Nei  dieci  anni  che  corsero  dalla  restaurazione  ai  moti  nazionali 
del  '59,  la  storia  del  giornalismo  politico  italiano  si  riassume  quasi  in- 
teramente nella  storia  del  giornalismo  piemontese  (i).  E  per  quanto  la 
maggior  parte  dei  fogli  pubblicati  durante  questo  periodo  in  Piemonte,  e 
specie  a  Torino,  non  abbiano  avuto  che  una  breve  esistenza,  pur  non- 
dimeno fu  il  Piemonte  il  solo  paese  d'Italia  ove  la  libera  discussione 
potè  trovare  un  asilo.  Dei  tanti  periodici  nati  nel  1848,  i  soli  che  si 
mantennero  in  vita  nel  decennio  e  che  sieno  giunti  sino  a  noi,  sono 
la  Ga:(^etta  del  popolo  e  l'Opinione  che  difendeva  allora  le  idee  moderate 
del  patriziato  lombardo.  Più  tardi  quando  essa  passò  sotto  la  direzione  del 
Dina  (2),  il  Bianchi-Giovini  fondò  1'  Unione  che  si  distinse  ben  presto 
per  la  sua  polemica  contro  il  clero.  In  quanto  alla  frazione  democratica 
dell'emigrazione  lombarba  essa  aveva  trovato  in  principio  il  suo  organo 
nel  Progresso  a  cui  collaboravano  il  Crispi  e  il  Correnti  e  più  tardi  nel 
Diritto,  fondato  dal  Robecchi,  Correnti  e  Depretis  nel  1854.  Un  altro 
giornale  di  opposizione,  la  Libertà  del  Brofferio,  combattè  per  lungo 
tempo  la  politica  del  Cavour,  il  quale  aveva  trovato  a  sua  volta  uno 
zelante  difensore  nel  Parlamento,  che  mutò  poi  nome  nel  185)  e  di- 
venne il  Piemonte  sotto  la  direzione  del  Farini  (3). 

Il  centro  condotto  dal  Rattazzi,  e  chiamato  allora  ter^o  partito,  aveva 
fondato  nel  1854  la  Croce  di  Savoja  di  Amari  e  Ferrara,  ma  che  durò 


(i)  Per  questa  parte  mi  riporto  quasi  letteralmente  al  libro  del  Piccardi. 

(2)  Vedi  oltre  l'articolo  Giacomo  Dina  e  V  Opinione. 

Bianchi-Giovini  si  ritirò  àaìV  Opinione  nel  1852,  perchè  il  comitato  che  aveva  fon- 
dato il  giornale  voleva  porre  un  freno  alle  sue  polemiche  e  ridurgli  lo  stipendio.  Nel- 
y  Opinione  era  entrato  per  opera  di  Predari  e  Broflerio  che  aveano  indotto  Durando 
direttore,  riluttante.  Da  quel  giorno  cominciò  pel  Bianchi-Giovini  la  attiva  carriera 
giornalistica,  fida  ad  una  sola  bandiera,  impavida  contro  le  minacele  e  gli  strepiti  che 
gli  andarono  incessantemente  movendo  e  clericali  e  repubblicani,  contro  cui  vibrò  sem- 
pre colpi  gagliardi  e  di  spada  e  di  stocco,  i  quali,  purtroppo  talvolta  andando  oltre 
ai  segno,  furono  ritorti  contro  di  esso.  Nel  1849  eletto  deputato,  dal  giornale  II  Po- 
polo Sovrano  fu  accusato  di  furto;  il  deputato  savojardo  Ginet  fece  un'interpellanza;  la 
Camera  passò  all'ordine  del  giorno.  Bianchi-Giovini  scrisse  una  lettera  al  Presidente 
della  Camera,  dichiarando  che  per  delicatezza  non  sarebbe  più  intervenuto  alle  sedute. 
Notevole  la  sua  viva  polemica  con  Brofferio,  della  quale  dovette  occuparsi  la  giustizia. 
Più  volte  incorse  nel  fisco  per  critiche  religiose  da  lui  pubblicate.  Causa  due  condanne, 
le  cui  sentenze  furono  pubblicate  nell'Optmowe  del  26  dicembre  1850  e  20  agosto  i85i,fu 
chiuso  nella  cittadella  di  Torino. 

Nel  1853  fondò  1'  Unione,  che  attraverso  infinite  peripezie,  compilò  sin  verso  la 
metà  del  1861.  Per  ragioni  di  salute  si  recò  a  Milano;  voleva  continuare  V  Unione  ma 
l'impresa  falli;  recossi  a  Napoli  con  l'intera  famiglia  facendo  gravi  sacrifici,  e  quando 
già  il  senno  cominciava  a  vacillargli  per  un  colpo  apopletico  ;  a  Napoli  prese  a  diri- 
gere la  Patria,  ma  il  giornale  non  potè  giovarsi  dell'opera  sua.  Morì  il  16  maggio  1862. 
Vittorio  Emanuele  assegnò  dalla  sua  cassetta  privata  2000  lire  annue  alla  vedova  e  la 
Ga:(^eUa  del  popolo  di  Torino  raccolse  sottoscrizioni. 

(3)  Il  Piemonte,  di  cui  ho  un  numero  del  1869,  usciva  ogni  giorno  io  4  pagine 
a  3  colonne;  il  suo  ufficio  era  in  Borgo  Nuovo  via  S.  Lazzaro  4. 


106  GtJIDA   DELLA   STAMPA.    PERIODICA   ITALIANA. 

poco  tempo.  Alla  stessa  frazione  apparteneva  il  Ciltadino  di  Asti  di  cui 
Gatti  era  redattore. 

Il  partito  mazziniano,  che  dal  1848  al  1851  erasi  contentato  di 
pubblicare  a  Londra  una  semplice  rivista  sotto  il  titolo  favorito  à!  Italia 
del  popolo,  credendo  giunto  il  momento  opportuno  di  continuare  la  sua 
propaganda  per  mezzo  di  un  giornale  quotidiano  che  uscisse  in  Italia 
sotto  la  protezione  del  Piemonte,  fondò  a  Genova  nel  1852  V  Italia  e 
popolo,  giornale  repubblicano  che  cessò  le  sue  pubblicazioni  nel  1857; 
ma  2i\V Italia  e  popolo  tennero  dietro  immediatamente  V Italia  del  popolo 
che  pubblicossi  regolarmente  a  Genova  nel  1857-58  ed  una  rivista  Pen- 
siero ed  Anione  redatta  pure  nel  senso  mazziniano.  L'organo  di  un  altro 
partito  anticostituzionale,  la  clericale  Armonia,  perdette  tutta  la  sua  im- 
portanza, quando,  dopo  la  morte  del  Birago,  don  Margotti  ebbe  fondata 
r  Unità  Cattolica,  che  dura  ancora. 

Insomma,  durante  questo  periodo  della  reazione,  non  trovasi  in 
Italia,  ove  si  eccettuino  gli  stati  di  Sardegna,  che  una  stamipa  esclusi- 
vamente officiale.  Tutte  le  iniziative  che  si  tentarono  qua  e  là  per  creare 
giornali  indipendenti  andarono  pur  troppo  fallite. 

Fortunatamente  la  rivoluzione  del  1859  doveva  aprire  nuovi  e  più 
larghi  orizzonti  alla  stampa  italiana.  Spezzate  ormai  le  barriere  che  te- 
nevano l'un  dall'altro  divisi  i  popoli  della  penisola,  estesa  a  tutto  il  gio- 
vine regno  quella  libertà  della  stampa  che  già  vigeva  in  Piemonte,  la 
trasformazione  politica  che  fu  il  resultato  di  quel  movimento  doveva 
di  necessità  provocare  la  creazione  di  un  numero  grandissimo  di  gior- 
nah.  La  stampa  di  Torino,  la  quale  più  di  ogni  altra  avea  contribuito 
a  preparare  la  rivoluzione,  era  pur  quella  che  trovavasi  nelle  migliori 
condizioni  per  secondarla  e  dirigerla.  U  Opinione  cho.  nel  1859,  perme- 
glio popolarizzare  i  principii  liberali  moderati,  aveva  abbassato  il  suo 
prezzo  da  io  a  5  centesimi,  era  giunta  a  tirare  nel  1860  fino  a  15,000 
esemplari  quotidiani.  Molto  diffuso  era  pure  in  quel  tempo  il  Diritto, 
organo  della  democrazia.  Nello  stesso  anno  e  precisamente  nel  mese  di 
gennaio,  un  gruppo  di  uomini  politici  i  quali  disapprovando  la  pohtica 
timida  del  Rattazzi  volevano  il  ritorno  di  Cavour  al  potere,  fondavano 
la  Gaietta  di  Torino  che  ebbe  il  Piacentini  ed  il  Cesana  a  principali 
collaboratori.  Nel  1859  Jacottet  e  Taylor  avevano  fondato  a  Milano 
V  Italie  Nouvelle;  ma  l'anno  dopo  la  società  si  era  disciolta  e  il  Jacottet 
aveva  trasferito  a  Torino  il  suo  giornale  a  cui  dette  il  nuovo  titolo 
à'  Italie  che  essa  porta  tuttora,  a  Roma;  la  Gaietta  del  popolo  del  Dot- 
terò col  nuovo  ordine  di  cose  avea  presa  una  posizione  importantissima; 
e  nel  1861  era  surta  La  Stampa,  che  avea  a  collaboratori  principali  Bon- 
ghi, Spaventa  e  Fambri,  creato  principalmente  per  contrabbilanciare  nel- 
l'opinione pubblica  r  influenza  piemontese  (i).  Inoltre  vedeva  la  luce  fin 
dal  gennaio  del  1855  il  decano  dei  giornali  umoristici  italiani,  il  Pa- 
squino, fondato  già  dal  Cesana  e  dal  Piacentini  ed  a  cui  il  bizzarro  in- 


(i)  La  Stampa  nacque  il  i.°  febbraio  1862,  in  formato  piccolo  che  ingrandi  no- 
tevolmente un  anno  dopo.  Usciva  ogni  sera  in  4  pagine  a  5  colonne.  Ne  era  ammi- 
nistratore Oreste  Portaluppi,  anch'esso  napoletano.  Ho  il  numero  del  26  maggio  1863. 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  107 

gegno  del  caricaturista  Teja  aveva  procacciato  fama  e  lettori  per  tutta 
Italia.  (Fedi  questo  giornale  nella  prov.  di   Torino.) 

Ma  più  tardi,  quando  per  la  convenzione  del  settembre  1864  venne 
pattuito  fra  la  Francia  e  l' Italia  il  trasporto  della  capitale,  V  Opinione,  il 
Diritto  e  ì'  Italie  non  esitarono  ad  emigrare  da  Torino.  La  Stampa,  come 
quella  che  avea  ormai  esaurito  il  suo  programma,  cessava  le  pubblica- 
zioni. Ed  i  soli  giornali  di  qualche  importanza  che  rimanessero  a  To- 
rino dopo  il  trasporto  della  capitale  a  Firenze,  furono  1'  Unità  Cattolica 
di  Don  Margotti  che  andò  sempre  più  prosperando  d'allora  in  poi,  la 
Gai:^etta  di  Torino  e  la  Ga:(^etta  del  popolo  del  Dotterò,  organo  del  par- 
tito piemontese,  la  quale  mal  sopportando  il  trasporto  della  capitale  a 
Firenze,  era  diventata  l'alleata  dell'opposizione  radicale. 

Cosi  Firenze  divenne  dal  1865  al '70,  vale  a  dire  fino  alla  presa  di 
Roma,  il  nuovo  centro  del  giornalismo  italiano.  Già  fino  dal  1859  vi  si  pub- 
blicava la  Nazione,  che  Celestino  Bianchi,  il  Galeotti  e  il  Papini  avean 
fondata  in  senso  hberale  moderato  e  che  era  allora,  com'è  oggi,  il  me- 
glio fatto  ed  il  più  autorevole  dei  giornali  toscani.  Già  esisteva,  organo 
anch'essa  del  partito  moderato,  la  Ga^^t?//a  del  popolo,  che  tale  era  il  ti- 
tolo sotto  cui  erasi  trasformata  la  Lente  fondata  nel  1852  dal  Tellini. 
Ed  insieme  a  questi  fogli  ed  a  quelli  che  eran  venuti  a  Firenze  a  ri- 
morchio della  capitale,  altri  moltissimi  ne  vennero  man  mano  sorgendo 
a  rappresentare  tutte  le  sfumature  dei  diversi  partiti.  Cosi  il  Crispi  e  il 
De  Boni  nel  1866  fondavano  con  programma  d'opposizione  la  Riforma, 
che  rimasta  soppesa  nel  1873  riprese  poi  nel  1875  le  sue  pubblicazioni 
e  le  continua  ancora,  a  Roma.  Cosi  sul  finire  del  1865,  il  Pancrazi 
fondò  la  Gaietta  d'Italia,  la  quale,  finché  la  capitale  fu  a  Firenze,  fu 
tra  i  più  diff'usi  e  ricercati  giornali  italiani.  Il  Cesma  che  aveva  lasciato 
la  redazione  della  Ga:(ietta  di  Torino  fondava  contemporaneamente  a  Fi- 
renze il  Corriere  italiano  che  ebbe  un  periodo  di  splendida  popolarità 
durante  la  guerra  del  1866,  tantocchè  giunse  a  tirare  fino  a  25,000  co- 
pie. Ed  ahri  ancora  videro  la  luce,  fino  al  Fanfulla  che  fondato  da  Ce- 
sana,  da  Piacentini  e  L)e  Renzis  nel  giugno  1870  ebbe  un  successo 
rapidissimo,  pienamente  giustificato  dalla  briosa  novità  della  forma,  la 
quale  dovea  produrre  nel  giornalismo  italiano  una  vera  rivoluzione. 

Né  minore  incremento  avea  preso  la  stampa,  dopoché  il  regno  erasi 
costituito  ad  unità,  nelle  diverse  provincie  italiane. 

A  Genova  le  idee  moderate  contavano  due  validi  sostenitori  nel- 
l'antica Gaietta  di  Genova  e  nel  coraggioso  Corriere  mercantile,  mentre 
il  Movimento,  fondato  fino  dal  1854,  combatteva  per  l'opposizione.  Ed  a 
Genova  avea  pure  stabilito  il  partito  repubblicano  il  suo  quarticr  gene- 
rale, dandovi  mano  nel  1860  a.ìV  Unità  italiana,  organo  principale  di 
Mazzini.  A  Milano,  dopo  la  caduta  del  dominio  austriaco,  la  ricca  ari- 
stocrazia lombarda  avea  fondato  la  Perseveranza  che  fu  diretta  prima 
dall'Allievi  (i)  e  poscia  dal  Bonghi,  il  quale  era  riuscito  a  farne  il  migliore 


(i)  L'Allievi,  che  in  principio  era  guidatore  di  oche,  nel  1848  fu  seguace  delle 
teorie  mazziniane  e  collaboratore  assiduo  del  Pio  IX  e  della  Voce  del  popolo  durante 
i  brevissimi  giorni  di  Ubertà  che  potè  godersi  la  Lombardia.  Poscia  collaborò  nel 
Crepuscolo  del  Teaca. 


108  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

e  il  più  autorevole  dei  giornali  italiani;  tantoché  d'allora  in  poi  la  Per- 
severanza è  stata  sempre  in  grado  di  poter  sostenere  il  confronto  coi 
primi  giornali  degli  altri  paesi  d'  Europa.  Parimente  il  Pungolo,  trasfor- 
mato in  giornale  politico,  da  letterario  ch'era  prima  del  '59,  era  diven- 
tato, setto  la  direzione  di  Leone  Fortis,  l'organo  delle  classi  medie,  ed 
avea  acquistato  in  Lombardia  grandissima  diffusione.  E  più  tardi,  nel  1866, 
la  casa  editrice  Sonzogno  avea  fondato  pare  a  Milano  il  Secolo,  che  surto 
dapprima  con  prograq;ima  moderato,  andò  poi  trasformandosi,  tantoché 
oggi  esso  è  il  principale  portavoce  del  partito  radicale  italiano. 

In  quanto  a  Venezia,  il  cambiamento  di  regime  che  fu  il  resul- 
tato della  guerra  del  1866,  avea  portato  immediatamente  la  trasforma- 
zione della  ufficiale  Gaietta  di  Vene:{ia  in  un  foglio  liberale  e  nazio- 
nale, ma  non  die  vita  ad  alcun  giornale  che  meriti  particolare  men- 
zione. 

In  quanto  poi  agli  altri  fogli  che  erano  venuti  pubblicandosi  man 
mano  nelle  antiche  provincie  dopo  l'annessione,  ben  pochi  erano  stati 
quelli  che  avevan  potuto  raggiungere  una  certa  importanza  ed  esercitare 
qualche  influenza.  Ove  si  faccia  eccezione  pel  Corriere  dell'Emilia  e  per 
la  Ga~:;ietta  delle  Romagne,  ambedue  pubblicati  a  Bologna  a  sostegno  delle 
idee  moderate,  per  il  Corriere  delle  Marche,  pel  Patriota  d'Ancona,  e  per 
l'Amico  del  popolo,  organo  del  partito  democratico  parmense,  non  v'  ha 
guari  altro  giornale  che  meriti  di  essere  citato. 

X 

L'indomani  dell'ingresso  delle  truppe  nazionali  a  Roma,  uscì,  come 
abbiamo  visto  a  pag.  ^6,  il  primo  giornale  italiano,  la  Libertà,  gazzetta 
dei  popolo,  fondata  con  programma  costituzionale  dall'Arbib,  e  che  di- 
venne in  breve  l'organo  del  partito  liberale  moderato  romano.  Quasi 
contemporaneamente,  Raffaele  Sonzogno  pubbHcava  la  Capitale  che  fu 
l'organo  del  partito  radicale.  Ma  dei  moki  giornali  italiani  che  sboccia- 
rono 1  Roma  uno  dopo  l'altro  in  quel  primo  periodo,  la  Libertà  e  la 
Capitale  furono  i  soli  che  riuscirono  a  mantenersi  ed  a  prender  piede; 
gli  altri  furono  costretti  a  cessare  dopo  un'esistenza  più  o  meno  effimera. 
In  quanto  al  partito  clericale,  esso  aveva  ancora  a  sostenitore  delle  sue 
idee  Y Osservatore  Romano  che  si  vide  sorgere  a  fianco  poco  più  tardi  la 
Foce  della  Verità^  fondata  e  diretta  da  Monsignor  Nardi  e  che  fu  d'allora 
in  poi  l'organo  del  partito  dissidente  del  Vaticano.  Con  tutto  ciò,  il  primo 
ed  il  più  autorevole  dei  giornali  clericali  italiani  è  sempre  rimasta  V  Unità 
Cattolica  di  Torino. 

L'Opinione,  il  Diritto  e  V  Italie,  che  già  avean  seguito  la  capitale 
nella  sua  trasmigrazione  da  Torino  a  Firenze,  non  tardarono  a  seguirla 
a  Roma.  E  dei  nuovi  giornali  che  erano  stati  fondati  a  Firenze  vennero 
pure  a  Roma  la  Riforma  del  Crispi  ed  il  Fanfulla,  che  sotto  la  direzione 
dell'Avanzini  avea  preso  in  breve  un  posto  autorevole  fra  i  principali 
posti  del  partito  liberale  moderato. 

Il  solo  fra  i  giornali  nati  a  Roma  prima  del  1876,  e  che  sia  riuscito 
a  conquistare  tanta  influenza  da  poter  competere  coi  principali  fogli  ita- 
liani, è  il  Popolo  romano.  Fondato  da  Leone  Fortis  e  da  Guglielmo  Canori 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  109 

nei  primi  mesi  del  1873,  esso  condusse  in  principio  una  ben  misera 
esistenza,  finché  venuto  due  anni  dopo  in  proprietà  dello  Chauvet,  questi 
riuscì  a  dargli  tale  vitalità  che  in  breve  divenne  uno  dei  più  diffusi 
giornali  romani.  In  quanto  alla  stampa  delle  provincie  essa  rimase  press'a 
poco  la  stessa  qual'era  nel  1870.  Ben  pochi  furono  i  tentativi  fatti  per 
dar  vita  a  nuovi  fogli  prima  del  1876;  e  di  questi  pochi,  pochissimi 
ebbero  buon  resultato.  Come  eccezioni,  più  che  altro,  vogliono  essere 
citati  il  Caffaro  di  Genova,  fondato  nel  1874  da  Anton  Giulio  Barrili 
con  programma  di  sinistra  temperata,  ed  il  Corriere  della  sera  di  Milano, 
pubblicato  nel  1875  da  Torelli- Viollier  con  programma  di  destra,  e  che 
fin  dal  giorno  della  sua  prima  apparizione  andò  man  mano  acquistando 
credito  sempre  maggiore,  tantoché  oggi  esso  va  fra  i  più  autorevoli  or- 
gani che  il  partito  moderato  conti  nella  Lombardia.  Frattanto  nel  Pie- 
monte, in  seguito  alla  cessazione  delle  Alpi,  organo  della  Permanente, 
era  venuta  afforzandosi  la  Ga:(^etta  piemontese  fondata  con  programma 
d'opposizione,  nel  1866:  mentre  il  Piccolo  fondato  a  Napoli  nel  1867  a 
sostegno  delle  idee  moderate  da  Rocco  De  Zerbi,  era  andato  acquistando 
una  notevole  diffusione  nelle  provincie  del  mezzogiorno,  principalmente 
in  grazia  del  vivace  spirito  polemico  del  suo  direttore. 

Un  certo  risveglio  si  produsse  però  nella  stampa  italiana  in  seguito 
alla  crisi  del  18  marzo  1876  ed  al  successivo  avvenimento  della  sinistra 
parlamentare  al  potere.  Non  solo  la  stampa  di  opposizione  prese  d'allora 
in  poi  maggior  consistenza,  ma  la  vivacità  stessa  della  lotta  che  si  im- 
pegnò dipoi  fra  i  partiti  valse  a  dare  al  giornalismo  un  certo  incremento 
che  ebbe  la  sua  manifestazione  in  una  vera  colluvie  di  periodici  nuovi, 
la  maggior  parte  dei  quali  non  ebbe  però  che  brevissima  durata.  Tut- 
tavia un  progresso  reale  si  verificò  nel  giornalismo  italiano.  Prima  del  1876, 
la  Ga:^ietta  d' Italia  che  ancora  pubMicavasi  a  Firenze,  era  forse  il  solo 
fra  i  grandi  giornali  di  provincia  che  tenesse  a  Roma  un  corrispondente 
speciale  incaricato  di  spedire  in  extenso  il  resoconto  telegrafico  delle  se- 
dute parlamentari.  La  stessa  Perseveranza  di  Milano  non  riceveva  per 
telegrafo  che  un  resoconto  sommario.  I  giornali  più  autorevoli  delle  pro- 
vincie appagavansi  di  ricevere  da  Roma  delle  corrispondenze  per  lettera, 
dove  le  notizie  parlamentari  tenevano  la  parte  principale,  e  che  venivano 
pagate  ordinariamente  non  più  di  cinque  lire  ciascuna.  Ma  con  tutto  questo 
eran  ben  pochi  i  giornali  che  potevano  permettersi  codesta  spesa.  In  una 
parola  il  servizio  telegrafico  che  ha  preso  tanta  importanza  in  questi  ul- 
timi anni,  era  allora  quasi  assolutamente  negletto  non  tanto  dai  gior- 
nali di  provincia,  quanto  dai  fogli  più  autorevoli  della  capitale.  Le  cor- 
rispondenze per  lettera  che  oggimai  van  facendosi  ogni  giorno  più  rare 
e  mostrano  sempre  più  la  loro  tendenza  a  scomparire,  erano  allora  il 
mezzo  di  informazione  comunemente  usato  nei  rapporti  fra  i  centri  delle 
Provincie  o  dell'estero  e  i  fogli  della  capitale.  Un  giornale  che  avesse 
un  corrispondente  proprio  a  Parigi,  formava  già  un'eccezione.  Rarissimi 
erano  poi  quei  periodici  che  si  curassero  di  ricevere  dall'interno  o  dal- 
l'estero maggior  copia  di  informazioni  telegrafiche,  di  quelle  fornite  loro 
quotidianamente  dall'agenzia.  Oggi  non  c'è  quasi  più  giornalucolo  di 
provincia  che  non  abbia,  a  Parlamento  aperto,  il  suo   telegramma   par- 


110  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALL^NA. 


ticolare  da  Roma,  e  che  non  riceva  almeno  una  volta  al  mese,  una  let- 
tera da  Parigi,  da  Vienna  o  da  Berlino. 

Troppo  ci  vorrebbe  a  chi  pretendesse  ricordare  tutti  i  giornali  nuovi 
che  furono  creati  dopo  il  1876  a  sostenere  i  principii  dell'opposizione 
od  a  rappresentare  le  idee  delle  diverse  frazioni  nelle  quali  la  maggio- 
ranza parlamentare  man  mano  si  divise.  Il  partito  moderato,  quantunque 
all'idomani  del  18  marzo  si  trovasse  in  condizioni  di  lotta  non  buone, 
non  pensò  affatto  a  creare  giornali  nuovi  e  si  contentò  di  sostenere  la 
battaglia  con  quelli  che  già  possedeva.  Salvo  rare  eccezioni,  tutti  i  giornali 
fondati  dopo  il  18  marzo  1876,  comparvero  con  programma  di  sinistra. 
Con  programma  di  sinistra  fu  fondato  a  Roma  da  Federico  Pugno  il 
Bersagliere,  che  divenuto  poi  organo  ufficioso  del  ministro  Nicotera,  passò 
sotto  la  direzione  di  Giuseppe  Turco  il  quale  lo  continuò  fino  al  1885. 
Con  programma  di  sinistra  il  Turco,  il  Vassallo  ed  il  Giovagnoli  fon- 
darono nel  1879  il  Capitati  Fracassa  per  dare  all'opposizione  un  giornale 
polemico  del  genere  FanfuUa,  tentativo  che  ebbe  eccellente  resultato, 
perocché  il  nuovo  giornale  riusci  immediatamente  a  consolidarsi  ed  a 
trovare  lettori  in  tutta  Italia.  Il  partito  moderato  vide  sorgere  a  Roma, 
negli  ultimi  mesi  del  1876  l'Araldo  del  iMaggiorani,  e  nei  primi  del  1877 
il  Cittadino  del  Giannelìi;  ma  questi  due  fogli  non  ebbero  lieta  for- 
tuna. 

Mancava  però  ancora  all'  Italia  un  giornale  politico  e  letterario  che 
facesse  larga  parte  alle  discussioni  elevate  di  ordine  sociale  ed  economico, 
ad  esempio  dei  periodici  ebdomadarii  inglesi;  quando  venne  in  mente 
ai  signori  Sidney  Sennino  ed  Augusto  Franchetti  di  fondare  la  Rassegna 
settimanale.  Serbare  nella  parte  politica  una  indipendente  benevolenza  verso 
il  Ministero;  mantenere  la  polemica  nel  campo  dei  principii  senza  mai 
scendere  a  personalità;  trattare  colla  massima  elevatezza  e  colla  maggior 
competenza  possibile  tutte  le  questioni  attinenti  alla  finanza,  all'ammini- 
strazione, ai  servizi  pubblici,  al  progressivo  svolgimento  economico  ed  ai 
bisogni  sociali  del  paese;  occuparsi  con  una  critica  seria  ed  iniparziale 
di  letteratura  e  di  belle  arti;  aprire  sotto  una  comune  bandiera  una  specie 
di  campo  franco  a  tutti  gli  scrittori  più  autorevoli  di  Italia  nella  economia, 
nella  politica,  nelle  lettere,  tale  era  il  piano  della  Rassegna  settimanale 
di  cui  il  primo  numero  apparve  nel  gennaio  1878  in  un  fascicolo  di 
quarantotto  pagine  in  quarto,  a  due  colonne  ad  imitazione  dei  Maga:iiini 
inglesi.  La  Rassegna,  diretta  con  grandissima  cura,  acquistò  subito  molta 
importanza  presso  il  pubblico  cólto;  ma  la  sua  importanza  fu  sempre 
maggiore  della  sua  diifusione.  Pubblicata  in  vista  della  classe  più  eletta 
della  cittadinanza,  redatta  al  di  fuori  delle  pressioni  vive  di  parte,  trat- 
tando le  quistioni  con  un  linguaggio  freddo  e  misurato,  poco  accessibile 
alla  gran  massa  del  pubblico  italiano  che  vuole  in  tutte  le  cose  un  certo 
calore,  essa  non  riuscì  mai  ad  estendersi  al  di  là  di  un  piccolo  cerchio 
di  lettori.  Per  conseguenza  il  tentativo,  sebbene  lodevolissimo,  non  ebbe 
che  un  resultato  passivo  :  dimodoché  dopo  quattro  anni  di  vita  la  Ras':egna 
settimanale  cessava  le  sue  pubbHcazioni  per  cedere  il  suo  posto  alla  Ras- 
segna, giornale  quotidiano  a  cui  gli  stessi  fondatori  della  Rassegna  setti- 
manale dettero  vita  nel  1880.  Questo  periodico  divenuto  organo  dei  dis- 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO.  Ili 

sideriti  del  centro,  non  ebbe  mai  larga  diffusione;  ma  seppe  acquistarsi, 
pel  modo  com'era  redatto,  molta  autorità  (i). 

Il  partito  radicale  che  fino  al  1880  non  aveva  avuto  a  Roma  altro 
organo  proprio,  eccezione  fatta  pel  Dovere  il  quale  più  che  altro  rappre- 
sentava le  idee  della  frazione  mazziniana  senza  esser  riuscito  ad  acquistare 
nel  pubblico  una  notevole  diffusione,  fondava  nei  primi  giorni  del  1880 
la  Lega,  la  quale  continuò  le  sue  pubblicazioni  finché  visse  Alberto  Mario 
che  ne  fu  il  direttore.  Morta  la  Lega,  lo  stesso  partito  fondava  a  breve 
distanza  il  Fascio  della  Democra:(ia  h  cui  esistenza  non  si  protrasse  però 
oltre  il  primo  anno;  ed  il  partito  radicale  sarebbe  rimasto  a  Roma  senza 
un  foglio  che  ne  sostenesse  esclusivamente  le  idee,  se  ai  primi  del  1886 
non  fosse  sorta  la  Democrazia  la  quale  però  sospendeva  le  sue  pubblica- 
zioni dopo  sei  mesi  di  vita. 

Frattanto,  sul  principio  del  1879  Luigi  Cesana  avea  fondato  il  Mes- 
saggero, che  essendo  specialmente  redatto  in  vista  delle  classi  popolari, 
venne  acquistando  in  breve  tale  diffusione,  che  esso  oggi  va  nel  numero 
dei  giornali  italiani  che  vantano  una  maggior  tiratura.  Il  Messaggero  me- 
rita qui  una  speciale  menzione,  non  per  altro  se  non  perchè  esso  ha 
offerto  in  Italia  il  primo  esempio  di  un  giornale  che  sia  riuscito  a  pro- 
sperare traendo  tutto  il  suo  vantaggio  dalla  minuta  vendita  delle  copie, 
senza  fare  alcun  calcolo  sugli  abbuonati.  Come  è  noto,  il  sistema  del- 
l'abbuonamento  è  la  norma  costante  del  giornalismo  italiano,  come  del 
giornalismo  francese.  In  generale  i  giornali  italiani,  essendo  ancora  ben 
lontani  dal  ritrarre  dagli  annunzii  i  lauti  profitti  che  ne  ritraggono  i 
giornali  inglesi  o  francesi,  si  sostengono  principalmente  per  dato  e  fatto 
degli  abbuonati.  Al  prezzo  ormai  doventato  normale  di  5  centesimi  per 
numero,  la  vendita  delle  copie  al  minuto,  per  un  giornale  che  abbia  un 
formato  medio,  riesce  quasi  sempre  passiva.  Nei  grandi  centri  le  esigenze 
dei  rivenditori  sono  tali  da  assorbire  quasi  più  della  metà  del  prodotto. 
Per  la  provincia  poi,  l'amministrazione  di  un  giornale  ha  da  contare 
sulla  restituzione  delle  copie  invendute,  sul  diritto  di  posta  e  sui  fre- 
quenti casi  di  insolvibilità,  tantoché  a  ragguagliare  a  2  centesimi  netti 
per  copia  il  prodotto  degli  esemplari  venduti  non  si  va  molto  lungi  dal 
vero.  È  sopra  questi  due  centesimi  che  ricadono  dunque  intieramente 
le  spese  di  amministrazione  e  di  redazione,  il  costo  della  carta  e  le  spese  di 
tipografia.  Ora,  calcolando  che  la  sola  carta  importa  sempre  qualche  cosa 
di  più  di  un  centesimo  per  i  fogli  di  formato  medio,  ed  un  centesimo 
e  mezzo  per  quelli  di  gran  formato,  l'utile  su  cui  l'amministrazione  del 
giornale  può  fare  fondamento  per  tener  fronte  a  tutte  le  spese  fisse  di 
produzione,  si  riduce  ad  una  frazione  che  varia  da  mezzo  centesimo  a 
nove  decimi  di  un  centesimo.  Per  avere  dunque  un  utile  dalla  vendita 
occorrerebbe  che  la  tiratura  raggiungesse  delle  proporzioni  assolutamente 
straordinarie. 

Il  Messaggero,  attenendosi  ad  un  formato  che  gli  permette  di  fare 


(i)  La  Rassegna  cessò  nell'ottobre  del  1886.  Per  maggiori  notizie  vedi  l'opuscolo 
Per  la  fine  del  giornale  La  Rassegna,  giudiiH  della  stampa  italiana,  Roma,  Tip.  Nazio- 
nale 1886  —  e  più  oltre  il  profilo  del  Torraca. 


112  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

sulla  carta  la  maggior  possibile  economia^  contando  per  la  distribuzione 
della  spesa  fissa  sopra  una  tiratura  superiore  a  un  dato  numero  di  mi- 
gliaia di  copie,  ha  potuto  realizzare  sulla  minuta  vendita  un  profitto  di 
un  terzo  di  centesimo  per  esemplare. 

Cosi  esso  può  permettersi  di  non  tener  calcolo  alcuno  degli  abbuo- 
nati  e  di  respingere  gli  annunzi,  guadagnando  in  questo  modo  l'intera 
quarta  pagina  alle  materie  del  giornale.  Degli  altri  giornali  politici  che 
han  visto  la  luce  a  Roma  in  questi  ultimi  tempi,  citeremo  la  Stampa, 
organo  semi-officioso  del  ministero  dell'  interno,  la  Tribuna  organo  del- 
l'opposizione, fondata  nel  novembre  del  1883,  e  che  potè  in  grazia  di 
un  servizio  telegrafico  eccezionale  raggiungere  una  larghissima  diffusione; 
e  finalmente  il  Corriere  di  Roma  surto  per  opera  dei  coniugi  Scarfoglio 
con  programma  apertamente  conservatore  e  che  dopo  un  anno  di  grama 
esistenza  trasportarono  a  Napoli,  dove  divenne  proprietà  del  signor  Mat- 
teo Schilizzi  e  mutò  nome  in  Corriere  di  Napoli. 

Nel  numero  dei  tentativi  non  riusciti  ricorderemo  il  Conservatore 
di  Roberto  Stuart,  e  il  Monitore  di  Fedele  Albanese,  che  condusse  il  .suo 
fondatore  a  sì  deplorevole  fine. 

In  quanto  alla  stampa  di  provincia,  malgrado  il  risveglio  apparente 
operatosi  in  lei  dopo  l'avvenimento  del  partito  di  sinistra  al  potere,  essa 
è  rimasta  press'a  poco  la  stessa,  qual'era  prima  del  1876.  Molti  furono  è 
vero  i  giornali  nuovi  che  videro  la  luce  in  seguito  alla  crisi  del  18  marzo; 
ma  la  più  gran  parte  furono  costretti  a  cessare  le  loro  pubblicazioni 
dopo  un  breve  periodo  di  non  gloriosa  esistenza;  né  fra  i  pochissimi 
che  poterono  consolidarsi  ve  n'ha  alcuno  che  sia  riuscito  a  diminuire 
a  proprio  profitto  l'importanza  di  quelli  che  esistevano  già  prima  di  lui. 
In  conclusione,  i  giornali  di  provincia  che  godono  anch'oggi  maggiore 
autorità  e  diffusione  in  Italia,  sono  presso  a  poco  gli  stessi  che  erano 
i  più  autorevoli  e  i  più  diffusi  anche  prima  del  1876. 

Il  tentativo  fatto  sul  finire  del  1878  a  Torino  per  dar  vita  ad  un 
nuovo  Risorgimento,  quasi  a  continuare  il  glorioso  programma  dell'an- 
tico organo  di  Cavour,  ncn  ebbe  che  un  resultato  infelice.  Il  giornale 
dovette  cessare  pur  troppo  le  sue  pubbhcazioni  dopo  quattro  anni  di 
non  prospera  vita.  A  Firenze,  dove  la  Nazione  gode  ancora  la  maggiore 
autorità,  videro  la  luce  dopo  la  emigrazione  della  Ga:{:;etta  d' Italia,  due 
piccoli  giornali:  il  Fieramosca  ed  il  Telegrafo,  i  quali  continuansi  tuttora. 
Nel  numero  dei  giornali  fondati  a  Milano,  merita  di  essere  ricordata 
Y Italia,  specialmente  per  le  innovazioni  organiche  introdotte  dal  suo  di- 
rettore Dario  Papa  nel  sistema  della  sua  redazione,  innovazioni  che  tutti 
gh  altri  giornah  di  provincia  si  sono  affrettati  più  o  meno  ad  imitare. 
A  Dario  Papa  si  muove  da  taluni  il  rimprovero  di  avere  introdotto  l'ame- 
ricanismo nella  stampa  italiana,  o  per  lasciare  in  disparte  le  grosse  frasi 
che  dicono  sempre  più  della  loro  intenzione,  gli  si  muove  colpa  di  avere 
inalzato  nelle  proprie  corrispondenze  telegrafiche  il  più  semphce  fatta- 
rello di  cronaca  all'importanza  di  una  preziosa  informazione.  In  sostanza, 
Dario  Papa,  tornato  entusiasta  da  un  suo  viaggio  in  America,  ha  voluto 
più  che  altro  apphcare  al  giornalismo  italiano  lo  stesso  sistema  eccen- 
trico che  il  Benett  adottò  già  per  il  New- York  Herald,  Come  il  New- York 


IL   GIORNALISMO  ITALIANO.  113 

Herald  anche  l'Italia  ha  fatto  per  un  certo  tempo,  e  continua  a  farlo 
tuttora,  sebbene  in  minori  proporzioni,  un  grande  abuso  di  caratteri  maiu- 
scoli, di  titoli  e  di  sotto-titoli,  senza  esser  però  riuscita,  malgrado  que- 
sti sforzi,  non  a  raggiungere  la  larghissima  diffusione  del  giornale  ame- 
ricano, ma  a  competere  per  la  sua  tiratura  con  i  principali  giornali  mi- 
lanesi. Con  tutto  ciò  torna  indubbiamente  a  merito  di  Dario  Papa,  l'aver 
messo  col  suo  esempio  i  giornali  della  provincia  in  grado  di  fare  una 
concorrenza  vittoriosa  ai  giornali  della  capitale.  Prima  infatti  che  ì'  Italia 
ne  offrisse  l'esempio,  le  notizie  telegrafiche  spedite  dai  corrispondenti  ai 
loro  giornali  della  provincia,  limitavansi  quasi  esclusivamente  ai  reso- 
conti della  camera  ed  alle  notizie  parlamentari.  Adesso  invece  non  c'è 
avvenimento  notevole  della  giornata,  un  fattarello  di  cronaca  per  quanto 
comune  che  non  venga  subito  telegrafato  da  Roma  a  Torino,  a  Napoli, 
a  Milano.  Così  avviene  che  non  solo  i  giornaU  che  si  pubblicano  nella 
provincia  al  mattino  possono  offrire  ai  loro  lettori  le  stesse  notizie  che 
si  leggevano  la  sera  nei  fogli  della  capitale;  ma  hanno  per  giunta  tutte 
quelle  della  notte,  feste,  ricevimenti,  dimostrazioni,  successi  teatrali,  che 
i  giornali  della  capitale  non  sono  in  grado  di  pubblicare  che  dodici 
ore  dopo. 

Dato  un  paese  come  l'Italia,  dove  la  stampa  non  ha  come  in  Fran- 
cia il  suo  unico  grande  centro  alla  capitale,  ma  dove  i  centri  importanti 
sono  quante  erano  le  città  capitali  degli  antichi  Stati;  data  la  stessa  sua 
conformazione  geografica,  la  quale  per  alcuni  di  questi  centri  assicura 
alle  notizie  telegrafiche  spedite  da  Roma  una  precedenza  di  ventiquattro 
ore  su  quelle  che  arrivano  per  ferrovia,  è  facile  immaginare  quali  e 
quante  difficoltà  di  concorrenza  l'adozione  di  questo  sistema  abbia  su- 
scitate al  giornalismo  della  capitale.  Senza  poi  tener  conto  di  un'altra 
circostanza  importantissima  ed  è  questa  :  che  appena  usciti  dalla  cerchia 
della  loro  città  i  fogli  di  Torino  e  di  Milano  trovano  subito  facile  dii- 
fusione  in  una  zona  popolosa  e  fiorente  di  piccoli  e  grandi  paesi,  tan- 
toché il  Secolo,  per  dirne  una,  può  essere  gridato  a  Bergamo,  a  Brescia, 
a  Verona,  a  Pavia,  a  Novara,  a  Varese,  quasi  nella  stessa  ora  in  cui 
gridasi  a  Milano;  mentre  a  Roma  avviene,  che  il  giornale  appena  uscito 
fuori  delle  mura  cittadine,  nuU'altro  incontri  all' infuori  del  deserto,  ed 
abbia  bisogno  di  correre  parecchie  ore  per  ferrovia  prima  di  trovare 
volenterosi  lettori. 

La  qual  cosa  spiega  come  possa  avvenire  in  Italia  questo  fatto:  che 
alcuni  dei  principali  giornali  di  provincia  abbiano  assai  più  larga  diffu- 
sione che  non  hanno  i  principali  fogli  della  capitale.  Infatti  il  giornale 
italiano  che  conti  attualmente  la  maggior  tiratura,  e  che  per  la  vendita 
delle  sue  copie  possa  stare  a  confronto  coi  più  diffusi  fogli  di  Francia, 
è  il  Secolo  di  Milano.  Dopo  il  Secolo  vengono  immediatamente,  in  or- 
dine di  tiratura,  altri  due  fogli  di  provincia,  la  radicale  Epoca  di  Genova, 
e  la  clericale  Unità  cattolica  di  Torino.  Fra  i  giornali  di  Roma  quello 
che  vanta  maggior  diffusione  è  il  Messaggero  la  cui  tiratura,  sebbene  su- 
peri le  trentamila  copie  quotidiane,  rimane  però  d'assai  inferiore  a  quella 
del  giornale  radicale  milanese. 

A  conti  fatti  i  giornali  di  Milano  e  quelli  di  Torino  sono  quasi  i 

N.  Bernardini  —  Gttida  della  Stampa  periodica  italiatia  —  8. 


114  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

soli  che  presentino  vantaggiose  intraprese.  E  d'altronde  cosa  assai  natu- 
rale che  i  cittadini  di  Casale  o  di  Lecco  preferiscano  leggere  le  notizie 
politiche  della  giornata  sulla  Gaietta  piemontese  o  sul  Corriere  della  sera, 
anziché  attendere  ventiquattro  ore  che  sieno  loro  portate  da  un  giornale 
di  Roma.  In  quanto  ai  fogli  della  capitale,  possono  considerarsi  quasi 
come  un'eccezione  quelli  che  facendo  soltanto  assegnamento  sulla  ren- 
dita della  quarta  pagina,  sugli  introiti  della  vendita  e  degli  abbuona- 
menti,  possono  ancora  presentare  un  profìtto  al  termine  della  gestione 
annuale. 

Oltre  la  grande  concorrenza  che  da  un  certo  tempo  i  giornali  di 
Roma  subiscono  per  parte  dei  loro  confratelli  della  provincia,  essi  hanno 
eziandio  a  loro  svantaggio  la  maggior  gravità  delle  spese  fisse  di  pro- 
duzione. In  Italia,  dove  l'influenza  politica  dei  giornali  è  pochissima,  pe- 
rocché essi  traggono  la  maggiore  o  minore  importanza  commerciale 
più  dalla  somma  delle  notizie  che  arrecano  che  non  dai  principii  che 
essi  sostengono  o  dal  modo  con  cui  li  sostengono,  l'essere  redatto  e 
stampato  a  Roma  non  basta  per  dare  a  un  giornale  autorevolezza  mag- 
giore di  quella  che  avrebbe  se  fosse  stampato  invece  a  Napoli  od  a  Fi- 
renze. E  questo  è  tanto  vero,  che  il  giornale  più  autorevole  del  partito 
liberale  moderato,  per  citare  un  esempio,  è  appunto  un  foglio  di  pro- 
vincia: la  Perseveranza  di  Milano. 

Del  resto,  non  sono  queste  soltanto  le  cause  che  han  potuto  dare 
origine  ad  una  simile  condizione  di  cose;  ed  altre  ve  ne  hanno  di  un 
ordine  più  elevato,  ma  che  qui  è  affatto  inutile  di  rintracciare.  In  con- 
clusione, l'incremento  materiale  verificatosi  nella  stampa  itahana  dopo 
il  1876,  é  tornato  assai  più  a  vantaggio  dei  fogli  di  provincia  che  non 
di  quelli  della  capitale.  E  fra  i  fogli  di  provincia,  assai  più  a  vantaggio  di 
quelli  che  già  esistevano  antecedentemente,  che  non  degli  altri  creati 
dipoi.  Né  sulle  prospere  condizioni  della  stampa  italiana  c'è  da  farsi 
grandi  illusioni.  Basta  dare  un'occhiata  alle  statistiche  pubbficate  in  que- 
sti due  ultimi  anni,  per  convincersi  che  se  in  Italia  i  giornali  nascono 
facilmente,  muoiono  pure  colla  stessa  facihtà.  Né  una  statistica  dei  gior- 
nali italiani,  per  molte  ragioni  che  è  ovvio  comprendere,  può  farsi  in 
maniera  che  essa  ridica  —  come  ad  esempio  le  statistiche  dei  giornali 
di  Inghilterra  e  degli  Stati  Uniti  —  l'entità  della  loro  diffusione.  Noi  dob- 
biamo appagarci  di  sapere  che  il  tal  giornale  esiste  fino  da  tal  giorno, 
che  pubblicasi  nella  tale  città,  che  esso  esce  quotidianamente  oppure  una 
o  due  volte  la  settimana  e  nulla  più.  E  questo  è  troppo  poco  a  dare 
un'idea  esatta  dello  sviluppo  della  stampa  nazionale,  tanto  più  quando 
si  pensi  che  altrettanto  si  presentano  favorevoli  le  condizioni  alla  stampa 
politica  nei  grandi  centri,  altrettanto  esse  sono  miserevoli  nelle  città  se- 
condarie; sebbene  non  v'abbia  in  Itaha  capoluogo  di  provincia  o  sotto- 
prefettura dove  non  si  trovino  almeno  due,  talvolta  tre,  quattro  e  per- 
fino cinque  fogU  periodici.  Una  domanda  sola  ci  sarebbe  da  fare:  quanti 
sono  nel  gran  numero  dei  giornali  che  vanno  sotto  il  nome  di  politici, 
quelli  che  hanno  una  tiratura  superiore  ai  500  esemplari?  E  di  questi, 
quanti  sono  che  numerino  le  loro  copie  oltre  le  2000? 

Ad  ogni  modo,  il  giornalismo  italiano  è,  come  tale,  di  origine  troppo 


IL   GIORNALISMO   ITALIANO,  115 

recente,  perchè  abbia  potuto  dare  i  frutti  della  maturità.  Si  può  dire  che 
esso  si  trova  tuttora  nella  sua  infanzia  ed  il  non  aver  trovato  gli  ostacoli 
della  censura  sul  suo  cammino,  più  che  non  gli  abbia  giovato,  ha  forse 
contribuito  a  ritardarne  lo  sviluppo.  II  giornalismo  italiano  ha  avuto 
inoltre  la  disgrazia  di  nascere  troppo  gran  signore.  Prima  che  la  nazione 
vedesse  rivendicata  la  sua  unità,  tutte  le  volte  che  un  gruppo  di  patrioti 
stimava  necessario  un  giornale  per  la  propaganda  delle  idee  hberali,  lo 
fondava  senz'altro,  non  preoccupandosi  affatto  dei  sagrifici  pecuniari  che 
l'intrapresa  quasi  sempre  portava.  Ond' è  che  da  questa  origine  il  gior- 
nalismo italiano  dovea  trarre,  come  ha  tratto  difatti,  una  tal  quale  ri- 
pugnanza istintiva  a  domandare  agli  annunzi  i  mezzi  della  sua  esistenza. 
È  incontestato  che  per  quanto  si  trovi  in  condizioni  non  liete,  il  gior- 
nalismo italiano  non  ha  forse  l'uguale  in  Europa  per  la  signorile  disin- 
voltura con  cui  profonde  disinteressatamente  le  centinaia  di  migliaia  di 
lire  in  reclame  gratuita,  senza  pretendere  neppure  di  essere  ringraziato. 
Eppure  allo  stesso  modo  che  il  giornalismo  inglese  ha  tratto  digli  an- 
nunzi la  sua  grandissima  forza,  ed  il  giornalismo  americano  la  sua  in- 
vidiabile fortuna,  è  forse  probabile  che  il  giornalismo  italiano  trovi  negli 
annunzii  il  suo  avvenire.  In  Italia,  si  suol  dire,  gli  annunzii  non  si  pa- 
gano perchè  poco  son  letti  e  meno  creduti.  Ma  l'asserzione  non  è  vera 
che  in  parte.  Hai  momento  che  è  così  facile  l'averli  gratuiti,  è  ben  na- 
turale che  gli  annunzi  non  si  paghino  che  da  coloro  soltanto  i  quali  li 
vogliono  ad  ogni  costo  pagare. 

Un  notevole  progresso  reale  è  stato  tuttavia  raggiunto  in  questi 
ultimi  anni  della  stampa  italiana  in  tuttociò  che  riguarda  la  forma  let- 
teraria e  la  compilazione  di  un  giornale.  Prima  del  1870  non  era  pos- 
sibile che  un  articolo  politico  pretendesse  di  avere  un  po'  di  autorità,  se 
non  fosse  architettato  sulla  base  classica  del  «  non  pertanto  »  e  dei 
«  conciossiacosaché  ».  Lo  spazio  rilasciato  alle  notizie,  anche  nei  periodici 
più  importanti,  era  limitatissimo.  La  prima  e  la  seconda  pagina  venivano 
quasi  esclusivamente  occupate  da  lunghissimi  articoli  di  fondo,  tre,  quattro 
e  magari  cinque  in  uno  stesso  numero,  tutti  redatti  nel  bello  stile  ac- 
cademico, insaldati  nei  grandi  periodi  sonori.  La  polemica,  salvo  il  caso 
in  cui  scendesse  alle  personalità,  pigliava  il  tono  delle  discussioni  legali, 
come  se  il  lettore  dovesse  giudicare  fra  i  contendenti  vestito  di  tocco  e 
di  toga.  Passati  ormai  gli  slanci  della  grande  rettorica  patriottica  del  1859 
e  del  iSéo,  era  rimasto  retaggio  del  giornalismo  uno  stil  gonfio  e  vuoto, 
roteante  attorno  alle  piccole  cose.  Pochissimi  erano  invero  i  giornali  italiani 
che  a  cotesta  regola  osassero  fare  eccezione,  ed  erano  per  lo  più  giornali 
satirici  e  letterari  che  all'importanza  politica  tenevano  assai  poco.  Sol- 
tanto a  Firenze  si  notava  nello  stile  giornalistico  un  po'  più  di  vivacità, 
grazie  alle  buone  tradizioni  lasciate  da  Raffaele  Foresi,  l'arguto  autore 
del  Pievano  Arlotto,  e  dalla  allegra  schiera  dei  pubblicisti  che  avean  tenuto 
il  campo  già  nel  1848;  Antonio  Fantocci,  Zanobi  Bicchierai,  Pirro  Giacchi, 
Girolamo  Cioni,  il  Ciofi  e  il  Lorenzini.  Tanto  che  la  Naiione,  vale  a 
dire  il  maggiore  e  più  autorevole  foglio  surto  a  Firenze  dopo  il  1859, 
potea  permettersi  di  accogliere,  senza  derogare  dalla  sua  gravità,  i  viva- 
cissimi corrieri  e  le  belle  spigliate  rassegne  di  Yorick,  redatte  con  un  brio 
che  era  rimasto  ignoto  fino  allora  ai  giornali  italiani. 


l\Q  GUIDA   DELLA   Sl.^LMPA   PERIODICA   ITALLàJ^A. 


Tuttavia  queste  eccezioni  stavano  più  che  altro  a  confermare  la  re- 
gola, quando  nel  1870  nacque  il  Fanfulla,  ed  in  buon  punto,  perocché 
anche  la  stampa  fiorentina  avea  già  cominciato  ad  imbastardirsi  per  la 
intromissione  degli  elementi  non  toscani.  Al  Fanfulla  spetta  il  merito  di 
avere  iniziato  questa  rivoluzione  che  si  è  compiuta  nella  forma  del  gior- 
nalismo italiano,  dalla  sua  comparsa  in  poi.  Fatto  ad  esempio  dei  giornali 
mondani  francesi,  portando  nella  discussione  e  nella  satira  tutte  le  arguzie 
del  bizzarro  spirito  fiorentino,  era  ben  naturale  che  il  nuovo  periodico 
trovasse  subito  numerosi  lettori.  Nessun  altro  giornale  italiano  ebbe  mai 
nella  sua  origine  cosi  pronto  e  cosi  grande  successo.  Era  una  grande 
novità  per  i  lettori  un  giornale  che  discorreva  delle  cose  dello  Stato 
nello  stile  familiare  di  tutti  i  giorni,  e  che  si  esprimeva  sul  conto  degli 
uomini  politici  colla  stessa  naturale  disinvoltura  e  colla  arguta  franchezza 
con  cui  possono  parlarne  le  persone  di  talento  e  di  spirito  al  circolo  od 
al  caffè.  Il  successo  dovea  produrre  i  soliti  resultati  e  gli  imitatori  non 
mancarono.  Tantoché,  quando  il  Fanfulla  fu  trasportato  da  Firenze  a 
Roma  e  la  crisi  ministeriale  del  marzo  1876  venne  a  rompere  un  po' la, 
crosta  che  s'era  formata  attorno  al  giornalismo  italiano,  tutti  i  fogli  nuovi 
che  furono  fondati  dipoi,  presero  a  modellarsi  sul  Fanfulla,  adottandone 
con  lievi  modificazioni  il  formato,  ed  adoperando  in  quanto  era  loro  pos- 
sibile lo  stesso  metodo  di  polemica  e  di  discussione.  Ed  anche  quei  gior- 
nali che  vantavano  più  lunga  esistenza  ed  erano  in  voce  di  essere  i  mag- 
giori organi  del  partito,  dovettero  risentire  a  poco  a  poco  l'influenza 
della  nuova  scuola,  tantoché  essi  portano  oggi  nella  discussione  e  nella 
polemica  assai  maggiore  spigliatezza  che  non  vi  portassero  in  antico.  Del 
resto  il  giornalismo  italiano,  per  quanto  sia  di  origine  recente,  ha  avuto 
modo  di  svolgere  largamente  la  sua  influenza  in  tutti  i  campi  dell'atti- 
vità sociale,  (i) 

Nel  mondo  giornalistico  attuale,  e'  é  invero  minor  numero  di  quegli 
elettissimi  ingegni  che  nel  periodo  di  rivoluzione  si  servivano  della  stampa 
come  di  un'arma  di  battaglia,  ed  ora  possono  cercare  altrove  un  mezzo 
con  cui  adoperarsi  al  bene  del  paese,  ma  i  giornaH  come  giornali,  hanno 
migliorato  d'assai,  sia  per  la  copia  delle  notizie,  sia  per  la  varietà  delle 
materie  che  contengono,  sia  per  la  cura  con  cui  cercano  di  soddisfare 
a  tutti  i  bisogni  del  pubblico. 

La  nostra  stampa  periodica  rimane,  purtroppo,  al  disotto  di  quella 
delle  altre  grandi  nazioni,  e  come  importanza  reale,  e  come  autorità,  e 
come  livello  intellettuale;  ma  se  teniamo  conto  della  ristrettezza  dei  mezzi 
con  cui  i  giornali  debbono  sopperire  a  tutte  le  esigenze,  se  si  considera 
il  numero  esiguo  di  redattori  di  cui  possono  disporre,  e  le  molteplici 
attribuzioni,  bisognerà  convenire  che  davvero  si  fanno  miracoli. 

E  qui  avrei  finito. 

Solo,  come  conclusione,  mi  piace  dichiarare  che  a  questo  breve  studio 
ricalcato  su  altri  più  succinti,  io  non  ho  creduto  di  aggiungere  nessun 
giudizio,  perchè  a  me  non  pare  che  la  stampa  italiana,  almeno  per  quella 
parte  che  va  dal  1860  sino  ad  oggi,  sia  entrata  nel  periodo  di  storia, 


(i)  Piccardi  —  Saggio  di  una  storia  sommaria  della  stampa  periodica  —  ^a^.  223. 


tL   GIORNALISMO   ITALIANO. 


ìli 


in  modo  che  possa  essere  esaminata  e  vagliata  imparzialmente.  Molti 
giornali  e  molti  giornalisti  di  quell'epoca  vivono  tuttora,  quale  militando 
nello  stesso  campo  in  cui  nacque  o  si  formò,  quale  in  un  campo  asso- 
lutamente diverso;  la  storia  ha  bisogno  di  moltissimi  anni  di  osserva- 
zione; le  indagini  e  le  deduzioni  fatte  oggi,  potrebbero  riportatela  taccia 
di  intempestive  e  parziali. 

In  Italia  una  stona  completa  del  giornalismo  può  farsi  oggi  sino 
all'anno  1860;  ma  richiederebbe  uno  scrittore  coraggioso  e  paziente,  il  quale 
frugando,  ricercando,  esaminando,  riuscisse  a  unire  le  fila  di  questo  im- 
mane lavoro,  che  a  differenza  di  quello  degli  altri  stati,  manca  di  unità, 
per  le  condizioni  politiche  e  geografiche  diverse  delle  varie  regioni  italiane. 

Io,  che  da  oltre  dieci  anni  raccolgo  notizie  intorno  a  questo  argo- 
mento non  mi  son  creduto  capace  di  tessere  una  storia  minuta  e  com- 
pleta della  stampa  itaHana,  epperò  giovandomi  della  materia  capitatami 
sotto  mano  in  tanti  anni,  ho  messo  assieme  questo  volume,  il  quale,  spero, 
potrà  essere  consultato  con  qualche  interesse  da  chi  vorrà  tentare  l'ar- 
dua impresa. 

Nicola  Bernardini 


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Le  numero 0,13 

PARIS  ^   io  ruQ  de  Savoje   -   PARIS 


LETTElìATUlìA  ITALIANA  PERIODICA 


Uno  dei  caratteri  più  distinti  e  prominenti  del  nostro  secolo 
si  è  la  circolazione  e  la  propagazione  delle  opere  periodiche.  Se 
queste  debbano  riputarsi  oggetti  di  abuso  anziché  di  utilità,  se 
rechino  vantaggio  o  detrimento  alla  politica,  alla  morale,  alle  arti, 
alle  scienze,  alle  lettere,  al  genio,  ecco  le  questioni  che  ci  pre- 
pariamo ad  esaminare.  Ad  ogni  modo,  la  forza  dell'usanza  ha  trion- 
fato, in  questa  come  in  ogni  altra  cosa,  degli  argomenti  addotti 
dagli  oppositori  delle  opere  di  questo  genere,  e  di  tutte  le  leggi 
proibitive  dei  governi  dispotici.  Qualche  principe  è  riuscito  a  impor 
silenzio  a' suoi  sudditi;  ma  né  le  loro  censure,  né  le  loro  inqui- 
sizioni religiose  o  politiche,  né  i  loro  gastighi  arbitrarli,  sono  stati 
capaci  di  impedire  agli  abitanti  dei  palazzi,  delle  capanne  o  delle 
carceri  di  leggere  tutto  ciò  che  si  scrive  dalle  altre  nazioni.  Ai 
di  nostri  l'Europa  intera  pare  un'  immensa  assemblea,  nella  quale 
molti  espongono  la  propria  opinione,  e  tutti  ascoltano  con  ardore. 
Il  leggere,  il  pensare  e  il  ragionare,  sono  diventati  una  necessità 
irresistibile.  Che  la  generalità  degli  uomini  dedicata  a  una  vita 
più  operosa  che  speculativa,  debba  necessariamente  legger  male, 
pensar  male,  ragionar  male,  è  verità  troppo  chiara  per  abbisognare 
di  prove  ;  ed  è  chiaro  egualmente  che  questo  bisogno  nuovo  e  cre- 
scente di  aumentare  i  piaceri  dei  mortali,  li  sottopone  nel  tempo 
medesimo  a  nuove  fatiche  e  a  nuovi  dolori. 

Amurat  IV,  seguendo  l' esempio  di  tutti  i  principi  di  quel 
tempo,  aveva,  sotto  pena  di  morte,  proibito  1'  uso  del  tabacco  a 
tutti  i  suoi  sudditi  ;  egli  era  solito  di  girare  travestito  per  le  strade 
di  Costantinopoli,  esercitando  cosi  contro  gli  sfortunati  fumatori, 
il  triforme  impiego  di  spia,  di  giudice,  e  di  carnefice  ;  ma  trovò 
che  i  Turchi  si  rassegnavano  più  facilmente  alla  morte  che  al  non 
fumare.  Le  opere  periodiche  ci  dimostrano,  che  1'  Austria  e  tutti 
i  viceré  dell'Austria,  i  quali  sotto  il  titolo  di  principi  indipendenti 
governano  il  resto  della  penisola,  seguono  saggiamente  l'esempio 
dell'  imperatore  ottomano. 

Fatto  sta  che  l'Italia,  sebbene  non  sia  stata  mai  tanto  schiava 
e  tanto  sistematicamente  condannata  al  silenzio  quanto  lo  é  ai 
giorni  nostri,  possiede  più  giornali  e  di  maggior  merito  che  non 
ne  possedesse  30  anni  fa,  quando  la  libertà  dello  scrivere  e  dello 
stampare  era  non  solamente  tollerata,  ma  incoraggiata  e  protetta. 
Prima  della  rivoluzione,  l'Italia  era  sottoposta  al  sindacato  dei  vari 
principi,  che,  sebbene  non  fossero  in  guerra  aperta  fra  loro,  non 
per  questo  si  mantenevano  sempre  in  relazioni  amichevoli,  e  molti 
dei  quali,  essendo  indipendenti,  come  per  esempio  il  re  di  Napoli, 
permettevano  che  nei  loro  stati  si  scrivesse  liberamente  sulle  pre- 


120  GUIDA    DELLA   STAJrPA   PERIODICA   ITALIANA. 

tensioui  temporali  di  Roma.  A  Roma  era  permesso  lo  scrivere  contro 
la  riforma  ecclesiastica  introdotta  dall'Austria  ;  e  a  Venezia  nn  in- 
quisitore del  Santo  Ufìzio  era  nominato  per  formalità,  ma  la  re- 
pubblica non  gli  permetteva  d' imprigionare,  di  torturare  e  neanclie 
di  esaminare  gli  accusati  di  eresia.  Qualcbe  volta  il  reverendo 
padre,  per  non  violare  le  istruzioni  ricevute  da  Roma,  ricusava  V  im- 
primatur agli  scrittori  ;  ma  ciò  non  impediva  clie  i  libri  si  stam- 
passero e  si  vendessero,  e  l'approvazione  dei  magistrati  veneti  ba- 
stava a  proteggerli  contro  le  persecuzioni.  1j  Enciclopedia^  quan- 
tunque messa  dal  papa  all'indice  dei  libri  proibiti,  fu  pubblicamente 
ristampata  a  Padova  per  uso  della  università. — Si  crederebbe  cbe 
in  tante  magnifiche  ca^iitali  di  varii  stati,  ognuno  dei  quali  pos- 
sedeva una  università,  le  opere  periodicbe  dovessero  moltiplicare 
e  perfezionarsi;  pure,  benché  molte  se  ne  cominciassero,  pochissime 
andavano  avanti  :  nessuna  diede  guadagno  e  qualcheduna  rovinò 
gli  editori.  Caddero  sempre  tutte  in  grembo  all'  oblio  per  conse- 
guenza di  quelle  miserande  discordie  fra  provincia  e  provincia,  da 
cui,  come  da  perenne  fonte,  derivano  tutte  le  sventure  degli  Ita- 
liani, e  tutti  gli  obbrobri  che  pesano  sul  loro  nome. 

Quando  l'epidemia  delle  gelosie  e  delle  meschine  discordie  di 
provincia  invade  un  paese,  gli  uomini  di  lettere  si  lasciano  anche 
essi  infettare  dalla  sua  influenza  ;  e,  invece  di  parlare  alla  intera 
nazione,  si  dichiarano  scrittori  di  parte,  e  con  ambizione  dispre- 
gevole fanno  continua  guerra  di  penna  a  favore  dei  pregiudizi  ri- 
dicoli della  loro  provincia,  dei  metodi  particolari  seguitati  dalle 
loro  rispettive  università  e  delle  pretensioni  alla  preeminenza, 
reclamata  dalle  loro  accademie  municipali.  Indipendentemente  da 
questa  disgrazia  particolare  all'Italia,  e.  che  ha  reso  tanto  difiicile 
lo  stabilimento  di  opere  periodiche  nazionali,  1'  esperienza  degli 
altri  paesi  dimostra  che,  sebbene  un  giornale  letterario  sia  consi- 
derato come  inferiore  a  molti  altri  lavori  d'  ingegno,  ad  ogni  modo 
è  una  intrapresa  che  richiede  più  tempo,  più  studio  e  più  perse- 
veranza di  ogni  altra,  e  che  difficilmente  ^uò  essere  condotta  alla 
perfezione  negativa  di  riescire  più  utile  che  dannosa. 

Fra  i  Greci  e  i  Romani  non  si  è  scoperta  la  benché  minima 
traccia  di  opere  periodiche.  Essi  aveano  pubblici  registri  in  cui 
giornalmente  ricordavano  in  succinto  gli  avvenimenti  che  reputa- 
vano degni  di  essere  tramandati  alla  posterità.  Sotto  gli  imperatori, 
si  fa  spesso  menzione  dei  diarii^  che  pare  avessero  moltissima  so- 
miglianza colle  gazzette  ufficiali  dei  governi  dei  tempi  nostri,  e  che 
in  mezzo  all'  adulazione  e  alle  esagerazioni  inseparabili  da  brevi 
registri  tenuti  in  quel  modo,  pare  contenessero  molti  fatti  utili  alla 
storia.  —  Perciò  Tacito  si  riporta  spesso  ai  diarii^  come  a  docu- 
menti per  lo  meno  probabilmente  corretti.  Mentre  però  questa  specie 
di  giornali  era  impiegata  a  registrare  le  notizie  civili  e  politiche 
e  gli  aneddoti  giornalieri,  non  pare  che  contenesse  alcun  raggmaglio 
relativo  alle  lettere.  La  difficoltà  di  trascriverne  un  numero  ba- 
staste di  copie  per  supplire  alla  rapida  circolazione  necessaria  a 


letterattjra  italiana  periodica.  121 

un'  opera  periodica,  difficoltà  clie  solamente  l'arte  della  stampa  po- 
teva levar  di  mezzo,  era  più  che  bastante  a  scoraggiare  chiunque 
aver  potesse  1'  idea  di  pubblicare  un  giornale.  Ma  non  sembra  pro- 
babile che  qualcuno  degli  antichi  concepisse    la  possibilità  di  tale 
intrapresa;  e  noi  non  ce  ne  faremo  argomento   di  meraviglia,  ri- 
flettendo che  1'  arte  tipografica  fiori  in  tutta  1'  Europa  due  secoli 
prima  che  le  lettere  possedessero  un  solo  giornale.  GÌ'  Italiani,  che 
veramente  furono  i  primi  a  dare  l'esempio  in  quasi  tutti  i  generi 
di  letteratura,  sono  costretti  a  rinunziare  alla  lode  di  essere  stati 
gì'  inventori  delle  opere  periodiche.  Mettendo  attenzione  alle  date, 
conosceremo  che  l'Inghilterra  e  la  Francia  hanno   sole   il   merito 
di  reclamare  il  diritto  della  precedenza,  che,  sia  detto  per  amore 
d' imparzialità,  sembra  appartenere  alla  Francia.    Il   Journal  des 
Savants  e  le  Pìulosophical  transactions  furono    intrapresi   e   pub- 
blicati, il  primo  in  Francia  e  l'altro  in   Inghilterra  nell'anno  me- 
desimo (1665).  Ma  il  Journal  des  Savants  ebbe  uno  scopo  più  po- 
polare, e  tutti  i  requisiti  essenziali  a  una  pubblicazione  periodica, 
mentre  le  Pliilosophical  transactions  jpare  fossero  destinate  esclu- 
sivamente agli  scenziati  ed  ai  pubblici  stabilimenti. 

Gli  articoli  dei  giornalisti  francesi  ebbero  dapprima  minor 
merito  delle  dissertazioni  dei  filosofi  inglesi;  ma  la  collezione  in- 
glese, senza  decadere  dalla  reputazione  di  prima,  offre  pochi  mi- 
glioramenti, mentre  il  .Journal  dés  Savants  acquistò  vigore  cogli 
anni,  e  fu  riputato,  durante  un  lungo  periodo  di  tempo,  come  il 
più  illuminato  tribunale  di  scienze  e  di  lettere. 

Gli  Italiani,  come  tutte  le  nazioni  e  gli  individui  decaduti  dal- 
l'antico splendore,  consolano  la  propria  vanità  ricorrendo  alla  me- 
moria dei  passati  giorni,  e  non  di  rado  esagerando  i  meriti  dei 
propri  antenati;  ma  ciò  non  toglie  che  sieno  costretti  a  confes- 
sare che  le  loro  prime  opere  periodiche  fossero  posteriori  a  quelle 
della  Francia  e  della  Inghilterra,  e  a  contentarsi  della  pretensione, 
che  1'  Europa  sia  debitrice,  se  non  altro,  della  prima  idea  di  questa 
specie  di  letteratura  ad  Anton  Francesco  Doni,  un  fiorentino  che 
verso  la  metà  del  sesto  secolo  compilava  estratti  di  vari  libri,  e 
censurava  non  solamente  gli  scritti  di  tutti  i  suoi  contemporanei, 
ma  anche  le  opere  inedite  che  gli  capitavano  fra  le  mani.  Egli 
divise  la  sua  opera  in  due  parti,  e  l' intitolò  :  Libreria.  La  prima 
tratta  dei  libri  stampati,  e  la  seconda  dei  manoscritti.  Non  può 
negarsi  che  tutti  gii  scrittori,  i  quali,  compreso  1'  illustre  Boyle, 
adottarono  il  nome  di  Biblioteca  pei  loro  giornali  letterari,  ab- 
biano imitato  in  questo  particolare  il  Doni  ;  ma  la  loro  imitazione, 
0  fosse  casuale  o  meditata,  non  andò  oltre  il  titolo  ;  ne  veramente 
il  Doni  meritava  di  essere  imitato  sotto  qualunque  aspetto. 

Egli  era  un  composto  d'  ignoranza,  di  arroganza  e  di  scel- 
leratezza :  faceva  professione  aperta  di  censurare,  o  lodare  gli  autori, 
secondo  che  era  pagato  per  farlo:  era  sempre  pronto  a  spargere 
1'  unzione  della  lode  o  il  fiele  della  satira,  a  proporzione  della  somma 
stipulata.  Fu  contemporaneo  e  dapprima  amico,  poi  nemico  acer- 


122  GUIDA   DELLA   STAMPA.   PERIODICA   ITALIANA. 

bissimo  di  Pietro  Aretino  soprannominato  dagli  Italiani  V  infame^ 
di  cui  si  continua  a  parlare  più  di  quel  che  si  meriti.  Madama  di 
Staél  si  credè  in  dovere  di  visitare  la  tomba  dell'Aretino,  e  di  farci 
sopra  le  sue  meditazioni  ;  ma  queste  disgraziatamente  erano  fuori 
di  luogo  sotto  ogni  aspetto,  e  quel  sepolcro  conteneva  le  ossa  di  un 
infame  scrittore  solamente  nei  sogni  della  sua  immaginazione, 
mentre  racchiude  invece  le  ceneri  di  un  gTand'  uomo  nato  un  se- 
colo e  mezzo  prima  che  Pietro  Aretino  nascesse.  Questo  è  un  av- 
viso dato  per  parentesi  a  quei  viaggiatori  che  tornano  al  loro  paese 
ricchi  di  notizie  classiche,  di  novità,  di  bozzetti  topografici  e  di 
aneddoti  ignoti  assolutamente  a  tutti  gli  abitanti  dei  paesi  tra- 
versati da  tali  industriosi  turisti. 

Ma  per  tornare  al  Doni,  sebbene  di  poco  differisse  dall'x4.re- 
tino  nel  genio  e  nelle  disposizioni,  pure  meritava  di  esser  meno 
dimenticato,  perchè  egli  era  uno  dei  più  strani  e  fantastici  ani- 
mali umani  formati  dalla  mano  della  natura,  e  perchè  il  suo  ca- 
rattere serve  a  illustrare  i  costumi  dell'età  nella  quale  ei  viàse. 
Sebbene  fosse  membro  di  un  ordine  religioso  di  cui  aveva  abban- 
donato il  convento,  e  sebbene,  in  virtù  degli  ordini  sacri  che  aveva 
ricevuto  e  di  cui  non  poteva  spogliarsi,  fosse  obbligato  a  rimaner 
prete,  egli  apertamente  rideva  della  religione,  e  si  abbassava  fino 
a  guadagnarsi  il  pane  contraffacendo  le  ciarlatanerie  messe  in  opera 
dal  clero.  Poche  parole  di  una  sua  lettera  basteranno  a  dare  un'idea 
dei  suoi  principii  e  del  suo  stile  :  «  Non  è  il  mio  un  benefìcio  di 
«  traditore,  né  ho  l'entrata  d'un  ladro:  non  scampano  j9ro  defun- 
«  ctis^  e  non  canto  gaudeamus;  e  in  vita  mai  non  buscai  un 
«  soldo  ne  di  San  Gregorio,  né  di  San  Lazzaro  ;  non  scuffiai  mai 
«  una  pagnotta  che  non  fosse  sudata  dal  mio  cervello,  »  Questo 
stile  composto  di  parole  prese  dal  mercato  e  dalla  società  dei  bor- 
saiuoli, possiede  una  certa  energia  inerente  al  nativo  vigore  di 
tutte  le  lingue  popolari,  e  specialmente  del  dialetto  fiorentino. 
Un  estratto  di  una  delle  sue  lettere  al  granduca  Cosimo  I,  suo 
sovrano  naturale,  basterà  a  farci  conoscere  con  un  solo  sguardo 
1'  individuo  e  lo  spirito  di  quel  tempo.  —  «  Io  sono  un  prete  che 
«  famigliarmente  favello  con  V.  S.  illustrissima,  e  mi  chiamo  il 
«  Doni;  son  musico,  scrittore  d'otto  in  volgare  et  di  nove  per 
«  greco  :  son  poeta,  il  eh'  io  doveva  dire  innanzi  ;  e  perchè  mi 
«  conosciate  chi  io  mi  sono,  oltre  l'essere  vassallo  affezionato,  et 
«  vivo  bene,  mando  ai  cantori  di  V.  E.  una  canzone.  Pur  se  voi 
«  fiutastemi,  io  non  so  nulla  di  prete,  ma  puzzo  piuttosto  di  pazzo.  > 

Queste  lettere  furono  pubblicate  dal  Doni  ;  e  il  granduca  Co- 
simo, mentre  o  rideva  della  singolare  professione  di  fede  del  prete 
cinico,  0  per  lo  meno  ne  lasciava  impunite  le  stravaganze,  abban- 
donava la  filosofìa  e  quanto  a  lei  si  riferiva  al  Santo  Uffizio  del- 
l' Inquisizione,  Cosimo  lasciò  che  Pietro  Carnesecchi,  suo  suddito 
e  suo  famigliare,  fosse  sostenuto  in  Firenze  dal  P.  Maestro  del 
Sacro  Palazzo,  e,  tradotto  a  Roma,  vi  fosse  processato  come  ere- 
tico, decapitato  ed  arso   nel   1567,  Tale  era  in  Italia  la  moda  di 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  123 

pensare  e  di  agire  durante  quel  secolo.  I  principi,  il  clero,  gli 
stessi  monaci  ridevano  del  seguente  epigramma  a  guisa  d'epitaffio, 
die  si  crede  fosse  composto  dal  Doni  ]3er  1' Aretino  (1)  prima  della 
sua  morte,  e  lo  consideravano  come  un  eccellente  tratto  di  spirito  : 

Qui  giace  l'Aretin  poeta  tosco 

Che  d'ognun  disse  mal  fuorché  di  Dio, 

Scusandosi  col  dir  —  Non  lo  conosco.  — 

Quest'epigramma,  dopo  quasi  tre  secoli,  è  oggi  ripetuto  dalla 
plebe  d' Italia  ;  e  lo  sarà  indubitatamente  per  molte  generazioni 
avvenire  con  detrimento  della  religione,  maggiore  di  quello  clie 
il  clero  temeva  dalle  teorie  fìlosoficlie  inintelligibili  al  popolo.  — 
Del  resto,  non  fanno  atto  di  saviezza  quegl'  Italiani  che  citano  la 
Lihy^eria  del  Doni  per  provare  che  l' invenzione  delle  opere  perio- 
diche si  deve  a  lui.  —  Vero  è  che  queste  due  compilazioni  somi- 
gliano ai  nostri  giornali  letterari,  ma  non  comparivano  periodica- 
mente, contenevano  pochi  fatti  e  molta  declamazione  ;  la  critica 
che  gli  accompagnava  non  era  ne  illuminata  ne  giusta  :  lo  spirito 
dello  scrittore  consisteva  in  una  certa  energia  di  espressioni  idio- 
matiche, e  nell'audacia  delle  invettive,  che  egli  spargeva  senza  ri- 
sparmio, mescolate  a  qualche  lampo  di  genio,  e  in  una  cognizione 
bastantemente  profonda  di  quelle  debolezze  e  follie  dell'umanità, 
che  provocano  il  riso.  In  una  parola,  i  suoi  giudizi  letterari  sono 
libelli  velenosi  contro  i  suoi  nomici  (e  i  suoi  nemici  sono  tutti  coloro 
che  non  gli  danno  danari)  mentre  la  sua  maniera  di  adular  chiunque 
per  vanità  o  per  paura  comprava  le  sue  grazie,  è  impudente  e  vol- 
gare. Avendo  dedicata  una  delle  sue  opere  a  un  gentiluomo,  dal 
quale  non  ebbe  la  ricompensa  che  se  ne  aspettava,  il  giorno  dopo 
ristampò  la  dedica  con  una  satira  violenta  contro  lo  sfortunato 
mecenate,  e  dedicò  l'opera  a  qualche  Giove  anonimo.  Un  uomo 
simile  può  sicuramente  riguardarsi  come  il  più  grande ,  se  non 
come  il  più  antico  fra  i  patriarchi  della  letteratura  venale,  i  cui 
discendenti  si  sono  moltiplicati  in  numero  maraviglioso  in  tutti  i 
paesi  dell'Europa,  e  si  distinguono  dappertutto  in  grazia  degli 
stessi  segni  caratteristici.  Essi  aspirano  alla  fama  e  alle  oneste  ri- 
compense della  letteratura,  senza  il  sapere  che  può  dare  l'una  e 
le  altre,  e  senza  il  rispetto  dovuto  al  mondo  letterario,  da  cui  le 
loro  arroganti  pretensioni  basterebbero  a  escluderli.  Ne  viene  per 
conseguenza,  che  persone  di  tal  natura  non  solamente  si  trovano 
nella  misera  situazione  di  un  uomo  veramente  d' ingegno,  obbli- 
gato a  scrivere  per  guadagnarsi  il  pane,  ma  sono  anche  costrette 
a  prendere  impegni  al  disopra  delle  proprie  forze,  e  ad  aspirare  a 
emolumenti  che  non  possono  mai  ottenere.  Ne  viene  per  conse- 
guenza, che  tutti  gli  avventurieri  letterati  i  quali  vagheggiano  la 
fortuna  e  la  fama  nei  libelli,  nelle  gazzette  e  nei  magazzini,  fini- 


(i)  Altri  eoa  più  rajgìone  l'attribuisce  a  Monsignor  Giovio.  L'Aretino  gli  rispose 
ÉoU' altro:  Qui  giace  il  Giovio  storicone  amplissimo,  ecc. 


124  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

scono  col  diventare  imbroglioni,  impudenti,  e  sfacciati  impostori. 
Assumendo  l'aria  di  autori  di  professione,  arrivano  a  credersi  real- 
mente quello  che  sono  interessati  a  comparire;  e  mentre  tentano 
di  darla  ad  intendere  altrui,  per  qualche  tempo  riescono  a  darla 
ad  intendere  a  se  stessi.  Finalmente,  vedendo  crudelmente  deluse 
le  loro  pretensioni  alla  celebrità,  vani  pur  sempre,  indispettiti  dal 
colpo,  e  posseduti  dalla  libidine  di  fama,  cadono  nella  smania  della 
notorietà.  Diventano  litigiosi,  violenti  e  temerari;  e  quando  le 
illnsioni  sotto  la  cui  impressione  hanno  agito ,  rimangono  final- 
mente dissipate,  sono  allora  istintivamente  pronti  a  inverniciare 
di  qualche  apparenza  di  verità  quella  menzogna  alla  quale  si  at- 
taccano appassionatamente.  Secondato  dalla  forza  dell'abitudine, 
questo  istinto  aumenta  la  loro  capacità,  e  fatto  audace  dalla  riu- 
scita, arriva  a  uccidere  nelle  loro  menti  quella  facoltà  che  distin- 
gue il  vero  dal  falso.  Essi  diventano  calunniatori  senza  inten- 
zione di  esserlo  ;  e  quando  banno  la  disgrazia  di  far  traffico  di 
quella  bassa  letteratura  cbe  pubblica  scandali  anonimi,  diventano 
oppositori  temibili,  ed  anche  più  temibili  amici.  Il  Doni  aveva 
preparato  tre  manoscritti  per  mortificare  e  agitare  i  suoi  contem- 
poranei anche  dal  sepolcro.  Nel  primo,  adottando  le  forme  mer- 
cantili, aveva  registrato  in  due  colonne  i  beneficii  e  le  ingiurie 
ricevute  e  pagate  cogl'  interessi  :  il  secondo  conteneva  tutte  le  ri- 
trattazioni delle  lodi  bugiarde  per  le  quali  egli  fu  pagato,  e  di  tutte 
le  calunnie  vomitate  nell'amarezza  del  suo  cuore  :  nel  terzo  scrisse 
la  propria  vita.  Se  qualche  zelante  della  moralità  pubblica  non 
avesse  distrutto  quei  manoscritti,  vero  è  che  avrebbero  aggiunta 
un'altra  pagina  al  catalogo  dell'umana  depravazione;  ma  ci  avreb- 
bero anche  messi  in  possesso  di  un  gran  numero  di  fatti  e  di  aned- 
doti illustrativi  sullo  stato  e  sullo  spirito  del  xvi  secolo.  Possiamo 
aggiungere,  che  una  più  intima  conoscenza  dei  costumi,  della  mente 
e  del  cuore  del  più  impudente  e  vendicativo  fra  i  critici,  ci  avrebbe 
fatto  acquistare  una  cognizione  più  perfetta  della  razza  intera,  e 
fatti  capaci  a  star  più  in  guardia  contro  di  essa.  Se  dunque  il 
Doni  può  essere  riguardato  come  il  più  impudente  degli  editori  e 
scrittori  di  critica  letteraria,  non  per  questo  ha  diritto  alla  lode 
di  essere  l'iniziatore  originale  delle  opere  periodiche.  Il  primo 
giornale  letterario  italiano  comparve  in  Roma  nel  1669,  tre  anni 
dopo  la  comparsa  del  Journal  des  Sacants  e  delle  Philosophical 
transactions,  e  continuò  per  quasi  venti  anni,  termine  a  cui  rara- 
mente è  arrivata  altra  opera  periodica  di  quella  nazione.  Tutti  i 
giornali  letterari  che  vennero  dietro  a  questo  primo  tentativo,  eb- 
bero cattivo  esito,  eccettuata  la  Galleria  di  Minerva,  e  più  parti- 
colarmente il  Giornale  dei  Letterati,  che  cominciò  nel  1710,  e 
continuò  con  crescente  plauso.  Veramente  se  tutti  i  suoi  articoli 
fossero  di  egual  pregio  che  quelli  sull'argomento  delle  antichità, 
avrebbe  meritato  un  posto  in  ogni  pubblica  libreria.  I  compilatori 
di  questa  opera  letteraria  erano  alcuni  fra  i  più  illustri  antiquari 
d' Italia  —  un  Maffei,  un  Zeno,  un  Bianchini  e  un  Muratori,  Essa 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  125 

illustrava  le  epoche,  i  costiTini,  le  leggi  dell'antica  Italia,  dell'O- 
riente, della  Grecia  e  di  Roma,  e  spargeva  luce  fra  le  tenebre 
clie  avevano  fino  allora  oscurato  la  storia  del  medio  evo.  Di  fatti 
questa  era  l'età  della  gigantesca  scienza  antiquaria.  Quando,  per  con- 
seguenza, noi  abbiamo  occasione  di  esaminare  il  presente  stato  degli 
studi  antiquari  in  Italia,  dobbiamo  sempre  riferirci  a  quel  tempo,  di 
cui  poco  si  sa  da  lontano.  I  benefizi  cbe  questi  grandi  uomini  fecero 
alla  storia  della  loro  nazione,  ed  ai  secoli  barbari  cbe  precederono 
il  nuovo  inci^àlimento  dell'Europa,  sono  stati  nascosti  da  certi  au- 
tori eloquenti,  cbe  senza  le  fatiche  di  quei  non  curati  scrittori,  non 
avrebbero  posseduto  i  materiali  per  le  loro  opere  celebri.  Mentre 
peraltro  tanta  attenzione  era  diretta  verso  le  ricerche  d'antiquaria; 
la  poesia,  l'eloquenza,  la  filosofia  morale  e  politica,  e  tutte  quelle 
parti  della  letteratura  che  parlano  all'immaginazione,  al  cuore  e 
all'  interesse  pubblico  del  genere  umano,  erano,  se  non  interamente 
neglette,  coltivate  con  poco  gusto  e  con  meno  ardore.  Nessuna  opera 
può  sperare  di  diventar  popolare,  se  richiede  lettori  letterati  di 
professione:  la  maggiorità  degli  uomini  può  esser  condotta  alla  ri- 
cerca del  bello,  del  giusto  e  del  vero,  e  imparare  a  pregiarli,  non 
per  mezzo  dell'erudizione,  delle  materie  di  fatto,  e  degli  argomenti 
logici;  ma  per  via  di  forti  e  piacevoli  sensazioni,  eccitate  per  mezzo 
di  uno  stile  e  modo  di  narrazione  che,  interessando  l'immagina- 
zione e  il  cuore,  possa  eccitare  la  memoria,  il  criterio  e  tutte  le 
altre  facoltà  della  mente,  a  un  esercizio  elegante  e  piacevole.  Delle 
opere  scritte  con  questo  intento  d'ammaestrare  una  intera  nazione 
sotto  forma  di  pubblicazioni  periodiche,  gl'Italiani,  tanto  ricchi  in 
altri  tesori  letterari,  sono  tuttavia  assai  poveri.  Le  numerose  uni- 
versità, e  le  troppe  capitali  dell'  Italia,  come  abbiamo  già  osservato, 
producono  l'effetto  d'impedire  a  tutti  gli  uomini  di  eminente  in- 
gegno, a  tutti  gli  artisti,  a  tutte  le  nuove  pubblicazioni,  e  a  tutti 
i  progressi  e  le  invenzioni  del  genio,  di  concentrarsi  in  un  unico 
focolare,  e  diffondere  il  loro  splendore  combinato  da  una  sola  città. 
GÌ'  inconvenienti  di  questa  moltitudine  di  corti  e  di  città  capitali, 
sono  fatti  maggiori  dalle  leggi,  dalle  istituzioni  e  dai  costumi,  in- 
compatibili con  un'opera  periodica.  Gli  scrittori  possono  mescolarsi 
nelle  materie  politiche,  ma  solamente  nel  caso  di  un  conflitto  d' in- 
teressi locali  fra  due  stati  italiani  ;  e  allora  la  disputa  essendo  na- 
turalmente incrudelita  da  animosità  miserabili,  e  affogata  in  mi- 
nuziose circostanze,  poco  importanti  per  se  medesime  e  poco  intel- 
ligibili perchè  estranee  alla  lite,  fa  si  che  la  curiosità  e  l' interesse 
degli  altri  Italiani  sieno  o  punto,  o  debolmente  eccitati. 

Eppure  anche  gli  argomenti  di  si  meschina  natura  potrebbero 
essere  trattati  con  una  certa  nobiltà,  e  acquistare  nella  forma  il 
merito  di  cui  mancano  nella  materia,  poiché  è  certo  che  la  mente 
di  uno  scrittore  libero  e  illuminato  può  salire  ai  principii  generali, 
e  dedurre  conseguenze  utili  dall'esame  dei  fatti  minuti,  e  dalle 
quistioni  apparentemente  insignificanti. 

Lo  storico  che  più  profondamente  penetrò  nel  cuore  dei  prin- 


126  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA, 

cipi,  e  che  lia  più  fortemente  e  originalmente  descritte  le  vicissi- 
tudini del  più  grande  impero  clie  abbia  mai  esistito,  non  isdegnava 
gii  eventi  comuni  che  sembrano  di  poco  momento,  perchè  in  quelli 
si  scopre  spesso  l'origine  delle  grandi  rivoluzioni,  e  qualcuno  dei 
precetti  che  sono  più  utili  alla  condotta  della  vita.  Ma  neanche  il 
vigoroso  intelletto  di  un  Tacito  sarebbe  stato  capace  di  trarre  ri- 
flessioni profonde  e  sublimi  da  fatti  per  se  stessi  minutissimi  e 
comuni,  coli' ingrandirli  e  nobilitarli,  quand'anche  il  terrore  e  le 
catene  avessero  costretto  lo  scrittore  ad  assumere  quell'incarico. 
In  Italia,  nel  tempo  di  cui  parlammo,  e  anche  ai  dì  nostri,  lo  scrit- 
tore che  imprendesse  a  illustrare  le  quistioni  politiche  per  via  dei 
principii  generali,  a  speculare  sulle  migliori  forme  di  amministra- 
zione, a  proporre  nuove  teorie,  a  fare  allusioni  alla  situazione  degli 
altri  governi  europei  ;  in  una  parola,  ad  additare  tutte  le  imperfe- 
zioni che  si  trovano  nelle  costituzioni  e  nelle  leggi  attuali  del 
paese  nel  quale  egli  scrive,  quand'anche  quel  paese  fosse  la  sua 
terra  natia,  sarebbe  reo  di  altrettanti  delitti  di  alto  tradimento. 
La  debolezza  dei  vari  stati  gli  obbliga  a  limitare  le  loro  guerre 
reciproche  alle  battaglie  della  penna  ;  e  in  tali  occasioni  gli  scrit- 
tori delle  parti  litiganti  non  hanno  il  permesso  di  deviare,  neanche 
nelle  più  piccole  particolarità,  dal  punto  della  questione  ;  dimanie- 
rachè,  invece  di  pensare  e  parlare  colla  libertà  e  l'eloquenza  d'uo- 
mini di  stato,  essi  fanno  precisamente  la  parte  degli  avvocati  ar- 
mati di  sofismi;  mettono  fuori  gli  argomenti  che  furono  loro  det- 
tati, e  declamano  con  una  virulenza  proporzionata  alla  paga  che 
ricevono.  Ne  viene  per  conseguenza,  che  se  uno  scrittore  favore- 
vole a  un  governo  particolare  era  perseguitato  da  un  altro  prin- 
cipe, a  dispetto  del  suo  merito  letterario  e  del  suo  amore  di  patria, 
era  sempre  sicuro  di  essere  sacrificato  alle  rimostranze  dell'amba- 
sciatore estero.  Il  Giannone  è  un  esempio  di  questa  verità.  Avendo 
egli  pubblicata  la  sua  Storia  civile  dei  regno  di  Napoli^  fu  ridotto 
a  morire  in  carcere.  Quest'opera  era  letta  e  lodata  universalmente 
in  segreto  da  tutta  l' Italia  ;  ma  i  giornalisti,  non  che  fame  men- 
zione, temevano  fino  di  pronunziare  il  nome  del  suo  autore,  conver- 
sando. Troviamo  in  una  lettera  del  celebre  Zeno,  l'editore  e  il 
principale  contribuente  alla  Galleria  di  Minerva^  di  cui  abbiamo 
appunto  fatto  menzione,  e  che  si  pubblicava  in  Venezia,  il  seguente 
aneddoto  caratteristico.  Il  G-iannone,  quando  era  perseguitato,  cercò 
asilo  in  Venezia,  come  nella  più  libera  e  indipendente  città  del 
resto  d' Italia,  e  perchè  egli  medesimo  era  suddito  veneto.  Le  dot- 
trine che  egli  nella  sua  storia  ha  illustrate  e  difese  contro  il  po- 
tere temporale  del  papa,  concordavano  colle  costituzioni  della  repub- 
blica veneta.  Ma  i  Veneziani,  contenti  di  essere  a  quel  tempo  tanto 
liberi  quanto  esserlo  potevano  dal  giogo  del  Vaticano,  e  temendo 
di  cominciare  nuove  liti  colla  Santa  Sede,  abbandonarono  al  suo 
destino  il  difensore  dei  principii  fondamentali  del  loro  governo  nelle 
materie  ecclesiastiche.  Il  Giannone  oppresso  dagli  anni  e  dalle  in- 
fermità, povero  ed  esule,  fu  bandito  da  tutti  i  dominii  della  repub- 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  127 

blica  di  cui  era  suddito  ;  ma  anche  prima  clie  il  senato  ricorresse 
al  suo  codardo  espediente,  i  letterati  di  Venezia  e  del  resto  d' Italia 
evitavano  di  visitare  il  Giannone,  o  si  rifugiavano  in  campagna  per 
timore  di  essere  visitati  o  incontrati  da  lui.  Molti  lo  ammiravano 
per  la  sua  coraggiosa  difesa  della  causa  della  verità,  molti  lo  com- 
piangevano in  segreto,  ma  nessuno  osò  offrirgli  soccorso  o  conso- 
lazione, È  chiaro  esservi  tempi  e  governi  nei  quali  anche  gli  uo- 
mini giusti,  generosi  e  illuminati,  si  trovano  nella  necessità  di 
provvedere  alla  propria  sicurezza  individuale,  assumendo  la  crudele 
pusillanimità  dei  barbari  che  tremano  sotto  i  terrori  del  dispotismo 
asiatico. 

Continueremo  a  fermarci  sopra  quella  età  che  sotto  ogni  aspetto 
presentava  un'  immagine  della  schiavitù  a  cui  gli  attuali  editori  di 
opere  periodiche  si  trovano  ora  ridotti  in  Italia,  e  che  al  tempo 
medesimo  ci  offre  l'opportunità  di  descrivere  il  passato  e  il  pre- 
sente. La  filosofia  morale  era  allora  poco  meno  che  schiava  della 
politica.  Le  riflessioni  sopra  la  natura  umana,  le  indagini  circa  i 
laberinti  del  cuore,  e  quei  precetti  per  la  condotta  della  vita  che 
non  erano  affatto  conformi  al  catechismo  dei  preti,  sottoponevano 
lo  scrittore  al  pericolo  di  essere  accusato  di  eresia.  La  critica  lette- 
raria e  l'esame  delle  opere  d' immaginazione,  non  potevano  otte- 
nere giudici  illuminati  e  imparziali  ;  perchè,  siccome  i  preti  aveano 
in  Italia,  come  in  tutto  il  resto  del  mondo,  l'educazione  della  gio- 
ventù nelle  loro  mani,  cosi  cospiravano  a  estollere  al  cielo  tutto 
ciò  che  era  scritto  dalla  propria  confraternita  o  da  gente  che  le  ap- 
partenesse, e  a  deprimere  il  merito  di  quelli  scrittori  che  non  si 
adattavano  a  sottomettersi  alla  loro  letteraria  tirannide.  Noi  non 
neghiamo,  e  siamo  anche  disposti  a  riconoscere  i  benefizi  che  i 
gesuiti  hanno  fatto  a  tanti  paesi,  e  particolarmente  alla  Francia, 
senza  peraltro  avere  prima  esaminati  tutti  i  fatti  necessari  a  pro- 
vare fino  a  qual  punto  queste  lodi  sieno  giuste  ;  ma  rispetto  all'  Ita- 
lia, i  cui  annali  abbiamo  attentamente  studiati,  possiamo,  senza 
tema  di  contradizione,  asserire,  che  la  bella,  la  sublime,  la  nazio- 
nale letteratura  disparve  dall'  Italia  precisamente  in  quel  periodo 
che  successe  alla  fondazione  delle  scuole  dei  gesuiti.  Il  dominio  dei 
forestieri,  e  particolarmente  quello  degli  Spagnuoli,  e  la  rovina 
della  indipendenza  di  quasi  tutte  le  città  italiane  che  contempo- 
raneamente alla  fondazione  di  queste  scuole  ne  derivò,  deve  senza 
dubbio  avere  potentemente  contribuito  a  estenuare  e  impoverire  le 
lettere.  Tuttavia,  né  il  dispotismo  straniero,  né  1'  influenza  dell'  in- 
quisizione poterono  costringere  il  Genio  a  starsene  contento  dello 
stato  di  prostrazione,  a  cui  lo  aveva.no  ridotto  le  ingiurie  sistema- 
tiche della  confraternita:  Igneus  est  olii  vigor,  et  coelestis  erigo. 

Quando  il  Genio  ha  cominciato  a  spargere  su  i  popoli  il  suo 
raggio  animatore,  illmninandoli  della  sua  luce,  e  fa  loro  udire  la 
sua  voce  divina  non  vi  é  potere  umano  che  valga  ad  ottenebrarlo, 
e  imporgli  silenzio.  L'educazione  può  essere  contrariata  cosi  da  non 
produrre  altro  che  abilità  mediocri.  I  collegi  dei  gesuiti  popolarono 


128  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

l'Italia  di  rimatori,  di  declamatori  e  di  autorelli,  pieni  di  affetta- 
zione e  di  cattivo  gusto;  ma  la  poesia,  l'eloquenza  e  il  vigore  dello 
stile  avevano  finito  di  esistere.  PocM  scrittori,  per  esempio  un  Fi- 
licaia  e  un  Guidi,  raggiunsero  un  alto  grado  di  celebrità,  ma  ciò 
fu  non  tanto  per  l'altezza  del  merito,  quanto  per  la  penuria  di 
buoni  poeti;  e  se  quell'età  produsse  qualche  uomo  degno  dell'am- 
mirazione e  della  gratitudine  della  posterità,  vediamo  che  visse  e 
scrisse  in  una  pericolosa  e  continua  guerra  coi  gesuiti.  Qualcbeduno 
fra  gli  scrittori  di  quell'ordine  fu  utile,  nessuno  gTande;  e  fra  i 
molti  italiani-  che  cominciarono  e  completarono  la  loro  educazione 
letteraria  in  quei  collegi,  non  vi  è  esempio  di  un  solo  che  scri- 
vesse con  originalità  di  stile,  o  profondità  di  pensiero.  Pare  che  i 
gesuiti  avessero  trovato  l'arte  di  esaltare  le  piccole  abilità  e  umi- 
liare quelle  di  un  ordine  superiore,  riducendole  tutte  al  livello 
della  mediocrità,  o  sostituendo  la  vanità  dei  plausi  accademici  al- 
l'amore della  gloria.  Perciò  le  opere  intraprese  o  protette  dai  ge- 
suiti tendevano  invariabilmente  a  diffondere  le  loro  dottrine,  fossero 
religiose,  politiche,  morali  o  retoriche,  e  ad  opprimere  i  loro  av- 
versari.—  Ne  venne  per  conseguenza  che  la  loro  critica  letteraria  fu 
parziale  e  limitata  a  certi  precetti  e  dottrine  scolastiche,  al  di  là 
delle  quali  non  era  permesso  inoltrarsi. 

Direttamente  o  indirettamente,  l'influenza  di  questa  corpora- 
zione trapelava  in  tutti  i  giornali  di  quel  tempo:  essi  divennero  i 
dispensatori  arbitrari  della  lode  e  della  censura,  per  la  quale  non 
vi  era  appello.  Se  una  eccezione  isolata  avea  luogo  talvolta,  se 
qualche  giornalista  rimaneva  incontaminato  dallo  spirito  gesuitico, 
tendente  a  guastare  ogni  cosa,  non  era  permesso  di  smascherare  il 
male  impunemente  ;  ed  egli  si  trovava  obbligato  a  coadiuvarlo  col 
suo  silenzio.  Il  secolo  tendeva  nonostante  a  uno  di  quei  cangia- 
menti periodici,  che  la  natura  di  continuo,  sebbene  in  modo  quasi 
impercettibile,  sta  preparando  nel  mondo,  e  che  scoppiano  sempre 
con  una  veemenza  x^roporzionata  alla  resistenza  che  incontrano,  si- 
mili alla  polvere  che  più  si  trova  compressa  dentro  la  mina,  e  più 
spande  vaste  rovine  intorno  a  se. 

La  tendenza  del  secolo  menò  seco  tale  rivoluzione  nelle  opi- 
nioni, da  distruggere  istantaneamente  l'onnipotenza  dei  gesuiti. 
La  causa  medesima  fece  si  che  l' imperatore  Giuseppe  II  promo- 
vesse molte  riforme  politiche  ed  ecclesiastiche  nelle  sue  province 
d' Italia.  La  repubblica  veneta  ridusse  i  suoi  stati  a  una  specie  di 
portofranco  per  favorire  il  commercio  letterario.  La  stampa  rias- 
sunse la  sua  rediviva  attività  :  i  limiti  della  letteratura  nazionale 
si  allargarono  per  causa  delle  traduzioni  e  della  ristampa  di  varie 
opere  francesi,  state  già  anatemizzate  dalla  Chiesa  di  Roma.  Fu  a 
quel  tempo  che  alcuni  individui,  i  quali  all'  intelletto  illuminato 
univano  ricchezza  di  patrimonio  e  nobiltà  di  natali,  stabilirono  a 
Milano  una  specie  di  colonia  filosofica,  che  corrispondeva  cogli  en- 
ciclopedisti e  gli  economisti  di  Francia,  e  intraprese  un'opera  perio- 
dica intitolata  il  Caffè.  La  libertà  del  pensiero  spiegata  dalli  scrit- 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  129 

tori  di  quegli  articoli,  gli  fece  considerare  come  uomini  di  mente 
generosa  e  esaltata;  e  mentre  i  lettori  ammiravano  nell'opera  un 
coraggio  sconosciuto  a  quei  tempi,  non  potevano  separarlo  nel  loro 
pensiero  dal  merito  letterario.  Ma  quando  i  volumi  dei  grandi  scrit- 
tori forestieri  ebbero  il  passo  libero  nell'  Italia,  meno  strettamente 
custodita,  e  cominciarono  a  esservi  conosciuti,  il  Caffè  non  parve 
più  che  un  tentativo  puerile,  confrontato  coi  giornali  d' Inghilterra 
e  di  Francia.  Qualche  anno  dopo,  per  onorare  la  memoria  dello 
stampatore,  degli  editori,  degli  scrittori  degli  articoli  e  dei  corret- 
tori delle  prove  di  stampa,  che  erano  tutti  Milanesi,  una  nuova 
edizione  del  Caffè  fu  fatta  a  Milano,  ove  anche  al  dì  d'oggi  è  molto 
lodata,  sebbene  sia  letta  di  rado,  e  non  se  ne  faccia  mai  menzione 
nelle  altre  parti  d'Italia. — L'essere  stati,  molti  fra  i  contribuenti 
a  questo  disgraziato  giornale,  uomini  di  mente  superiore,  prova 
l'aggiustatezza  della  nostra  osservazione,  che  le  opere  periodiche 
sono  intese  e  portate  avanti  con  difficoltà,  perchè  il  genio,  la  dot- 
trina e  la  diligenza  non  valgono  a  tanto,  se  le  opere  stesse  non 
sono  condotte  a  seconda  dello  spirito  del  tempo,  e  soprattutto 
con  una   ben    intesa    cognizione   del   gusto    e    della   niente  di  chi 

legge- 
fi  da  aggiungere  che  la  suddivisione  della  penisola  in  tanti 
governi,  ognuno  dei  quali  ha  i  suoi  piccoli  impiagati,  i  suoi  acca- 
demici, i  suoi  inquisitori  e  censori  (che  tutti  seguono  le  loro  leggi 
e  i  loro  metodi  particolari),  e  l'assoluta  mancanza  di  mezzi  pub- 
blici di  trasporto  per  far  circolare  le  opero  periodiche  colla  neces- 
saria rapidità  da  una  parte  della  nazione  all'altra,  le  obbliga  a 
contentarsi  del  numero  ristretto  di  lettori  e  sottoscrittori  da  tro- 
varsi nello  stato  ove  l'opera  si  pubblica;  e  per  conseguenza,  le 
spese  risultanti  da  tale  intrapresa  devono  per  la  maggior  parte  su- 
perare la  rendita. 

La  sola  pubblicazione  periodica  che,  oggi  quasi  dimenticata, 
sia  pur  degna  di  ristampa  per  la  purezza  della  lingua  e  per  la  schietta 
descrizione  delle  usanze  singolarissime  di  Venezia,  è  V  Osservatore, 
che  compariva  settimanalmente  in  quella  città,  scritto  intieramente 
dalla  penna  del  conte  Gasparo  Gozzi.  Questi,  pensatore  non  pro- 
fondo, scrutava  nondimeno  i  misteri  del  cuore  umano  con  occhio 
sagace,  e  nell'  intendimento  d'  istillare  una  morale  più  benevola  e 
gentile,  usò  le  armi  del  ridicolo;  ma  di  un  ridicolo  dettato  dalla 
compassione,  anziché  dal  disprezzo  o  dall'odio  dell'umanità.  H  suo 
stile,  tuttoché  senza  fuoco,  non  mancava  mai  di  quel  calore  che, 
continuato,  attrae  insensibilmente  ;  il  suo  dettato  era  a  guisa  d'un 
ruscello  sgorgato  di  vivo  fonte,  che  limpido  scorre  placidamente 
fra  l'erbe  con  lene  mormorio.  Egli  dee  aversi  per  uno  dei  pochi 
eletti  fra  quegli  Italiani  che  studiando  e  scrivendo  la  loro  lingua, 
ne  raccolgono  le  grazie  natie,  senza  guastarle  per  alcuna  affetta- 
zione sia  di  raffazzonamenti  filosofici,  sia  di  purismo  pedantesco, 
o  scansando  quella  verbosità  che  tanto  è  cospicua  nella  turba  degli 
scrittori  italiani.  A  quelli  fra  gl'Inglesi  che  lamentano  il  poco  nu- 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  feriodica  italiana  —  9. 


130  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

mero  di  prosatori  italiani  da  potere  esser  letti  senza  noia,  noi  vor- 
remmo raccomandare  V  Osservatoì^e  di  Gaspare  Gozzi. 

Gli  alti  encomi  prodigati  poco  fa  a  Carlo  Gozzi  da  un  celebre 
poeta  tedesco,  e  poi  ripetuti  da  molti  critici,  vogliono  essere  al- 
quanto meditati  da  tutti  coloro  die  aspirano  a  fama  letteraria.  I 
due  fratelli  ebbero  scrivendo  diversi  fini.  Gaspare  mirava  a  ingen- 
tilire il  gusto,  lo  stile  e  i  costumi  de'  suoi  concittadini.  Carlo  si 
ridea  dello  studio,  dello  stile  e  del  gusto  ;  scrisse  a  capriccio,  e 
foggiò  a  commedia  certi  suoi  ghiribizzi,  che  poi  le  balie  veneziane 
canterellavano  sulle  culle  de'  bimbi  per  addormentarli.  Il  popolo 
affluiva  a  vedere  que'  drammi,  e  rideva  come  un  fanciullo  a  quelle 
follie  :  il  poeta  rideva  delle  follie  del  popolo,  e  gli  uomini  culti  si 
rideano  del  poeta  ;  e  ninno  allora  avrebbe  sognato  che  questo  fab- 
bro di  celie,  dopo  la  sua  morte  sarebbe  per  essere  esaltato  dagli 
stranieri  come  uomo  di  genio  originale,  mentre  gli  eleganti  scritti 
elaborati  dal  suo  fratello  con  tanto  amore  e  tanto  studio,  e  che 
degnamente  gli  ottennero  il  titolo  di  Addison  veneziano,  sarebbero 
appena  ricordati  dalla  generazione  venuta  dopo  di  lui. 

n  pregio  dell'  Osservatore  di  Gaspare  Gozzi  fu  fatto  manifesto 
agi'  Italiani  da  un  critico  rigidissimo,  il  quale  aveva  fornita,  se 
non  pur  cominciata,  la  propria  educazione  letteraria  in  Inghil- 
terra, e  fu  primo  a  introdurre  in  Italia  il  nuovo  codice  di  critica, 
ch'egli  avea  ricevuto  dal  dottor  Johnson.  Molti  de'  nostri  lettori 
hanno  già  inteso  che  noi  alludiamo  al  Baretti,  il  quale  mori  in 
Londra  l'anno  1789.  Visse  il  Baretti  fino  ad  età  avanzatissima, 
dotato  d'una  forza  irresistibile  di  attrazione  e  ripulsione,  tantoché 
chiunque  non  avesse  la  fortuna  di  divenirgli  o  amico  del  cuore  o 
nemico  implacabile,  dovea  rinunziare  alla  sua  conoscenza.  Molti 
ancora  vivono,  che  lo  conobbero,  e  continuano  ad  amare  o  a  de- 
testare la  sua  memoria;  ma  a  pochi  è  noto  per  quali  vie  fortuna 
e  natura  congiurassero  per  formare  un  carattere  tanto  strano.  Po- 
vero discendente  de'  marchesi  di  Carretto  in  Piemonte,  i  quali 
avean  coperto  di  debiti  tutto  il  patrimonio,  volea  pur  qualche  volta 
gratificare  all'orgoglio,  viaggiando  con  arme  e  titoli  gentilizi  ;  ma 
egli  era  nato  più  orgoglioso  che  vano,  e  però  avea  la  mente  del 
continuo  travagliata  e  tormentata  dal  timore  o  d'esser  creduto  un 
plebeo,  0  d'esser  messo  giustamente  in  ridicolo  come  colui  che  affet- 
tava titoli  e  onori  di  patrizio,  mentre  buscava  il  pane  col  sudor 
della  fronte.  La  professione  d'ecclesiastico,  e  il  nome  di  abate  in 
Italia  pareggia  tutti,  nobili  e  plebei  ;  e  da  prima  il  Baretti  questo 
stato  di  vita  vagheggiò  ;  ma  perciò  che  non  si  sentiva  acconcio  a 
prender  voto  di  celibato,  come  la  Chiesa  cattolica  prescrive,  s'ap- 
pigliò ben  tosto  allo  studio  dell'architettura:  qui  poscia  conside- 
rando ch'era  di  vista  corta,  e  che  gli  occhi  d'un  buon  artista  non 
possono  aver  prò  dagli  occhiali,  si  voltò  alla  professione  della  legge. 
Noiato  in  breve  de'  lunghi  e  gotici  modi  di  grammatica,  riputati 
necessari  a  quel  tempo  a  chi  volesse  saper  di  latino,  nella  qual 
lingua  insegnavasi  allora  la  giurisprudenza,  si  ridusse  al  mestiere 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  131 

di  scrivano  in  un  banco,  ove  più  tempo  consumò  sopra  libri  di  let- 
teratura cbe  non  sopra  il  giornale  del  banchiere.  Finalmente  pen- 
sando che  non  potea  ne  doveva  ubbidire  a  padroni  che  non  erano 
nobili  pari  suoi,  ed  erano  assai  meno  liberali  e  assai  più  ignoranti 
di  lui,  prese  l'infelice  risoluzione  di  scrivere  per  librai.  L'intrat- 
tabilità della  sua  natura,  a  cui  si  può  attribuire  la  bizzarria,  l' im- 
pazienza e  l' irrequietezza  della  mente,  cui  non  valsero  a  mitigare 
le  potenti  e  soavi  cure  materne,  fu  inacerbita  dall'odio,  o  come 
altri  vuole,  dall'amore  che  concepì  verso  la  madrigna.  Il  padre  del 
Baretti,  rimasto  vedovo,  erasi  ammogliato  a  una  giovane,  la  quale,, 
giustificata  dall'uso  de' tempi  e  del  paese,  divenne  la  platonica  adul- 
tera d'un  uomo  di  corte,  favorito  del  re,  e  delle  dame  di  Piemonte. 
Il  giovine  Baretti,  o  innamorato,  o  geloso,  o  forse  per  vendetta 
dell' onor  di  suo  padre,  tentò  di  lavar  nel  sangue  dell'offensore 
quell'offesa,  della  quale  ne  leggi,  ne  giudici,  ne  preti  promettevano 
riparazione.  Non  vi  riusci  ;  e  per  salvarsi,  fu  costretto  a  fuggirsene  ' 
dal  suo  paese.  Cosi,  senza  il  bene  dell'educazione,  non  esperto  d'al- 
cuna professione  utile,  si  trovò  senza  patria  nel  fior  dell'età.  La 
sventura,  che  pur  talora  ammollisce  le  menti,  rese  la  sua  più  severa 
e  più  rigida.  Egli  sacrificò  sempre  la  sua  pace  all'ambizione  di  non 
mai  perdonare  un'offesa,  di  nulla  mai  concedere  all'ignoranza  e 
alla  debolezza  umana. 

Quel  velo  di  passione,  a  traverso  del  quale  riguardò  sempre 
le  umane  fragilità,  l'ostinata  veemenza  onde  mantenne  le  sue  opi- 
nioni, e  1'  inflessibile  asprezza  delle  sue  ammonizioni  erano  proprie 
a  rendere  men  docili  i  suoi  lettori;  ma  quand'era  in  umore  di  pia- 
cevolezza, diveniva  più  indulgente  ai  compagni  de'  suoi  passatempi  ; 
tutta  l'anima  sua,  tutte  le  sue  parole  prendeano  graziosita  e  gaiezza, 
e  d'ogni  più  gentile  virtù  addolcivasi  la  sua  vita  domestica,  apren- 
dosi all'esercizio  di  tutte  le  più  amabili  inclinazioni  del  cuore  umano. 
Ondechè  tutti  gli  amici  lo  ammiravano  e  compativano  come  una 
specie  di  Catone  letterario,  mentre  per  gli  altri  non  era  che  un 
cinico,  il  quale  al  randello  di  Diogene  aggiungea  l'armi  e  la  ferocia 
d'un  soldato.  Tutti  sanno  come  il  Baretti  si  prese  vendetta  di  sua 
mano,  allorché  fu  assalito  per  le  strade  di  Londra  da  una  banda 
di  ladri  e  femminacce,  e  come  si  rese  colpevole  d'omicidio;  ed  è 
pur  opinione  di  molti,  che  in  quel  tristo  frangente  egli  avesse  mo- 
strato men  disposizione  alla  difesa  che  alla  vendetta.  Né  sarebbe 
valso  a  salvarlo  la  patita  provocazione  di  que'  ribaldi,  ne  l'elo- 
quenza della  sua  difesa,  ove  il  Jw^y  non  avesse  inclinato  l'orecchio 
ad  uomini  rispettabili,  specialmente  letterati,  che  si  fecero  innanzi 
attestando  della  vita  incolpevole  del  Baretti,  non  d'altro  imputa- 
bile che  di  naturale  impazienza  a  sopportare  1'  ingiurie,  e  di  pron- 
tezza a  respingerle.  Così  continuò  fino  a'  quarantacinque  anni,  non 
avendo  di  che  provvedere  alla  imminente  vecchiezza,  se  non  appi- 
gliandosi a  insegnare  1'  italiano,  compilando  dizionari,  opere  gram- 
maticali, edizioni  d'autori  italiani  ad  uso  de'  suoi  allievi;  co'  quali 
peraltro  non  ebbe  l'arte  di  vivere  in  pace  per  lungo   tempo.  Chi 


132  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA.   ITALIANA, 


si  diletta  di  pettegolezzi  può  trovarne  im  tesoro  ne'  volumi  di  Bo- 
swell, il  quale  dicenda  et  tacenda  locutus,  lia  pubblicate  non  so 
che  querele  domestiche  fra  il  Baretti  e  la  signora  Thrale,  la  cui 
figlia  stavasi  allora  sotto  la  disciplina  di  lui.  È  proprio  da  com- 
piangere che  il  Baretti,  dopo  esser  vissuto  come  ospite,  familiare, 
maestro  ed  amico  in  casa  di  quella  signora,  e  dopo  esserne  stato 
lontano  per  piìi  che  vent' anni,  portasse  seco  l'ira  fino  all'estrema 
vecchiezza,  quando,  sull'orlo  del  sepolcro,  lanciò  improperi  contro 
di  lei,  allora  divenuta  signora  Piozzi,  infatuato  della  vanità  di  far 
sapere  al  mondo  che  dessa  avea  corrisposto  al  dottor  Johnson.  Ma 
quando  il  Baretti  ebbe  opportunità  di  secondare  il  talento  naturale 
per  la  discussione,  il  suo  ingegno,  la  sua  mente  espandeasi,  e  si 
sollevava  col  subietto.  Il  suo  ragionamento  contro  Voltaire  a  difesa 
di  Shakspeare  fu  vòlto  a  diffondere  i  principii  di  critica  poetica, 
applicati  già  da  tutti  gì'  inglesi,  ma  fin  allora  sconosciuti  in  Fran- 
cia e  in  Italia;  e  ne  trattò  con  quell'abbondante  eloquenza,  con 
queir  ironia,  e  con  lo  stesso  spirito,  insolenza  e  sprezzo  superbo, 
che  aveano  reso  il  dittatore  della  letteratura  europea  oppositor  for- 
midabile. Questo  ragionamento  è  scritto  in  francese.  Uno  de' pregi 
del  Baretti  era  una  grande  facilità  a  impadronirsi  delle  lingue  stra- 
niere. Se  in  tutte  ei  scrivesse  correttamente,  noi  non  siamo  in 
grado  di  giudicare  ;  ma  ne  dubitiamo.  Non  è  poco  per  un  uomo  il 
possedere  perfettamente  tutte  le  ricchezze  della  propria  lingua  :  in 
quelle  degli  altri  paesi  dovrà  sempre  pensare  e  ripensare  ai  modi 
da  usare,  massime  se  vorrà  esprimere  idee  di  carattere  profondo.  Il 
Baretti  non  era  profondo  pensatore  :  concepiva  i  suoi  pensieri  in  una 
guisa  bizzarra,  ed  esprimeali  in  tutte  le  lingue  che  sapeva  con  quella 
caldezza  e  quella  libertà  che  fanno  perdonare  ai  difetti  di  gramma- 
tica, come  que'  cavalieri  che  non  usi  al  maneggio  de'  cavalli,  si 
slanciano  a  tutto  galoppo,  e  sono  ammirati  pel  loro  coraggio. 

Nondimeno,  a  dispetto  dell'audace  confidenza  nella  propria 
forza,  il  Baretti,  tra  per  ammirazione  e  per  necessità  d' istruirsi, 
e  tra  per  moda  e  spirito  di  speculazione,  si  professò  discepolo  e 
imitatore  del  dottor  Johnson.  Ma  la  mente  universale  e  intuitiva 
di  Johnson,  la  superiorità  che  tenea  fra'  contemporanei,  la  preci- 
sione ed  originalità  della  sua  eloquenza,  e  principalmente  la  gra- 
vità del  suo  carattere  conferivano  un  che  di  venerazione  anche  alle 
baie  che  cadeano  dalle  sue  labbra;  laddove  le  arroganti,  subitanee 
e  talor  volgari  maniere  del  Baretti  riuscivano  a  detrarre  allo  splen- 
dore e  alla  dignità  eziandio  del  vero.  Johnson  e  Baretti  aveano 
imparato  di  per  se  stessi,  e  però  aveano  il  grandissimo  vantaggio 
di  pensare  e  di  esprimersi  a  modo  interamente  loro  proprio  :  le 
loro  menti  non  erano  state  preoccupate  dalle  forme  servili,  dalla 
pedanteria,  àdXVesjìrit  de  corps  del  collegio  e  dell'università  ;  ma 
peraltro,  come  avviene  di  tutti  quelli  che  hanno  imparato  di  per 
se  stessi,  si  davano  a  credere  che  qualunque  cosa,  da  essi  impa- 
rata senza  maestro,  non  fosse  stata  mai  per  l' innanzi  conosciuta 
ne  insegnata  da  altri.  Il  legger  confuso,  tumultuario,  e  spesso  in- 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  133 

terrotto,  in  gran  varietà  di  libri,  quand'eran  giovani,  aveva  abi- 
tuate le  loro  facoltà  mentali  alla  sconnessione,  al  disordine,  all'  im- 
pazienza ;  e  non  appena  un  raggio  di  verità  balenava  su  loro,  si 
affrettavano  ambiziosamente  a  comporne  massime  generali  ed  as- 
siomi, arrivando  talora  a  conseguenze  che  non  erano  affatto  dedotte 
da'  principii  cbe  aveano  posti.  I  fatti  intorno  a'  quali  ragionavano, 
non  erano  moltiplicati  per  ripetLite  ricerche,  non  esaminati  né  con- 
frontati diligentemente,  e  le  date,  senza  le  quali  gli  effetti  si  paion 
cause  e  le  cause  effetti,  di  raro  si  trovano  esatte  ne'  loro  scritti  ; 
ond'  è  che,  mentre  di  tutto  disputavano  e  sempre  e  con  tutti,  le  loro 
magistrali  sentenze  non  erano  scevre  di  errori  e  di  contradizioni. 
Avevano  spesso  ricorso  ai  sofismi,  qualche  volta  ai  sarcasmi;  e 
combattevano  più  per  vanità,  che  per  amore  del  vero.  Erano  am- 
bidue  avventurieri,  e  faceano  sfoggio  di  loro  ricchezze  con  tutto 
il  fasto  e  la  pompa  de'  nuovi  ricchi.  Ma  le  ricchezze  della  mente 
di  Johnson  si  davano  spontanee,  nuove,  svariate,  infinite,  come 
sono  le  produzioni  del  genio,  qualunque  educazione  abbia  ricevuto. 
Il  Baretti  all'incontro  non  avea  scintilla  di  genio:  la  natura  gli 
avea  dato  quella  specie  d' ingegno,  che  conosce  come  adoperar 
destramente  e  con  una  cert'aria  di  novità  quel  eh'  è  stato  inven- 
tato da  altri,  ma  è  affatto  impotente  a  scoprire  o  inventare  alcuna 
cosa  da  se  stesso.  Era  acuto,  perseverante,  trasmutabile,  e  quando 
volea  convincer  altrui  di  errore,  talvolta  avventurato.  Quell'  istinto 
irresistibile  che  lo  stimolava  a  continue  battaglie  di  penna,  padro- 
neggiava siffattamente  tutte  le  sue  facoltà,  che  non  potea  ne  leg- 
gere ne  pensare  di  cose  che  pur  accrescevano  dovizia  alle  sue  co- 
gnizioni, senza  che  non  rimproverasse  nel  tempo  stesso  a  qualche- 
duno  povertà  o  fiacchezza  d' intelletto.  Il  meglio  delle  sue  poche 
dovizie  letterarie  gli  derivò  dal  conversare  con  Johnson.  Checché 
Johnson  dicesse  e  scrivesse,  rivelava  l'uomo  di  mente  superiore, 
che  sapea  di  essere  nato  in  bassa  condizione,  e  d'avere  spesa  la 
miglior  parte  della  primavera  della  vita  in  occupazioni  sconosciute 
al  suo  alto  intelletto,  alla  nobiltà  della  sua  mente  ;  e  come  per 
cancellar  dalla  propria  memoria,  non  che  dall'altrui,  la  bassezza 
anteriore  del  suo  stato,  sembra  che  pigliasse  l'uso  di  parlar  sem- 
pre con  più  pompa  ed  autorità,  e  con  meno  buon  gusto  che  non 
avrebbe  fatto,  se  avesse  sortito  nascita  più  ragguardevole  e  men 
contraria  fortuna;  e  però  diede  splendore,  magnificenza  e  sonora 
rotondità  di  stile  anche  agli  scherzi,  e  alle  idee  più  comuni.  Ma 
il  suo  discepolo  italiano  fin  dalla  prima  giovinezza  era  stato  con- 
dannato a  vagare  come  un  reietto,  ed  era  cresciuto  in  un  paese 
dove  e  corte  e  nobili  ed  anche  magistrati  impunemente  oltraggia- 
vano spesso  le  leggi,  cosicché  chi  non  volea  portarsi  in  silenzio 
l'ingiustizia  e  l'insulto,  afferrava  qualsivoglia  occasione  di  vendi- 
carsene con  armi  e  sangue.  Ebbe  casa  raramente  fuorché  nelle 
osterie  e  nelle  taverne  fra  gente  abietta,  e  sovente  pessima  ;  ed 
inclinando,  come  il  maestro  Johnson,  a  sensualità  e  crapula,  ma 
meno  di  lui  scrupoloso  nella  scelta  de'  compagni,   il  Baretti  con,- 


134  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


trasse  maniere  volgari,  clie  diventarono  sua  seconda  natura,  ed  in- 
fluirono ne'  suoi  scritti.  Infatti,  o  clie  fosse  per  un  pensiero  istin- 
tivo o  da  esperienza,  sentì  clie  1'  imitare  la  solennità  dello  stile  di 
Jolinson  lo  avrebbe  fatto  ridicolo;  ed  anzi,  fin  nella  propria  lin- 
gua, trascurò  gli  autori  cbe  scrissero  con  dignità,  e  studiò  poesia 
nel  Berni,  prosa  in  Benvenuto  Cellini,  autori  che  lo  poteano  for- 
nire solo  d'  idiotismi.  Non  fece  sua  ne  la  grazia  spontanea  del  primo, 
nò  l'energia  del  secondo.  Vero  è,  che  se  l'autobiografìa  del  Cellini 
cominciò  ad  esser  pregiata  più  che  per  1'  innanzi  in  Italia,  grazie 
al  Baretti,  il  quale  concesse  all'artista  fiorentino  la  palma  sox3ra 
tutti  gli  scrittori  toscani,  abbenchè  esagerate  fossero  tante  lodi, 
ne  venne  pur  questo  di  bene,  che  molti  italiani  impararono  da 
queir  opera,  come  il  pensar  fortemente  e  il  concepire  potente- 
mente quel  che  si  scrive,  è  mezzo  più  efficace  a  formar  lo  stile, 
che  non  tutti  i  retori  grammaticali,  e  i  grammatisti  retorici  delle 
loro  accademie.  L'espressione  italiana  del  Baretti  corrisponde  al- 
l'energia della  sua  mente;  e  quantunque  egli  non  sia  ad  aversi 
in  conto  di  scrittore  veramente  puro,  e  le  sue  opere  (aggirandosi 
nella  maggior  parte  intorno  a  subietti  grammaticali,  o  lizze  lette- 
rarie, fra  le  quali  passò  la  vita)  non  abbiano  grande  importanza, 
in  grazia  nondimeno  dello  stile,  sono  tuttavia  ristampate  e  lette. 
Chiunque  sapesse  tanto  d' italiano  e  d' inglese  da  poter  pronunziare 
un  giudizio,  direbbe  forse  che  il  modello  che  il  Baretti  s'era  messo 
davanti  per  lo  stile  e  pe'  modi,  era  Swift. 

Con  siffatte  abilità,  con  quel  carattere,  sapore  e  stile,  il  Ba- 
retti lasciò  1'  Inghilterra  e  tornò  in  Italia,  dove  nel  1765  die  prin- 
cipio ad  un'opera  periodica,  intitolata  :  Frusta  letteraria  di  Ari- 
starco Scannabue.  GÌ'  Italiani,  e  specialmente  i  Fiorentini,  danno 
nome  di  bue  agli  uomini  corpulenti,  e  agli  scrittori  stupidi.  Con- 
venienti al  suo  nuovo  nome  e  al  titolo  del  giornale  furono  le  opi- 
nioni \ere,  false  o  dubbiose,  i  numerosi  paradossi,  pregiudizi  e  so- 
fismi che  disseminò  fra  i  suoi  connazionali.  Le  opinioni,  talvolta 
avventate  e  non  sempre  giuste,  della  critica  inglese,  ma  che  pro- 
nunziate a  modo  d'oracoli,  si  erano  procacciata  venerazione  fra  la 
moltitudine  dei  lettori,  allorché  furono  con  minacciosa  arroganza 
ripetute  dal  Baretti,  provocarono  ad  un  esame  più  severo;  e  quelle 
ch'eran  parziali,  o  almeno  dubbiose,  furono  riprovate  siccome  in- 
giuste e  maligne.  Le  molte  verità,  le  nuove  luminose  illustrazioni 
del  Johnson,  applicabili  alla  letteratura  di  ogni  popolo  e  di  ogni 
età,  ed  insieme  convincentissime,  come  quelle  che  sembrano  mosse 
da  ispirazione  di  mente  quasi  divina,  furono  adoperate  dal  Baretti,  in 
tal  guisa  da  far  credere  che,  più  che  il  beneficare  la  patria,  avesse 
per  suo  proposito  I'  invilimento  e  la  detrazione  degli  uomini  più 
stimati  della  nazione,  il  sovvertimento  di  tutte  le  teorie  consacrate 
dal  tempo,  la  diffusione  di  scandali  e  d'eresie  letterarie  nelle  ac- 
cademie e  nelle  scuole.  Forse  l' Italia  non  era  ancora  in  grado  di 
accogliere  quelle  verità;  ma  comunque  ciò  fosse,  perchè  meno  osti- 
nata fosse  la  ripulsione,  bisognava  uno  scrittore  più  insinuante,  © 


LETTERATURA  ITALIANA  PERIODICA.  135 

men  fanatico  dell'infallibilità  del  suo  precettore.  L'artista,  il  quale 
per  bizzarria  figurò  la  signora  Thrale  che,  vestita  alla  montanina, 
guida  ad  una  fiera  il  formidabile  dottore  in  figura  d'un  orso,  avrebbe 
compiuta  la  pittura  se  avesse  messo  il  Baretti  sulla  schiena  del- 
l'orso in  figura  di  scimmia.  Fino  a  quel  tempo  i  poeti  italiani  si 
eran  considerati  da  meno  de'  poeti  di  Grecia  e  di  Roma  :  credevano 
che  gli  usi,  la  religione  o  il  linguaggio  degli  antichi  fossero  meglio 
adatti  a  poesia,  o  che  natura  avesse  cessato  di  produrre  genii  straor- 
dinari; e  non  videro  che,  indipendentemente  da  quelle  circostanze, 
parte  vere,  parte  esagerate  e  parte  immaginarie,  la  poesia  degli 
antichi  consisteva  nel  disegno,  nel  colorito  del  pensiero,  nell'unità 
e  proporzione  delle  immagini,  e  però  in  una  perfezione,  cui  niun 
genio  può  arrivare  se  è  incatenato  dall'  imperiosa  necessità  della 
rima.  I  tentativi  di  avvicinarsi  alla  maniera  degli  antichi  per 
mezzo  del  verso  sciolto ^  erano  riusciti  miseramente  per  molti  anni, 
finche  a'  tempi  del  Baretti  comparvero  alcuni  bei  saggi,  onde  co- 
minciossi  a  sperare  che  la  poesia  italiana  si  sarebbe  potuta  trattare 
in  guisa  da  ottener  molti,  se  non  tutti,  i  meravigliosi  effetti  del- 
l'esametro. Indi  a  non  molto,  a  cotal  perfezione  fu  condotto  il  verso 
sciolto,  che  il  linguaggio,  i  pensieri,  la  poesia  presero  assai  più  di 
larghezza,  di  abbondanza,  di  splendore,  e  un  aspetto  nuovo  del 
tutto.  Infatti  la  letteratura  italiana  s' è  agerandita  mercè  de'  versi 
sciolti,  e  ha  stabilito  un'epoca  importantissima,  che  non  è  stata  fin 
qui  abbastanza  notata  e  descritta.  Ma  il  Baretti  o  non  vide,  o  si  era 
determinato  a  non  vedere  l'avvenuto  miglioramento;  e  poiché  il 
suo  dottor  Johnson  erasi  professato  contrario  al  verso  sciolto,  con- 
verti quell'avversione  in  anatema  superstizioso  e  ridicolo.  Se  uo- 
mini versati  in  cotali  studi  confrontassero  coll'originale  una  delle 
satire  di  Giovenale  imitata  dal  dottor  Johnson,  scorgerebbero  a 
un  tratto  che  il  verso  del  poeta  antico,  non  tiranneggiato  dalla 
rima,  concedeva  al  poeta  di  far  presenti  i  suoi  pensieri,  disegnati, 
formati,  incarnati  in  vivissime  immagini.  Le  massime  generali,  i 
fatti,  le  allusioni  si  trovano  nel  satirista  latino  sotto  forma  di  numi 
e  di  genii  irati,  e  par  di  vedere  la  lor  minacciosa  attitudine,  e 
par  di  udire  quelle  parole  severamente  ammonitrici;  e  quelli  stessi 
pensieri,  laddove  sono  angustiati  fra  le  rime,  si  mutano  in  sen- 
tenze epigrammatiche,  che  nell'armonia  e  nel  vigore  dell'espres- 
sione ci  danno  a  sentire  l'oratore,  il  filosofo,  il  profondo  osserva- 
tore del  cuore  umano  e  il  perfetto  verseggiatore;  ma  di  raro,  se 
pur  qualche  volta,  il  poeta.  Vero  è,  che  Johnson  non  parve  fatto 
dalla  natura  per  essere  gran  poeta  ;  ond'egli,  forse  di  ciò  consa- 
pevole, fece  agire  tutte  le  altre  potenti  facoltà  del  suo  spirito  afiin 
di  costituirsi  giudice  profondo  ed  originale  in  quell'arte,  nella  quale 
i  suoi  primi  sperimenti  non  erano  stati  uguali  alla  sua  ambizione. 
Il  Baretti  die  principio  alla  sua  ^carriera  con  la  traduzione  delle 
opere  drammatiche  del  Corneille.  E  raro  che  la  poesia  rimata,  quella 
principalmente  de'  Francesi,  fornisca  il  traduttore  di  tanto  colorito 
e  disegno,  e  di  tante  immagini  che  possa  essere  trasportata  nel  verso 


136  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 


sciolto  con  effetto  ;  ed  il  Baretti  fece  la  traduzione  in  verso  sciolto, 
e  riuscì  deplorabile.  Imputò  egli  la  caduta  alla  mancanza  della 
rima  ;  ma  egli  avrebbe  ben  potuto  querelarsi  con  la  poesia  del  suo 
originale,  o  con  la  rima,  e  massimamente  col  suo  ingegno  antipoe- 
tico. E'  par  veramente  ch'egli  ciò  riconoscesse,  dacché  si  distolse 
affatto  dai  versi,  e  tutto  si  volse  alla  formazione  di  quel  suo  stile 
in  prosa,  che  riuscì  formidabile  appunto  ai  poeti,  fra'  quali  non  gli 
era  stato  possibile  di  essere  annoverato.  E  ciò  stesso  fu  cagione  che 
Johnson  si  desse  con  tanta  compiacenza  a  fabbricare  solenni  periodi 
per  farci  sapere  che  Milton,  quand'era  ragazzo,  fu  battuto  in  col- 
legio dal  maestro  ;  che  Milton,  in  vecchiaia,  quantunque  già  intre- 
pido propugnatore  di  libertà,  era  naturalmente  tiranno,  perchè,  in- 
fermo, cieco,  solitario,  cercava  aiuto  ed  esistenza  dal  sesso  più 
debole,  ed  altrettali  maligne  induzioni,  — per  non  mentovare  quelle 
che  con  poco  accorgimento  e  meno  dignità  estorse  da  una  came- 
riera, per  tassare  il  Pope  di  ghiottoneria,  e  di  stravaganze  puerili, 
e  d'altre  miserie  comuni  a  tutti  gli  uomini.  Tutto  ciò  è  prova, 
che  il  critico,  arrabbiato  colla  natura  che  non  avealo  destinato 
poeta,  se  ne  vendicava  contro  i  poeti  di  grandissima  fama  ;  e  che 
quando  le  loro  opere  e  il  consenso  dell'umanità  lo  impedirono  di 
oltraggiare  il  Genio,  adoperossi  a  sparger  sospetti  sulle  loro  inten- 
zioni e  sulla  loro  vita.  Johnson  si  contentò  nondimeno  di  lodare 
o  vilipendere  i  morti;  non  già  il  Baretti.  Il  Baretti  colla  sua  Fru- 
sta letteraria  flagellò  spietatamente  i  vivi  ;  e  qualche  volta  a'  suoi 
colpi  risposero  minacce  di  spada  e  di  pugnale.  Vi  fu  un  bresciano, 
mezzo  poeta  e  mezzo  gentiluomo,  il  quale  intimò  al  Baretti  che, 
0  censurato  o  lodato  che  lo  avesse  nel  suo  giornale.  Aristarco  Scan- 
nabue,  sarebbe  stato  trovato  egli  stesso  scannato,  qualche  notte, 
per  le  vie  di  Brescia;  città  famosa  a  que'  tempi  per  atti  quotidiani 
di  quella  specie,  commessi  impunemente.  La  minaccia  era  vile,  e 
il  Baretti  la  disprezzò.  Ma  benché  tai  querele  non  finiscano  gene- 
ralmente nel  sangue,  cagionano  sem]3re  acerbità  d' invettive,  ma- 
lignità velenosa,  bassezza  e  volgarità  di  strapazzi,  che  per  amore 
alla  causa  della  letteratura  dovrebbero  essere  lasciate  al  disprezzo 
e  all'oblio.  Quanto  a  noi,  ce  ne  ricordiamo  con  indignazione  pro- 
fonda, senza  peraltro  voler  far  ingiuria  al  retto  sentire  degl'  Ita- 
liani moderni,  i  quali,  tuttoché  non  affatto  purgati  del  lievito  di 
quell'antica  colpa,  peccano  in  ciò  assai  meno  de'  loro  antenati.  E 
come  liberarsene  affatto  in  un  paese,  dove  ciascuna  capitale,  cia- 
scuna accademia,  ciascun  collegio,  ciascun  municipio  affetta  premi- 
nenza in  letteratura?  dove  tutti,  sforzati  al  silenzio  ed  all'inope- 
rosità negli  affari  di  gran  rilievo,  si  danno  a  mettere  importanza 
nelle  frivolezze?  dove  padroni  stranieri  si  compiacciono  nell' umi- 
liare, nell' avvilire  gli  uomini  nati  ad  educare,  ammaestrare,  ed 
onorar  la  patria  loro,  e  dove  perciò  le  guerre  di  penna,  divenute 
ridicole  altrove,  vivono  ancora  ?  E  in  Italia  degenerano  in  odii  ci- 
vili, che  accrescono  le  discordie,  la  debolezza,  la  ignoranza  e  la 
schiavitù  di  tutta  quanta  la  nazione  ! 


LETTERATTJRA   ITALIANA    PERIODICA.  137 

Il  sentimento  religioso,  predominante  nel  carattere  di  Jolinson 
e  tendente  a  superstizione,  era  forse  ugualmente  sincero,  quantun- 
que meno  intenso,  nella  mente  del  Baretti.  Come  Johnson  in  In- 
ghilterra non  volle  andare  ad  un  sermone  recitato  dall'illustre  sto- 
rico di  Carlo  V,  perchè  quegli  predicava  calvinismo,  cosi  il  Baretti 
in  Italia  si  sentì  ispirato  a  flagellare  colla  sua  Frusta  letieraria 
chiunque  non  era  scrupoloso  veneratore  di  tutti  i  dommi  della 
Chiesa  cattolica.  Ma  non  perciò  gli  venne  fatto  d'ammorbidire  i  preti 
e  i  frati,  i  quali  erano  allora,  e  pare  che  oggi  sieno  per  ridive- 
nire, soli  essi  i  poeti  e  i  critici  della  nazione,  come  sono  i  mae- 
stri, i  commensali,  i  confessori,  i  buffoni,  e  ben  sovente  i  compu- 
tisti e  i  maestri  di  casa  ne'  palagi  de'  ricchi  e  de'  nobili  ;  e  prin- 
cipalmente i  professori  de'  collegi  e  delle  università,  e  non  di  rado 
le  spie  de'  governi.  Invano,  nel  censurare  i  versi  di  certi  preti  e 
frati,  il  Baretti  si  professa  campione  della  religione,  e  adoratore 
de'  loro  conventi,  de'  loro  istituti.  Alla  fine  ebbe  a  confessare  che 
dovea  dai  preti  riconoscere  tutte  le  nere  calunnie  ond'era  stato 
coperto,  e  tutti  i  pericoli  ch'avea  corsi  d'esser  carcerato  come  va- 
gabondo, condannato  come  reo  di  ribellione,  arso  vivo  dal  San.- 
t' Uffizio  come  eretico. 

E  poiché  tutte  le  opinioni  del  dottor  Johnson  erano  nel  credo 
del  Baretti,  egli  trasfuse  nella  Frusta  letteraria  anche  il  tori- 
smo  del  suo  maestro,  e  non  ebbe  pietà  per  alcuno  di  quegi'  Ita- 
liani che  si  erano  esposti  a  rischi  e  fatiche  a  fine  di  liberare  la 
patria  dalle  leggi  e  dagli  usi  tramandati  dai  secoli  della  barbarie. 
Il  marchese  Beccaria  stimolato  da  irresistibile  amore  per  la  verità 
e  per  la  patria,  ebbe  coraggio  di  comporre  l'opera  Dei  delitti  e 
delle  pene  ;  ma  sgomentato  dello  spirito  dei  tempi  e  del  paese,  la 
scrisse  di  nascosto,  e  la  pubblicò  senza  nome.  Tutti  i  governi  d'Ita- 
lia misero  una  taglia,  come  al  capo  d'un  malandrino,  al  nome  del- 
l'autore perchè  fosse  scoperto. 

Se  il  popolo  cominciava  finalmente  a  distinguere  fra  peccati 
che  si  debbono  rimettere  al  giudizio  di  Dio,  e  delitti  che  fanno 
responsabile  il  reo  davanti  alle  leggi  umane  ;  se  la  tortura  comin- 
ciò ad  essere  abolita  in  Europa  ;  se  il  processo  criminale  si  scoperse 
in  tutta  la  sua  originale  spaventevole  deformità,  solo  il  Beccaria  ne 
ha  merito  ;  e  sopra  lui  nondimeno  il  Baretti  si  avventò  senza  mi- 
sericordia. Strano  e  miserevole  a  dirsi  !  che  mentre  gi'  Italiani  si 
sforzavano  in  ogni  modo  a  risvegliarsi  dal  profondo  letargo  della 
schiavitù,  un  loro  connazionale,  lungamente  vissuto  fra  un  popolo 
avventuroso  per  libere  costituzioni,  dovesse  venir  d' Inghilterra  a 
sostenere  leggi,  usi  ed  abusi,  sol  perchè  consacrati  dalla  prescri- 
zione degli  anni,  e  dal  volere  d'un  papa.  Né  stette  molto  il  Ba- 
retti a  sapere,  che  la  condizione  politica  della  sua  patria  non  con- 
feriva gran  fatto  ne  sicurezza,  ne  pace.  Egli  avea  scritto  e  provato 
ohe  il  cardinal  Bembo  non  era  stato  altro  che  un  poeta  mediocre  ; 
e  gì'  inquisitori  di  stato  proibirono  la  continuazione  della  Frusta 
Wtteraria  in  Venezia,  cacciando  dal  territorio  della  repubblica  il 


138  GUIDA   DELLA   STAIVIPA   PERIODICA   ITALIANA. 

critico,  cLe  avea  avuta  l'audacia  d'asserire  die  tre  secoli  prima  un 
cardinale  veneziano  avea  composto  un  certo  numero  di  sonetti  insi- 
pidi. —  La  Frusta  ricomparve  negli  stati  del  papa;  ma  colà  avendo, 
non  senza  ragione,  notato  d'ipocrisia  e  d'eresia  l'abate  de' Bene- 
dettini, prelato  ed  autore  di  molti  libri  allora  celebri,  adesso  quasi 
dimenticati,  il  Baretti  si  vide  costretto  a  cercar  nuovo  asilo  in 
Lombardia.  —  La  casa  d'Austria,  osservando  che  gì'  Italiani  di  quel 
tempo  erano  troppo  devoti  ai  loro  nobili  e  preti,  incominciò  ad 
avvisar  modo  d'umiliare  questi  ultimi,  e  s'ingegnò  di  trarre  a  se 
l'amore  e  l'obbedienza  del  popolo  per  larghe  promesse  di  miglio- 
ramenti, sebbene  in  appresso  abbia  fatto  rivivere  tutte  le  vecchie 
e  barbariche  leggi  che  le  procacciano  ubbidienza  e  odio.  Era  in 
quel  tempo  al  governo  di  Lombardia  il  conte  Firmian,  stimato 
ed  amato,  specialmente  fra  gii  uomini  di  lettere,  per  popolarità 
nell'amministrazione  :  ma  quando  il  Baretti  si  disponeva  a  pubbli- 
care in  Milano  i  suoi  Viaggi  di  Portogallo,  il  conte  gli  mandò  di- 
cendo, che  in  quel  libro  non  si  sarebbe  potuto  parlare  di  ninna 
cosa  che  si  riferisse  a  politica.  Un  altro  ministro  che  affettava 
grande  ammirazione  alla  letteratura,  invitò  il  Baretti  a  visitarlo, 
e  lo  ricevè  nella  camera  j)ropria,  dove  non  era  che  una  sedia,  e 
questa  occupata  dal  ministro  ;  il  che  vedendo  il  Baretti,  fredda- 
mente si  mise  a  sedere  sul  letto.  Questo  tratto,  ed  altri  della  stessa 
specie  bastarono  a  procurargli  un  ordine  di  esilio  da  tutti  gli  stati 
italiani;  e  cosi  tornossene  in  Inghilterra,  dove,  attenendosi  in  teo- 
ria alle  dottrine  dell'ubbidienza  passiva,  continuò  fino  al  settante- 
simo anno  di  vita,  pensando,  parlando,  scrivendo  e  operando  li- 
berissimamente ;  e  morì  pochi  mesi  dopo  il  suo  maestro  Johnson. 
Continua  povertà  avealo  avvezzato  alla  frugalità  più  severa,  ma 
le  lunghe  astinenze  lo  indussero  qualche  volta  a  godersi  i  suoi 
guadagni  con  troppo  poca  economia.  La  Real  Accademia  di  Lon- 
dra gli  conferi  titolo  di  segretario  della  corrispondenza  straniera, 
coU'annuo  stipendio  di  25  lire,  cresciuto  poi  fino  a  80.  È  probabi- 
lissimo che  senza  questo  aiuto  non  avrebbe  lasciato  di  che  pagare 
le  spese  del  suo  funerale. 

La  Frusta  letteraria  era  giunta  al  secondo  anno,  e  là  si  ri- 
mase. Temporanei  furono  i  mali  che  fece,  permanenti  i  benefizi. 
A  quel  tempo  la  letteratura  italiana,  sotto  le  vecchie  regole  sco- 
lastiche giaceva  in  profondo  letargo  ;  ne  del  tutto  è  da  biasimare 
il  Baretti  se,  per  iscuoterla  da  quella  stupefazione,  armossi  di  ri- 
dicolo, di  passione,  di  minacce  magistrali,  e  costituì  la  pedanteria 
in  una  specie  di  dittatura.  Tutte  le  sciocchezze  che  poterono  com- 
mettersi nella  repubblica  letteraria,  ebbero  a  provarne  la  severa 
autorità,  umiliate  tutte  quasi  sempre  sotto  i  colpi  d'un  uomo  fatto 
e  nudrito  per  battaglie  di  quella  specie.  La  folla  de'  lettori,  ai 
quali  il  senso  comune  aveva  già  detto  come  gii  storici  prezzolati 
delle  case  sovrane,  gli  oratori  dei  panegirici  ai  santi,  gli  ammirati 
poetastri  de'  sonetti  petrarcheschi  e  delle  canzonette  prosaiche,  e 
gli  scrittori  delle  dissertazioni  accademiche  erau  nulli  e  peggio  che 


LETTERATURA   ITALIANA    PERIODICA.  139 

nulli,  si  rallegrò  vedendoli  precipitar  d' improvviso  da  quelle  sedi 
accademicb.e  sulle  quali  fin  allora  eran  parati  sacri  e  inviolabili. 
La  misera  vanità  degl'  Italiani  clie  si  credeano  maestri  al  mondo, 
fu  pur  fatta  vergognare  alquanto  dal  Baretti,  il  quale  non  restava 
mai  dal  gridare  die  ben  gli  stranieri,  già  più  secoli  prima,  avean 
mestieri  di  condursi  alle  scuole  d' Italia  in  cerca  d'  insegnamento  ; 
ma  ch.e  al  presente  gl'Italiani  farebbero  bene  a  non  isdegnar  di 
ricorrere  a  quelle  degli  stranieri.  In  somma,  da'  nuovi  principii 
inculcati  dal  Baretti  emanarono  assai  corollari  pregni  di  verità  ne- 
cessarie ad  essere  intese  e  messe  in  atto  dagl'Italiani:  questo  fra 
gli  altri  —  che  tutti  gli  uomini,  e  fra  tutti  principalmente  quelli 
dotati  di  genio,  debbono  riguardare  più  al  fine  ch'ai  mezzi;  e  che 
laddove  i  precetti  d'un' arte  non  pieghino  al  fine,  si  debba  abban- 
donarli. —  Sciaguratamente  gi'  Italiani,  per  voler  mettere  in  azione 
i  mezzi  a  seconda  di  certe  regole,  smarrirono  la  vista  del  fine,  e 
quegli  fu  tra'  poeti  e  scrittori  il  più  lodato,  che  più  religiosamente 
erasi  attenuto  alla  poetica  d'Aristotile,  alla  rettorica  di  Quintiliano, 
e  al  vocabolario  della  Crusca  :  in  una  parola,  sol  che  potessero  so- 
disfare ai  critici,  tolleravano  lietamente  che  tutto  il  resto  del  genere 
umano  li  giudicasse  melensi.  D'altronde  i  pregiudizi  politici  e  re- 
ligiosi del  Baretti  non  avrebbero  potuto  a  que'  tempi  prender  radice; 
ne  egli,  né  Johnson,  né  chiunque  altro  degli  scrittori  che  tenevano 
il  campo,  sarebbero  bastati  a  dare  impaccio  allo  riforme  che  per 
tutta  Europa  andavano  maturando.  La  lotta  per  l' indipendenza  in 
America,  la  diffusione  della  filosofìa  francese  e  l'eloquenza  de' capi 
della  parte  wliig  in  Inghilterra  ;  le  controversie  col  papa,  vinte  da 
Giuseppe  II  in  Germania  e  da  Leopoldo  in  Toscana  ;  lo  spirito  filo- 
sofico tanto  sottilmente  professato  da  Federigo  II  di  Prussia,  l'eroe 
del  suo  tempo  ;  e  finalmente  il  continuato  progredire  della  scienza 
obbligarono  gli  uomini  d'ogni  paese,  d'ogni  partito,  d'ogni  setta 
ad  agire  a  dispetto  di  sé  stessi,  e  talvolta  senza  saperselo,  in  op- 
posto a  quello  ch'aveano  fatto  i  loro  padri.  Il  Baretti,  anche  allora 
che  nemicava  ogni  tentativo  di  libertà  politica  e  religiosa,  predi- 
cava riforme  e  liberissimi  principii  in  letteratura,  non  pensando 
mai  che,  rigenerata  per  nuovi  principii  la  letteratura,  ne  viene 
presto  0  tardi,  inevitabilmente,  il  rinnovamento  politico  e  religioso. 
Di  ciò  debbono  gì'  Italiani  esser  grati  al  Baretti  che  quelle  dot- 
trine diffuse,  e  al  dottor  Johnson  che  primo  le  promulgò. 

Ne'  trent'anni  trascorsi  dalla  sparizione  della  Frusta  letteraria 
alla  rivoluzione  francese,  le  opere  periodiche  crebbero  in  numero, 
non  in  valore.  Le  più  continuarono,  come  già  notammo  ne'  tempi 
anteriori,  ad  uscire  da  qualche  università,  dove  i  professori  che 
individualmente  si  odiavano  l'un  l'altro,  si  univano  in  lega  offen- 
siva e  difensiva  contro  le  università,  i  professori,  gli  scrittori  e  i 
giornali  degli  altri  piccoli  stati.  I  pochi,  paurosi  d'attaccar  brighe 
per  dispute  inutili,  o  che  sdegnassero  trafficar  lodi  e  censure,  o 
giustamente  spregiassero  i  giornali  d'Italia,  erano  assaliti  d'ogni 
parte  ;  ed  Alfieri  più  duramente  ohe  altri.  Quelli  di  minor  merito j 


140  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA  ITALIANA. 

ma  ]3Ìù  sperti  nell'arte  d'usurpare  celebrità,  adulavano  tutti  i  cri- 
tici d' Italia,  e  ne  erano  adulati  a  ricambio  ;  ed  un  autore  cbe  fosse 
nobile  e  allungasse  il  suo  nome  con  una  coda  di  titoli  o  derivati 
dalla  famiglia  o    da   uffizio  di  professore  o  d'altra   carica,  vedeva 
gareggiare  i  giornalisti  a  far  echeggiare   que'  titoli   dalle  Alpi  in 
Piemonte  fino  all'  Etna  in  Sicilia.  Poche  sono  le  opere  periodiche 
pubblicate  da  cinquant'anni  in  qua,  dove  non  trovisi  registrato  il 
nome  e  l'elogio  del  cìUarissimo  signor  conte  Gian  Francesco   Ga- 
leani  Napione  da  Cocconato,  che  ben  ci  richiama  alla  memoria  il 
nome  e  i  pregi  di  Lady  Carolina   Wilhehnina  Amelia  Sheggs  del 
BUON  Vicario  di  Wakefield.  Per  verità,  questo  cltiarissimo  signor 
coìite  Gian  Francesco  Galeani  Napione  da  Cocconato  pubblicò  circa 
trent'anni  fa  un  trattato  in  due  volumi  Sui  pregi  della  lingua  ita- 
liana,  abbondante    d'erudizione  e  non  ignudo  di  buon    senso  ;  ma 
scrittore  mediocre  e  freddissimo,  non  sa  l'arte  d'abbellire  lo  stile 
con  le  ricchezze  di  quella  lingua  di  cui  è  si  largo  lodatore  ;   e  dei 
grammatici,   che   per   tutti   accettarono   i   suoi   precetti,    non   uno 
seppe  farne  un'applicazione.  L'opera  sembra  composta  veramente 
per  adulare  la  povera  vanità  degl'  Italiani,  ai  quali  il  nobile  autore 
intende  di  provare  «  essere  la  loro  favella  un  armonioso  gravicem- 
«.  baio,  e  ogni  altra  lingua  non  altro  che  una  chitarra  ».  Ma  dov'  è 
chi  possa  oggi  toccar  con  effetto  il  meraviglioso  istrumento?  e  per- 
chè, sotto  le  mani  del  suo  panegirista  1'  istrumento  è  quasi  sempre 
fuor  di  tono,  e  sempre  monotono  ?  Molti  altri  libri  composti,  o  da 
esser  composti   dal   nobile  autore  si  trovano   portati  a  cielo  nelle 
opere  periodiche  di  quel  tempo,  ma  noi  non  abbiamo  potuto  rin- 
tracciarli ;  e  quelli  cui  ci  volgemmo  per  averne  contezza,  tutti  ne 
assicurano  non  averli  veduti  mai,  nò  sapere  se  pur  mai  fossero  pub- 
blicati. Noi  non  avremmo  mentovato  questo  nobile  autore,  se,  come 
il  più  antico  e  venerando  fra  i  molti  idoli  viventi  che  si  godono  la 
periodica  adorazione  de'  giornalisti  italiani,  non  fosse  stato  oppor- 
tuno a  porgere  un'idea  dell'aristocrazia  letteraria.  Ed  oggi,  quando 
il  nobile  autore  possiede  la  veneranda  maestà  degli  anni,  e  la  so- 
lenne gravità  di  essersi  proposto  a'  suoi   concittadini   insegnatore 
dell'arte  difficilissima  di  scordare  tutto  quel   che   hanno  imparato 
dal.  1790  fino  a  questi  tempi;  oggi,  quando  tutti  i  nostri   giorna- 
listi scrivono  a  dettatura  dei  governi,  di  quei  governi  ove  i  reg- 
gitori non  han  fede  che  nei  consiglieri  consultati  dai  padri  loro  ; 
oggi  più  che  mai,  da  Torino  a  Palermo,  tutti  i  giornali  risuonano 
dei  sonante  nome  dei   chiarissimo   signor  conte    Gian   Francesco 
Galeani  Napione  da  Cocconato  l 

La  rivoluzione  fatta  dai  Francesi  in  Italia  trasse  seco  la  li- 
bertà della  stampa  ;  ma  i  giornali  e  le  opere  periodiche  non  se  ne 
avvantaggiarono  affatto,  però  che  tutti  ad  un  punto  degenerarono 
in  gazzette  politiche.  Napoleone,  dopo  dieci  anni  dalla  sua  con- 
quista d' Italia,  riunì  tutte  le  province  settentrionali  della  penisola, 
e  le  chiamò  regno  d' Italia  ;  ed  allora  volle  convertire  tutti,  tranne 
pochi,  i  letterati  in  professori  d'università,  in  niembri  del  Senato, 


LETTERATURA  ITALIANA   PERIODICA.  141 

e  dell'  Istituto  Reale,  panegiristi  e  cantori  delle  alte  sue  gesta, 
editori  e  censori  de'  suoi  giornali.  Favorì  le  scienze,  e  tenne  basse 
le  lettere,  avendo  queste  in  si  vii  pregio  clie  non  dubitò  d'abolire 
nelle  università  le  cattedre  d'istoria,  d'eloquenza,  di  lingue  anti- 
che e  orientali,  non  eccettuata  la  greca.  Era,  si,  tollerabile  qualclie 
opera  periodica  allorcliè  trattasse  di  calcoli  algebrici  e  di  sperimenti 
fisici;  ma  all'incontro  gli  articoli  che  riferivansi  a' prodotti  del- 
l' immaginazione  erano  soioccliissimi  ed  estremamente  abietti,  dettati 
dalla  paura  o  dall'adulazione.  Ne  venne  che  molti  scrittori  accet- 
tassero allegramente  il  giogo  della  schiavitù  per  poter  fare  del- 
l'apostasia un  mezzo  di  utilità  a  sé,  e  di  ruina  altrui:  perciò  isti- 
tuirono un  giornale,  chiamato  11  Poligrafo,  nel  quale  si  professa- 
rono sostenitori  della  dottrina  :  «  Che  chiunque  censuri  le  opere  o 
le  opinioni  d'uno  scrittore  stipendiato  dal  re,  è  reo  di  satira  con- 
tro il  re  ;  imperciocché  se  il  re  proteggesse  un  cattivo  scrittore,  il 
re  sarebbe  ignorante  e  melenso  ;  ora,  siccome  il  re  non  può  essere 
accusato  d'  ignoranza  e  di  melensaggine  da  ninno  de'  sudditi,  né 
direttamente  né  indirettamente,  se  ne  ha  per  legittima  conseguenza 
che  quel  critico  il  quale  disapprovi  le  opere,  le  dissertazioni,  i 
poemi,  sonetti,  canzonette  e  giornali  scritti  da  un  professore  mem- 
bro dell'  istituto,  senatore,  o  addetto  alla  corte,  censura  indiretta- 
mente la  dottrina  e  il  giudizio  del  re,  e  per  ciò  dev'essere  punito 
come  reo  di  crimenlese.  » 

Ad  uomini  nati  in  paese  non  interamente  schiavo  parrà  incre- 
dibile, che  siesi  potuta  mai  sostenere  una  dottrina  di  tal  fatta  ;  ma 
coloro  che  conoscono  a  prova  che  cosa  voglia  dire  governo  assoluto, 
non  si  stupiranno  mai  di  qualunque  artifizio  e  sofisma  inventato 
a  favore  della  schiavitù.  Se  quelli  che  largheggiano  tanto  in  lode 
di  que'  principi  che  sparsero  danaro  sui  letterati,  esaminassero  più 
freddamente  la  storia  di  tutti  i  tempi  e  di  tutti  i  popoli,  sarebbero 
accorti,  che  fu  sempre  usanza  de'  governi  comprare  gli  uomini  di 
genio  come  altrettanti  strumenti  ad  affrettare  la  servitù  delle  na- 
zioni. 

L'Austria  co'  suoi  alleati  rovesciò  Napoleone,  e  riebbe  stato 
in  Italia  non  tanto  per  forza  d'armi,  quanto  per  promesse  di  libe- 
rali istituzioni  —  promesse  che  anche  Napoleone  sul  principio  aveva 
adoperate  con  buona  fortuna  contro  i  monarchi  d'  Europa,  e  che  i 
monarchi  d'Europa,  come  ne  venne  loro  il  destro,  rivoltarono,  ado- 
perandole anch'essi,  contro  di  lui  efficacemente.  A' nostri  dì,  vincerà 
sempre  certamente  colui,  che  meglio  degli  altri  saprà  cattivarsi  le 
orecchie  di  quella  moltitudine  di  creduli  animali  chiamata  uma- 
nità, sempre  pronta  a  fidarsi  di  chi  la  pasce  di  speranze,  e  a  tre- 
mare sotto  la  sferza  di  chi,  dopo  averla  ingannata,  l'opprime.  Per- 
tanto  gli  Austriaci  furon  solleciti  di  tirare  alla  lor  parte  gli  scrittori 
più  acconci  ad  esagerare  i  mali  passati  del  dispotismo  francese,  e 
le  paterne  intenzioni  del  nuovo  dispotismo  tedesco.  Molti  nondi- 
meno, fra  coloro  che  non  avean  riputato  ignominia  lo  adorare  con 
servilità  superstiziosa  e  fanatica  il  genio  potente  di  Bonaparte,  sen- 


142  GUIDA   DELLA    STAMPA.    PERIODICA   ITALIANA. 

tirono  elle  sacrificar  del  pari  la  verità  e  la  patria  ai  Tedeschi  li 
avrebbe  coperti  dell'abominio,  dell'esecrazione  universale.  Comun- 
que fosse,  fu  allora  fondato  in  Milano  sotto  gli  aus^^ici  austriaci  il 
giornale  letterario  intitolato  La  Biblioteca  Italiana.  Ben  sapeano 
gli  editori,  che  se  si  fossero  apertamente  professati  partigiani  del 
nuovo  governo,  si  sarebbero  tirato  addosso  l'odio  del  pubblico;  e 
però  con  un  artifiizio  insidioso  e  perseverante  si  contentarono  di 
denigrare  il  merito  letterario,  e  deridere  le  opinioni  di  quanti  erano 
conosciuti  per  partigiani  dell'unione  e  indipendenza  d'Italia.  Con 
tutto  ciò,  alcuni  de' suoi  articoli  meritano  d'esser  letti;  molti,  nep- 
pure d'esser  confutati. 

Un  altro  giornale  letterario,  istituito  sei  anni  appresso  col 
nome  di  Conciliatore,  fu  uno  sfortunato  tentativo  di  contrabilan- 
ciare le  triste  tendenze  della  Biblioteca  Italiana.  I  cooperatori  ave- 
vano più  d'  intelletto  e  di  buone  intenzioni,  che  di  prudenza  e  di 
esperienza.  Le  pagine  del  loro  giornale,  date  quasi  del  tutto  a  favo- 
rire i  partigiani  del  romanticismo  contro  a'  partigiani  del  classi- 
cismo, eran  giudicate  assai  j)0vera  cosa  dalla  generalità  dei  lettori, 
i  quali  domandano  opere  d'  immaginazione  già  fatte,  e  non  dispute 
interminabili  sul  modo  di  farle  ;  e  siccome  agli  editori  della  Bi- 
blioteca Italiana  agevolmente  riusciva  di  dare  ad  intendere  a'  par- 
tigiani del  classicismo,  che  gli  altri  divulgatori  di  letterarie  inno- 
vazioni non  fossero  altro  che  una  colonia  di  Carbonari  sott' altro 
nome,  e  che  loro  scopo  era  lo  sconvolgimento  d'ogni  antica  isti- 
tuzione, il  governo  austriaco  soppresse  il  Conciliatore  ',  ne  il  pub- 
blico ne  pianse  gran  fatto. 

Un  altro  giornale.  Il  Ricoglitore,  e  scevro  di  qualunque  ten- 
denza politica.  Comparve,  son  pochi  anni,  a  Milano  col  nome  di 
Spettatore  Italiano,  e  poi  di  Spettatore  Stratiiero.  Poche  cose  ine- 
dite vi  si  contengono,  e  si  compone  di  molti  estratti  d'opere  ita- 
liane già  pubblicate,  e  di  traduzioni  di  articoli  da  opere  periodiche 
francesi,  e  inglesi.  E'  pare  che  non  salisse  mai  in  grande  stima, 
perchè  specialmente  l'editore  non  metteva  verun  pensiero  a  pub- 
blicarlo periodicamente. 

Il  giornale  avente  per  titolo  Nuova  collezione  di  opuscoli  scien- 
tifici e  letterari  comparisce  mensilmente  in  Bologna,  ed  è  compo- 
sto di  opuscoli  0  antichi  o  moderni,  latini  o  italiani,  che  non  sieno 
stati  mai  pubblicati,  e  sieno  secondo  le  intenzioni  degli  editori. 
Ma  salvo  alcune  iscrizioni  monumentali  che  sono  modelli  della  più 
pura  latinità,  vi  s' incontrano  pochi  articoli,  degni  di  lode  o  di  cen- 
sura. Quanto  è  delle  iscrizioni,  sembra  che  l'università  di  Bologna 
mantenga  quella  superiorità  che  in  siffatta  specie  di  componimenti 
gì'  Italiani  tennero  sempre.  Più  grande  attenzione  è  dovuta  in  que- 
sta collezione  agli  articoli  scientifici;  e  fra  tutti  vogliamo  notato 
nel  terzo  numero  un  Saggio  sulla  Prognosi  delle  malattie,  che  me- 
riterebbe esser  tratto  fuori  dell'oscurità  d'un  giornale,  e  svolto  in 
un  trattato,  per  bene  de'  medici  e  dell'umanità. 

In  Roma  il  Giornale  Arcadico  è  giunto  al  75.°  volume.  Molto 


LETTERATURA   ITALIANA   PERIODICA.  143 

gusto  e  poco  genio  dimostra  questo  giornale,  e  quel  gusto,  a  dir 
vero,  solamente  ne'  subietti  di  letteratura  classica,  e  antichità.  Negli 
scavi  intrapresi  a  Roma  per  opera  della  duchessa  di  Devonshire, 
si  scoprirono  assai  frammenti  de'  Fasti  Capitolini,  tanto  ed  invano 
desiderati  fin  allora.  La  scoperta  è  stata  occasione  perchè  il  signor 
Bartolomeo  Borghese  in  due  volumi  d' illustrazioni  correggesse  molti 
errori  d' istoria,  e  accertasse  la  data  di  alcuni  avvenimenti  negli 
annali  della  repubblica  romana,  che  non  erano  ben  conosciuti.  La 
critica  intorno  a  questi  monumenti  e  la  loro  illustrazione  nel  Gior- 
nale Arcadico,  sono  scritte  veramente  con  penna  maestra  ;  e  lo 
stesso  potrebbe  dirsi  delle  osservazioni  fatte  nel  medesimo  giornale 
intorno  a'  Codici  antichi  scoperti  e  pubblicati  dall'abate  Mai,  bi- 
bliotecario del  Vaticano,  se  non  fosse  la  troppo  esagerata  ammira- 
zione per  l'antichità,  e  la  troppo  implicita  deferenza  alle  opinioni 
dell'erudito  ricercatore  e  scopritore  di  que'  tesori.  D'altronde  que- 
sto giornale  può  trattare  solamente  di  que'  subietti,  di  cui  la  di- 
scussione è  permessa  nella  capitale  del  papa.  Ha  nondimanco  il 
merito  del  non  farsi  della  religione  un  pretesto  ad  inveire  contro 
le  opinioni  politiche  ;  e  se  tutti  i  numeri  somigliano  a  quelli  che 
ora  ci  stanno  dinanzi,  dee  credersi  che  gli  editori  siensi  determi- 
nati a  tenersi  severamente  entro  i  limiti  della  letteratura  e  delle 
scienze. 

Il  più  stimabile  fra  gli  editori  di  opere  periodiche  in  Italia, 
il  solo  che  —  longo  secl  proximus  ititer^mllo  —  si  avvicini  agli  edi- 
tori de' giornali  più  popolari  dell'Inghilterra,  è  l'editore  dell' An- 
f elogia  di  Firenze.  Benché  in  questo  giornale  non  sieno  tutti  di 
egual  pregio  gli  scritti  contribuiti,  e  benché  spesso  vi  si  abbia  a 
notare  uno  strano  contrasto,  trovandovisi  de'  tratti  d'eloquentissima 
filosofìa  tramezzati  a  discussioni  piene  di  fredda  pedanteria,  pur 
nondimeno,  considerata  nel  totale,  l'opera  è  condotta  con  perspi- 
cacia e  diligenza.  I  suoi  principii,  lontani  dalla  temerità  e  dal- 
l' imprudenza,  son  liberali  ;  le  critiche,  scevre  dello  spirito  di  ge- 
losia municipale  ;  e  quando  il  giornale  non  può  adornarsi  di  buoni 
articoli  originali,  proferisce  assai  saviamente  di  tradurre  da  gior- 
nali stranieri  estratti  di  racconti  di  peregrinazioni  e  viaggi,  che 
alla  fin  fine  sono  le  opere  più  istruttive  e  gradevoli,  ed  agi'  Ita- 
liani necessarie.  Generalmente  V Antologia  e  scritta  in  uno  stile 
assai  più  vivace  che  non  qualunque  altra  delle  opere  periodiche 
italiane,  ma  assai  meno  di  quanto  vuoisi  a  toccare  la  perfezione  in 
opere  di  questa  specie.  Gli  editori  sono  certamente  uomini  dotti 
ed  abili  a  condurre  un  giornale,  hanno  studiato  con  gran  cura  la 
lingua,  e  fattosi  uno  stile  che  piace  ;  ma  con  tutto  ciò  manca  loro 
quell'avventurosa  facilità  che  si  desidera  in  opere  pubblicate  per 
lettori  d'ogni  età,  d'ogni  classe  e  d'ogni  sesso.  Tale  facilità  non 
è  tanto  l'effetto  del  sapere  e  dell'ingegno,  quanto  dell'abito  di 
comporre  quotidianamente,  e  d'osservare  le  peculiari  inclinazioni 
del  pubblico  pel  quale  si  scrive.  A  dir  vero,  il  gusto  universale 
non  può  essere  accertato  fra  gì'  Italiani,  i  quali,  parlo  dei  viventi,  non 


144  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

sono  un  popolo  clie  ami  di  leggere  quanto  altre  nazioni  d'  Europa. 
Non  sarebbe  forse  esagerazione  l'asserire  cbe  piìi  grande  è  in  In- 
ghilterra il  numero  degli  autori,  clie  in  Italia  il  numero  di  quei 
elle  leggono.  L'abito  di  scrivere  tutti  i  giorni,  sia  per  diletto,  sia 
per  vanità,  sia  per  faccenda,  raffina  la  mente  e  conferisce  fluidità 
e  abbondanza  anche  alla  penna  dei  men  privilegiati  dalla  natura, 
dei  men  saviamente  educati  in  loro  gioventù.  Senza  un  abito  sif- 
fatto, potrà  un  uomo  di  genio  per  lungo  studio  e  meditazione  giun- 
gere a  comporre  un'opera  degna  della  posterità,  come  quelle  degli 
autori  di  Grecia  e  di  Roma,  ma  non  potrà  competere  coi  giorna- 
listi moderni,  ne  gittare  in  carta,  currenti  calamo,  un  articolo  che 
non  faccia  addormentare  i  lettori.  Quel  verso  del  Voltaire: 

Tel  brille  au  second  rang  qui  s'cclipse  au  premier 

sarebbe  del  pari  verissimo,  benché  d'una  verità  di  men  subita  evi- 
denza, se  dicesse  : 

Tel  brille  au  premier  rang  qui  s'ùclipse  au  second. 
(1824). 

Ugo  Foscolo  (1). 


(i)  A  completare  lo  studio  del  Foscolo,  scritto,  come  si  vede,  molti  anni  fa,  ag- 
giungerò poche  altre  notizie  sul  giornalismo  letterario  italiano.  Abbiamo  visto  le  vi- 
cende del  Giornale  dei  letterati  (1697),  della  Galleria  di  Minerva  fondata  a  Venezia  (1696), 
del  nuovo  Giornale  dei  letterati  (1716),  àtW  Osservatore  Veneto  del  Gozzi  (1761),  del 
Caffè  dei  fratelli  Verri  e  Beccaria  (1772),  del  Conciliatore  e  àtW Antologia  del  Vieusseux, 
soppressa  nel  1833.  —  Ora  vediamo  le  vicende  del  giornalismo  letterario  da  quest'epoca 
sino  ad  oggi.  Nel  luglio  del  1846  il  Predari  riusci  in  mezzo  ad  ostacoli  innumerevoli 
a  dar  vita  a  Torino  all'Antologia  italiana;  più  tardi,  nel  novembre  del  1853,  fu  fon- 
data anche  a  Torino  un'altra  pubblicazione  mensile,  la  Rivista  Contemporanea,  allo  scopo 
di  sostenere  le  idee  liberali  ed  unitarie;  in  essa  scrissero  il  Correnti,  il  De  Sanctis,  il 
Massari,  l'Arrivabene  ed  altri  molti,  ed  ebbe  un  successo  sempre  crescente  fino  al'éo 
e  durò  fino  al  trasporto  della  capitale  a  Firenze,  epoca  in  cui  dovette  sostenere  la  con- 
correnza delle  nuove  pubblicazioni  letterarie  che  videro  la  luce  man  mano  nelle  prin- 
cipali città  d'Italia.  Fra  queste  la  più  notevole  e  che  ancora  occupa  il  primo  posto,  fu 
la  Nuova  Antologia  che  il  prof.  Protonotari  intraprese  a  pubblicare  a  fascicoli  mensili 
a  Firenze  il  6  febbraio  1866,  quasi  a  riallacciare  le  splendide  tradizioni  della  famosa 
rivista  del  Vieusseux.  Malgrado  le  difficoltà  finanziarie  dei  primi  anni,  al  Protonotari 
riusci  nel  1878  a  pubblicare  la  Nuova  Antologia  ogni  15  giorni.  Qualche  anno  dopo 
la  trasportò  a  Roma,  dove  la  diresse  sino  al  30  marzo  1888,  anno  in  cui  il  Protono- 
tari morì.  La  Nuova  Antologia  è  rimasta  fin  dal  suo  primo  apparire  la  più  importante 
delle  nostre  riviste  letterarie.  —  Altri  periodici  letterari  vennero  in  seguito  alla  Nuova 
Antologia,  fra  questi  la  Rivista  Europea  fondata,  a  Firenze  dal  Pancrazi' nel  1873  e  che 
sospese  le  sue  pubblicazioni  in  capo  a  pochi  anni.  —  Tuttavia  la  stampa  letteraria  li- 
mitavasi  alle  riviste  e  a  qualche  modesto  foglio  pubblicato  qua  e  là,  ma  di  poca  im- 
portanza. Nel  1877  a  Torino  nacque  la  Gai:(etta  letteraria  (come  supplemento  a  quella 
Piemontese),  che  vive  tuttora  e  prosperosa  —  Il  23  lugHo  1879  uscì  il  primo  numero 
del  Fanfulla  della  domenica  (vedi  prov.  di  Roma)  diretto  da  Ferdinando  Martini;  era 
il  primo  tentativo  serio  di  un  giornale  letterario  settimanale  fatto  alla  capitale.  Il  suc- 
cesso sulle  prime  fu  tale  che  quasi  tutti  i  giornali  politici  di  qualche  importanza  vollero 
avere  il  loro  supplemento  letterario;  cosi  si  ebbe  V  Opinione  della  domenica,  la  Ganetta 
del  popolo  della  domenica,  il  Pungolo  della  domenica,  il  Giornale  napoletano  della  dome- 
nica, la  Domenica  del  Fracassa,  ecc.  Questo  giornalismo  fu  battezzato  col  nome  di  let- 
teratura della  domenica.  Ma  tutti  questi  giornali  non  ebbero  gran   fortuna  e  soltanto 


STATISTICA  DELLA  STAMPA 


Prima  di  vedere  quanti  giornali  si  pubblicano  attualmente  in  Italia, 
vediamo  quanti  se  ne  pubblicano  in  tutto  il  mondo,  per  stabilire  dei 
confronti  molto  istruttivi. 

In  tutto  il  mondo,  secondo  una  statistica  piuttosto  recente,  si  pub- 
blicano 34,700  giornali,  uno  più  uno  meno,  s'intende,  i  quali  diffondono 
annualmente  1 1  miliardi  circa  di  copie.  Sono  cifre  che  si  fa  presto  a  leg- 
gerle, ma  a  pensarci  su  vengono  le  vertigini.  Che  immensa  quantità  di  idee, 
ogni  giorno,  gettata  sul  pubblico  mercato  e  subito  comprata  e  in  poche 
ore  divorata!  Che  sforzi  poderosi  d'ingegno,  che  lotta  titanica  fra  l'im- 
mobilità ed  il  progresso,  fra  la  luce  e  le  tenebre  !  Ma  sopratutto  che 
meraviglioso  cammino  in  pochi  anni  ! 

Ci  vollero  18  secoli  per  arrivare  dal  Diaria  dd  Koma.nì  a\V Osserva- 
tore Veneto  di  Gaspare  Gozzi:  bastarono  50  anni  per  giungere  da  questo 
al   Times. 

E  il  movimento  continua,  s'allarga:  invano  si  alzano  dighe,  invano 
si  stabiliscono  barriere.  Questa  fiumana  di  carta  sfonda  ogni  resistenza, 
portando  dappertutto,  nelle  case,  per  le  vie,  nei  pubblici  ritrovi,  fin  negli 
ultimi  villaggi,  con  l'odore  dell'officina,  l'idea  nuova,  la  coscienza  della 
civiltà.  Questo  coro  di  54,0.^0  voci  che  si  rinnovellano  più  fresche,  più 
limpide,  più  argentine,  pare  che  voglia  dire  all'umanità  stanca  e  scorag- 
giata: avanti,  avanti  sempre  !  Insomma,  come  una  volta  si  misurava  la 
civiltà  di  un  popolo  dalla  quantità  di  sapone  che  consumava,  oggi  la  si 
misura  dalla  quantità  di  giornali  che  possiede. 

Su  34,700  giornali  stampati  in  tutto  il  globo,  4,024  sono  quotidiani, 
con  una  diffusione  di  6,724,728,126  copie. 

L'Europa  e  l'America  del  Nord,  i  campi  più  fecondi  del  giornalismo, 
vantano  assieme  31,957  periodici. 


pochi  ne  sopravvivono;  rimase,  fra  gii  altri,  il  FanfuTìa  della  domenica,  malgrado  che 
il  Martini  l'avesse  abbandonato  per  fondare  la  Domenica  Letteraria  morta  dopo  tre  soli 
anni  di  vita.  Ad  onore  del  vero  però  bisogna  dire  che  quest'ultimo  giornale  per  la 
varietà  degli  articoli,  per  l'abbondanza  della  cronaca  italiana  ed  estera  riusciva  più  in- 
teressante del  Fanfuìla  della  domenica,  il  quale  ora,  diretto  da  Eugenio  Checchi,  è  tal- 
volta di  una  pesantezza  intollerabile.  Merita  pure  di  essere  ricordata  la  Cronaca  Bizan- 
tina fondata  dall'editore  e  scrittore  Angelo  Sommaruga  nel  1881,  e  redatta  con  molto 
buon  gusto.  Sospesa  nel  1885  in  seguito  al  famoso  processo,  pel  quale  il  Sommaruga, 
condannato  con  soverchia  severità,  scappò  a  Buenos  Avres,  fu  ripresa  nuovamente  per 
iniziativa  della  Tribuna,  al  principio  del  i886,  sotto  la  direzione  di  Gabriele  D'Annun- 
zio. Ma  non  riusci  pur  troppo  a  riconquistare  l'antico  terreno,  ed  in  capo  a  tre  o  quattro 
mesi  fu  ridotta  a  dover  sospendere  le  pubblicazioni.  Un'altra  rivista.  Lettere  ed  arti,  è 
stata  fondata  sui  primi  del  1889  a  Bologna,  diretta  dal  Panzacchi.  Ma  né  questa  ne 
altri  giornali  letterari  godono  esistenza  molto  florida.  Per  ora  la  letteratura  periodica 
italiana  non  sembra  destinata  ad  aver  fortuna;  ci  vorranno  molti  anni  ancora  prima  di 
giungere  al  livello  della  Francia,  della  Germania  o  dell'Inghilterra  dove  i  viaganini 
letterari,  numerosissimi,  godono  una  vita  prospera  e  rigogliosa. 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana  —  io. 


146  GUIDA'  DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

L'Europa  è  alla  testa  per  il  numero,  la  circolazione  e  l'influenza 
con  19,557  giornali,  fra  cui  2403  quotidiani.  Seguono:  l'America  del 
Nord  con  13,402  (113 6  quotidiani);  l'Asia  con  785  (154  quotidiani); 
l'America  del  Sud  con  6<^<)  (208  quotidiani);  l'Australia  con  182  (25 
quotidiani);  l'Africa  con  50. 

Questi  giornali  consumano  in  media  annualmente  750  milioni  di 
chilogrammi  di  carta. 

Venendo  più  davvicino  ad  occuparci  delle  condizioni  della  stampa 
nel  continente  europeo,  troviamo  l'Inghilterra  al  centro  del  mondo  gior- 
nalistico, non  tanto  per  il  numero,  quanto  per  il  privilegio  incontrasta- 
bile della  libertà  e  per  la  estesa  influenza  dei  suoi  periodici. 

Dal  Neiuspaper  Press  Directory  pel  1886  si  rileva  che  il  numero  to- 
tale delle  pubblicazioni  periodiche  d'ogni  genere  che  vede  la  luce  nella 
Gran  Brettagna  e  Irlanda  è  di  2,093,  ^^^^^  quali  400  escono  a  Londra, 
1,225  ^^^^^  ^1^^^  provincia,  83  nel  paese  di  Galles,  193  nella  Scozia, 
162  nell'Irlanda  e  21  nelle  piccole  isole  di  Man,  Wight,  ecc. 

Il  numero  dei  giornali  quotidiani  era  di  187,  quello  dei  nmganini 
mensili  e  trimestrali  di  1368,  di  cui  397  religiosi.  —  Dal  punto  di  vista 
delle  opinioni  i  187  giornali  quotidiani  possono  dividersi  così  :  65  libe- 
rali, 42  conservatori,  il  resto  indipendenti  e  neutrali. 

Ecco  ora  un  piccolo  quadro  finanziario  dei  principali  giornali  di 
Londra  : 

Il  Times,  trent'anni  fa  dichiarava  in  un  articolo  di  fondo  che  il  suo 
introito  lordo  equiparava  quello  del  più  fiorente  principato  tedesco;  oggi, 
dà  la  cifra  di  almeno  1,036,000  lire  sterline,  per  un  anno  —  oltre  a 
25,900,000  franchi.  Il  Daily  Telegrapìi,  3,000,000;  lo  Standard,  1,500,000; 
il  Daily  Neius,  750,000;  il  Morning  Post,  250,000.  Il  Daily  Telegraph 
viene  stampato  con  dieci  macchine  Hoe,  che  buttan  fuori  120,000  copie 
all'ora;  la  tiratura  quotidiana  somma  a  circa  300,000.  Il  peso  della  carta 
adoperata  ogni  giorno  è  di  21  tonnellate,  il  che,  messo  in  buona  linea 
retta,  misura  la  bagattella  di  260  miglia.  La  spedizione  di  Stanley  in 
Africa  costò  al  giornale  400,000  franchi. 

Lo  Standard  si  stampa  con  8  macchine,  di  cui  7  danno  una  tiratura 
di  14,000  copie  per  ora;  l'ottava  stampa  e  taglia  i  fogli,  combacia  le 
due  metà  e  piega  il  foglio,  beli'  e  pronto  per  la  fascia  —  dandone  per 
12,500  all'ora.  La  carta  impiegata  per  questo  giornale  (che  ha  due  edi- 
zioni quotidiane)  ammontò  lo  scorso  anno  a  4,277  tonnellate  —  in  lun- 
ghezza 50,000  miglia.  Lo  staf  dello  Standard  si  compone  di  500  im- 
piegati, e  costa,  in  puro  stipendio  settimanale,  37,500  franchi. 

Il  Daily  Cbroìiicle,  fino  a  pochi  anni  or  sono,  non  era  che  un  gior- 
nale locale  della  City.  Il  signor  Lloyd  lo  comperò  per  30,000  sterline, 
collo  scopo  di  formarne  un  vero  e  completo  giornale  quotidiano  di 
Londra,  inspirato  a  principii  liberali. 

Egli  calcolava  che,  prima  di  raggiungere  il  voluto  successo,  altre 
170,000  hre  sterline  dovevano  spendervisi  attorno.  Ordinò  subito  nuove 
macchine  da  stampa  pel  valore  di  200  mila  franchi.  Gli  uffici  in  Fleet 
Street  costano  al  signor  Lloyd  1,000,000  di  franchi. 

Queste  cifre,  purtroppo,  fanno  venire  l'acquolina  in  bocca  a  più 
d'uno  dei  proprietari  dei  nostri  giornali  1 


STATISTICA   DELLA   STAMPA.  147 

La  stampa  della  Germania  è  superiore  per  importanza  numerica  a 
quella  dell'Inghilterra,  ma  le  è  inferiore  quanto  a  circolazione;  essa 
conta  5529  pubblicazioni,  di  cui  865  quotidiane;  5000  circa  sono  scritte 
in  tedesco  e  oltre  200  in  lingue  straniere.  Tra  i  detti  periodici,  circa 
450  escono  nella  capitale. 

In  Germania  si  è  fatta  una  curiosa  statistica  :  quella  dei  giornalisti. 
Si  è  trovato  che  vi  sono  19,350  persone,  l'occupazione  principale  delle 
quali  è  quella  di  redattori  di  periodici,  scrittori,  autori,  ecc. 

Di  questi  appartengono  al  sesso  maschile  19,000  e  550  sono  donne; 
8,142  non  avevano  altra  occupazione  che  quella  di  giornalisti  e  11,208 
coprivano  anche  altri  ufficii.  Si  occupano  saltuariamente  di  collaborazione 
in  giornali  2,221  altre  persone,  cioè  2,140  uomini  e  81  donne.  Riassu- 
mendo, 21,571  persene,  maschi  e  femmine,  hanno  il  carattere  assoluto 
od  accessorio  di  redattori,  scrittori,  autori,  ecc.  e  dai  loro  lavori  letterari 
traggono  i  principali  mezzi  di  sussistenza. 

Paris  c'est  la  Pmnce.  è  tanto  vero  parlando  di  giornali  quanto  di 
ogni  altra  cosa.  Nella  Francia  circolano  circa  3800  periodici,  ma  di  questi, 
secondo  una  statistica  pubblicata  nel  dicembre  del  1888,  1648  escono  a 
Parigi,  150  giornali  quotidiani  parigini  mettono  in  circolazione  900,000,000 
di  copie,  cioè  tre  volte  tanto  quanto  uniti  tutti  i  quotidiani  della  Francia. 

I  1648  giornali  di  Parigi  vanno  divisi  cosi:  94  politici,  56  letterarii, 
66  illustrati,  16  diplomatici  ed  economici,  17  di  assicurazioni,  63  catto- 
lici, 21  protestanti,  2  israelitici,  23  massonici,  27  militari,  25  di  sport, 
146  finanziarli,  85  industriali,  20  teatrali,  84  di  giurisprudenza,  34  di 
annunzi,  60  di  mode,  66  commerciali  e  143  di  diversi  generi. 

Le  riviste  si  possono  cosi  dividere  in  gruppi: 

Letterarie  e  politiche  83,  medicina  e  farmacia  134,  belle  arti,  lavori 
pubblici,  tecnologia  128,  scienze  71,  istruzione  ed  educazione  72,  ammi- 
nistrazione 34,  agricoltura  e  orticoltura  48,  bibliografia  32. 

L'anno  1S87  ha  visto  nascere  493  periodici  di  cui  243  morivano 
prima  d'aver  visto  l'anno  1888. 

La  stampa  dell'Austria,  che  con  la  varietà  delle  favelle  costituisce 
addirittura  un  musaico  linguistico,  a  paragone  degli  altri  stati  ha  una 
diffusione  ben  limitata;  conta  1400  giornali  e  riviste. 

Nel  1850  l'Austria  cisleitana  contava  solamente  251  giornali;  nel  1851 
erano  238,  di  cui  50  in  italiano. 

Nell'Ungheria,  si  stampavano  nel  1886  708  giornali;  cioè  516  un- 
gheresi, 160  tedeschi,  45  slavi,  27  rumeni,  6  italiani,  2  francesi  e  i 
ebraico. 

II  giornalismo  ungherese  è  di  data  recente,  ma  ha  avuto  uno  svi- 
luppo rapidissimo  in  pochi  anni.  Il  primo  giornale  ungherese,  Magyar 
H  ir  mondò  (Il  iMessaggere  ungherese)  comparve  il  i."  gennaio  1780  sotto 
la  direzione  di  Matteo  Rach  in  Prcsburg.  A  Budapest  comparve  VS  ot- 
tobre 1788  il  primo  nuniero  di  un  vero  periodico  ungherese,  il  Magyar 
Merkurius,  il  quale  si  stampava  due  volte  per  settimana  coi  caratteri  di 
Francesco  Paczko.  Il  secondo  giornale  ungherese  in  Budapest,  intitolato 
Ha^ai-Tudositòl  (Notizie  patrie)  fu  fondato  il  2  luglio  dell'anno  1806 
da  Stefano  KulcsAr.  Fu  il  primo  giornale  in  4.°  che  ebbe  qualche  durata. 


148  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Nel  1829  l'Ungheria  contava  12  giornali;  nel  1830  ve  n'erano  io 
in  lingua  ungherese;  nel  1840  erano  26;  nel  1850  soli  9;  nel  1861  ar- 
rivarono a  53;  nel  1870  erano  146  e  io  anni  dopo  erano  368,  che 
nel  1883  raggiunsero  la  cifra  di  646  e  nel  1886  di  708! 

In  Ispagna  si  pubblicano  888  periodici,  di  cui  220  quotidiani.  — 
Nel  1848  vedevano  la  luce  53  giornali  a  Madrid  e  35  a  Barcellona; 
nel  1850  quelli  di  Madrid  erano  saUti  a  6).  Durame  il  1851-52,  regnando 
Isabella,  la  stampa  spagnuola  subì  durissime  angarie.  Di  14  giornali  che 
nel  1852  si  pubblicavano  a  Madrid,  i  soli  tre  ministeriali.  La  Gaceta, 
La  Espana  e  L'Orden  continuarono  a  vedere  la  luce;  gli  altri  non  com- 
parirono più  fino  a  che  non  trovarono  un  direttore  responsabile  colle 
condizioni  volute  dalla  nuova  legge.  Lo  stesso  avvenne  dei  19  giornali 
che  si  pubblicavano  nelle  provincie.  Degli  888  giornali  che  oggi  si  pub- 
blicano nella  Spagna,  230  escono  a  Madrid.  Per  le  materie  si  dividono 
così:  politici,  60  a  Madrid  e  194  in  provincia;  letterarii,  5  a  Madrid, 
31  in  provincia;  illustrati,  19  nella  capitale,  26  nelle  provincie;  catto- 
lici. Ila  Madrid  e  82  nelle  altre  città;  ecc. 

Il  Belgio  per  la  diffusione  dei  suoi  801  giornali  occupa  il  primo 
posto  subito  dopo  l'Inghilterra.  Degli  801  giornali  e  riviste  periodiche 
che  vi  si  pubblicano,  297  si  stampano  a  Bruxelles  e  di  questi  loi  sono 
politici  (25  quotidiani  e  76  non  quotidiani),  18  finanziari,  30  di  agri- 
coltura, commerciali  e  industriali,  148  di  diversa  specie. 

Dal  1873  al  1883  il  numero  dei  giornali  che  si  pubblicano  nella 
Svizzera  è  aumentato  di  un  terzo.  Nel  1873  erano  409,  nel  1883  saH- 
rono  a  576.  Uno  solo  de'  giornali  che  pubblicansi  ora  nella  Svizzera  data 
dal  1700.  Al  principio  del  secolo  se  ne  pubblicavano  solo  11;  nel  1829 
erano  16;  nel  1848  erano  saliti  a  50,  Dei  576  giornali  ora  esistenti,  70 
sono  quotidiani,  180  escono  da  due  a  cinque  volte  la  settimana,  174 
ogni  settimana,  gli  altri  152  sono  mensili,  bimensili  e  trimestrali. 

Nel  1884  la  Svezia  e  la  Norvegia  unite  avevano  484  giornnli,  di 
cui  98  stampavansi  a  Stocoima. 

In  Olanda  si  pubblicano  433  giornali;  questa  nazione  —  come  ab- 
biamo visto  —  si  contende  la  gloria  di  avere  pubblicato  il  primo  gior- 
nale (i). 

Nel  Portogallo  si  pubblicano  poco  più  di  200  giornali. 

In  Grecia  nel  1851  uscivano  81  periodici;  nel  1866  ne  uscivano  77, 
di  cui  34  ad  Atene.  Nel  1883,  52  giornaU  politici  uscivano  ad  Atene,  di 
cui  2  in  francese.  Quanto  ai  giornali  delle  provincie  erano  ripartiti 
cosi:  Cicladi  14,  di  cui  io  a  Sira;  Peloponneso  22;  continente    greco 


(i)  A  complemento  di  ciò  che  ho  detto  a  p.  53  aggiungo  qualche  altra  notizia, 
ricavata  da  una  recente  pubblicazione  fatta  da  R.  van  der  Meulen,  bibliotecario  del 
Circolo  di  lettura  a  Rotterdam;  in  essa  è  detto  che  oramai  è  quasi  certo  che  prima 
del  1607  si  pubblicavano  in  Amsterdam  de'  giornali  ebdomadari  e  quotidiani,  abbenchè 
non  si  conservi  nessun  esemplare  di  queste  pubblicazioni.  Il  più  antico  numero  di 
giornale  che  si  conservi  è  del  5  aprile  1621.  La  Biblioteca  reale  dell'Ha^'a  è  in  pos- 
sesso d'un  certo  numero  di  copie  della  Courante  uyt  Italien  en  Duytschìand  (Notizie 
d'Italia  e  di  Germania),  giornale  che  rimonta  al  25  aprile  1626,  e  dei  Tydinghe  uyt 
verscheyde  Quartiere.  (Notizie  dei  differenti  paesi)  che  datano  dal  1629. 


STATISTICA   DELLA    STAMPA.  149 

ed  Eubea  6;  isole  jonie  13;  Tessalia  ed  Epiro  12.  Una  ventina  di  gior- 
nali in  lingua  greca  si  pubblicano  fuori  della  Grecia.  Il  numero  di  riviste 
e  periodici  s'  eleva  a  30,  di  cui  20  escono  ad  Atene  (i). 

In  Turchia  si  pubblicano  circa  80  giornali;  a  Costantinopoli  21,  di 
cui  9  quotidiani  e  12  riviste.  Una  notizia  curiosa:  Costantinopoli  ha  68 
tipografie  ! 

Negl'  immensi  domini  della  Russia  a  mala  pena  si  stampano  766 
periodici,  cioè:  197  a  Pietroburgo,  79  a  Varsavia;  75  a  Mosca,  36  a 
Helsingfors,  23  a  Riga,  21  a  Tiflis,  20  a  Kiew,  19  a  Odessa,  11  a  Kazan, 
II  a  Charlov/,  9  a  Reval,  8  a  Dorpat  e  altri  8  a  Mitau. 

In  Romania  escono  42  riviste,  io  diari  umoristici,  60  politici  e  7 
organi  ufficiali;  in  tutto    121  giornali. 

Negli  Stati  Uniti  d'America  e  Canada  escono  13,402  giornali  e  ri- 
viste periodiche.  In  un  anno,  dal  1883  al  1884  vi  fu  un  aumento  di 
1600  giornali  e  in  io  anni  di  5618! 

Lo  spazio  e  la  natura  del  libro  non  ci  permette  un  esame  minu- 
zioso di  questa  statistica  anche  per  gfi  altri  continenti,  epperò  diamo 
alcuni  particolari  intorno  alle  lingue  adoperate  dai  giornali:  primeggia 
fra  tutte  la  lingua  inglese  con  16,500  periodici;  viene  seconda  la  tedesca 
con  7800;  terza  la  francese  con  3850;  quarta  la  spagnuola  con  1600; 
r  italiana,  ecc.  &cc. 

Ora  vediamo  la  statistica  della  stampa  in  Italia,  alla  fine  del  1887. 

Il  numero  dei  giornali  e  delle  riviste  è  cresciuto  di  circa  nove  volte 
dal  1836  in  poi,  cioè  da  quando  si  hanno  notizie  ufficiali  o  private.  Si 
contavano  nel  territorio  degli  antichi  stati,  corrispondenti  all'attuale  Regno, 
185  periodici,  ed  ora  sono  1,606.  E  siccome  nello  stesso  spazio  di  tempo 
la  popolazione  è  salita,  entro  gfi  stessi  confini  territoriali,  da  22  mifioni 
scarsi  a  oltre  30  milioni  di  abitanti,  cosi  il  numero  dei  periodici  si  rag- 
guagfiava  ad  i  per  118,785  abitanti  nel  1836,  ed  ora  si  ragguaglia  ad 
I  per  18,842. 

Se  il  ragguaglio  si  fa  colla  sola  parte  della  popolazione  che  sa  leg- 
gere, si  trova  un  periodico  per  9,474  persone  nel  1871,  uno  per  6,409 
persone  nel  1880,  ed  uno  per  circa  6,949  persone  nel    1887. 

Il  giornale  che  conta  più  anni  di  vita  è  la  Ga:^:(etta  di  Genova,  fon- 
data nel  1798,  e  che  si  fuse  recentemente  col  Commercio.  Fra  le  riviste 
scientifiche,  la  più  antica  è  quella  intitolata:  ^///^(?//a  R.  Accademia  dei 
Lincei,  la  cui  fondazione  risale  al  1604,  e  che  ora  si  pubofica  a  Roma. 
Poi  ve  ne  sono:  uno  fondato  nel  1805,  ^^^  '^cl  18 15,  uno  nel  1822 
(la  Collezione  Celerifera  delle  le^gi  e  dei  decreti  dello  Stato,  che  si  stampa 
pure  a  Roma);  uno  nel  1825,  due  nel  1829  (gli  Annali  dell'  Istituto  di 
cornspondenia  archeologica  germanica,  e  1'  altro  il  Bollettino  dell'  Istituto 
medesimo,  tutt'e  due  pubblicati  a  Roma);  uno  nel  1830,  due  nel  1835 
(uno  dei  quali  è  VActa  5.  Sedis,  edito  nella  capitale),  ecc. 

Tra  i  giornafi  quotidiani  di  Roma,  i  più  antichi  sono  l'Opinione  (1847), 
il  Diritto  (1854),  ['Italie  (1860),  la  Gaietta  Ufficiale  e  l'Osservatore  Ko- 


(i)  Nella  mia  collezione  di  giornali  ho  la  raccolta  completa  dei  periodici  greci. 


150  GUIDA  DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

mano  (1861),  la  Galletta  d'Italia  (1866),  la  Riforma  (1867),  la  Capitale, 
la  Libertà  e  il  Fanfulla  (1870). 

Dei  1,606  periodici  che  si  pubblicavano  nel  1887,  erano  quoti- 
diani 135,  uscivano  due  o  tre  volte  la  settimana,  o  ad  intervalli  minori 
di  una  settimana  138,  erano  settimanali  529,  uscivano  tre  volte  al  mese  23, 
ogni  due  settimane  o  ad  intervalli  mmori  di  un  mese  262,  erano  men- 
sili 371,  bimensili  39,  trimestrali  29,  9  ad  intervalli  maggiori  d'un 
trimestre,  e  infine  70  di  pubblicità  occasionale  od  irregolare. 

La  Lombardia  ha  il  primo  posto  con  271  pubblicazioni  periodiche 
poi  viene  Roma  con  246,  ultiina  la  Basilicata  con  soli  5  periodici. 

Dei  1606  periodici,  erano  politici  429;  politico-religiosi  72;  am- 
ministrativi, giuridici,  economici  o  di  scienze  sociali  183;  agricoli,  indu- 
striali, finanziarli,  commerciali  198;  d'annunzi  (compresi  gli  orari  delle 
ferrovie)  38;  letterarii,  letterario-scientifici,  storici,'  archeologici,  bio- 
grafici, ecc.  108;  didattici  ed  educativi  67;  religiosi  115;  di  scienza  31  ; 
13  militari;  di  medicina,  chirurgia,  igiene,  antropologia  e  storia  natu- 
rale 89;  IO  di  geografia  e  viaggi,  34  musicali  e  drammatici;  9  di  belle 
arti;  22  di  mode;  umoristici  (non  politici)  42;  non  classificabili 
infine  46. 

200  fra  questi  periodici  erano  illustrati. 

Il  numero  dei  periodici  fondati  nell'anno  e  ancora  esistenti  al  31 
dicembre  1887  era  di  251 — di  queUi  cessati  nell'anno  stati  fondali  ante- 
riormente di  217  —  di  quelli  che  nacquero  e  morirono  nello  stesso 
anno  fu  di  192.  La  maggior  parte  dei  giornali  erano  di  4  pagine  (734) 
o  di  8  pagine  (222).  Riguardo  ai  prezzi  di  vendita  si  trova  che  i  periodici 
più  numerosi  sono  quelli  da  5  centesimi  al  numero  (475)  e  da  meno 
di  5  lire  di  abbonamento  all'anno  (603). 

Dei  1,606  giornali,  41  erano  scritti  in  dialetti  italiani,  36  in  lingue 
estere  e  6  in  hngua  latina. 

Fra  le  città  che  hanno  maggior  numero  di  periodici  viene  prima 
Roma  con  237  pubblicazioni  periodiche  e  quindi  Milano  con  172  e 
mentre  che  a  Roma  non  si  pubblica  che  un  solo  giornale  di  mode, 
Milano  invece  ne  ha  16;  a  queste  città  seguono  Tonno  con  105; 
Firenze  con  76;  Napoli  con  75;  Palermo  con  50;  Bologna  con  47;  Genova 
con  ^y,  Venezia  con  26. 

In  Roma  dal  1861  a  questa  parte  non  è  mancato  anno  che  non  si 
sia  fondato  un  nuovo  giornale,  anzi  sono  soh  due  gh  anni  ('64  e  '6^) 
in  cui  se  n'è  fondato  uno.  A  Firenze  dal  '69  in  poi  è  venuto  fuori  un 
periodico  almeno  ogni  anno;  a  Milano  dal  '72;  a  Torino  dal  '75;  a 
Napoli  dal  '79.  L'anno  in  cui  tutte  le  città,  meno  Catania  e  Ravenna, 
hanno  sentito  il  bisogno  di  fondare  un  giornale  almeno,  è  stato  il  1876, 
che  è  stato  pure  il  più  fecondo  dal  1861  al  1884,  perchè  dette  vita  a  no 
periodici,  nel  1885  si  fondarono  115  periodici,  nei  1886,  160;  e  final- 
mente nel  1887,  251. 

Fra  le  provincie  e  compartimenti  che  fondarono  maggior  numero 
di  giornali  in  un  anno  vien  prima  la  Lombardia  con  42  nel.  1887  e 
poi  Roma  con  31  nello  stesso  anno. 

Ecco  ora  due  tavole  con  notizie  più  particolareggiate: 


STATISTICA   DELLA   STAMPA. 


151 


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152 


GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA  ITALIANA. 


MOVIMENTO  DEI  PERIODICI  DURANTE  L'ANNO  1887 


Trovincie 


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"Numero  dei  periodici 


fondati  nel  iSSy   cessali  nel  18S7 


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Cuneo  .     . 
Novara 
Torino .     - 


Piemonle . 


Genova      .     . 
Porto  Maurizio 


Liguria 


Bergamo 
Brescia  . 
Como  . 
Cremona 
Mantova 
Milano  . 
Pavia  . 
Sondrio 


Lomhardia 


Belluno 
Padova. 
Rovigo 
Treviso 
Udine  . 
Venezia 
Verona 
Vicenza 


Veneto 


Bologna 

Ferrara 

Foni 

Modena 

Parma  . 

Piacenza 

Ravenna 

Reggio  neir Emilia 


Emilia 


Perugia  •  Umbria 


ÀtlionA  .  .  . 
Ascoli  Piseno  . 
Macerata  .  .  . 
Pesato  e  Urbino 

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Arezzo  . 
Firenze. 
Grosseto 
Livorno 
Lucca  . 
Massa  e  Carrara 

Pisa 

Siena     .    .     -     . 

Toscana  .     . 

Rotila^     . 

Aquila  degli  Abruzzi 
Campobasso   . 
Chieti   .     .     . 
Teramo 

Abru^li  e  Molise 


Avellino     . 
Benevento  . 
Caserta 
Napoli  .     . 
Salerno  ■  . 


Campania     . 

Bari  delle  Puglie 
Foggia.  .  .  . 
Lecce    .... 


Puglie      ,     ,     . 

Potenza  -  Basilicata 

Catanzaro .  .  . 
Cosenza  .  .  • 
Reggio  di  Calabria 


Calabrie  . 

Caltanissetta  . 

Catania 

Girgenti 

Messina 

Palermo 

Siracusa 

Trapani 

Sicilia 


Cagliari 
Sassari  . 


Sardegna, 


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193 

STATISTICA   DELLA    STAMPA. 


153 


Queste  cifre  assolute  hanno  scarso  valore  di  per  sé  ;  è  necessario 
paragonarle  alla  popolazione  delle  singole  regioni;  e  non  basterebbe, 
perchè,  più  che  il  numero  dei  giornali,  è  il  numero  dei  lettori  quello 
che  ci  darebbe  la  misura  del  grado  d' influenza  che  la  stampa  periodica 
può  esercitare  sull'educazione  politica,  letteraria  e  scientifica  di  un  popolo. 
Questa  notizia,  la  quale  si  desumerebbe  in  via  approssimativa,  dal  nu- 
mero della  tiratura  di  ogni  giornale,  la  statistica  ufficiale  come  abbiamo 
pure  detto  a  pagina  114,  non  la  registra  e  ne  siamo  dolenti.  Ripetiamo, 
sarebbe  una  notizia  approssimativa,  perchè  mentre  da  una  parte  un 
giornale  può  avere  più  lettori,  una  sola  persona  può  leggere  più  giornali. 
Ma  è  evidente  che  fra  due  paesi  che  abbiano  100  giornali  ciascuno, 
ma  nell'uno  con  una  tiratura  complessiva  di  50,000  esemplari  e  nel- 
l'altro con  una  di  200,000,  la  differenza  è  enorme. 

E  i  giornali  morti  chi  li  conta?  Una  statistica  dei  periodici  estinti 
ci  manca  interamente.  II  Ministero  dell'Interno  avrebbe  nei  suoi  archivi 
gH  elementi  per  formarla;  altri  li  avrebbero  le  più  importanti  biblioteche 
del  regno  e  i  collezionisti  di  cui  parliamo  più  avanti  ;  sarebbe  pregio 
dell'opera  che  l'esempio  dato  dalla  Commissione  Centrale  di  Statistica 
in  Austria  venisse  raccolto  anche  dalla  nostra  Direzione  Generale  di 
Statistica,  che  sotto  le  cure  dell'illustre  Comm.  Luigi  Bodio,  ha  mo- 
strato di  saper  superare  difficoltà  ben  più  gravi  di  questa. 


GRANDE  FABBRICA  NAZIONALE  DI  MACCHINE  TIPOGRAFICHE 

NORBERTO  ARBIZZONI,  MONZA 

Premiato  anche  dal  R.  Ministero  d'Agricoltura,  Industria  e  Commercio 


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Un  volume  di  pag.  340  in-8.°  grande,  con  due  tavole  fotografiche 
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e  Uno  dei  più  famosi  collezionisti  di  giornali  di  tutto  il  mondo,  forse  il  più  famoso  fra  tutti,  il  si- 
gnor Nicola  Bernardini  da  Lecce,  che  prepara  da  anni  ed  anni,  un  lavoro  colossale  su' giornali  di  tutto  l'uni- 
verso, come  saggio  di  ciò  ch'egli  intende  fare,  ha  messo  fiaori  un  volume  intitolato  :  Giornali  e  Giornalisti 
leccesi  ....  E  un  lavoro  coscenzioso,  di  polso,  che  rivela  nel  Bernardini  studii  severi  e  pazienza  da  certosino, 
e  mostra  come  egli  farà  tra  non  guari  un  lavoro  molto  utile  pel  giornalismo  italiano,  mettendo  fuori  il  primo 
dei  volumi  che  intende  stampare  sul  giornalismo  delle  principali  nazioni  (Guida  della  Slampa  periodica  italiana). 
Questo  primo  saggio,  tutto  di  colore  locale,  non  è  privo  di  attrattive  anche  per  chi  non  sia  nato  nel  leccese.  .  . . 
Il  bibliofilo  e  lo  storico  possono  trovare  in  esso  notizie  preziosissime.  »  ecc. 

Pungolo,  XXVII,  251. 

c(  Un  libro  che  si  occupi  di  giornali  e  di  giornalisti,  che  degli  uni  e  degli  altri  faccia  la  storia,  forse  è 
nuovo  nel  genere.  Sapere  chi  è  stato  il  fondatore  d'un  giornale,  chi  lo  abbia  diretto,  chi  vi  abbia  scritto  ;  le 
principali  evoluzioni  sue,  le  diverse  vicende  attraverso  le  quali  è  passato;  e  poi  un  mondo  di  aneddoti,  riguar- 
danti tanto  la  sua  esistenza,  quanto  la  vita  di  chi  vi  è  stato  dentro;  è  cosa  certo  non  priva  di  allettamento, 
né  priva  di  utilità.  Questo  lavoro  ha  fatto  il  signor  Kicola  Bernardini,  scrivendo  una  storia  dei  Giornali  e 
Giornalisti  leccesi,  un  volume  curioso  e  piacevole  a  leggersi.  ...» 

Corriere  del  mattino,  XV,  228. 

R  È  un  volume  di  trecento  e  più  pagine,  dove  v'  è  la  storia  minuziosa  e  punto  nojosa,  di  qualche  cen- 
tinaio di  giornali,  dal  primo  apparso  in  Terra  d'Otranto,  fino  a  quelli  che  si  pubblicano  oggi.  Quante  notizie 
bizzarre,  che  fantasmagoria,  che  considerazioni  amene!  .  .  .  L'A.  ha  saputo  alla  storia  del  giornalismo  leccese 
annodare  quella  del  giornalismo  italiano  in  Terra  d'Otranto;  la  storia  di  tanti  fatti  importanti  di  quella  re- 
gione ;  la  vita  di  molti  illustri  cittadini  di  essa.  ...» 

Piccolo,  XIX,  243. 

«  Vorrei  avere  autorità  o  abilità  da  invogliare  molti  a  leggere,  anche  a  meditare  questo  libro. .  .  .  L'A. 
ti  mostra  di  giornali  una  serie  lunghissima.  ...  E  per  ciascuno  ti  fa  sapere  che  lo  facevano  il  tale  o  il  tal'altro, 
con  queste  e  quelle  idee,  con  quello  e  questo  scopo;  ed  era  stampato  di  tal  formato,  dalla  tipografia  tale.  E 
su  i  redattori  del  giornale,  e  sulle  loro  idee,  e  su  i  loro  scopi,  e  sul  loro  giornale  ti  presenta  in  poche  parole 
quanto  puoi  desiderare,  anche  quello  che  non  penseresti  di  chiedere,  con  amabile  e  spigliata  arguzia.  .  .  .  L'A.  è 
sempre  sereno;  non  toglie  su  né  la  toga  dello  storico,  né  la  cera  del  moralista,  né  la  sferza  del  critico:  fa  il 
cronista,  ecco  tutto,  e  parla  chiaro  e  forte.  ...» 

//   Tempo  di  Brindisi,  V,  29. 

Parlarono  anche  di  questo  libro,  fra  gli  altri  moltissimi,  questi  giornali:  Pic- 
che (Napoli);  Galletta  di  Bari  ;  La  Rassegna  (Roma);  Fanfulla  (Id.);  La  Tribuna  (Id.); 
M  Risorgimento  (Lecce);  La  Lotta  (Lecce);  La  Staffetta  (Napoli);  Roma  (Id.);  L'Ope- 
raio Italiano  (Buenos  .■\ires);  L' Italia  (Moutevideo);  L'Unità  Cattolica  (Torino);  La  Seri' 
tinella  (Taf amo);  Fanfulla  della  Domenica  (Roma);  La  Rassegna  Pugliese  (Tiaai);  ecc. 


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i  primi  premi  a  tutte  le  pili  importanti  Esposizioni. 

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adottate  dal  Regio  Governo    per  tutte  le  scuole  enologi- 
che del  Regno  e  dai  principali  stabilimenti  enolosrici. 

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sono fare  con  sicurezza  di  buona  riuscita  le  spedizioni  a 
qualunque  distanza  tanto  prr  ferrovia  che    per  mare. 

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tare immensi  vantaggi  all'  Enologia.  Essa  riunisce  ad  una  semplicità  di  costruzione  una 
grande  solidità;  pigia  e  sgrana  perfettamente  quindici  quintali  d' uva  all'  ora,  bastando  la 
forza  d'  un  uomo  solo  per  il  movimento.  —  Tutti  i  più  distinti  enologi  raccjomandano  il 
diraspamento  dell'uva,  perchè  con  questa  pratica  si  ha  un  vino  più  fino,  più  morbido, 
più  aleoolieo,  più  conservativo,  di  maggior  colore,  e  molto  più  facile  a 
rischiararsi.  Esso  resiste  a  lunghi  viaggi  senza  intorbidire,  ciò  che  non  si  è  mai  ot- 
tenuto facendo  fermentare  il  mosto  col  graspo,  essendo  assurdo  che  il  graspo  di  qualun- 
que qualità  di  uva,  sia  di  qualche  vantaggio  nella  fermentazione  —  il  costo  di  questa  mac- 
china è  di  sole  L.  280  compreso  due  mastelli  della  capacità  di  300  litri  circa  resa  alla 
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IL  &IORMLISMO  NELLA  LE&ISLAZIONE 


LEGGE   SULLA   STAMPA   2G   MARZO   1848  ^^^ 


CARLO  ALBERTO 

PER   GRAZIA   DI   DIO 
RE  DI  SARDEGNA,  DI  CIPRO  E  DI  GERUSALEMME,  ECC.  ECC. 


La  libertà  della  stampa,  clie  è  necessaria  guarentigia  delle 
istituzioni  d'ogni  ben  ordinato  Governo  ra^oprosentativo,  non  meno 
che  precipuo  istromento  d'ogni  estesa  comunicazione  di  utili  pen- 
sieri, vuol  essere  mantenuta  e  protetta  in  quel  modo  clie  meglio 
valga  ad  assicurarne  i  salutari  effetti.  E  siccome  l'uso  della  libertà 
cessa  di  essere  propizio  allorché  degenera  in  licenza;  quando,  in- 
vece di  servire  ad  un  generoso  svolgimento  di  idee,  si  assoggetta 
all'  impero  di  malaugurate  passioni  ;  cosi  la  correzione  degli  eccessi 
deve  essere  diretta  e  praticata  in  guisa  che  si  abbia  sempre  per 
tutela  ragionata  del  bene,  non  mai  per  restrizione  arbitraria. 

Mossi  noi  da  queste  considerazioni,  dopo  di  avere  nello  Sta- 
tuto fondamentale  dichiarato  che  la  stampa  sarà  libera  ma  soggetta 
a  leggi  repressive,  ci  siamo  disposti  a  stabilire  le  regole  colle  quali 
si  abbia  da  tenere  nei  nostri  Stati  l'esercizio  di  quella  libertà.  E, 
mentre  si  è  per  noi  inteso  che  la  presente  legge  ritraesse  in  ogni 
sua  parte  dei  sovra  esposti  principii,  abbiamo  voluto  che  il  sistema 
di  repressione  in  essa  contenuto  si  conformasse  quanto  più  fosse 
possibile  alle  disposizioni  del  vigente  nostro  Codice  penale,  evi- 
tando cosi  la  non  necessaria  deviazione  dalla  legge  comune,  e  che 


(i)  L'art.  28  dello  Statuto  fondamentale  del  Regno  pubblicato  il  4  marzo  1848 
dichiarava  che  ìa  stampa  è  libera,  ma  una  legge  ne  reprime  gli  abusi;  questa  legge  è 
appunto  l'editto  presente,  che  venne  promulgato  di  moto  proprio  da  Cario  Alberto. 
Quest'editto  fu  opera  principalmente  di  Federico  Sclopis,  il  quale  pu--  prendendo  a 
modello  le  leggi  francesi,  seppe  discostarvisi  nei  punti  dove  esse  si  informavano  a  con- 
cetti eccessivamente  severi  ed  attenersi  invece  scrupolosamente  a  quei  principii  di  vera 
libertà,  pei  quali  alcune  delle  prime  leggi  del  Piemonte  costituzionale  vanno  a  buon 
diritto  superbe.  Suo  merito  principale  è,  come  fu  detto  esattamente,  d'essere  una  legge 
leale  e  generosa,  scevra  di  reticenze,  di  paure,  d' inganni  più  o  meno  orpellati,  di  falsa 
libertà  o  di  falsa  giustizia  E  mentre  la  Francia  mutò  venti  volte  in  mezzo  secolo  la 
sua  legge  sulla  stampa,  in  Italia  la  parola  dello  Statuto,  fu  sempre  fedelmente  man- 
tenuta. E  se  due  volte  —  nel  1852  e  nel  1858  —  si  toccò  l'editto,  non  fu  mai  per  re- 
stringere la  libertà. 


158  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

nel  modo  di  amministrare  la  giustizia  sui  reati  della  stampa  entrasse 
l'elemento  essenziale  dell'opinione  pubblica  saggiamente  rappre- 
sentata. 

Epperò  per  il  presente  Editto,  sulla  relazione  del  nostro  Guar- 
dasigilli Ministro  Segretario  di  Stato  per  gli  affari  ecclesiastici,  di 
grazia  e  giustizia,  avuto  il  parere  del  nostro  Consiglio  dei  Mini- 
stri, abbiamo  ordinato  ed  ordiniamo  quanto  segue  : 


CAPO  I. 

Disposizioni  generali. 

Art.  1.  La  manifestazione  del  pensiero  per  mezzo  della  stampa 
e  di  qualsivoglia  artifìcio  meccanico  atto  a  riprodurre  segni  figu- 
rativi è  libera;  quindi  ogni  pubblicazione  di  stampati,  incisioni, 
litografìe,  oggetti  di  plastica  e  simili  è  permessa  con  che  si  osser- 
vino le  norme  seguenti. 

Art.  2.  Ogni  stampato  così  in  caratteri  tipografici  come  in 
litografìa  od  altro  simile  artifìcio  dovrà  indicare  il  luogo,  la  offi- 
cina e  l'anno  in  cui  fu  impresso,  ed  il  nome  dello  stampatore  ; 

La  sottoscrizione  dell'editore  o  dell'autore  non  è  obbliga- 
toria. (1) 

Art.'  3.  Ogni  stampato  cbe  non  abbia  le  indicazioni  di  cui 
nell'articolo  precedente  sarà  considerato  come  proveniente  da  of- 
ficina clandestina,  e  lo  stampatore  sarà  punito  per  questo  solo  fatto 
con  una  multa  da  lire  100  a  300.   (2) 

Art.  4.  Le  azioni  penali  stabilite  dal  presente  Editto,  salve 
le  eccezioni  per  le  pubblicazioni  periodiclie,  saranno  esercitate  in 
primo  luogo  contro  l'autore,  secondo  contro  l'editore,  se  l'uno  o 
l'altro  siano  sottoscritti  od  altrimenti  conosciuti,  e  finalmente  contro 
lo  stampatore,  in  modo  che  l' uno  sia  sempre  tenuto  in  sussidio 
dell'altro.  (3 


(i)  Le  disposizioni  di  quest'articolo  e  del  seguente,  secondo  le  quali  ogni 
stampato  deve  avere  certe  indicazioni  (se  no,  si  ritiene  la  tipografia  clandestina,  o  stam- 
pato alla  viacchia),  e  la  prima  copia  dev'essere  presentata  all'ufEcio  del  P.  M.,  riguar- 
dano non  già  qualsiasi  stampato  nel  senso  più  ampio  di  questa  voce,  ma  quelli  sol- 
tanto che  contengono  una  manifestazione  del  pensiero,  un  concetto  abbastanza  definito 
e  determinato  nei  rapporti  della  legge  sulla  libertà  della  stampa. 

La  Cass.  di  Roma  (12  marzo  '84),  ritenne  che  la  mancanza  di  una  sola  delle  in- 
dicazioni prescritte,  dà  luogo  a  contravvenzione.  (V.  pure  Riv.  Peti.  XIX,  549  ;  Giur. 
Peii.,  482) 

(2)  Se  clandestino  è  ciò  che  si  opera  di  nascosto  a  coloro  che  han  diritto  di  saperlo, 
e  contro  la  legge,  non  si  può  esigere,  nel  medesimo  tempo,  che  a  costoro  fosse  fatto 
palese  quello  che  appunto  verso  di  essi  si  fece  celatamente  e  furtivamente.  Chi  ha  fatto 
una  stampa  claiidestitia...  la  volle  tale  verso  l'autorità;  e  non  sarebbe  possibile  che  il 
legislatore  lo  punisse  per  questo  fatto  non  solo,  ma  anche  perchè  egli  non  rese  palese 
al  pubblico  ministero  quello  che  volle  fare  di  soppiatto;  in  altri  termini  perchè  non 
denunciò  la  propria  colpa,  il  reato  già  consumato.  (Cass.  Torino  2S  nov.  1806,  Frediano.) 

(3}  L'azione  penale  in  ordine  ai  reati  di  stampa  deve  esercitarsi  innanzi  tutto  contro 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  139 

Art.  5.  L'azione  esercitata  contro  l'autore  o  l'editore  non 
potrà  estendersi  allo  stampatore  per  il  solo  fatto  della  stampa,  a 
meno  die  non  consti  che  egli  operò  scientemente  e  in  modo  da 
dovere  essere  considerato  come  complice.  (1) 

Art.  6.  Nulla  è  innovato  alle  leggi  e  regolamenti  in  vigore  per 
lo  stabilimento  ed  esercizio  di  ogni  specie  di  officina  di  stampa.  (2) 

Art.  7.  Ogni  stampatore  dovrà  presentare  la  prima  copia  di 
qualsiasi  stampato,  se  nella  provincia  dove  risiede  un  Magistrato 
d'Appello,  all'  ufficio  dell'Avvocato  fiscale  generale  ;  se  nelle  altre 
all'  ufficio  dell'Avvocato  fiscale  presso  il  Tribunale  di  prefettura  ; 
ciò  tutto  salvo  il  disposto  dal  presente  Editto  circa  le  pubblica- 
zioni periodiche. 

La  trasgressione  del  prescritto  di  questo  articolo  verrà  punita 
con  multa  estensibile  a  lire  300. 

Art.  8.  Gfli  stampatori  e  riproduttori  degli  oggetti  contem- 
plati nell'articolo  1  dovranno,  nel  termine  di  giorni  dieci  succes- 
sivi alla  pubblicazione  di  qualsiasi  opera  per  essi  riprodotta,  con- 
segnarne una  copia  agli  archivi  di  Corte  ed  una  alla  Biblioteca 
dell'  Università  nel  cui  circondario  è  seguita  la  pubblicazione. 

Lo  stampatore  o  riproduttore  che  fosse  in  ritardo  nell' eseguire 
la  consegna  sopraddetta  sarà  punito  coll'ammenda  di  lire  50. 

Il  tutto  senza  pregiudizio  di  quanto  è  stabilito  dalle  leggi  re- 
lative all'acquisto  ed  alla  conservazione  della  proprietà  letteraria.  ^3) 


l'autore,  in  qualunque  modo  esso  venga  ad  essere  conosciuto,  salvo  la  estensione  della 
condanna  anche  al  gerente  come  complice  del  delitto  e  delle  contravvenzioni  com- 
messe colle  pubblicazioni  fatte  nel  suo  giornale    (V.  Cass.  di  Firenze,  15  sett. '81). 

É  solo  per  le  trasgressioni  contemplate  dal  capo  Vili  (art  47),  che  è  responsa- 
bile in  prima  fila  il  gerente,  e  l'autore  sol  quando  abbia  sottoscritto  l'articolo  inserito 
nel  giornale.  (Cass.  di  Roma,  i  giugno  '81). 

—  Il  tipografo  che  stampa  uno  scritto  ingiurioso  e  ne  capisce  l'importanza  e  com- 
prende che  esso  va  a  ferire  una  personalità,  e,  lungi  dal  rigettare,  come  dovrebbe,  l'in- 
carico o  la  commissione  altrui,  l'accetta,  non  ix  opera  da  buon  cittadino,  ingiuria  ed 
offende  coll'animo  d' ingiuriare  il  soggetto  che  si  prende  di  mira  nello  scritto  tuttoché 
non  abbia  personale  rapporto  con  lui.  Cosi  VApp.  Ancona  24  settembre  '86  (Tonna- 
relli —  Giorn.  Marche,  1887,  20)  il  quale  riferendosi  alla  specie  discussa,  ha  soggiunto: 
«  V animus  jnjuriandi  si  rivela  nella  specie  anche  dal  fatto  che  lo  stampatore  si  studia 
di  tenere  occulto  e  nel  mistero  l'autore  vero,  e  presenta  invece  l'autore  finto. .  » 

(0  La  legge  con  quest'articolo  prevede  il  caso  dell'assoluta  mancanza  di  ogni 
colpabilità  da  parte  dello  stampatore.  Non  è  giusto  infatti,  come  ad  altri  è  sembrato, 
che  non  conosciuto  l'autore  dello  scritto,  eh'  è  il  vero  autore  del  reato,  paghi  il  fio 
l'editore  o  lo  stampatore.  E  fu  anzi  espressamente  dichiarato  dalla  giurisprudenza  {Cass. 
Torino,  27  aprile  '76,  Foro  Ital,  '76,  II,  184),  in  applicazione  e  retta  interpretazione 
di  quest'articolo  che  non  basta  che  lo  stampatore  abbia  conosciuto  il  tenore  dello  scritto, 
ma  che  occorra  ne  sia  stato  autore  od  abbia  partecipato  in  qualche  modo  all'opera 
dell'autore. 

(2)  V.  articoli  51,  52,  55,  54,  SS>  56  e  67  della  Legge  di  Pub.  Sic. 

(3)  Il  Ministero  di  Grazia  e  Giustizia  che  con  circolare  ^0  gennaio  1880  n.  867 
aveva  prescritto  agli  uffici  del  P.  M.  di  trasmettere  a  lui  direttamente  gli  stampati 
presentati,  e  con  successiva  circolare  27  ottobre  1880  n.  944  aveva  invece  ordinato 
che  la  trasmissione  suddetta  si  facesse  direttamente  alla  Biblioteca  Vittorio  Emanuele 
di  Roma,  con  una  3  *  circolare  7  novembre  (885,  richiamò  in  vigore  la  prima,  per 
cui  ora  gli  uffici  del  P.  M.  dovranno  spedire  gli  stampati  al  suddetto  ministero  (Di- 


160  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

Art.  9.  Gli  stampatori  che  riprodurranno  uno  scritto  qualunque, 
il  quale  fosse  già  stato  condannato  a  termini  dal  presente  Editto, 
saranno  puniti  con  pena  non  minore  del  doppio  di  quella  stata 
pronunciata  dalla  sentenza  che  avrà  condannato  lo  scritto.  (1) 

Art.  10.  È  vietato,  nel  render  conto  dei  giudizi  vertenti  o  ver- 
titi  pei  reati  di  stampa,  di  pubblicare  il  nome  dei  giudici  del  fatto 
e  le  discussioni  ed  i  voti  individuali,  così  di  quelli  come  dei  giu- 
dici di  diritto. 

È  pure  vietata  la  pubblicazione  delle  discussioni  e  delibera- 
zioni segrete  del  Senato  e  della  Camera  dei  Deputati,  a  meno  cbo 
se  ne^  sia  ottenuta  dai  rispettivi  corpi  la  facoltà. 

E  in  egual  modo  vietata  la  pubblicazione  dei  dibattimenti 
davanti  ai  Magistrati  o  Tribunali  che  abbiano  avuto  luogo  a  porte 
chiuse. 

La  trasgressione  del  prescritto  di  quest'  articolo  sarà  punita 
con  multa  da  lire  100  a  500,  oltre  la  soppressione  dello  stam- 
pato. (2j 

Art.  11.  Sotto  la  medesima  pena  è  vietata  la  pubblicazione 
degli  atti  d' istruttoria  criminale  o  dibattimenti  pubblici  per  cause 
d'  insulti  o  d'  ingiurie  nei  casi  in  cui  la  prova  dei  fatti  infamanti 
od  ingiuriosi  non  è  permessa  dalla  legge. 

Art.  12.  Qualunque  azione  penale  nascente  da  reati  di  stampa 
sarà  prescritta  con  lo  spazio  di  tre  mesi  dalla  data  della  consegna 
della  copia  al  Pubblico  Ministero  ;  e  in  quanto  ai  periodici,  dalla 
data  della  loro  pubblicazione,  salvo  il  prescritto  dell'art.  52.  (3) 


visione  VII)  Le  opere  periodiche,  per  desiderio  espresso  in  quest'  ultima  circolare, 
nonché  le  riviste  ed  i  giornali  di  scienze  giuridico-econoniico-mediche  ed  anche  let- 
terarie, devono  spedirsi  immediatamente,  e  le  altre  opere  non  oltre  i  tre  mesi  dalla 
data  della  consegna.  La  spedizione  dovrà  pure  essere  accompagnata  da  uo  doppio 
elenco  (BoUet.  Minisi.  G.  e  G.,  455). 
Vedi  art.  42  e  note. 

—  La  consegna  di  una  copia  dello  stampato,  fatta  a  mente  degli  art  7  e  42, 
ofiire  una  presunzione  della  già  seguita  pubblicazione.  Ma  questa  presunzione  ;«m /a«/«j« 
può  essere  distrutta  dalla  prova  del  fatto  contrario,  di  non  essere  cioè  uscito  alcun 
esemplare  dalla  officina  tipografica.  In  base  a  questo  principio  la  Cassazione  di  Torino 
(8  aprile  1885)  ritenne  avvenuta  la  pubblicazione  nel  caso  in  cui  il  sequestro  degli 
stampati  era  stato  operato  fuori  della  tipografia,  e  la  escluse  (decis.  28  aprile  1880), 
nel  caso  che  tutte  le  copie  di  un  opuscolo  già  completo  furono  sequestrate  dentro 
della  tipografia. 

(i)  V.  art.  42  e  note. 

(2)  Il  resoconto  dei  dibattimenti  seguiti  a  porte  chiuse  è  vietato  dalla  legge  senza 
distinzione  fra  caso  e  caso.  È  inutile  quindi  indagare  se  il  resoconto  non  contenga 
nulla  contro  la  pubblica  morale.  (Cass.    Torino,   14  gennaio   18S5.) 

—  Il  famoso  art.  49  della  legge  8  giugno  1874  n.  1837,  serie  2,  intorno  all'or- 
dinamento dei  giurati,  col  quale  si  portavano  gravi  restrizioni  al  principio  della  libertà 
di  pubblicazione,  con  la  legge  6  maggio  1887  e  in  seguito  ai  pessimi  risultati  del- 
l'esperienza, venne  soppresso  ed  in  conseguenza  il  principio  della  lib  rtà  di  pubblicazione, 
è  tuttora  applicabile  in  tutta  la  sua  estensione. 

(3)  Gli  atti  di  procedura  interrompono  la  prescrizione  dell'azione  penale  nei  reati 
di  stampa.  Ciò  è  conforme  ai  principi  del  diritto  comune,  per  i  quali  l'atto  di  proce- 
dura, risolvendosi  nel  vero  e  proprio  esercizio  dell'azione,  impedisce  che  questa  si 
prescriva.  Né  a  tali  principi  si  é  derogato  con  questa  legge;  che    anzi   nel   proemio 


IL   GIORNALISMO  NELLA   LEGISLAZIONE.  161 


CAPO   II. 

Della  provocazione  pubblica  a  commettere  reati. 

Art.  13.  CHunque,  con  gli  oggetti  contemplati  nell'articolo  1, 
tanto  separati  quanto  uniti  con  cose  di  diversa  natura,  sia  che  si 
vendano  o  distribuiscano,  o  si  pongano  in  _  vendita,  o  si  espon- 
gano in  luoglii  o  riunioni  pubbliche,  o  si  distribuiscano  in  modo 


della  medesima  si  è  detto  espressamente  di  volere  evitare  la  «  non  necessaria  devia- 
zione dalla  legge  comune  ».  L'art.  50  non  offre  argomento  contrario  a  questa  mas- 
sima; imperocché  se  il  legislatore  volle  espressamente  che  il  principio  generale  sulla 
interruttività  della  prescrizione  valer  debba  per  le  contravvenzioni  di  minor  conto, 
forza  è  ritenere  che  non  intendesse  escluderla  per  i  reati  di  ben  maggiore  gravità,  che 
colla  stampa  si  possano  commettere.  Anzi  è  a  credersi  che  abbia  voluto  con  una  di- 
sposizione speciale  eliminare  il  dubbio  che  su  tale  proposito  avrebbe  potuto  ingenerare 
il  suo  silenzio,  quando  si  fosse  trattato  di  cont'-aweazi  ni  di  cosi  poco  momento,  come 
sono  quelle  a  cui  l'art.   50  si  riferisce  (Cass.  Palermo,   15  marzo    1886). 

—  I  reati  di  diffamizione  o  d'ingiuria,  in  quils'asi  modo  commessi,  sono  per 
loro  natura  reati  comuni,  contemplati  e  repressi  dal  Codice  Penale  comune,  alle  cui 
regole  non  possono  essere  sottratti  anche  se  commessi  mediante  la  stampa  ("giornale) 
La  legge  sulla  stampa,  dove  ha  voluto  derogare  alle  norme  comuni,  lo  ha  espressa- 
mente sancito,  e  nel  resto  (come  si  legge  nel  proemio  della  legge)  si  è  voluto  che 
il  sistema  di  repre^^sione  si  conformasse  quaijto  più  fosse  possibile  alle  disposizioni  del 
Cod.  Pen.  D'altra  parte,  il  vigente  Codice,  occupandosi  delle  ingiurie  e  diffamazioni  com- 
messe colla  stampa,  dovrebbe,  perchè  posteriore,  prevalere  alla  legge  sulla  stampa  che 
lo  precedette,  ed  a  cui  sarebbesi  in  questa  parte  derogato  a  termini  dell'art.  692  detto 
codice.  (Cass.   Torino,   18  maggio  1888). 

—  La  prescrizione  pei  reati  commessi  mediante  un  giornale  decorre  dal  giorno 
in  cui  il  giornale  fu  pubblicato,  poiché  é  colla  pubblicazione  che  i  reati  stessi  si  deb- 
bono intendere  perfetti  e  consumati.  Tale  pubblicazione,  fino  a  prova  contraria,  deve 
ritenersi  seguita  nel  giorno  stesso  della  data  che  porta  il  giornale.  (Cass.  Torino,  9 
febbraio  1888). 

—  La  Cass.  Firenze  (19  aprile  1884)  decise  che  la  speciale  prescrizione  di  que- 
st'articolo va  soggetta  ad  essere  interrotta  secondo  le  norme  del  diritto  comune.  Ri- 
conferma della  massima  che  anche  questa  prescrizione  va  regolata  colle  norme  del 
diritto  comune,  e  che  può  quindi  essere  interrotta  dagli  atti  di   procedimento. 

L'articolo  12  non  accenna  ad  atti  di  procedura,  e  quindi,  coerentemente  a  quanto 
è  dichiarato  nel  proemio  alla  legge,  devesi  ricorrere  al  Codice  comune,  pel  quale  la 
prescrizione  (meno  un  caso,  art.  140)  resta  interrotta  da  cotesti  atti  (Cass.  Napoli,  9 
maggio  1884). 

—  Che  la  prescrizione  pe'  reati  di  stampa  sia  regolata  secondo  le  norme  comuni, 
ritengono  pure  le  Cass.  Roma  (io  marzo  1884)  e  Tormo  (i  aprile  1885).  Di  conseguenza: 
la  I.*  ha  ravvisato  atti  interruttivi  della  prescrizione  le  pratiche  prescritte  dall'art.  45 
dello  Statuto  per  ottenere  il  consenso  a  procedere  penalmente  contro  un  deputato, 
perchè  tali  pratiche,  se  non  costituiscono  veramente  la  procedura  sul  merito  stesso 
della  causa,  costituiscono  però  sempre  altrettanti  atti  di  procedura  preliminari  e  ne- 
cessari, quando  trattisi  che  l'imputato  sia  un  deputato;  la  2.'  ha  ritenuto  pure  inter- 
ruttivi gli  atti  che  apparecchiano  il  giudizio  di  Cassazione  (deposito  del  ricorso,  avviso 
ai  difensori,  comunicazione  degli  atti  al  P.  M.  ecc.)  imperocché,  se  atto  di  procedura 
non  è  che  il  moto  del  processo,  nel  senso  che  come  fa  nascere  il  processo  stesso  cosi 
vale  a  farlo  progredire  verso  la  sua  meta,  non  potrassi  contrastare  la  qualità  di  atti 
a  tutte  quelle  pratiche  che  sono  necessarie,  perchè  dalla  legge  imposte,  al  compimento 
del  giudizio  in  Cassazione.  Nel  commento  alla  Legge  sulla  stampa,  fatto  dall'avv.  Cla- 
varino,  c'è  l'elenco  delle  principali  decisioni  che  ammettono  0  negano  la  interruzione 
della  prescrizione  sancita  dall'are.  12. 

N.  Berkardini  —  Guida  della  Slampa  periodica  ilaliana  —  11. 


162  GUIDA    DELLA    STAAIPA   PERIODICA   ITALIANA. 

che  tenda  a  dare  loro  pubblicità,  avrà  provocato  a  commettere  un 
crimine,  un  delitto  od  una  contravvenzione,  sarà  punito,  se  si 
tratta  di  crimine,  col  carcere  estensibile  a  tre  mesi  e  con  multa 
estensibile  a  lire  2000  ;  se  di  delitto,  col  carcere  estensibile  a 
lire  500;  se  di  contravvenzione,  con  gli  arresti,  giuntavi  l'am- 
monizione secondo  i  casi,   e  con  multa  estensibile  a  lire  100. 

Art.  14.  La  provocazione  per  altro  a  commettere  uno  dei  cri- 
mini di  cui  negli  articoli  183  e  184  (1)  del  Codice  penale  sarà 
punita  col  carcere  per  anni  due  e  con  multa  di  lire  4000.  (2) 

Art.  15.  Sarà  punito  colle  stesse  pene  l'impiego  di  qualunque 
dei  mezzi  indicati  nell'articolo  1  per  impugnare  formalmente  la 
inviolabilità  della  persona  del  Re,  l'ordine  della  successione  al 
Trono,  l'autorità  costituzionale  del  Re  e  delle  Camere. 


CAPO  in. 

Dei  reati  contro  la  religione  dello  Stato, 
gli  altri  culti  ed  il  buon  costume. 

Art.  16.  Chiunque,  con  uno  dei  mezzi  indicati  nell'articolo  1 
di  questo  Editto  commetta  uno  dei  crimini,  contemplati  negli  ar- 
ticoli 164  e  165  (3)  del  Codice  penale,  sarà  punito  secondo  i  casi 
cogli  arresti  o  col  carcere  estensibile  ad  un  anno,  e  con  multa 
estensibile  a  lire  200. 

Art.  17.  Chiunque  offenda  i  buoni  costumi  con  uno  dei  mezzi 
contemplati  nell'articolo  1  di  questo  Editto  sarà  punito  col  car- 
cere non  maggiore  di  un  anno,  o  con  pena  di  polizia  secondo  le 
circostanze. 

Nei  casi  nei  quali  si  abbiano  ad  applicare  pene  correzionali 
sarà  aggiunta  una  multa  estensibile  a  lire  1000. 

Art.  18.  Chiunque,  con  uno  dei  mezzi  indicati  nell'articolo  1, 
deridesse  od  oltraggiasse  alcuna  delle  religioni  o  culti  permessi  nello 
Stato  sarà  punito  col  carcere  estensibile  a  mesi  sei  e  con  una  multa 
estensibile  a  lire  500.  (4) 


(i)  Articolo  153  e  154  del  nuovo  Codice  penale  del  1859. 

(2)  La  Cass  di  Torino  (5  luglio  1858.  Giurisp  Ital ,  1858,  p.  I,  904)  ha  deciso 
che  «  di  regola  la  provocazione  ed  istigazione  ad  un  reato  non  diventa  punibile  se 
non  quando  il  reato  è  commesso  o  tentato.  Ma  le  provocazioni  col  mezzo  della  stampa, 
specialmente  se  relative  ad  un  crimine  contro  la  sicurezza  dello  Stato,  sono  punibili 
e  punite  anche  non  seguite  da  effetto,  costituendo  allora  non  una  complici''à  ma  uno 
speciale  reato,  un  reato  di  stampa.  Se  poi  l'effetto  segui  l' istigatore,  il  provocatore 
diviene  un  vero  complice.  » 

(3)  Articolo  185,  alinea,  del  nuovo  Codice  penale  del  1859 

(4)  Per  l'editto  del  1848  fa  d'uopo  distinguere:  o  il  reato  preveduto  e  specificato 
dall'art.  185  del  C.  P.  è  commesso  contro  la  religione  dello  Stato,  ed  allora  è  ap- 
plicabile l'art.  16;  o  il  reato  medesimo  è  commesso  contro  un'altra  qualsiasi  delle 
religioni  o  culti  tollerati  dallo  Stato,  ed  allora  è  applicabile  l'art.  18  che  commina 
una  pena  minore. 


IL   GIORNALISMO   NELLA  LEGISLAZIONE.  163 

CAPO  IV. 

Offese  pubbliche  contro  la  persona  del  Re. 

Art.  19.  Chiunque,  con  uno  dei  mezzi  contemplati  nell'arti- 
colo 1,  si  sarà  reso  colpevole  di  offesa  verso  la  Sacra  persona  del 
Re  o  Reale  famiglia  o  Principi  del  sangue,  sarà  punito  col  carcere 
estensibile  a  due  anni  e  con  multa  non  minore  di  lire  1000  e  non 
maggiore  di  lire  .3000,  avuto  riguardo  alla  persona  contro  cui  è 
diretta  l'offesa,  alle  circostanze  di  tempo  e  di  luogo  ed  alla  qualità 
e  gravezza  del  reato. 

Art.  20.  Chiunque  farà  risalire  alla  Sacra  persona  del  Re  il 
biasimo  o  la  responsabilità  degli  atti  del  suo  Governo  sarà  punito 
col  carcere  da  un  mese  ad  un  anno  e  con  una  multa  di  lire  100 
a  1000. 

CAPO  V. 

Offese  pubbliche  contro  il  Senato  o  la  Camera  dei  Deputati,  i  sovrani 
ed  i  capi  dei  governi  esteri,  ed  i  membri  del  corpo  diplomatico. 

Art.  21.  Chiunque  con  uno  dei  mezzi  contemplati  nell'arti- 
colo 1  di  questo  Editto  oltraggi  il  Senato  o  la  Camera  dei  Depu- 
tati sarà  punito  colle  pene  di  cui  all'articolo  19. 

Art.  22.  Saranno  puniti  colle  stesse  pene  coloro  che  avranno 
fatto  pubblicamente  atto  di  adesione  con  uno  dei  mezzi  contemplati 
nell'articolo  1  a  qualunque  altra  forma  di  Governo,  o  coloro  che 
avranno  manifestato  voto  o  minaccia  della  distruzione  dell'ordine 
Monarchico  Costituzionale.  (1) 

Art.  23.  Saranno  puniti  colle  stesse  pene  coloro  che  divul- 
gassero segreti  che  possano  compromettere  la  sicurezza  esterna 
dello  Stato,  o  giovare  direttamente  ai  nemici  del  medesimo. 

Art.  24.  Qualunque  offesa  contro  la  inviolabilità  del  diritto 
di  proprietà,  la  santità  del  giuramento,  il  rispetto  dovuto  alle  leggi, 
ogni  apologia  di  fatti  qualificati  crimini  o  delitti  dalla  legge  pe- 
nale, ogni  provocazione  all'odio  fra  le  varie  condizioni  sociali  e 
contro  l'ordinamento  della  famiglia  sarà  punito  colle  pene  di  cui 
all'articolo  17. 


(i)  L'articolo  cosi  com'è  redatto,  è  incompleto,  giacché  non  contempla  il  caso 
di  adesione  a  monarcliie  costituzionali  decadute,  o  semplicemente  a  nuove  dinastie. 
La  legge  parla  di  forma,  e  per  forma  non  si  può  intendere  altro  se  non  repubblica, 
monarchia,  o  teocrayia,  e  quindi  non  si  potrebbe,  a  pirer  nostro,  punire  coll'articolo 
che  esaminiamo  colui  che,  per  es.,  stampasse  desiderare  egli  la  conservazione  dell'or- 
dine monarchico-costituzionale  attuale  con  a  capo  però  la  dinastia  dei  Lorena  o  dei 
Borboni.  Il  che  è  una  lacuna  che  vuol  essere  colmata,  se  pure  si  vuole  che  l'articolo 
possa  in  caso  di  bisogno  avere  tutta  la  efficacia  che  forse  era  nell'  intenzione  dei  le- 
gislatore di  dargli. 


164  GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

Art.  25.  Le  offese  contro  i  Sovrani  o  i  Capi  dei  Governi 
stranieri  saranno  punite  col  carcere  estensibile  a  sei  mesi  e  con 
multa  da  lire  100  a  1000.  (1) 

Art.  26.  Le  offese  contro  gli  Ambasciatori,  i  Ministri  ed  Liviati, 
od  altri  Agenti  diplomatici  delle  Potenze  estere  accreditati  presso 
il  Re  od  il  Groverno,  saranno  punite  colle  pene  pronunciate  per 
le  offese  contro  i  privati,  raddoppiata  però  la  multa. 


CAPO  VI. 

Delle  diffamazioni,  ingiurie  pubbliche 
e  dei  libelli  famosi. 

Art.  27.  CHunque  con  uno  dei  mezzi  contemplati  nell'articolo  1 
del  presente  Editto  si  renderà  colpevole  del  reato  contemplato  nel- 
l'articolo 617  (2)  del  codice  penale  sarà  punito  col  carcere  da  sei 
mesi  ad  un  anno  e  con  multa  da  lire  200  a  lire  2000. 

Art.  28.  Chiunque  con  uno  dei  mezzi  contemplati  nel  detto 
articolo  1  si  renderà  colpevole  di  uno  dei  reati  di  cui  negli  arti- 
coli 616,  618  e  620  (3)  del  Codice  penale  sarà  punito,  se  si  trat- 
terà di  diffamazione,  col  carcere  estensibile  a  sei  mesi  e  con  multa 
estensibile  a  lire  500. 

Art.  29.  Nei  casi  di  offesa  contro  i  depositari  o  gli  agenti 
dell'autorità  pubblica  per  fatti  relativi  all'esercizio  delle  loro  fun- 
zioni, l'autore  della  stampa  incriminata  sarà  ammesso  a  sommi- 
nistrare la  prova  dei  fatti  da  esso  imputati. 

Questa  prova  libera  l'accusato  di  offesa  da  ogni  pena,  salvo 
da  quelle  per  le  ingiurie  che  non  fossero  necessariamente  dipen- 
denti dai  fatti  medesimi. 


CAPO  Yil. 

Disposizioni  speciali. 

Art.  30.  Non  potranno  dar  luogo  ad  azione  la  pubblicazione 
dei  discorsi  tenuti  nel  Senato  o  nella  Camera  dei  Deputati,  le  rela- 
zioni o  qualunque  altro  scritto  stampato  per  ordine  delle  medesime. 

Art.  31.  Non  darà  neppur  luogo  ad  azione  il  rendiconto  esatto, 
fatto  in  buona  fede,  delle  discussioni  del  Senato  o  della  Camera 
dei  Deputati. 

Art.  32.  Non  darà  luogo  all'azione  la  pubblicazione  degli  scritti 
prodotti  avanti  i  Tribunali. 


(i)  Vedasi  la  legge  20  giugno  1858. 

(2)  Articolo  571  del  nuovo  Codice  penale  1859, 

(5)  Articoli  570,  572  e  573  del  detto  Codice  penale. 


IL   GIORNALISMO  NELLA   LEGISLAZIONE.  165 

Il  Magistrato  o  Tribunale,  pronunciando  nel  merito,  potrà  or- 
dinare la  sospensione  degli  scritti  ingiuriosi  e  dicliiarare  la  parte 
colpevole  tenuta  ai  danni. 

Art.  33.  In  caso  di  recidiva  nei  delitti  o  nelle  contravven- 
zioni previste  da  questo  stesso  Editto,  le  multe  saranno  accresciute 
della  metà. 

Art.  34.  Il  carcere  nel  quale  si  dovranno  scontare  le  pene 
portate  da  questo  stesso  Editto  sarà  sempre  distinto  da  quello  sta- 
bilito per  i  delinquenti  per  reati  comuni. 

CAPO  Vili. 

Delle  pubblicazioni  periodiche. 

Art.  35.  Qualunque  suddito  del  Re,  il  quale  sia  maggiore 
d'età  ^1)  e  goda  del  libero  esercizio  dei  diritti  civili,  qualunque  so- 
cietà anonima  o  in  commandita,  qualunque  corpo  morale  legal- 
mente costituito  nei  regi  Stati,  potrà  pubblicare  un  giornale  o  scritto 
periodico,  purcliè  si  uniformi  al  disposto  dei  seguenti  articoli. 

Art.  36.  Chi  intende  pubblicare  un  giornale  od  altro  scritto 
periodico  dovrà  presentare  alla  Segreteria  di  Stato  per  gli  affari 
interni,  prima  della  pubblicazione,  una  dichiarazione  in  iscritto 
corredata  degli  opportuni  documenti  dai  quali  risulti  : 

1."  Il  concorso  delle  qualità  richieste  dall'articolo  precedente, 
sia  in  chi  vuole  pubblicare  il  giornale,  sia  nel  gerente  ; 

2."  La  natura  della  pubblicazione,  il  nome  della  tipografia 
legalmente  autorizzata  in  cui  si  farà  la  stampa,  il  nome  e  la  di- 
mora del  tipografo  ; 

3.°  Il  nome  e  la  dimora  del  gerente  responsabile.  (2) 


(i)  Il  Ministero  dell'  interno  dopo  avere  inteso  il  Consiglio  di  Stato  ha  dichiarato, 
che  non  dovendosi  la  pubblicazione  d'un  giornale  considerare  solo  come  un'impresa 
commerciale  ma  ancora  doversi  riguardare  la  cosa  sotto  il  suo  aspetto  morale  e  po- 
litico, può  negarsi  la  autorizzazione  di  pubblicarlo,  a  chi  pure  essendo  emancipato  non 
è  tuttavia  ancora  maggiore  d'età,  in  quanto  che  l'emancipazione  non  conferisce  l'in- 
tera capacità  del  maggiorenne,  come  è  voluta  dalla  legge  sulla  stampa. 

(2)  La  sempHce  lettura  dell'art.  56  persuade  essere  bastevole  per  la  pubblicazione 
d'un  giornale  la  previa  presentazione  al  Ministero  dell'  interno  della  dichiarazione  coi 
richiesti  documenti;  né  altro  esige  la  disposizione  repressiva  dell'art.  40  della  stessa 
legge.  La  risposta  o  l'accettazione  o  l'autorizzazione  del  Ministero,  la  dichiarazione  che 
se  ne  sia  preso  atto  non  è  affatto  richiesta  dalla  legge,  e  sarebbe  arbitrario  e  contrario 
all'ermeneutica  legale  il  richiederla;  perchè  le  leggi  penaU  o  che  restringono  l'esercizio 
dei  diritti  non  sono  estensibili  ai  casi  non  espressi  (art.  4  disp.  prelim.).  Di  più  il  ri- 
chiedere una  risposta  adesiva  o  non  contraria  dal  Ministero  farebbe  dipendere  da  lui 
la  pubblicazione  del  giornale:  ciò  che  è  contrario  allo  spirito  della  legge.  È  certo  più 
sicuro  attendere  la  risposta  adesiva  del  ministero  per  non  esporsi  al  pericolo  di  vio- 
lare la  legge,  se  la  pubblicazione  del  giornale  avvenga  prima  che  la  suddetta  dichia- 
razione giunga  di  fatto  al  ministero,  o  vi  giunga  con  documenti  incompleti j  l'obbli- 
gatorietà però  non  esiste  (App.  Macerata,  io  luglio  '85). 


166  GUIDA    DELLA.   STA.MP\    PERIODICA    ITaLTA^TA. 

Art.  37.  Ogni  giornale  dovrà  avere  un  gerente  responsabile.  (1) 

Art.  38.  Qualunque  mutazione  avvenisse  in  una  delle  condi- 
zioni espresse  nella  dicMarazioue  sovra  prescritta  dovrà  essere  no- 
tificata alla  Segreteria  di  Stato  dell'  interno,  a  diligenza  del  ge- 
rente o  dei  suoi  eredi  e  successori,  entro  lo  spazio  di  giorni  otto, 
eccettuati  i  casi  nei  quali  è  altrimenti  provveduto  da  questo  Editto. 

In  difetto  il  contravventore  sarà  punito,  con  multa  estensibile 
a  lire  300. 

Salvo  riguardo  alla  vedova  o  ai  successori  del  gerente  o  pro- 
prietario quanto  \T.ene  stabilito  dall'articolo  seguente. 

Art.  39.  ]\Iancando  o  rendendosi  incapace  improvvisamente  il 
gerente  a  coprire  le  sue  funzioni,  ove  esso  non  sia  proprietario 
unico,  gì'  interessati  potranno  presentare  un  redattore  responsabile 
all'Avvocato  fiscale  generale  nelle  residenze  dei  Magistrati  d'Ap- 
pello, nei  capoluoghi  di  provincia  agli  avvocati  fiscali,  negli  altri 
luogM  ai  giudici  di  mandamento,  il  quale  redattore  faccia  le  veci 
di  gerente. 

Tale  provvisoria  incombenza  non  potrà  protrarsi  al  di  là  di  due 
mesi. 

Eguale  facoltà  viene  accordata  alla  vedova  o  successori  del  ge- 
rente, ove  sia  proprietario  unico  del  giornale. 

Art.  40.  Chiunque,  senza  avere  adempiuto  al  prescritto  del- 
l'art. 36,  o  dopo  la  pronunciata  sospensione,  o  dopo  la  cessazione 
del  giornale,  ne  facesse  seguire  la  pubblicazione  incorrerà  nella 
pena  del  carcere  da  uno  a  sei  mesi  e  in  una  multa  da  lire  100  a  500. 

Art.  41.  Il  gerente  di  un  giornale  sarà  obbligato  a  sottoscri- 
vere la  minuta  del  primo  esemplare  di  esso  che  sarà  stampato,  e 
tutti  gli  altri  esemplari  dovranno  riprodurre  la  stessa  sottoscrizione 
in  stampa. 

La  trasgressione  di  questo  articolo  sarà  punita  con  multa  esten- 
sibile a  lire  300.  (2) 


(i)  L'istituzione  del  gerente  responsabile  non  esime  dall'eventuale  responsabilità 
il  direttore  del  giornale  (V.  art.  47). 

Il  gerente  di  un  giornale  è  per  questa  sua  qualità  responsabile  dei  reati  com- 
messi col  mezzo  del  giornale  stesso,  senza  che  occorra  esaminare  se  egli  fosse  addi- 
venuto volontariamente  e  con  intenzione  di  nuocere,  alla  pubblicazione  incriminata. 
(Cass.   Torino,  30  dicembre  84.) 

(2)  La  firma  del  gerente  del  giornale,  richiesta  da  quest'articolo,  nel  primo  esem- 
plare da  presentarsi  alla  procura,  vale  ed  è  realmente  la  garanzia  del  sottoscrittore,  per 
rispondere  cosi  delle  contravvenzioni  che  come  complice  dei  delitti  commessi  con 
pubblicazioni  fatte  nel  periodico.  Ond'  è  che  falsificandosi  la  firma  del  gerente  respon- 
sabile nella  minuta  del  primo  esemplare,  da  rilasciarsi  al  P.  M.,  il  gerente  può  bene 
eccepire  la  sua  irresponsabilità  e  non  rispondere  in  giudizio  penale  degli  articoli  in- 
criminati. Da  ciò  il  danno  potenziale  che  risente  la  società,  alla  quale  verrebbe  a  man- 
care la  persona  che  per  la  legge  certamente  dovrebbe  rispondere  dei  reati,  commessi 
per  mezzo  dei  periodici;  da  ciò  il  vantagqjio  del  gerente  responsabile  che  per  opera 
della  falsità  da  altri  commessa,  si  aprirebbe  la  via  a  frodare  la  legge.  La  falsificazione 
quindi  è  punibile  a  termini  dell'art    363   Cod.  Pen.  (Cass.  Palermo,  5  settembre  1887.) 

—  La  contravvenzione  agli  articoli  2  e  41,  in  ordine  alla  pubblicazione  ha  luogo 
ael  momento  stesso  della  consegna  dello  stampato  all'autorità  giudiziaria,  rendendosene 
ì"c3poasabile  il  gerente  se  tutti  gli  esemplari  non  portano  la  di  lui  firma   e  l'indica- 


ÌL   GIORNALISMO   NELLA   LEGlSLAZlONE.  167 

Art.  42.  Al  momento  della  pubblicazione  del  giornale  il  ge- 
rente farà  consegnare  la  copia  da  lui  sottoscritta  in  minuta  all'uf- 
fizio dell'Avvocato  fiscale  generale,  o  dell'Avvocato  fiscale,  o  del 
giudice  di  mandamento,  secondo  la  distinzione  stabilita  nell'art.  39. 

Quest' obbligo  non  potrà  sospendere  o  ritardare  la  spedizione 
o  distribuzione  del  giornale  o  scritto  o  periodico.  (1) 

La  contravvenzione  a  quest'articolo  sarà  punita  con  multa  esten- 
sibile a  lire  500. 

Art.  43.  I  gerenti  saranno  tenuti  d'inserire,  non  più  tardi 
della  seconda  pubblicazione  successiva  al  giorno  in  cui  le  avranno 
ricevute,  le  risposte  o  le  dichiarazioni  delle  persone  nominate  o 
indicate  nelle  loro  pubblicazioni.  L' inserzione  della  risposta  deve 
essere  intiera  e  gratuita. 

Nel  caso  per  altro  la  risposta  eccedesse  il  doppio  dell'articolo 
al  quale  è  diretta,  l'eccedente  dovrà  essere  pagato  al  prezzo  stabi- 
lito per  gli  annunzi  in  quel  giornale  o  pubblicazione. 

Trattandosi  di  giornali  clie  non  ricevono  annunzi,  sarà  corri- 
sposto per  l'eccedente  un  prezzo  eguale  a  quello  che  pagasi  per 
gli  annunzi  nelle  gazzette  destinate  alle  inserzioni  giudiziali. 

Il  rifiuto  o  la  tardanza  ad  accettare  o  pubblicare  le  dette  ri- 
sposte verrà  punito  con  una  multa  non  minore  di  lire  100  e  non 
maggiore  di  lire  1000.  (2) 


zione  della  tipografia  da  cui  provengono.  Anzi  la  Cassazione  di  Torino  (23  luglio  '74) 
giudicò  che  la  semplice  impostazione  del  giornale  deve  considerarsi  come  pubblica- 
zione, indipendentemente  dalla  distribuzione  e  dal  non  essersi  ancora  consegnata  la 
copia  al  P.  del  R.  Nel  concetto  della  pubblicazione  comprendesi  pure  la  distribuzione 
gratuita  dello  stampato  o  giornale,  senza  uopo  della  messa  in  commercio  del  mede- 
simo. Siffatta  contravvenzione  sta  a  carico  dell'esercente  la  stamperia  e  non  del  diret- 
tore di  questa.  (Cass.   Torino,  19  novembre  '79). 

(i)  La  legge,  senza  fare  eccezioni  di  sorta,  prescrive  che  in  ogni  pubblicazione,  e 
contemporaneamente  alla  medesima,  debba  farsi  la  presentazione  della  copia  al  P.  M.,  per- 
chè questi  possa,  prontamente  e  con  effetto,  reprimere  gli  eccessi  eventualmente  commessi 
collo  stampato.  Né  trattandosi  di  una  ristampa  può  obbiettarsi  che,  soppresso  l'articolo 
incriminato,  trattasi  di  una  continuazione  della  stampa  di  un  fogho  già  noto  al  P.  M.; 
imperocché  è  giudizio  a  posteriori  quello  relativo  alla  non  avvenuta  riproduzione  dello 
scritto  per  cui  si  effettuò  il  sequestro  ed  il  nuovo  stampato  ben  potrebbe  contenere 
cose  non  consentite  né  permesse,  e  quindi,  mancando  la  presentazione,  potrebbe  rima- 
nere elusa  la  vigilanza  del  P.  R.  (Cass.  Firenze,  6  aprile  1887).  La  Temi  Veneta  (242,  '87) 
osserva  che  questa  massima  potrebbe  parere  soverchiamente  rigorosa  quando  si  tratti 
di  semplice  ristampa  del  numero  sequestrato,  coU'omissione  dell'articolo  incriminato. 
Non  è  in  questo  caso  uno  stampato  nuovo,  ma  nn  edizione  corretta  di  (juello  già  pre- 
sentato al  P.  M.  La  Cass.  Francese,  18  aprile  1830  (Dalloz.  XXXVI,  p.  483)  ha  deciso 
che  il  deposito  di  un  esemplare  non  dispensa  il  gerente  dal  deposito  stesso  per  qua- 
lunque altra  edizione  che  contenesse  articoli  differenti:  donde  si  può  arguire  che  diversa 
sarebbe  la  soluzione  della  controversia  se  quel  primo  esemplare  venisse  riprodotto  tal 
quale. 

—  Non  è  giustificata  la  mancata  consegna  della  copia  dal  fatto  che  il  periodico 
si  pubblica  in  ora  nella  quale  l'uffizio  del  P.  del  Re  è  chiuso.  Ammettendo  infatti  un 
contrario  principio,  sarebbe  facile  eludere  lo  scopo  di  questa  disposizione  (Cass.  Firenze, 
6  aprile  1887). 

(2)  Intenzione  del  legislatore,  nel  dettare  questa  disposizione,  quella  si  fu  di 
mantenere  una  perfetta  parità  di  trattamento  tra  il  gerente  di  un  giornale,  che  nelle 
sue  pubblicazioni  si  fa  a  nominare  una  qualche  persona,  e  la  persoaa  cosi  nominata 


168  OTJIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA.   IT  ALL'INA. 

Art.  44.  Rimarrà,  nonostante  questa  multa,  salvo  il  diritto  a 
promuovere  ogni  azione  clie  potesse  competere  al  Ministero  pub- 
blico o  ai  terzi  contro  l'articolo  a  cui  si  sarà  risposto. 

Art.  45.  Ogni  gerente  sarà  obbligato  d'inserire  in  capo  al  suo 
giornale  o  scritto  periodico  qualsiasi  titolo  officiale,  relazione  au- 
tentica, indirizzo  o  rettificazione,  o  qualunque  altro  scritto  nell'  in- 
teresse del  Governo,  cbe  gli  venisse  mandato  da  un'autorità  legal- 
mente costituita. 

L' inserzione  avrà  luogo  non  più  tardi  della  seconda  pubbli- 
cazione successiva  al  giorno  in  cui  ne  sarà  stata  fatta  la  ri- 
dde sta. 

L' inserzione  sarà  fatta  mediante  pagamento  dei  prezzi  indi- 
cati nell'art.  43. 


ed  indicata,  la  quale  creda  di  contrapporre  una  risposta  o  dichiarazione,  sia  nel  proprio 
interesse,  sia  anche  soltanto  in  quello  della  verità.  Alla  pubblicità  data  dal  giornale 
col  mezzo  della  stampa  alle  notizie  riguardanti  tale  persona,  il  legislatore  volle  che 
collo  stesso  mezzo  e  nello  stesso  giornale,  tenesse  dietro  la  pubblicazione  della  ret- 
tifica; quindi  l'obbligo  imposto  ai  gerenti  d'inserire  la  risposta  per  intero,  gratuita- 
mente ed  entro  un  dato  termine.  Che  se  non  ha  prescritto  la  modalità  con  cui  dovesse 
venir  fatta  la  pubblicazione  della  risposta,  ciò  fece  perchè  non  lo  ritenne  necessario, 
essendo  naturale  che  la  risposta,  se  non  matematicamente  nella  corrispondente  pagina, 
e  cogli  stessi  caratteri  usati  per  l'articolo  che  vi  diede  luogo  dovesse  però  sempre 
essere  resa  pubblica  in  modo  confacente  e  tale  da  poter  naturalmente  cadere  sotto  lo 
sguardo  di  chi  aveva  letto  il  precedente  articolo,  sicché  la  difesa  o  rettifica  dovesse 
essere  fatta  di  ragione  pubblica  cosi  e  come  era  stata  pubblica  la  notizia  data  o  l'at- 
tacco.—  In  base  a  queste  considerazioni  ì'App.  Milano  (19  novembre  1886),  giudicò 
che  non  soddisfaceva  alle  esigenze  della  legge,  la  inserzione  della  risposta  fatta  con 
caratteri  minutissimi  di  seguito  ed  immediatamente  dopo  il  «  Bollettino  Meteorolo- 
gico »,  e  senza  alcun  distacco  da  questo,  per  modo  che  con  questo  pareva  confuso. 
11  Monitore  dei  Tribunali  (1887,  112)  fece  plauso  al  principio  sostenuto  da  questa 
sentenza,  e  ricorda  che  la  legge  tedesca  e  la  legge  austriaca  prescrivono  che  la  ri- 
sposta dev'essere  pubblicata  «  senza  interpolazioni  od  omissioni....  »  nella  stessa  parte 
dello  stampato  e  con  gli  stessi  tipi  con  cui  ecc..  (Vedi  Pincherle,  pag.  276;  Manfredi, 
lì  Diriuo  penale  della  stampa,  p.  410). 

—  La  legge  fa  obbligo  al  gerente  solamente  d' inserire  «  le  risposte  o  le  dichia- 
razioni ecc.  »  nel  suo  giornale;  ma  non  gì' impone,  e  quindi  non  si  può  pretendere, 
che  quella  inserzione  sia  pubblicata  nello  stesso  posto  del  giornale  in  cui  fu  pub- 
blicato lo  scritto  che  ha  dato  occasione  alla  rettifica  e  cogli  stessi  caratteri  per  quelli 
adoperati.  Di  conformità  disponevano  le  leggi  sulla  stampa  in  Francia  (9  settembre  1835) 
ed  in  Austria  (27  maggio  1852),  dal  che  si  può  indurre  che  il  nostro  legislatore  si 
è  informato  ai  principi  di  diritto  allora  dominanti  in  materia  di  stampa.  Inoltre  l'ar- 
ticolo 45  di  questa  legge  fa  obbligo  al  gerente  d' inserire  in  capo  al  giornale  i  co- 
municati delle  autorità  :  quindi  è  che  essendo  questa  prescrizione  un'  eccezione,  vale 
la  regola  che  per  l'articolo  intestato  non  impone  alcuna  modalità  al  gerente  per  le 
inserzioni  ivi  indicate.  Nella  specie  il  gerente  del  Berico  (giornale  di  Vicenza)  aveva 
pubblicata  la  risposta  di  persona  nominata  in  un  articolo  del  giornale  stesso,  stam- 
pandola con  caratteri  minuti,  in  quarta  pagina,  e  dopo  un  avviso  sulla  «  Vera  fonte 
di  Peio  »  ;  e  l'App.  Venezia,  7  aprile,  ha  ritenuto  che  con  tale  forma  di  pubblicazione 
quel  gerente  avesse  bastantemente  ottemperato  alla  legge. 

—  La  persona  nominata  in  un  articolo  di  giornale  ha  diritto  all'  inserzione  di 
una  sola  risposta  all'articolo  medesimo.  Né  può  pretendere,  sotto  pretesto  di  riserve 
fatte  nella  prima  risposta,  di  ottenere  la  pubblicazione  di  risposte  successive;  impe- 
rocché ciò  ammettendo,  ne  verrebbe  l'assurdo  che,  a  forza  di  dichiarazioni  dilatorie  o 
riserve,  l'obbligo  del  gerente  si  protrarrebbe  all'  infinito.  Nella  specie  discussa,  il  ri- 
Sjpondente  aveva  dichiarato,  e  questa  sua  dichiarazione  era  stata  pubblicata,  che  aspet- 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  169 

Il  rifiuto  o  ritardo  nella  pubblicazione  verrà  punito  con  una 
multa  estensibile  a  lire  500. 

Art.  46.  In  caso  di  condanna  contro  un  gerente  a  pena  af- 
flittiva per  reato  di  stampa,  la  pubblicazione  verrà  sospesa  mentre 
egli  sta  scontando  la  pena,  a  meno  cbe  non  siasene  surrogato  un 
altro  elle  riempia  le  condizioni  volute  dalla  legge. 

Art.  47.  Tutte  le  disposizioni  penali  portate  da  questo  capo 
sono  applicabili  ai  gerenti  dei  giornali  e  agli  autori  che  avranno 
sottoscritti  gli  articoli  in  essi  inseriti. 

La  condanna  pronunciata  contro  l'autore  sarà  pure  estesa  al 
gerente,  clie  verrà  sempre  considerato  come  complice  dei  delitti  e 
contravvenzioni  commesse  con  pubblicazioni  fatte  nel  suo  gior- 
nale. (1) 


tava  il  verdetto  d'un  giuri  (cui  era  stata  sottoposta  la  vertenza  alla  quale  riferivasi 
l'articolo  del  giornale)  per  pubblicare  le  sue  ragioni,  e  pretendeva  successivamente 
che  fosse  inserita  una  ulteriore  sua  dichiarazione  sullo  stesso  proposito  (Cass.  Torino, 
2  marzo  1887). 

—  La  legge  non  designa  propriamente  che  la  risposta  o  dichiarazione  da  inse- 
rirsi nel  giornale  debba  essere  rigorosamente  notificata  al  gerente  a  mezzo  di  usciere, 
e  colle  forme  ordinarie  stabilite  per  le  intimazioni  di  atti  di  procedura  penale  o  civile, 
ma  si  contenta  anche  di  quella  qualunque  notificazione,  la  quale  sia  tale  però  da  gua- 
rentire che  lo  scritto  di  risposta  sia  stato  dal  gerente  ricevuto,  non  esclusa  quella  che 
sia  stata  fatta  anche  mediante  consegna  dello  scritto  alla  direzione  del  giornale  (Cass. 
Torino,   16  marzo    1888). 

—  Le  rettifiche  ad  un  articolo  contenente  diffamazione  pubblicate  nei  numeri 
successivi,  non  bastano  a  cancellare  il  reato,  il  quale  è  in  ogni  sua  parte  perfetto  e 
consumato  fin  dal  momento  in  cui  segue  la  pubblicazione  del  numero  del  giornale 
contenente  l'articolo  querelato.  Tali  rettifiche  potranno  valere  come  circostanze  atte- 
nuanti. (Cass.  Torino,  30  dicembre  1884). 

(i)  Cass.  Palermo  (15  agosto  1886;.  Pur  ammettendo  che  il  solo  fatto  della 
pubblicazione  di  un  articolo  diffamatorio  non  porti  la  responsabilità  penale  pel  di- 
rettore, ha  ritenuto,  che  le  quante  volte  esso  direttore,  dolosamente  acconsente  alla 
inserzione  nel  suo  periodico  di  uno  scritto  contenente  ingiurie,  si  rende  complice  del 
reato  coU'autore  dello  scritto  stesso. 

—  Il  gerente  invece  è  responsabile  sempre  dei  reati  che  si  commettono  con  scritti 
pubblicati  nel  suo  giornale.  Il  dolo  nel  gerente  è  presunto  di  diritto  nel  fatto  stesso 
della  pubblicazione.  Quindi  è  che,  sporta  querela  per  libello  contro  l'autore  di  un  ar- 
ticolo inserito  in  un  periodico,  giustamente  il  P.  M.  estende  il  procedimento  anche 
contro  il  gerente  di  quel  periodico,  quantunque  il  querelante  non  abbia  fatto  contro 
il  medesimo  alcuna  istanza.  (App.  Ancona,  3  agosto  1886 — Ceneri — Giorn.  Marche  25). 

—  Il  direttore  d'un  giornale  il  quale  coopera  scientemente  col  fatto  proprio  alla 
pubblicazione  di  un  articolo  contenente  diffamazione  od  ingiurie  contro  una  persona, 
rispondere  deve  penalmente  col  gerente.  (Cass.  Torino,  15  dicembre  1886). 

—  Nei  reati  di  stampa,  la  responsabilità  del  gerente  è  cosi  intimamente  con- 
nessa con  quella  dell'  autore  della  pubblicazione  incriminata  da  seguirne  le  sorti 
in  modo  che,  venendo  a  mancare  la  responsabilità  dell'uno,  deve  conseguentemente 
dichiararsi  esclusa  quella  dell'altro.  Perciò  se,  in  seguito  a  recesso  del  querelante  a 
favore  dell'  autore,  si  dichiara  in  suo  confronto  non  farsi  luogo  a  procedere,  eguale 
dichiarazione  deve  farsi  pel  gerente:  e  se  il  primo  ricorre  in  Cassazione  e  la  sentenza 
è  annullata  il  giudizio  si  rinnova  anche  nell'  interesse  del  secondo.  (Cass.  Palermo, 
20  settembre  1886). 

—  Stabilito  che  un  articolo  pubblicato  in  un  giornale  è  ingiurioso,  0  costituisce 
altro  reato,  la  responsabilità  del  gerente  rimane  stabilita,  senza  che  sia  necessario  in» 
dagare  sulla  sua  intenzione  (Cass.  Torino,  2  febbraio  1887). 

«-  Colui  che  senza  averne  ottenuta  regolarmente   la   facoltà,  assunte   arbitraria» 


170  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

Art.  48.  In  caso  di  recidività  per  parte  dello  stesso  gerente 
e  nello  stesso  giornale  le  multe  potranno  essere,  secondo  le  circo- 
stanze, accresciute  sino  al  doppio. 

Art.  49.  I  gerenti  saranno  tenuti  a  pubblicare,  non  più  tardi 
di  due  giorni  dopo  clie  loro  ne  sarà  fatta  1'  intimazione,  le  sentenze 
di  condanna  pronunciate  contro  di  essi  per  fatti  previsti  da  questo 
Editto. 

In  difetto  saranno  puniti  con  una  multa  da  lire  100  a  500.  (1) 

Art.  50.  L'azione  per  le  multe  dovute  per  rifiuto  o  ritardo 
delle  pubblicazioni,  di  cui  agli  articoli  43  e  45,  sarà  prescritta  collo 

mente  la  qualità  di  gerente  provvisorio  e  riesce  cosi  a  far  continuare  le  pubblicazioni 
di  un  periodico,  deve  rispondere  dei  reati  che  coj  quel  giornale  si  commettono,  alla 
pari  del  gerente  regolarmente  conosciuto.  £d  in  vero,  la  sottoscrizione  del  giornale 
costituisce  quel  fatto  volontario  che  importa  la  responsabilità  del  sottoscrittore  per 
quanto  il  giornale  contiene,  e  ciò  indipendentemente  dalla  circostanza  che  costui  abbia 
o  meno  ottemperato  al  disposto  degli  articoli  36  e  seguenti.  E  come  la  pubblicazione 
del  giornale  crea  il  delitto,  cosi  chi  è  riuscito  a  seguirla  col  mezzo  spontaneamente 
intrapreso  di  firmare  come  gerente  provvisorio,  deve  in  questa  qualità  rispondere  dei 
reati  di  stampa.  La  contravvenzione,  per  non  essere  la  gerenza  regolare,  non  esclude 
il  reato  di  stampa.  Anzi  l'art.  40  prevedendo  il  caso  della  pubblicazione  di  periodico 
senza  gerente,  e  riguardando  quale  contravventore  chiunque  abbia  fatto  questa  pub- 
blicazione include  che  pei  reati  di  stampa  ivi  incorsi,  si  tenga  responsabile  colui  che 
ha  sottoscritto  come  gerente  provvisorio  senza  esserlo.  Sarebbe  troppo  facilmente  eluso 
lo  scopo  della  legge  che  vuole  una  determinata  persona  responsabile  per  i  reati  com- 
messi coi  periodici,  se  nel  caso  in  esame  si  venisse  a  contraria  conclusione  (Cass.  Fi- 
renze, 30  dicembre  1885). 

(i)  I.  La  necessità  della  notificazione,  di  cui  l'articolo,  si  estende  anche  alla  sen- 
tenza di  conferma  d'appello,  e  soltanto  dalla  data  in  cui  la  medesima  viene  notificata 
comincia  a  decorrere  il  termine  dei  giorni  prefissi  dal  tribunale  per  la  pubblicazione 
della  condanna,  e  dalla  notifica  pure  incomincia  a  decorrere  il  termine  prescrizionale 
per  reato  di  omessa  pubblicazione  della  condanna. 

2.  Essendo  la  pubblicazione  una  parziale  riparazione  dell'offesa  recata  all'onore 
della  parte  civile,  può  questa  fare  procedere  essa  stessa  alla  medesima,  mancandovi 
l'imputato  {Cassazione   Torino,   11  luglio '83). 

—  La  pubblicazione  cui  sono  tenuti  i  gerenti,  può  venire  estesa  ad  altri  giornali 
oltre  quello  incriminato,  non  resistendovi  l'articolo  stesso,  se  lo  reclamino  speciali 
circostanze.  La  qualità  delle  persone  offese,  i  loro  rapporti  con  un  istituto,  l' impor- 
tanza dell'  istituto  possono  richiedere  una  più  estesa  riparazione  della  patita  ingiuria. 
(Cassaiione  Firenze,  io  aprile  81.) 

—  La  pubblicazione  imposta  al  gerente  non  si  trova  fra  le  pene  designate  dagli 
articoli  13,  26,  35,  38  C.  P.,  però,  trattandosi  di  legge  speciale,  regolata  da  norme 
speciali  di  penalità,  non  si  deve  ricorrere  al  Codice  comune  per  chiarire  il  dubbio  e 
considerarla  come  un'indennità  morale  pel  diffamato.  Occorre  piuttosto  tener  conto 
degli  effetti  dell'inosservanza  la  quale  è  repressa  con  multa  e  carcere  sussidiario.  In 
ogni  modo,  è  un  aggravamento  di  pena  quando,  come  nella  specie,  il  condannato,  non 
rivestendo  più  le  qualità  di  gerente  del  giornale,  che  ha  cessato  le  sue  pubblicazioni, 
non  può  inserirvi  la  condanna  e  gli  si  impone  più  di  quello  che  prescrive  l'art.  49, 
la  pubblicazione,  cioè,  in  altri  giornali,  dei  quali  non  può  disporre  se  non  pagando  il 
prezzo  dell'inserzione.  L'art.  49  parlando  di  gerente,  contempla  soltanto  l'obbligo  della 
pubblicazione  nel  giornale  diffamante,  per  cui  anche  se  non  è  una  pena,  aggrava  di 
certo  quella  inflitta  per  il  delitto  di  stampa,  l'ordine  delia  pubblicazione  in  altri  due 
giornali. 

Di  conseguenza,  la  pubblicazione,  non  può  essere  ordinata  ex  novo  dal  giudice 
d'appello,  quando  sia  appellante  il  solo  imputato,  come  quella  che  serve  ad  ulteriore 
riparazione  dell'ingiuriato  ed  aggrava  la  condizione  dell' ingiuriante  condannato.  (C«- 
sa^ione  Firenze,  25  luglio  '8).) 


IL    GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  17l 

spazio  di  due  mesi  dalla  data  della  contravvenzione,  o  dell'  inter- 
ruzione degli  atti  giuridici  se  vi  è  stato  procedimento. 

CAPO  IX. 

Dei  disegni,  incisioni,  litografie  ed  altri  emblemi  di  qualsiasi  sorta. 

Art.  51.  Ogni  oggetto  contemplato  nell'rr'icolo  1,  che  non 
sia  uno  scritto,  dovrà  essere  consegnato  agli  uiìizi  indicati  nell'ar- 
ticolo 7  ventiquattro  ore  prima  che  sia  esposto  o  messo  in  circola- 
zione, (1) 

Art.  52.  L'Avvocato  fiscale  generale,  l'Avvocato  fiscale  o  il 
giudice  di  mandamento  potranno  rispettivamente,  nell'  intervallo 
sopra  espresso,  far  procedere  al  sequestro  di  tutti  gli  esemplari 
degli  oggetti  che  riconoscessero  contrari  alle  disposizioni  del  pre- 
sente Editto,  nel  quale  caso  entro  il  termine  di  2-4  ore  si  dovrà 
da  loro  promuovere  l'opportuno  procedimento. 

Art.  53.  Nel  caso  in  cui  i  suddetti  oggetti  non  siano  stati 
esposti  0  messi  in  circolazione,  ma  si  trovino  in  luoghi  aperti  al 
pubblico,  e  si  riconoscano  dal  Magistrato  o  Tribunale  contrari  al 
disposto  del  presente  Editto,  non  si  farà  luogo  ad  altra  pena  che 
a  quella  della  distruzione  degli  oggetti  medesimi. 

CAPO  X.  (2) 

Della  competenza,  della  composizione  del  Magistrato  e  del  procedimento. 

Art.  54.  La  cognizione  dei  reati  previsti  dagli  articoli  14,  15, 
17,  19,  20,  21,  22,  23,  24  e  25  e  della  provocazione  ad  alcuno  di 
essi  è  attribuita  esclusivamente  al  magistrato  d'Appello  ,  coll'ag- 
giunta  dei  giudici  del  fatto.  (3) 


(i)  La  disposizione  di  questo  articolo,  siccome  d'ordine  generale  e  concepita  in 
termini  assoluti,  è  da  riferirsi  anche  a  disegni,  incisioni  e  litografie  di  periodici  che 
contengano  pure  degli  scritti,  perciò  incorre  nella  contravvenzione  all'articolo  stesso 
il  gerente  di  un  giornale  illustrato  che  non  ne  cura  la  consegna  di  una  copia  all'uf- 
ficio della  Procura  generale,  24  ore  prima  che  sia  esposto  o  messo  in  circolazione. 
La  responsabilità  del  gerente  è  estesa  ad  ogni  parte  del  giornale  la  cui  pubblicazione 
viene  considerata  dalla  legge  come  un  fatto  suo  proprio.  Né  può  trarsi  una  conse- 
guenza contraria  dagli  articoli  4,  7  e  47  di  questa  legge,  imperocché  dal  i."  e  dal  2.°  sono 
espressamente  eccettuate  le  pubblicazioni  periodiche  ed  il  3.°  restringe  la  responsabilità 
del  gerente  nei  limiti  di  una  complicità  nel  caso  di  procedimento  contro  l'autore  co- 
nosciuto di  articoli  inseriti  nel  giornale,  e  tale  complicità  non  è  nemmeno  conce- 
pibile nel  caso  di  contravvenzioni  costituite  da  semplici  ommissioni.  (Cassazione.  To- 
rino 20  giugno   '83.) 

(2)  Vedasi  il  capo  II  del  titolo  preliminare  ed  il  capo  V  del  titolo  III  del  Codice 
di  procedura  penale  del  20  novembre  1859, 

(3)  Riguardo  ai  reati  contemplati  nell'ar.  25  vedasi  la  legge  del  26  febbraio  1852, 
e  quella  del  20  giugno  1858. 


172  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA  ITALIANA. 

Art.  55.  La  cognizione  di  tutti  gli  altri  reati  si  esercita  se- 
condo le  competenze  e  colle  forme  stabilite  dalle  leggi  ordinarie. 

Art.  56.  L'azione  penale  per  i  reati  contemplati  in  questo 
Editto  sarà  esercitata  d'uffizio  colle  avvertenze  seguenti  : 

Nei  casi  di  offesa  verso  il  Senato  o  la  Camera  dei  Deputati, 
l'azione  penale  non  sarà  esercitata  se  non  precede  l'autorizzazione 
del  corpo  contro  cui  fosse  diretta  l'offesa. 

Nel  caso  di  offesa  contro  i  Sovrani  od  i  Capi  dei  Governi  esteri, 
l'azione  penale  non  verrà  esercitata  clie  in  seguito  a  richiesta  per 
parte  dei  Sovrani  o  dei  Capi  degli  stessi  Governi.  (1) 

Nei  casi  di  offesa  contro  i  Magistrati,  Tribunali  od  altri  Corpi 
costituiti,  l'azione  penale  non  verrà  esercitata  clie  dopo  delibera- 
zione presa  dai  corpi  medesimi  in  adunanza  generale. 

Nel  caso  di  offesa  contro  persone  rivestite  in  qualche  modo 
dell'Autorità  pubblica  o  contro  gì'  Inviati  ed  Agenti  diplomatici 
stranieri  accreditati  presso  il  Re  od  il  Governo,  o  contro  privati, 
l'azione  non  verrà  esercitata  che  in  seguito  alla  querela  sporta  dalla 
persona  che  si  reputa  offesa.  (2) 

Art.  57.  Il  pubblico  Ministero  nelle  sue  istanze,  quando  eser- 
cita l'azione  penale  d'ufficio,  o  il  querelante  nella  sua  querela, 
sono  tenuti  di  specificare  le  provocazioni,  gì'  insulti,  offese,  oltraggi, 
fatti  difìamatorii  od  ingiurie  che  danno  luogo  all'  istanza  o  querela, 
sotto  pena  di  nullità. 

Art.  58.  Immediatamente  dopo  l'istanza  o  querela,  1'  istruttore 
potrà  ordinare  il  sequestro  degli  scritti  o  stampati  che  vi  abbiano 
dato  luogo. 

Art.  59.  L'ordine  di  sequestro  ed  il  relativo  verbale  saranno 
notificati,  entro  lo  sx^azio  di  24  ore,  alla  persona  contro  la  quale 
avrà  avuto  luogo  il  sequestro  medesimo. 

Art.  60,  Il  procedimento,  ritenuto  l'ordine  delle  competenze, 
di  cui  agli  articoli  54  e  55,  avrà  luogo  nelle  forme  prescritte  dal 
Codice  di  procedura  criminale,  colle  modificazioni  di  cui  infra. 

Art.  61.  Quando  il  reato  di  stampa  non  si  presenti  come  com- 
plicità di  un  crimine,  il  Magistrato  o  Tribunale  dovrà,  sulla  do- 
manda dell'  imputato,  e  sentito  il  pubblico  Ministero,  concedere 
all'  inquisito   la   libertà   provvisoria  mediante   idonea  cauzione  di 


(i)  Vedasi  la  legge  26  febbraio  1852. 

(2}  L'articolo  intestato  non  ha  altra  portata,  che  quella  di  mettere  in  mano  del  P.  M. 
l'azione  penale,  quando  un  corpo  costituito  deliberi  in  adunanza  generale  di  portar 
querela;  ma  con  ciò  il  legislatore  non  ha  certo  voluto  impedire,  che,  in  caso  di  si- 
lenzio da  parte  del  corpo  costituito,  uno  o  più  dei  suoi  membri,  che  si  reputino  per- 
sonalmente offesi,  non  possano  nel  loro  speciale  interesse  portar  querela  contro  un 
articolo  di  giornale,  e  tanto  più  quando  la  loro  persona  vi  si  trovi  nominativamente 
indicata.  {Cassaiione  Torino,  29  dicembre  1886.) 

—  La  deliberazione  preventiva  prescritta  è  necessaria  solo  quando  l'offesa  colpisca 
direttamente  l'ente  0  corpo  costituito.  L'offeso,  anche  se  fa  psrte  di  una  personalità 
collettiva,  non  perde  la  sua  individualità  e  il  diritto  di  difenderla,  quando  pure  l'offesa 
rifletta  indirettamente  l'amministrazione  cui  appartiene  o  l' ufficio  che  disimpegna. 
(Cassai^ione  Firen\e,  5  novembre  1887.) 


IL   GIORNALISMO  NELLA   LEGISLAZIONE.  173 

presentarsi  a  tutti  gli  atti  del  processo  e  per  l'esecuzione  della 
sentenza  in  conformità  degli  articoli  190,  192  e  seguenti  del  Co- 
dice di  procedura  criminale,  sino  aL  204  inclusivamente  (1). 

Art.  62.  Il  pubblico  Ministero  potrà  far  citare  direttamente 
gì'  inquisiti  a  comparire  nel  termine  di  tre  giorni  davanti  al  Ma- 
gistrato o  Tribunale,  quando  anche  si  fosse  precedentemente  ese- 
guito il  sequestro  degli  scritti,  disegni,  incisioni,  litografie,  meda- 
glie od  emblemi. 

In  questo  caso  però  la  citazione  non  potrà  essere  intimata  che 
dopo  la  notificazione  all'  inquisito  del  verbale  di  sequestro. 

Art.  63.  I  giudizi  per  reati  di  stampa  di  competenza  del  Ma- 
gistrato di  Appello  saranno  portati  davanti  alla  classe  incaricata 
degli  appelli  dalle  sentenze  in  materia  correzionale. 

Saranno  inoltre  alla  medesima  aggiunti  dodici  Giudici  del 
fatto. 

Art.  64.  Tosto  aperta  la  seduta,  il  presidente  leggerà  ai  Giu- 
dici del  fatto  la  seguente  formola  di  giuramento: 

«  Voi  giurate  in  faccia  a  Dio  e  in  faccia  agli  uomini  di  esa- 
«  minare  colla  più  scrupolosa  attenzione  le  accuse  portate  contro 
«  N.  N.  ;  di  non  tradire  i  diritti  dell'accusato,  ne  quelli  della  so- 
«  cietà  e  dello  Stato  che  lo  accusa;  di  non  comunicare  con  chic- 
«  chessia  sino  dopo  la  vostra  dichiarazione  ;  di  non  dare  ascolto 
«  ne  all'odio,  ne  ad  altro  malvagio  sentimento,  ne  al  timore,  ne 
«  all'affetto  ;  di  decidere  solamente  allo  stato  dell'accusa  e  delle 
«  fatte  difese  secondo  la  vostra  coscienza  e  il  vostro  intimo  con- 
«  vincimento  coli' imparzialità  e  la  fermezza  che  si .  convengono  ad 
«.  un  uomo  probo  e  libero.  » 

Chiamerà  quindi  ciascuno  di  detti  Giudici  secondo  l'ordine 
della  estrazione  loro,  e  questi,  toccata  colla  destra  la  formola  del 
giuramento,  risponderà:  Lo  giuro. 

Art.  65.  Terminato  il  dibattimento,  il  Presidente  farà  un  rias- 
sunto della  discussione,  farà  notare  ai  Giudici  del  fatto  le  princi- 
pali ragioni  in  favore  e  contro  l'accusato,  e  rammenterà  loro  i  do- 
veri che  sono  chiamati  ad  adempiere. 

Art.  66.  Formolerà  in  iscritto  le  questioni  alle  quali  sono 
chiamati  a  rispondere  nel  modo  seguente  : 

Le  parole  (saranno  indicate)  ovvero  lo  scritto  od  altro  oggetto 
che  è  presentato,  contiene  esso  il  reato  (specificandolo)  indicato 
nella  istanza  ì  (2). 

Art.  67.  Se  l'accusato  ha  meno  di  sedici  anni,  il  Presidente 
aggiungerà  la  seguente  interrogazione  : 

U accusato  ha  egli  agito  con  discernimento  ì 


(i)  Articoli  200,  204  e  seguenti,  sino  al  217  inclusivamente,  del  nuovo  Codice 
di  procedura  penale. 

(2)  L'articolo  66  venne  abrogato  dal  Codice  di  procedura  penale  entrato  in  vi- 
gore il  i.°  gennaio  1866,  che  stabili  regole  comuni  a  tutti  i  giudizi,  compresi  quelli 
nei  quali  intervengono  giurati,  e  che,  a  sua  volta,  venne  in  proposito,  modificato  dalla 
legge  8  giugno  1874. 


174  GODA   DELLA    STAjNIPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Trattandosi  di  reato  commesso  in  un  periodico,  la  risposta  ne- 
gativa dei  Giudici  del  fatto  su  tale  questione  non  potrà  mai  dimi- 
nuire l'imputabilità  del  gerente  per  gli  effetti  di  cui  nell'arti- 
colo 47. 

Art,  68.  Il  Presidente  farà  ritirare  l' inquisito,  e  leggerà  ai 
Giudici  del  fatto  la  seguente  dichiarazione  : 

«  La  legge  non  domanda  ai  Giudici  del  fatto  veruna  discus- 
«  sione  o  esame  del  valore  dei  termini  isolati,  del  senso  più  o  meno 
«  lato  elle  a  ciascuno  di  essi  in  particolare  attribuire  si  possa,  ma 
«  impone  loro  di  interrogare  se  stessi  nel  silenzio  e  nel  raccogli- 
«  mento,  e  di  esaminare  nella  sincerità  della  loro  coscienza  quale 
«  eifetto  abbia  prodotto  sull'animo  loro  il  complesso  dello  scritto 
«  incriminato. 

<(  I  Giudici  del  fatto  non  devono  trascorrere  col  pensiero  al- 
«  l'applicazione  della  pena,  alle  conseguenze  di  essa.  L'oggetto 
«  per  cui  sono  chiamati  dalla  legge  non  è  tale. 

«  Essi  non  devono  mirare  ad  altro  scopo  se  non  a  pronunciare 
«  nella  loro  coscienza  se  credano  o  no  l'accusato  colpevole  del  reato 
«  che  gli  è  imputato.  » 

Copia  di  questa  dichiarazione  dovrà  essere  affissa,  scritta  in 
grandi  caratteri,  nella  camera  delle  deliberazioni  dei  Giudici  del 
fatto. 

Art.  69.  I  Giudici  del  fatto  entreranno  tosto  nella  camera 
delle  loro  deliberazioni. 

Nessuno  avrà  ingresso  in  essa  durante  la  deliberazione,  salvo 
in  forza  di  ordine  in  iscritto  del  Presidente  della  classe  che  deve 
giudicare . 

Quest'ordine  verrà  ritirato  dall'usciere  posto  a  custodia  del- 
l'entrata della  camera. 

Art.  70.  I  Giudici  del  fatto  non  ne  potranno  uscire  che  dopo 
che  avranno  terminata  la  loro  deliberazione. 

Art.  71.  Il  capo  dei  Giudici  del  fatto  interrogherà  ciascuno 
di  essi,  ed  il  rispondente  dirà  : 

Si,  l'accusato  è  colpevole]  ovvero.  No,  l'accusato  none  colpevole. 

E  nei  casi  in  cui  sarà  aggiunta  l'interrogazione  portata  dal- 
l'articolo 67,  ciascuno  risponderà: 

Sì,  l'accusato  ha  agito  con  discernimento;  ovvero.  No,  l'accu- 
sato non  ha  agito  con  discernimento. 

Art.  72.  La  deliberazione  dei  Giudici  del  fatto  in  favore  o 
contro  l'inquisito  sarà  presa  a  maggioranza  di  voti,  e  in  caso  di 
parità  di  voti,  prevarrà  l'opinione  favorevole  all'accusato. 

Art.  73.  Se  tuttavia  l'accusato  sarà  dichiarato  colpevole  alla 
maggioranza  di  un  sol  voto,  i  Giudici  del  diritto  delibereranno  tra 
loro  sul  punto  medesimo;  e  se  l'opinione  della  minoranza  dei  Giu- 
dici del  fatto  viene  adottata  dalla  maggioranza  dei  Giudici  di  di- 
ritto, in  guisa  che,  congiungendo  il  numero  dei  voti,  questo  superi 
quello  della  maggioranza  dei  Giudici  del  fatto,  prevarrà  l'opinione 
favorevole  all'accusato. 


IL    GIORNALISMO   NELLA  LEGISLAZIONE.  175 

La  maggioranza  s'intenderà  acqnistata  a  favore  dell'accusato 
colla  sola  metà  dei  voti  dei  Giudici  del  diritto,  a  mente  dell'arti- 
colo 435  del  Codice  di  procedura  criminale. 

Ciò  terminato,  i  Giudici  del  fatto  rientreranno  nella  sala  del- 
l'udienza, e  riprenderanno  il  loro  posto. 

Art.  74.  Il  Presidente  della  classe  domanderà  loro  quale  è  il 
risultamento  della  loro  deliberazione. 

Allora  il  capo  dei  Giudici  del  fatto  si  alzerà  in  piedi,  e  tenendo 
la  mano  sul  cuore  dirà  :  «  Sul  mio  onore  e  sulla  mia  coscienza,  avanti 
<K  a  Dio  ed  avanti  agli  uomini,  la  dichiarazione  dei  Giudici  del  fatto 
«  è  :  Si,  l'accusato  è,  ecc.  ;  ovvero.  No,  l'accusato  non  è,  ecc.  > 

Dicliiarerà  pure,  in  caso  che  l'accusato  sia  stato  dichiarato  col- 
pevole, se  la  deliberazione  fu  presa  alla  semplice  maggioranza. 

Art.  75.  La  dicliiarazione  dei  Giudici  del  fatto  sarà  dal  loro 
capo  sottoscritta  e  consegnata  nelle  mani  del  Presidente  della 
classe. 

Il  Presidente  la  sottoscriverà  e  la  farà  sottoscrivere  dal  Segre- 
tario. 

Art.  76.  Rispetto  all'appello  ed  al  ricorso  per  cassazione  nei 
giudizi  dipendenti  da  questo  Editto  si  seguiranno  le  norme  stabi- 
lite dalle  leggi  in  vigore  per  tutti  gli  altri  giudizi. 

Art.  77.  Il  Magistrato  o  Tribunale  potrà,  ogniqualvolta  lo 
creda  opportuno,  ordinare  che  i  dibattimenti  abbiano  luogo  a  porte 
chiuse  e  proibire  che  vengano  stampate  le  difese  pronunziate  dai 
difensori. 


CAPO  XI.  (1) 

Dei  Giudici  del  fatto. 

Art.  78.  I  Giudici  del  fatto  in  numero  di  200  por  ogni  di- 
stretto dei  Magistrati  di  Appello  saranno  tratti  a  sorte  dalle  liste 
degli  elettori  politici  (2). 

Art.  79.  L'estrazione  si  farà  ogni  0  mesi  dall'  Intendente  della 
provincia,  dove  risiede  il  Magistrato  d'appello,  alla  presenza  del 
Consiglio  d'intendenza. 

Si  stenderà  verbale  di  questa  estrazione  (3). 

Art.  80.  L'  intendente  ne  trasmetterà  la  nota  al  primo  Pre- 
sidente del  Magistrato  di  Appello.  La  lista  rimarrà  affissa  nel  pub- 
blico uditorio  (4). 

Art.  81.  Il  primo  Presidente  nella  prima  udienza  pubblica  di 
ogni  mese  farà  l'estrazione  di  cinquanta  nomi  tra  i  compresi  nella 


(i)  Vedansi  le  disposizioni   contenute  nelle  sezioni  2  e  3  del  capo  IV,  titolo  II 
della  legge  del   13   novembre   1859  sull'ordinamento  giudiziario. 

(2)  Articoli  niodilìciti  dalla  legge  10  giugno  itìjS. 

(3)  Id.  id. 

(4)  Id.  id. 


176  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

lista  suddetta,  i  quali  designeranno  i  Giudici  del  fatto  clie  dovranno 
prestare  ser\àzio  durante  detto  mese. 

Art.  82.  L'avviso  per  le  sedute  in  cui  dovrà  intervenire  cia- 
scun Giudice  del  fatto  sarà  a  questo  recato  individualmente  per 
cura  del  primo  Presidente  cinque  giorni  prima  della  seduta. 

Art.  83.  Il  primo  Presidente  del  Magistrato  di  Appello  ven- 
tiquattr'ore  prima  dell'udienza  farà  dare  al  Ministero  pubblico  ed 
all'accusato  comunicazione  dell' intiera  nota  dei  cinquanta  Giudici 
del  fatto  di  servizio  in  quel  mese. 

Art.  84.  Le  persone  state  estratte  a  sorte  a  Giudici  del  fatto, 
ove,  senza  giusta  causa  legalmente  provata,  si  rifiutassero  di  assu- 
mere 1'  incarico  o  non  intervenissero  all'udienza,  saranno  punite 
con  una  multa  non  minore  di  lire  300,  estensibile  alle  lire  1000, 
da  infliggersi  dalla  classe  nella  medesima  seduta  prima  di  aprire 
il  dibattimento. 

Art.  85.  Le  cause  di  dispensa  dal  servizio  in  qualità  di  Giu- 
dici del  fatto  saranno  le  medesime  clie  quelle  ammesse  per  dispensa 
dal  servizio  della  milizia  comunale,  meno  quelle  provenienti  dal- 
l'età e  dalle  fìsiche  imperfezioni. 

Art.  86.  Prima  clie  incominci  l'udienza,  il  Presidente,  previo 
appello  nominale,  imbussolerà  i  nomi  di  tutti  i  Giudici  del  fatto 
presenti. 

Eitiratisi  poscia  essi  giudici  in  luogo  a  parte,  s'introdurranno 
il  pubblico  Ministero  e  l'accusato  assistito  dal  proprio  difensore 
e  si  procederà  all'estrazione  a  sorte  dei  quattordici  Giudici  del  fatto 
necessari  per  quel  giudizio. 

Art.  87.  Tanto  il  Ministero  pubblico  quanto  l'imputato  po- 
tranno ricusarli  sino  al  numero  di  sei  per  ciascheduno. 

La  ricusazione  dovrà  essere  fatta  al  momento  dell'estrazione  (1). 

Art.  88.  Il  primo  estratto  non  ricusato  sarà  capo  dei  Giudici 
del  fatto,  i  due  ultimi  saranno  supplementari  ed  assisteranno  al 
dibattimento  onde  surrogare  nella  deliberazione  quello  o  quelli  che 
per  qualche  improvvisa  causa  fossero  nell'  impossibilità  di  conti- 
nuare. 


Disposizioni  transitorie. 

Art.  89.  Fino  al  1."  di  maggio  prossimo,  nella  quale  epoca 
sarà  posto  in  vigore  il  Codice  d'  istruzione  criminale  e  si  assumerà 
dal  Magistrato  di  Cassazione  l'esercizio  delle  sue  attribuzioni,  la 
cognizione  dei  reati  mentovata  nell'articolo  54  del  presente  Editto 
apparterrà  ai  nostri  Magistrati  di  Appello,  i  quali  dovranno  intanto 
uniformarsi  per  le  forme  dei  giudizi  alle  regole  di  procedura  at- 
tualmente vigenti,  non  ritardata  per  altro  l'esecuzione  delle  dispo- 
sizioni di  questo  stesso  Editto  circa  i  Giudici  del  fatto. 


(i)  Articolo  modificato  dalla  legge  20  giugno  1858. 


IL   GIORNALISMO   NELLA  LEGISLAZIONE.  177 

Art.  90.  Sino  all'attivazione  della  nuova  legge  comunale 
l'estrazione  dei  Griudici  del  fatto  sarà  eseguita  in  Torino  ed  in 
Genova  dai  Sindaci  alla  presenza  della  ragioneria,  e  nelle  altre 
residenze  dei  Magistrati  d'Appello  dall'  Intendente  in  presenza  del 
Consiglio  civico. 

Art.  91.  Ci  riserbiamo  di  proporre  nella  prossima  Sessione 
delle  Camere  una  legge  concernente  l' introduzione  dall'estero  di 
libri  e  stampe,  la  quale,  soddisfacendo  alle  condizioni  dei  tempi, 
risponda  al  particolare  importantissimo  bisogno  di  favorire  l'unione 
italiana. 

Deroghiamo  a  qualunque  disposizione  contraria  al  prescritto 
del  presente  Editto. 

Dato  in  Torino,  il  26  marzo  1848. 

CARLO  ALBERTO. 
Vincenzo  Ricci  —  Di  Revel  —  Di  Collegno. 

SCLOPIS. 


26  febbraio  1852. 
VITTORIO  EMANUELE  II 

RE  DI  SARDEGNA,  DI  CIPRO  E  DI  GERUSALEMME,  ECC.  ECC. 

Il  Senato  e  la  Camera  dei  Deputati  hanno  adottato; 

Noi  abbiamo  ordinato  ed  ordiniamo  quanto  segue: 

Articolo  unico.  Per  esercitare  l'azione  penale  pei  reati  previsti  dall'articolo  25 
dell'Editto  26  marzo  1848,  non  meno  che  per  qualunque  procedimento  relativo, 
basterà  al  pubblico  Ministero  di  dichiarare  l'esistenza  della  richiesta  menzionata  nel 
secondo  alinea  dell'articolo  56  di  detto  Editto,  senza  essere  tenuto  di  esibirla. 

È  abrogato  in  quanto  a  colali  reati  il  disposto  dell'articolo  54  del  medesimo 
Editto,  e  sarà  agli  slessi  applicabile  il  prescritto  dell'articolo  55. 

Il  nostro  Guardasigilli,  Ministro  Segretario  di  Slato  per  gli  affari  ecclesiastici  di 
grazia  e  giustizia,  è  incaricato  dell'esecuzione  della  presente  legge,  che  sarà  registrata 
al  controllo  generale,  pubblicata  ed  inserita  nella  raccolta  degli  atti  del  Governo. 

Dato  in  MoìKalieri,  il  26  febbraio   1852. 

VITTORIO  EMANUELE. 

Calvagno  —  C.  Cavour  —  Colla. 

De  Foresta. 


20  giugno  1858. 
VITTORIO  EMANUELE  II 

RE  DI  SARDEGNA,  DI  CIPRO  E  DI  GERUSALEMME,  ECC.  ECC. 

Il  Senato  e  la  Camera  dei   Deputati  hanno  approvato; 
Noi  abbiamo  sanzionalo  e  promulghiamo  quanto  segue: 

Art.  1.  La  cospirazione  coniro  la  vita   del  Capo  di  un  Governo  straniero,  ma- 
nifestala con  fatti  preparatorii  della  esecuzione  del  reato,  è  punita  colla  reclusione. 

N.  Bernardini  — Guida  della  Stamfa  f triadica  italiana —  12. 


178  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

l  colpevoli  possono  inoltre  essere  posti  sotto  la  sorveglianza  speciale  della  po- 
lizia per  lo  spazio  di  cinque  anni. 

Art.  2.  L'apologia  dell'assassinio  politico  per  mezzo  della  stampa  o  di  alcun 
altro  dei  mezzi  indicati  nell'articolo  1  della  legge  26  marzo  1848  è  punito  a  termini 
dell'articolo  24  della  stessa  legge,  escluse  sempre  le  pene  di  polizia,  sia  che  venga 
l'assassinio  espressamente  approvato,  sia  che  si  cerchi  soltanto  di  giustificarlo. 

Art.  3.  Sino  al  31  dicembre  1862  agli  articoli  78,  79,  80  e  87  delia  legge 
26  marzo  1848  sono  surrogate  le  seguenti  disposizioni: 

«  Art.  78.  Sono  Giudici  del  fatto  tutti  gì'  inscritti  nella  lista  degli  elettori  po- 
litici delle  città  nelle  quali  siede  una  Corte  d'appello. 

flt  Art.  79.  Nei  primi  quindici  giorni  dei  mesi  di  giugno  e  di  dicembre  d'ogni 
anno  una  Commissione,  composta  del  sindaco,  che  ne  è  il  presidente,  o  di  chi  in 
caso  di  vacanza  o  di  legittimo  impedimento  ne  fa  le  veci,  di  due  consiglieri  pro- 
vinciali e  di  due  consiglieri  comunali,  forma  la  lista  dei  giurati  che  durante  il  semestre 
successivo  possono  essere  chiamati  a  dare  giudizio. 

«  I  consiglieri  provinciali  e  comunali  che  devono  far  parte  della  Commissione 
per  la  formazione  delle  liste  dei  giurati  sono  nominati  dai  rispettivi  Consigli  a  mag- 
gioranza assoluta  di  voti. 

«  1  Consigli  provinciali  e  comunali  nominano  inoltre  nel  modo  suindicato  due 
consiglieri  supplenti,  i  quali  sono  chiamati  per  ordine  di  voti,  e,  in  caso  di  parità 
di  voti,  per  rar.go  di  età,  a  supplire  ai  membri  effettivi  quando  manchino  questi 
ultimi  0  siano  legittimamente  impediti. 

€  La  nomina  dei  consiglieri  provinciali  e  comunali  è  rinnovala  in  ogni  anno  dal 
Consiglio  provinciale  nelle  annuali  Sessioni  ordinarie  e  dal  Consiglio  comunale  nella 
tornata  di  primavera. 

«  Il  numero  dei  giurati  che  le  Commissioni  devono  inscrivere  nelle  liste  è  di 
trecento  per  Torino  e  Genova  e  di  centocinquanta  per  le  altre  città. 

«  Gli  impiegati  stipendiali  dal  Governo  ed  in  attività  di  servizio  non  possono 
essere  inscritti  nelle  liste  in  numero  maggiore  del  quarto  della  totalità  degli  inscritti. 

«  1  giurati  inscritti  in  una  lista  semestrale  non  possono  essere  inscritti  in  quella 
del  semestre  immediatamente  successivo. 

«  Art.  80.  La  lista  semestrale,  sottoscritta  da  tutti  i  membri  componenti  la  Com- 
missione deve,  nei  tre  giorni  successivi  alla  sua  formazione,  essere  trasmessa  dal  Pre- 
sidente della  Commissione  stessa  al  primo  Presidente  della  Corte  d'appello,  il  quale  prov- 
vede affinchè  sia  subito  affissa  all'uditorio  della  Corte  e  vi  rimanga  durante  il  semestre. 

1  Art.  87.  Tanto  il  pubblico  Ministero  quanto  l' imputato  possono  ricusare  i 
Giudici  del  fatto  stati  estratti  a  sorte  senza  addurre  motivi,  sino  a  che  rimangano 
nell'urna  tanti  nomi,  che  uniti  a  quelli  già  estratti  e  non  ricusati,  raggiungano  il 
numero  di  quattordici. 

«  La  ricusazione  deve  essere  fatta  al  momento  dell'estrazione.  » 

Art.  4.  Per  la  prima  volta  la  lista  semestrale  dei  giurati  è  fatta  nei  trenta 
giorni  immediatamente  successivi  alla  pubblicazione  di  questa  legge,  e  non  ha  effetto 
che  pel  semestre  corrente  all'epoca  in  cui  si  sarà  formata. 

I  Consigli  provinciali  e  comunali  saranno  con  decreto  reale,  da  emanare  contem- 
poraneamente alla  presente  legge,  convocati  entro  quindici  giorni  in  adunanza  straor- 
dinaria per  fare  la  scelta  dei  consiglieri  che  devono  comporre  la  Commissione  di  cui 
nei  precedenti  articoli. 

Ordiniamo  che  ia  presente,  munita  del  sigillo  dello  Stato,  sia  inserta  nella  rac- 
colta d^gli  atti  del  Governo,  mandando  a  chiunque  spetti  di  osservarla  e  di  farla 
osservare  come  legge  dello  Stato. 

Dato  a  Sommariva  Perno,  il  20  giugno  1858. 

VITTORIO  EMANUELE. 

De  Foresta. 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  179 


Titolo  di  giornale. 
Appropriazione  di  esso  vietata  nonostante  accessoria  modificazione. 

Per  ciò  che  riguarda  il  titolo  d'un  giornale  o  d'una  pubblica- 
zione periodica,  costituente  anclie  esso  una  specie  di  proprietà  ri- 
spettabile, giova  dar  contezza  di  una  sentenza  profferita  dal  Tri- 
bunale di  Commercio  di  Nizza  (13  marzo  1880)  contro  il  direttore 
ed  il  gerente  del  giornale  il  Nuovo  Figaro^  che  si  pubblicava  in 
detta  città,  con  la  loro  condanna  a  togliere  entro  tre  giorni  la  pa- 
rola Figaro  dalla  intitolazione  del  giornale,  sotto  pena  di  500  fran- 
chi per  ciascun  numero  che  uscisse  dopo  il  termine  fissato.  Il  Tri- 
bunale giustamente  osservava,  che  il  titolo  d'un  giornale  è  proprietà 
esclusiva  di  chi  lo  assume  e  lo  usa,  ed  il  fatto  di  dare  quel  titolo 
ad  un'altra  pubblicazione,  ancorché  lo  si  differenzia  con  una  qua- 
lificazione accessoria,  come  Nuovo  od  altra  simile  od  analoga,  co- 
stituisce un'appropriazione  dell'altrui  proprietà  ed  un  atto  di  con- 
correnza sleale.  Ne  vi  è  d'uopo  provare  che  la  concorrenza  sia 
di  mala  fede,  bastando  che  sia  possibile  la  confusione,  e  questa  può 
verificarsi  per  avere  i  due  giornali  la  stessa  forma,  per  essere  tutti 
e  due  letterarii,  compilati  col  medesimo  intento  e  destinati  al  me- 
desimo genere  di  lettori  ;  poco  importando  che  uno  sia  pubblicato 
in  una  città,  l'altro  in  un'altra,  stantechè  il  giornale  va  dapper- 
tutto e  dappertutto  si  legge  e  si  vende.  —  Ne  rileva  se,  essendo 
il  primo  politico  e  quotidiano,  e  il  secondo  letterario  e  settimanale, 
giacche  questo  può  diventare  anch'esso  politico  e  quotidiano,  e  la 
difi'erenza  di  periodicità  non  varrebbe  ad  impedire  la  confusione 
nell'atto  della  vendita. 

Pirateria  di  giornalismo  punita. 

Il  giornale  Le  Réveil  pubblicava  alcuni  brani  o  capitoli  d'altrui 
proprietà  letteraria,  senza  neppure  citare  l'opera  da  cui  li  aveva 
presi.  L'autore  fece  noto  al  gerente  il  danno  che  gli  recava  tal 
fatto  e  lo  invitò  a  desistere  da  ogni  pubblicazione;  ma  invano. 
Allora  lo  citò  avanti  il  Tribunale  di  Commercio  di  Parigi  chiedendo 
1500  franchi  a  titolo  danni-interessi.  Il  convenuto  non  potendo 
impugnare  i  fatti  e  le  regolari  intenzioni,  pretendeva  liberarsi  col 
pagamento  di  una  piccola  somma  quasi  a  titolo  e  in  proporzione 
della  fatta  inserzione;  ma  il  tribunale  con  sentenza  dell' 11  mar- 
zo 1880  lo  condannò  per  questa  principale  ragione: 

«  Que,  s' il  est  vrai  que  souvent  des  conventions  intervien- 
nent  entre  éditeurs  et  journalistes  pour  un  abonnement  de  répro- 
duction  au  prix  de  5  centimes  la  ligne,  le  directeur-gérant  du 
'Réveil  qui  a  reproduit  des  articles  sans  l'autorisation  de...,  ne  sau- 
rait  lui  imposer  un  tarif  qui  n'a  pas  été  sollicité  et  encore  moins 
accordé  ;  que  l'atteinte  porte  aux  droits  de  l'editeur  proprietaire, 
la  continuation  des  réproduction  prohibées,  et  les   mépris  où  ont 

été  tenues    les    défenses  faites,  ont   cause  a un  préjudice   dont 

réparation  lui  est  due,  et  dont  le  Tribunal,  a  l'aide  des  éléments 


180  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

d'appreciation  qu' il  possedè,  fìxe  l' importance  à  1000  francs,    au 
payement  desquels  le  directeur-gérant  du  Réveil  doit  ètrè  tenu.  » 

Giornali  ufficiali  —  Appalto  —  Monopolio  —  Numero  di  copie  illi- 
mitato per  associazione  annua  —  Spaccio  giornaliero  per  nu- 
mero. 

In  grado  di  appello  nel  febbraio  del  1880  il  Tribunale  di  Com- 
mercio di  Ginevra  decise  questa  causa. 

Un  agente  per  la  vendita  dei  giornali  aveva  domandato  al- 
l'editore del  Feuille  des  Avis  officiels  di  Ginevra  20  abbonamenti 
per  l'anno  1880,  ma  questi  li  rifiutò  sotto  pretesto  cbe  quegli  aveva 
intenzione  di  rivendere  il  giornale  a  numeri  separati.  Questo  ri- 
fiuto era  in  parte  determinato  dal  fatto  che  il  prezzo  d'abbonamento 
a  quel  giornale  è  fissato  ufiicialmente  a  7  franchi  l'anno.  Ond'  è 
nell'interesse  dell'editore  di  dare  il  minor  numero  possibile  d'esem- 
plari a  prezzo  d'abbonamento,  essendo  più  elevato  il  prezzo  a  un 
numero  per  volta.  Il  tribunale  gli  diede  torto,  e  lo  condannò  a 
somministrare  immediatamente  all'attore  i  20  abbonamenti,  e  in 
mancanza  a  pagargli  un  franco  per  ogni  giorno  di  ritardo  a  titolo 
di  danni-interessi. 

Ecco  le  ragioni  principali  addotte  in  questa  sentenza:  L'edi- 
tore del  giornale  non  può  ricusarsi  di  dare  più  abbonamenti  ad 
una  sola  e  medesima  persona  sotto  pretesto  che  questa  non  giu- 
stifichi l'interesse  che  abbia  a  ricevere  dal  numero  dei  reclamati 
abbonamenti.  Tanto  meno  fondata  è  tal  pretesa  in  quanto  quel 
giornale  destinato  segnatamente  per  gli  atti  o  avvisi  officiali  e 
giudiziari,  costituisce  a  suo  profitto  un  vero  monopolio,  essendo 
vietato  a  qualunque  altro  stampatore  di  Ginevra  pubblicarne  uno 
simile  ;  e  il  monopolio  fu  sempre  ritenuto  di  stretto  diritto  e  però 
da  non  estendere  a  casi  non  espressamente  contemplati  dal  legisla- 
tore; e  nel  contratto  non  v' è  alcuna  clausola  che  limiti  il  numero 
delle  copie  da  fornire  a  ciascun  abbonato.  Il  prezzo  d'associazione 
annua  è  bensi  fissato  per  l'articolo  22  a  7  franchi  per  Ginevra. 
Atteso  che  il  Feuille  essendo  pubblicato  a  scopo  d' interesse  gene- 
rale, non  può  la  estimazione  del  limite  di  siffatto  interesse  farsi 
dipendere  dall'arbitrio  dell'appaltatore  e  menargli  buona  la  pretesa 
di  esigere  dall'attore,  prima  di  concedergli  i  chiesti  abbonamenti, 
l'adduzione  dei  motivi  che  lo  muovono  a  tal  domanda.  —  Chiunque 
desideri  un  numero  più  o  meno  grande  d'abbonamenti  è  il  solo 
giudice  di  ciò  che  gli  convenga  e  però  l'editore  non  può  conte- 
stargli questa  convenienza.  —  Non  è  lecito  all'editore  fare  antici- 
pate supposizioni  sull'uso  che  può  fare  l'abbonato  de'  suoi  abbona- 
menti stimandolo  sin  da  ora  abusivo,  dacché  la  frode  e  la  mala- 
fede non  si  presumono.  —  Aspetti  dunque  che  si  verifichi  la  ri- 
vendita a  numeri  per  parte  dell'agente,  o  qualunque  altro  pregiu- 
dizievole fatto  e  poi  sperimenti  la  sua  azione  per  cui  gli  son  ri- 
servati tutti  i  diritti. 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  181 


Diifamazione  —  Azione  Civile  ~  Prescrizione. 

Allorché  il  pregiudizio  di  cui  si  domanda  riparazione  è  basato 
su  di  un  delitto  di  diffamazione  commesso  a  mezzo  della  stampa, 
l'azione  civile  intentata  in  riparazione  di  questo  pregiudizio  si  pre- 
scrive dopo  tre  mesi,  conforme  all'articolo  65  Legge  sulla  Stampa 
29  luglio  1881.  {Corte  d'App.  di  Montpìellier  —  26  luglio  1880.) 

Carcere  pei  Giornalisti. 

In  vista  della  espressa  sanzione  della  legge  sulla  stampa,  l'am- 
ministrazione carceraria  lia  disposto  perchè  un  locale  apposito  sia 
destinato  a  questa  categoria  di  condannati,  e  intanto  : 

1."  Che  sia  impedita  qualunque  comunicazione  tra  i  condan- 
nati per  reati  comuni  e  quelli  per  reati  di  stampa  ; 

2.°  Che  a  questi  ultimi  siano  prolungate  le  ore  di  passeg- 
gio, che  sia  loro  data  facoltà  di  tenere  libri  e  tutto  l'occorrente 
per  scrivere  nella  propria  camera,  sotto  l'osservanza,  ben  inteso, 
delle  ordinarie  cautele  ; 

3."  Che  sia  ad  essi  permesso  di  provvedersi,  se  credono,  a 
loro  spese,  di  mobili  ed  effetti  letterecci  e  di  ricevere  il  vitto  che 
vogliono  alle  ore  stabilite  ; 

4."  Che  sia  loro  acconsentito  di  aver  colloquio  in  camera 
riservata,  più  volte  la  settimana,  previo  il  permesso  del  direttore. 
Uno  speciale  regolamento  verrà  compilato,  riconoscendo  il  go- 
verno che  i  condannati  per  reati  di  stampa  non  possono  certamente 
essere  sottoposti  al  trattamento  stabilito  ai  detenuti  o  condannati 
per  reati  comuni  nelle  carceri  giudiziarie.  (Dal  gior.  La  Stampa, 
di  Roma.) 

Proprietà  del  titolo  d'un  giornale. 

La  legge  sulla  stampa  francese  del  29  luglio  1881  è  muta  sulla 
garanzia  della  proprietà  d'un  titolo  di  giornale.  Il  deposito  sem- 
plice del  titolo,  quantunque  fatto  in  esecuzione  dell'articolo  7  della 
legge  citata,  e  seguendo  la  formola  officiale,  non  costituisce  per 
se  medesimo  la  proprietà  del  titolo  depositato.  Per  stabilire  questa 
proprietà  bisogna  che  il  giornale  sia  stato  pubblicato  almeno  una 
volta  ;  e  risulta  dalla  giurisprudenza  stabilita  specialmente  dal  Tri- 
bunale di  Commercio  della  Senna,  che  il  titolo  del  giornale  di  cui 
il  primo  numero  è  apparso  diventa  proprietà  del  depositante,  e  che 
questa  proprietà  sia  a  lui  garantita  per  un  anno  e  un  giorno,  a 
cominciare  dall'apparizione  del  primo  numero,  o  che  il  titolo  de- 
positato sia  portato  a  conoscenza  del  pubblico  con  annunzi  o  affissi 
sufficienti  affinchè  non  si  possa  addurre  l' ignoranza  del  titolo  de- 
positato. 

Diffamazione  di  una  società. 

In  tema  di  diffamazione  commessa  contro   una  società  da  un 
gerente  di  giornale,  l' imputato  non  può  valersi  della  disposizione 


182  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODrCA    ITALLA.NA. 


contenuta  nell'art.  579  Cod,  P.,  poicliè  è  manifesto  che  la  qualità 
di  gerente  non  autorizza  a  denigrare  le  operazioni  di  una  società 
commerciale  (nella  specie  compagnia  di  assicurazioni)  con  infondate 
imputazioni  e  contumeliose  espressioni.  (Cass,  Torino,  4  luglio  ^83). 

Quando  la  pubblicazione  di  un   giornale   sia   atto  di   commercio. 

(Art.  3  Cod.  Comm.) 

La  pubblicazione  di  un  periodico,  qualunque  sia  il  suo  indi- 
rizzo, e  foss'anche  preponderante  nel  medesimo  la  parte  politica 
e  scientifica  a  quella  semplicemente  e  materialmente  collettiva  di 
notizie,  può  essere  intesa,  oltreché  nel  senso  di  appoggiare  e  fa- 
vorire un  principio  od  un  partito,  anche  nel  senso  proprio  lucrativo 
e  di  speculazione  commerciale.  Quando  la  maggior  materia  pub- 
blicata consista  in  semplici  notizie  qua  e  là  spigolate  da  altri 
giornali,  quando  il  giornale  sia  pubblicato  con  tipografìa  propria, 
quando  la  3.''  e  4/''  pagina  siano  destinate  ad  inserzioni  a  pagamento^ 
allora  vi  sono  poi  tutti  gli  elementi  a  caratterizzare  quella  pubbli- 
cazione per  una  vera  operazione  continuata  ed  abituale  di  commer- 
cio nei  termini  dell'articolo  intestato,  n.  10.  Ne  a  mutarne  1'  indole 
predominante  varrebbe  che  s'  inserissero  nel  giornale  anche  articoli 
letterarii  e  politici,  siccome  accessorio  affatto  inconcludente  rim- 
petto  air  intento  predominante  di  speculazione.  [App.  Milano, 
16  aprile  1886.) 

Affissione  di  Avvisi. 

L' affissione  pubblica  di  avvisi  stampati  muniti  di  marche  da 
bollo  non  annullate  nei  modi  dalla  legge  prescritti,  si  può  provare 
mediante  verbale  dei  reali  carabinieri.  Per  promuovere  il  relativo 
giudizio  penale,  non  v'ha  legge  che  imponga  gli  esperimenti  di 
conciliazione.  Non  è  valido  l'annullamento  di  queste  marche  me- 
diante una  croce  fatta  a  mano.  (Cass.  di  Roma,  10  gennaio  1887.) 

Se  e  quando  il  direttore  proprietario  di  un  giornale  sia  civil- 
mente responsabile  degli  articoli  redatti  da  altri. 

L'azione  civile  contro  il  direttore  di  un  giornale  che  non  sia 
incorso  nella  responsabilità  penale,  per  non  essere  stato  né  autore, 
né  complice  di  un  reato  di  diffamazione  commesso  per  mezzo  del 
giornale  medesimo,  non  deriva  già  dalla  condanna  pronunciata 
contro  il  gerente  o  contro  l'autore  della  diffamazione,  ma  trae  il 
suo  fondamento  dalle  norme  degli  articoli  1151,    1152,  1153  C.  C, 

La  prescrizione  di  quest'ultimo  articolo  è  assoluta,  e  da  essa 
risulta  che  il  padrone  o  committente  deve  rispondere  del  fatto  del 
suo  domestico  o  commesso,  quando  costoro  commettano  un  fatto 
dannoso  nell'esercizio  delle  loro  incombenze,  il  padrone  ne  risponde 
civilmente  (Leg.  7  Dig.  naut.  caup.  stabul.  ;  Leg.  I  Dig.  De  exercit. 
Act.  ;  Leg.  5  Dig.  De  obb.  et  act.)  Né  importa  che  il  fatto  derivi 
da  colpa  lieve  o  lievissima,  perchè  la  legge  non  distingue  il  grado 
della  colpa.  Come  pure  non  importa    che    il  padrone    non    abbia 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  183 

espressamente  ordinato  il  lavoro,  durante  il  quale  avvenne  il  danno, 
bastando  che  il  domestico  abbia  agito  eius  rei  gratta,  cui  prae- 
positus  fuerat. 

Il  direttore  proprietario  di  un  giornale  deve  considerarsi  come 
un  preponente  o  committente  rispetto  all'  autore  dell'  articolo  in- 
criminato, ed  anche  rispetto  ai  collaboratori  ed  al  gerente,  essendo 
egli  quello  che  sceglie  il  personale,  lo  paga,  e  sorveglia  e  dirige 
il  lavoro,  come  introita  gli  utili,  ed  ha  quindi  egli  il  diritto  ed 
il  dovere  d'  impedire  la  pubblicazione  di  un  articolo  offensivo  del- 
l'altrui reputazione.  Anzi,  mancando  ad  un  tale  dovere,  deve  ri- 
spondere prima  di  colpa  dipendente  dal  fatto  proprio  o  dalla  propria 
negligenza,  secondo  che  abbia  avuto  conoscenza  dell'  articolo  of- 
fensivo e  malgrado  ciò  ne  abbia  permesso  la  pubblicazione,  o  abbia 
trascurato  di  sorvegliare  affinchè  quella  pubblicazione  non  avve- 
nisse. Non  vale  opporre  che  il  giornale  è  opera  collettiva  di  molti 
collaboratori,  ad  ognuno  dei  quali  è  affidata  una  parte  determinata; 
perchè  il  direttore  ha  la  sorveglianza  generale  sull'opera  comune, 
e  deve  esercitarla  in  modo  efficace.  Come  del  pari  non  gioverebbe 
la  circostanza  che  il  direttore  sia  stato  assente,  nel  tempo  della 
inserzione,  dal  luogo  della  pubblicazione  del  giornale,  o  che  l'in- 
serzione medesima  siasi  fatta  nell'edizione  notturna,  affidata  alla 
sorveglianza  di  altri  ;  giacche  si  rientra  sempre  nei  termini  della 
teoria  sulla  responsabilità  del  preponente  o  committente,  suespressa, 
i  cui  principi  non  sarebbero  per  tali  circostanze  meno  applicabili, 
perchè  qui  alium  facit  per  se  ipsum  facere  videtur.  (App.  Roma, 
30  maggio  1887.  —  Vedi  anche  AppeL  Milano,  23  genn.  1888  — 
Cavallotti  e  Sonzogno  e.  Nasi  —  Mon.  trib.,  114;  Annali,  3;  Foro 
it.   101;  Consul.  Comm.,  60;  Giuris.  ital.,  215;    Filangieri,  349.) 

Gerente. 

Non  può  essere  considerato  come  gerente  colui  che  non  è  di- 
rettore d'un  giornale  che  per  la  parte  amministrativa.  (Cass.  Pa- 
rigi, 4  nov.  '84.) 

—  È  incapace  d'essere  gerente  d'un  giornale  l' individuo  eh'  è 
stato  dichiarato  fallito  (id.  id.   17  die.  '86). 

Il  gerente  può  querelarsi  contro  un  giornale? 

Il  tribunale  correzionale  di  Palermo  nella  querela  intentata 
dal  gerente  dieW  Arlecchino  di  Napoli  contro  il  giornale  La  Sicilia, 
stabilì  :  essere  inammissibile  la  querela,  poiché  il  gerente  non  ha 
il  diritto  di  promuovere  azioni  a  nome  del  giornale,  e  che  lo  rap- 
presenta soltanto  per  le  azioni  che  sono  intentate  contro  il  pe- 
riodico. 

Per  contrario,  la  Corte  d'Appello  di  Torino  ha  stabilito  (6  di- 
cembre 1881): 

Un  articolo  ingiurioso,  inserto  in  un  periodico  ai  danni  di  al- 
tro periodico,  dà  luogo  ad  azione  penale.  (Confr.  :  V.  C.  App.  Mo- 
dena 11  die.   1861.) 


184  GUIDA    DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

n  gerente  di  un  giornale  ha  veste  e  qualità  a  porgere  querela 
contro  il  gerente  di  altro  giornale  contenente  un  articolo  ingiurioso 
al  periodico  da  lui   rappresentato,  e  contro   l'autore   dell'articolo. 

Scrocco. 

Costituisce  delitto  di  scrocco  l'esibizione,  sulla  pubblica  via, 
e  la  vendita  d'un  foglio  di  cui  il  titolo,  stampato  in  grossi  carat- 
teri è  destinato  ad  accreditare  la  notizia  che  esso  annunzia  e  che 
non  contiene,  in  realtà,  che  des  grossièì^es  plaisanteries  (Cass.  Pa- 
rigi,  10  die.  '84). 

—  Si  rende  complice  di  questo  reato  colui  che  ha  stampato 
questo  foglio  che  procura  agli  autori  di  esso  il  mezzo  di  commet- 
terlo (id.  30  ott.  '86). 

Luogo  di  pubblicazione. 

La  Cassazione  di  Firenze  ritenne  (IG  ap.  '84)  che  la  'pubblica- 
zione di  un  giornale  avviene  quando  le  copie  escono  dalla  stam- 
peria perchè  circolino  e  si  diffondano  nel  pubblico,  quantunque  la 
distribuzione  si  faccia  dopo  qualche  tempo  in  luogo  diverso. 

Da  ciò  dedusse  che  la  consegna  della  copia  per  parte  del  ge- 
rente bene  è  fatta  all'autorità  del  luogo  dove  il  giornale  si  stampa, 
non  essendo  prescritto  si  faccia  anche  dove  si  distribuisce.  Altri- 
menti si  avrebbe  una  semplice  consegna  che  la  legge  non  richiede, 
e,  d'altronde,  si  verrebbe  ad  ammettere  che  il  momento  della  pub- 
blicazione fosse  duplice,  mentre  ripugna  ad  ogni  regola  lo  indurre 
la  duplicità  di  un  onere  e  la  ripetizione  di  un  atto  che,  eseguito 
nel  luogo  in  cui  il  giornale  viene  stampato  e  pubblicato  soddisfa 
al  fine  della  legge  di  esercitare  la  vigilanza  occorrènte  a  reprimere 
abusi  e  reati  cui  può  servire  di  mezzo  la  stampa. 


Disposizioni  governative  pei  corrispondenti  d'Africa. 


1.  Ogni  corrispondente  di  giornali  o  di  agenzie  telegrafiche 
deve  essere  munito  di  una  licenza  personale  accordata  dal  Mini- 
stero della  guerra  o  dal  comandante  in  capo  delle  truppe  in  Africa. 
Nella  licenza  saranno  indicati  i  giornali  o  l'agenzia  che  il  corri- 
spondente è  autorizzato  a  rappresentare  ;  e  questi  non  potrà  scri- 
vere o  telegrafare  che  per  i  giornali  o  le  agenzie  specificati  nel- 
l' ottenuta  licenza. 

2.  Il  Ministero  della  guerra  e  il  comandante  in  capo  in  Africa, 
prima  di  accordare  le  licenze,  si  accerteranno  dell'onorabilità  di  chi 
le  domanda,  ed  avranno  diritto  di  negarle  senza  addurne  i  motivi. 

3.  Salvo  particolare  autorizzazione  del  comandante  in  capo,  e 
vietato  ai  corrispondenti  di  giornali  o  di  agenzie  telegrafiche  di 
valersi  di  cifrari  o  di  linguaggio  convenzionale  per  le  loro  comu- 


IL   GIORNALISMO   NELLA  LEGISLAZIONE.  185 

nicazioni  telegraficlie  o  scritte.  Per  queste    comunicazioni  devono 
esclusivamente  valersi  della  lingua  italiana,  della  francese  od  inglese. 

4.  I  corrispondenti  non  possono  allontanarsi  dalla  sede  loro  fis- 
sata dal  comandante  in  capo,  ne  seguire  le  truppe  spedite  per  ope- 
razioni militari,  senza  particolare  permesso  del  comandante  in  capo. 

5.  È  stretto  dovere  dei  corrispondenti  di  astenersi  dal  man- 
dare ai  giornali  od  alle  agenzie  notizie  non  accertate  nel  modo  pia 
sicuro,  e  clie  possono  destare  l'allarme  in  paese.  Essi  dovranno  del 
pari  astenersi  nelle  loro  corrispondenze  da  ogni  fra  o,  apprezzamento 
o  giudizio  che  possa  in  qualche  modo  intaccare  la  disciplina,  o  riu- 
scire a  danno  dell'autorità  e  del  prestigio  dei  comandanti  delle 
truppe, 

6.  Nei  loro  privati  rapporti  coi  militari,  e  specialmente  con 
quelli  di  truppa,  i  corrispondenti  dovranno  astenersi  nel  modo  più 
assoluto,  dal  tenere  discorsi  che  possano  scuotere  il  morale,  meno- 
mare l'autorità  di  chi  comanda  o  produrre  effetti  dannosi  all'osser- 
vanza della  disciplina. 

7.  I  corrispondenti  faranno  capo  ad  un  ufficiale  che  verrà  de- 
signato dal  comandante  in  capo,  e  sarà  particolarmente  incaricato 
di  mantenere  relazioni  con  essi,  di  servire  loro  d' intermediario  nei 
rapporti  col  comandante,  di  comunicare  loro  le  informazioni  che 
possono  venire  pubblicate,  di  agevolarli  per  quanto  sia  possibile 
nello  accertamento  delle  notizie,  nella  trasmissione  dei  telegrammi 
e  delle  corrispondenze,  ed  in  qualunque  altra  cosa  potesse  loro  oc- 
correre, invigilando  ad  un  tempo  perchè  essi  osservino  le  discipline 
stabilite  dalle  presenti  istruzioni. 

8.  I  corrispondenti  dei  giornali  in  Africa  sono  sottoposti  alle 
prescrizioni  del  Codice  penale  militare. 

9.  L' ufficiale  incaricato  di  invigilare  l'osservanza  delle  pre- 
senti norme  può  esigere  gli  sia  data  visione  delle  corrispondenze 
e  dei  telegrammi  prima  che  siano  spediti  ;  ed  egli  potrà  soppri- 
mere o  modificare  le  pubblicazioni  che  gli  sembrassero  dannose 
nell'interesse  delle  operazioni  militari  o  della  disciplina  dell'eser- 
cito. Il  comandante  in  capo  potrà  inoltre  autorizzare  quest'  ufficiale 
ad  esigere  dai  corrispondenti  che  gli  venga  mandata  copia  di  tutti 
i  numeri  dei  giornali  da  essi  rappresentati. 

10.  Ai  corrispondenti  che  mancassero  ad  uno  dei  doveri  im- 
posti loro  dalle  presenti  istruzioni,  il  comandante  in  capo  potrà 
ritirare  la  licenza  ed  anche  imporre  lo  sfratto. 

1 1 .  Le  licenze  potranno  inoltre  venir  temporaneamente  sospese 
in  qualunque  momento  dal  comandante  in  capo,  quand'anche  con- 
cesse dal  Ministero  della  guerra,  ogni  qualvolta  il  predetto  coman- 
dante ritenesse  un  tale  provvedimento  richiesto  dall'interesse  delle 
operazioni  militari. 

12.  Tutti  coloro  che  aspirano  ad  ottenere  la  licenza  come  cor- 
rispondenti di  giornali  o  di  agenzia  telegrafica  dovranno  firmare 
una  copia  delle  presenti  prescrizioni,  dichiarando  d'averne  perfetta 
conoscenza  ed  obbligandosi  ad  attenervisi. 


186  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


LA  NUOTA  LEGGE  SULLA  STAMPA 


Ecco  il  nuovo  progetto  di  legge  non  ancora  presentato  al  Parlamento,  per  rifor- 
mare la  vigente  legge  sulla  stampa  del  1848. 

Emanata  in  condizioni  specialissime,  costretta  a  contemplare  reati  non  previsti 
da  un  codice  che  non  era  in  armonia  col  nuovo  istituto,  e  modificare  le  sanzioni  penali 
per  altri,  questa  legge  riusci  necessariamente  imperfetta. 

Ciò  malgrado  non  si  ardi  mai  toccarla,  lasciando  sempre  intangibile  quella  scialba, 
meschina  e  immorale  figura  del  gerente  responsabile  —  copia  adulterata  del  gerente 
o  gestore  francese  —  cui  il  legislatore  non  chiede  altra  capacità  che  quella  di  saper 
disegnare  il  proprio  nome,  e  aver  la  fedina  criminale  pulita. 

Ragioni  politiche,  una  certa  ripugnanza  a  portar  la  mano  sopra  una  legge  consi- 
derata per  il  suo  carattere  fra  le  fondamentali  del  regno,  consighavano  questo  partito. 
Gli  è  perciò  che  la  prima  Commissione  nominata  nel  1860  per  procedere  alla  revi- 
sione del  codice  penale,  credette  bene  non  imitare  l'esempio  di  altri  paesi  che  ave- 
vano già  applicato  il  diritto  comune  ai  reati  di  stampa,  e  si  astenne  di  fare  inno- 
vazioni. 

Le  alte  magistrature  del  regno  furono  discordi  però  nell'apprezzare  questo  ■  par- 
tito —  appoggiato  più  che  altro  su  considerazioni  di  opportunità  politica  —  e  la  seconda 
Com.missione  nominata  l'anno  seguente,  andando  all'estremo  opposto,  soppresse  addi- 
rittura —  nel  progetto  che  fu  sottoposto  al  Senato  —  la  legislazione  speciale  in  fatto 
di  stampa.  Nominata  però  una  terza  Commissione  nel  1876,  questa,  sulla  proposta  del 
guardasigilli  Mancini,  stralciò  dal  progetto  tutto  quanto  riferivasi  ai  reati  di  stampa, 
giudicando  difettiva  una  riforma  parziale  della  legge  sulla  stampa  per  le  sole  penalità, 
e  ritenendo  anch'essa  inopportuno  un  rimaneggiamento  totale. 

Nominato  guardasigilli  l'onorevole  Zanardelli  e  preso  ad  esaminare  egli  pure  il 
progetto  sul  Codice  penale,  credette  girare  le  difficoltà  riassumendo  sotto  il  nome 
di  reati  commessi  pubblicamente,  tanto  queUi  che  potevano  essere  commessi  colle  parole, 
quanto  quelli  collo  scritto  o  colla  matita. 

L'onorevole  Giannuzzi-Savelli,  più  radicale,  presentò  una  riforma  della  legge  sulla 
stampa,  hmitata  alle  norme  per  l'esercizio  della  medesima. 

Ecco  senz'altro  il  testo  del  progetto  di  legge,  tal  quale  fu  distribuito  in  piccolo 
numero  di  copie  ai  membri  della  Commissione  sul  codice  penale  e  ad  alcuni  magi- 
strati supremi  ed  ex-ministri: 

Progetto  di  Legge 
per  modificazioni  alla  Legge  sulla  stampa  26  marzo  1848  (i). 


CAPO  L  —  Disposizioni  generali. 

Art.  1  (1).  — La  manifestazione  del  pensiero  per  mezzo  della  stampa  o  di 
qualsivoglia  altro  artifizio  atto  a  riprodurlo  con  segni  figurativi,  e  quindi  ogni  pubbli- 
cazione di  stampati,  incisioni,  litografie,  oggetti  di  plastica  e  simili,  è  libera,  con  che 
si  osservino  le  norme  seguenti,  e  salve  le  sanzioni  del  codice  penale. 

Ogni  qualvolta  nella  presente  legge  si  parla  di  stampati,  s'intende  compreso  qua- 
lunque prodotto  della  specie  suindicata. 

Abt.  2.  —  Ogni  stampato  deve  indicare  il  luogo,  l'officina  e  l'anno  in  cui  fu 
impresso,  ed  il  nome  o  la  ditta  dello  stampatore. 

Questa  disposiz'one  non  è  applicabile  agli  stampati   che   servono   unicamente  ai 


(i)  I  numeri  posti  fra  parentesi,  vicino  a  quelli  progressivi  degli  articoli,  indicano 
gli  articoh  della  legge  vigente  con  cui  sono  in  relazione. 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  187 

bisogni  dell'industria  o  del  commercio,  od  agli  usi  famigliari  o  di  società,  come  mo- 
duli, listini  di  prezzi,  etichette,  carte  da  visita  e  simili. 

Il  contravvfntore  al  disposto  della  prima  parte  di  questo  articolo  è  punito,  per 
questo  solo  fatto,  con  l'ammenda  da  lire  ventuna  a  cinquanta. 

Art.  3  (7).  —  Lo  stampatore  deve  presentare  la  prima  copia  di  qualsiasi  stam- 
pato all'ufficio  del  procuratore  generale  presso  la  Corte  d'appello,  nei  circondari  dei 
tribunali  in  cui  ha  sede  la  Corte  stessa,  e  negli  altri  circondari,  all'ufficio  del  procu- 
ratore del  re  presso  il  tribunale;  salvo  quanto  è  disposto  dalla  presente  legge  per  le 
pubblicazioni  periodiche. 

Il  contravventore  è  punito  con  l'ammenda  da  lira  ventunn  a  duecentocinquanta. 

Art.  i  (8).  —  Gli  stampatori  degli  oggetti  contemplati  nell'articolo  1  devono, 
nel  termine  di  gio'"ni  dieci  successivi  alla  pubblicazione  di  qualsiasi  opera,  depositarne 
una  copia  alla  Biblioteca  nazionale  di  Firenze  ed  una  a  quella  Biblioteca  universitaria 
che  sarà  determinata  con  decreto  reale. 

In  caso  di  contravvenzione,  lo  stampatore  è  punito  con  ammenda  da  lire  ven- 
tuna a  cinquanta. 

CAPO  II.  —  Delle  pubblicazioni  periodiche. 

Art.  5  (33).  —  Qualunque  citt;idino  italiano,  maggiore  d'età,  che  abbia  il  libero 
esercizio  dei  diritti  civili,  qualunque  Società  anonima  o  in  accomandita,  qualunque 
corpo  morale  legalmente  costituito  nel  regno  può  pubblicare  un  giornale  o  scritto  pe- 
riodico, purché  si  uniformi  al  disposto  dei  seguenti  ariicoli. 

Art.  ò  (37).  —  Ogni  giornale  o  scritto  periodico  deve  aveì-e  un  direttore  re- 
sponsabile. 

Art.  7  (36).  —  Chi  intende  pubblicare  un  giornale  o  altro  scritto  periodico, 
deve  presentare,  prima  della  pubblicazione,  all'ullicio  del  procuratore  generale  presso 
la  Corte  d'appello  nel  cui  distretto  il  giornale  o  scritto  periodico  sarà  pubblicato,  una 
dichiarazione  cnrreddta  dagli  opportuni  documenti,  dai  quali  risulti: 

\.°  Il  concorso  delle  qualità  richieste  nell'articolo  S,  sia  in  chi  vuole  pubbli- 
care il  giornale,  sia  nel  direttore; 

2.°  Il  nome  e  la  dimora  del  direttore; 

3.°  La  natura  e  il  titolo  della  pubblicazione,  il  nome   della    tipografia,  legal- 
mente dichiarata,  in  cui  si  farà  la  stampa,  il  nome  e  la  dimora  del  tipografo. 

Art.  8.  —  Qualora  nella  dichiarazione  prescritta  dall'articolo  precedente  sia 
stata  falsamente  indicata  la  persona  del  direttore  effettivo,  il  dichiarante  è  punito 
con  l'arresto  da  due  mesi  ed  un  giorno  ad  otto  mesi  e  con  ammenda  da  lire  due- 
centocinquantuna  a  mille. 

Le  stesse  pene  si  applicano  a  chi,  non  essendo  il  direttore  effettivo,  ha  con- 
sentito d'essere  indicato  come  tale  nella  dichiarazione  suddetta,  ed  a  chi  esercita 
effettivamente  le  funzioni  di  direttore,  sapendo  di  non  essere  stato  indicato  come 
tale  nella  dichiarazione  medesima. 

Art.  9  (38).  —  Qualunque  mutamento  avvenisse  in  una  delle  condizioni  espresse 
nella  dichiarazione  di  cui  all'articolo  7,  dev'essere  notificato  entro  otto  giorni  all'uf- 
ficio ivi  indicato,  a  diligenza  del  direttore,  ed  in  sua  mancanza,  degli  interessati. 

11  contravventore  sarà  punito  con  l'ammenda  da  lire  ventuna  a  duecentocinquanla, 
salvo  il  disposto  dell'articolo  seguente. 

Art.  10  (39-46).  —  Mancando  o  divenendo  incapace  improvvisamente  il  diret- 
tore ad  esercitare  le  sue  funzioni,  gli  interessati,  ove  esso  non  sia  proprietario  unico, 
possono  presentare  un  redattore  responsabile,  il  quale  faccia  le  veci  del  direttore,  al- 
l'utTicio  del  procuratore  generale  nelle  sedi  delle  Corti  d'appello,  del  procuratore  del 
re,  nelle  altre  sedi  dei  tribunali  civili  e  correzionali,  e  del  pretore  negli  altri  luoghi. 

Questa  provvisoria  incombenza  non  può  durare  oltre  due  mesi. 


188  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALI ArJÀ. 

Eguale  facoltà  è  accordata  alla  vedova  e  ai  successori  del  direttore,  ove  sia  pro- 
prietario unico  del  giornale. 

Art.  H  (46).  —  Quando  il  direttore  sia  stato  condannato  per  reato  di  stampa 
a  pena  restrittiva  della  libertà  personale,  la  pubblicazione  rimane  sospesa  durante  la 
espiazione  della  pena,  a  meno  che  non  ne  sia  stato  surrogato  un  altro  che  riunisca 
le  condizioni  richieste  dalla  legge. 

Art.  12  (40).  —  Chiunque,  senza  avere  adempiuto  al  prescritto  dell'articolo  7, 
ovvero  senz'aver  presentato  il  redattore  provvisorio  o  surrogato  un  novello  direttore 
nei  casi  preveduti  dagli  articoli  10  e  11,  facesse  seguire  la  pubblicazione  del  giornale 
0  scritto  periodico,  è  punito  con  l'arresto  da  un  mese  e  un  giorno  a  cinque  mesi,  e 
con  l'ammenda  da  lire  centouna  a  cinquecento. 

Art.  13  (41).  —  Il  direttore  è  tenuto  di  sottoscrivere  la  prima  copia  di  ogni 
numero  del  giornale,  e  tutte  le  altre  copie  devono  riprodurre  la  stessa  sottoscrizione 
in  stampa. 

In  caso  di  contravvenzione  si  applica  l'ammenda  da  lire  ventuna  a  cento. 

Art.  14  (42).  —  Al  momento  della  pubblicazione  del  giornale,  il  direttore  è 
tenuto,  sotto  pena  dell'ammenda  da  lire  ventuna  a  cinquecento,  di  far  consegnare  la 
copia  da  lui  sottoscritta  all'ufficio  del  procuratore  generale  o  del  procuratore  del  re 
0  del  pretore,  secondo  la  distinzione  stabilita  nell'articolo  10. 

Quest'obbligo  non  può  sospendere  o  ritardare  la  spedizione  o  distribuzione  del 
giornale  o  scritto  periodico. 

Art.  Io  (43).  —  Il  direttore  è  tenuto  di  inserire  in  capo  al  suo  giornale  o  scritto 
periodico  qualsiasi  titolo  ufficiale,  relazione  autentica,  indirizzo  o  rettificazione,  o  qual- 
siasi altro  scritto  nell'interesse  del  governo,  che  gli  venisse  mandato  da  un'autorità 
legalmente  costituita. 

L'inserzione  deve  essere  fatta  non  più  tardi  della  seconda  pubblicazione  succes- 
siva al  giorno  in  cui  avvenne  la  richiesta,  e  mediante  pagamento  del  prezzo  a  norma 
dell'articolo  seguente. 

In  caso  di  rifiuto  o  di  ritardo  nella  pubblicazione,  si  applica  l'ammenda  da  lire 
ventuna  a  cinquecento. 

Art.  16  (43-44).  —  Il  direttore  è  tenuto  di  inserire,  non  più  tardi  della  seconda 
pubblicazione  successiva  al  giorno  in  cui  le  ha  ricevute,  le  risposte  o  le  dichiarazioni 
delle  persone  nominate  o  indicate  nel  giornale  o  scritto  periodico,  che  abbiano  per 
isoopo  di  rettificare  i  fatti  o  gli  apprezzamenti  intorno  ai  medesimi. 

L'inserzione  dev'essere  fatta  per  intero,  gratuitamente,  nel  medesimo  posto  e  con 
gli  stessi  caratteri  dell'articolo  a  cui  si  riferisce  la  rettificazione.  Nel  caso  per  altro 
che  la  rettificazione  eccedesse  il  doppio  dell'articolo  al  quale  si  riferisce,  l'ecced-^nte 
dev'essere  pagato  al  prezzo  stabilito  per  gli  annunzi  in  quel  giornale  o  scritto  perio^ 
dico;  e  se  questo  non  riceve  annunzi,  al  prezzo  degli  annunzi  nelle  gazzette  destinate 
alle  inserzioni  giudiziali. 

In  caso  di  rifiuto  o  di  ritardo  ad  accettare  o  pubblicare  le  dette  rettificazioni, 
si  applica  l'ammenda  da  lire  centouna  a  mille. 

Non  ostante  questa  condanna  all'ammenda,  o  la  inserzione  della  risposta,  resta 
salva  ogni  azione  che  potesse  competere  al  pubblico  ministero  o  agli  interessati  per 
l'articolo  a  cui  la  rettificazione  si  riferisce. 

Art.  17  (50).  —  L'azione  penale  per  il  rifiuto  o  ritardo  delle  pubblicazioni,  di 
cui  agli  articoli  15  e  16,  si  prescrive  in  due  mesi  dal  giorno  della  contravvenzione, 
0  dell'  interruzione  degli  atti  giudiziari,  se  vi  è  stato  procedimento. 

Art.  18,  —  U azione  penale  per  delitti  commessi  col  mezzo  della  stampa  pe- 
riodica si  esercita  contro  il  direttore  del  giornale. 

Se  però  lo  scritto  che  dà  luogo  ad  azione  penale  è  firmato  dal  suo  autore, 
ovvero  se  il  direttore  produce  una  dichiarazione  sottoscritta  dall'autore  con  cui 
questi  ne  assume  la  responsabilità,  l'azione  penale  sì  esercita  anche  contro  l'autore 


IL   GIORNALISMO   NELLA   LEGISLAZIONE.  189 

il  quale  soggiace  alla  pena  stabilita  dalla  legge  per  il  delitto  commesso,  e  la  pena 
del  direttore  è  diminuita  da  tino  a  due  gradi. 

Art.  19  (49).  —  Il  direttore  è  tenuto  di  pubblicare,  non  più  tardi  di  due  giorni 
dalla  intimazione  avutane,  o  nel  numero  immediatamente  successivo,  se  il  periodico 
è  pubblicato  dopo  i  due  giorni,  le  sentenze  di  condanna  pronunciate  contro  di  esso 
per  delitti  commessi  col  mezzo  della  stampa,  sotto  pena  dell'ammenda  da  lire  centouna 
a  cinquecento. 

CAPO  III.  —  Dei  disegni,  delle  incisioni,  delle  litografie 
e  di  altri  emblemi  di  qualsiasi  sorta. 

Art.  20  (51).  —  Ogni  oggetto  contemplato  nell'articolo  1,  che  non  sia  uno 
scritto,  deve  essere  consegnato  agli  uffici  indicati  nell'arlicolo  3  ventiquattro  ore  prima 
che  sia  esposto  o  messo  in  circolazione. 

Art.  21  (32).  —  Il  procuratore  generale,  il  procuratore  del  re  o  il  pretore  pos- 
sono rispettivamente,  nelle  dette  ventiqualtr'ore,  far  procedere  al  sequestro  di  tutti 
gli  esemplari  degli  oggetti  che  riconoscessero  contrari  alle  disposizioni  della  presente 
legge  0  del  codice  penale,  nel  qual  caso,  entro  il  termine  di  ventiquattr'ore,  essi  de- 
vono promuovere  l'opportuno  procedimento. 

Art.  22  (53).  —  Qualora  gli  oggetti  suindicati  non  siano  stati  esposti  o  messi 
in  circolazione,  ma  si  trovino  in  luoghi  aperti  al  pubblico,  e  si  riconoscano  dall'auto- 
rità giudiziaria  contrari  al  disposto  della  presente  legge  o  del  codice  penale,  non  si 
fa  luogo  ad  altra  pena  che  a  quella  della  distruzione  degli  oggetti  medesimi. 

CAPO  IV.  —  Eelle  pubblicazioni  relative-  a  discorsi  e  resoconti  parlamentari, 
ad  atti  e  dibattimenti  giudiziari. 

Art.  23  (30-31).  —  Non  danno  luogo  ad  azione  penale  la  pubblicazione  dei 
discorsi  tenuti  nel  Senato  e  nella  Camera  dei  deputati,  le  relazioni  o  qualunque  altro 
scritto  stampato  per  ordine  delle  assemblee  medesime;  né  il  rendiconto  esatto,  fatto 
in  buona  fede,  delle  loro  discussioni. 

Art.  24  (32).  —  Non  dà  luogo  parimenti  ad  azione  penale  la  pubblicazione 
delle  scritture  prodotte  avanti  l'autorità  giudiziaria. 

L'autorità  medesima,  pronunciando  nel  merito,  può  ordinare  la  soppressione  delle 
scritture  ingiuriose  e  dichiarare  la  parte  colpevole  tenuta  ai  danni. 

Art.  25  (10,  ed  anche  legge  6  dicembre  1877).  —  É  vietato,  sotto  pena  del- 
l'ammenda da  lire  centouna  a  cinquecento,  la  pubblicazione  per  mezzo  della  stampa: 

1.°  Degli  alti  della  procedura  scritta,  delle  sentenze  e  degli  atti  di  accusa  nei 
giudizi  penali  fino  a  che  il  processo  non  sia  chiuso  o  col  pubblico  dibattimento  o  con 
la  pronuncia  di  non  farsi  luogo  a  procedimento  penale; 

2.°  Dei  nomi  dei  giurali,  o  dei  magistrati  giudicanti,  quando  sia  accompagnata 
dalla  indicazione  dei  loro  voti  individuali  nelle  deliberazioni  dei  verdetti  e  delle  sentenze; 

3.°  Dei  resoconti  dei  dibattimenti  a  porte  chiuse  avanti  l'autorità  giudiziaria; 

4.°  Degli  atti  d'istruttoria  penale  o  dibattimenti  pubblici  nelle  cause  di 
diffamazione  o  di  ingiuria,  nelle  quali  non  è  ammessa  la  prova  della  verità; 

5.*"  Delle  discussioni  e  deliberazioni  segrete  del  Senato  e  della  Camera  dei 
deputati,  a  meno  che  se  ne  sia  ottenuta  dai  rispellivi  corpi  la  facoltà. 

CAPO  V.  —  Della  prescrizione,  del  procedimento  e  della  recidiva. 

Art.  26  (12).  —  L'azione  penale  per  le  contravvenzioni  prevedute  nella  presente 
legge  si  prescrive  in  tre  mesi,  a  cominciare,  quanto  agli  stampati  periodici,  dal  giorno 
della  loro  pubblicazione,  e  quanto  agli  altri  stampati,  dalla  data  della  consegna  della 
copia  al  pubblico  ministero,  salvo  il  disposto  degli  articoli  17  e  21. 


190  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

Art.  27  (57).  —  Nei  procedimenti  per  delitti  commessi  per  mezzo  delia  stampa, 
il  pubblico  ministero  nelle  sue  istanze,  quando  esercita  l'azione  penale  d'ufficio,  o  il 
querelante  nella  sua  querela,  sono  tenuti,  a  pena  di  nullità,  di  specificare  le  provoca- 
zioni, le  offese,  gli  oltraggi,  i  fatti  diffamatori  o  le  ingiurie,  che  danno  luogo  alla 
istanza  o  querela. 

Art.  28  (58).  —  Immediatamente  dopo  la  istanza  o  la  querela,  il  giudice  istrut- 
tore, 0  il  pretore  nei  luoghi  ove  non  risiede  il  giudice  istruttore,  può  ordinare  il  se- 
questro degli  scritti  o  stampati  »  cui  la  istanza  o  la  querela  si  riferisce. 

Art.  29  (59).  —  L'ordinanza  per  il  sequestro  e  il  verbale  della  sua  esecuzione 
sono  notificati,  entro  il  termine  di  ventiquattr'ore,  alla  persona  contro  la  quale  ha 
avuto  luogo  il  sequestro  medesimo. 

Art.  30  (33).  —  (n  caso  di  recidiva  nelle  contravvenzioni  prevedute  dalla  pre- 
sente legge,  l'ammenda  è  accresciuta  della  metà. 

Abbiamo  scritto  in  corsivo  gii  articoli  6,  8,  i8  e  parte  del  25,  perchè  sono  quelli 
che  in  realtà  stabiliscono  le  differenze  essenziali  fra  la  vecchia  e  la  nuova  legislazione. 

Eliminato,  come  dicemmo,  tatto  quanto  riferiscesi  alla  sanzione  penale  per  i  reati, 
restava  soltanto  da  regolare  il  modo,  l'esercizio  del  diritto  di  stampa  e  la  questione 
della  responsabilità.  All'antico  gerente  è  stato  sostituito  un  direttore  responsabile  o  cor- 
responsabile, secondo  i  casi,  e  alla  tacita  sua  complicità  nella  immorale  finzione  che 
trasformava  in  capo,  direttore,  gestore  di  un  giornale  un  povero  analfabeta,  la  nuova 
legge  sostituisce  una  pena  abbastanza  grave,  sia  per  colui  che  si  prestasse  a  questa 
finzione,  sia  per  chi  ne  approfittasse  per  nascondere  la  propria  responsabilità. 

Quanto  alla  responsabihtà  degli  autori,  è  stabilita  molto  più  largamente  e  moral- 
mente. Adesso,  perchè  l'autore  sia  incriminato,  occorre  che  abbia  apposta  la  sua  firma 
a  piedi  dell'articolo,  altrimenti  —  a  stretto  rigore  —  non  gli  basta  neppure  il  palesarsi 
per  acquistare  diritto  a  rivendicare  la  sua  parte  di  responsabilità.  Col  nuovo  progetto, 
questa  immorale  complicità  della  legge  è  eliminata,  e  siccome  la  rivelaiione  dell'autore 
diminuisce  la  reità  del  direttore,  cosi  questi  penserà  a  garantirsi,  e  in  tal  modo  il  vero 
colpevole  andrà  meno  facilmente  impunito. 

Un'altra  disposizione  nuova  è  quella  che  riguarda  il  veto  di  pubblicare  i  dibatti- 
menti nelle  querele  per  diffamazione.  Questa  pubblicazione  costituiva  il  più  delle  volte 
una  replica  del  veto  per  cui  procedevasi,  ed  è  giusto  portarvi  riparo. 

In  sostanza,  la  nuova  legge,  abbandonando  il  sistema  francese  —  di  cui  s'era  tra- 
dito del  resto  l'istituto  principale,  mutando  il  gerente  o  gestore  reale,  in  una  testa  di 
legno  —  camminerebbe  sulle  traccie  delle  legislazioni  inglese,  tedesca  e  austriaca,  che 
per  i  giornali  esigono  anzitutto  la  responsabilità  del  ^/li/ù/jero  compilatore  principale, 
e  lo  ritengono  come  complice  anche  allorquando  è  noto  e  processato  lo  scrittore  del- 
l'articolo. 


ANNO    XI  —  1889 


IL    COMMERCIO 

MONITORE    DEI    FALLIMENTI. 

Organo  degli  interessi  mercantili  d'Italia. 

Unico  premiato  con  medaglia  all'Esposizione  tipografica  di  Milano  1887. 


Direttore:    G.  SORMANI. 


Abbonamento:     24  fr.  anno;  Estero  40  fr. 

Corso  Vittorio  Emanuele,  12-Ì4-Ì6. 
(Vedi  Provincia  di  MILANO.) 


LA  LIBERTÀ  DI  STAMPA^'- 


Sommario  :  —  1.  Libertà  del  pensiero  e  delle  sue  manifestazioni  in  genere.  —  2.  Libertà 
di  parola  e  suoi  limiti.  —  3.  Grandezza  e  potenza  della  stampa.  —  4.  Mo- 
dernità della  sua  libertà.  —  5.  Libertà  della  stampa  in  Inghilterra.  —  6.  In 
Francia.  —  7.  In  Belgio,  in  Germania  e  in  Svizzera.  —  8.  Legislazione  ita- 
liana.—  9.  duesiti  costituzionali  sulla  libertà  della  stampa.  — 10.  Obbie- 
zioni alla  sua  libertà.  — 11.  Ragioni  in  favore  — 12.  Limiti  alla  medesima,  — 
13.  Prevenzioni  inammissibili.  Censura  ed  autorizzazioni.  —  14.  Altri  mezzi 
preventivi.  Polizia  sulle  stamperie.  Obbligo  di  previe  dichiarazioni,  rico- 
gnizioni e  presentazioni  delle  pubblicazioni  periodiche. — 15.  Bollo.— 
16.  Cauzione,  —  17.  Firma  degli  articoli.  —  18.  Ammonizioni,  sospensioni 
e  soppressioni  amministrative  — 19.  Sequestro  provvisorio.  —  20  Sistema 
repressivo.  —  21.  Persone  responsabili  di  reati  mediante  la  stampa.  — 
22.  Gerente  responsabile  —  23-  I  giurati  nei  reati  di  stampa.  —  24.  La 
libertà  della  stampa  nei  casi  di  gravi  guerre,  rivoluzioni  e  disordini. — 
25.  Valore  giuridico  attuale  del  secondo  comma  dell'art.  28  dello  Statuto. 

1.  Ciò  che  vi  ha  di  più  intimo  nell'uomo  è  il  pensiero.  Sia  che  esso 
si  volga  al  concetto  di  Dio  o  alle  credenze  religiose,  sia  alle  cose  dello 
Stato,  alla  politica  ed  all'amministrazione,  sia  alle  questioni  sociali  ed 
economiche,  sia  alle  lettere,  alle  scienze  ed  alle  arti,  sia  al  modo  di 
vivere  ed  alle  azioni  degli  altri  uomini,  il  pensiero,  poiché  resta  nel 
chiuso  della  propria  mente,  è  la  cosa  più  libera  che  si  possa  immagi- 
nare. Gli  è  vero  che  in  altri  tempi  non  mancarono  dei  governi  che 
procurarono  di  penetrare  nell'interno  della  mente  e  del  cuore  dell'uomo, 
investigando  i  menomi  indizi  di  animo  contrario  a  ciò  che  essi  impo- 
nevano come  ordine  religioso  o  politico,  ed  elevandoli  a  certezza  di  gra- 
vissimi reati.  Ma  tali  esempi  di  tirannia  non  han  d'uopo  di  confutazione. 
Oggi  è  certamente  incontestato  che  il  pensiero  è  assolutamente  sacro 
all'azione  degli  altri  uomini  e  del  potere  pubbhco. 

Ma  il  pensiero  non  è  fatto  per  restar  chiuso  nella  mente,  l'uomo 
anzi  è  nato  per  la  società  politica,  religiosa,  civile  in  genere;  e  non  si 
potrebbe  parlare  di  libertà  dell'uomo,  se  non  si  avesse  la  libera  facoltà 
di  manifestare  il  proprio  pensiero  in  una  qualunque  delle  forme  di 
espressione  del  medesimo,  mediante  la  parola  parlata  e  la  scritta.  Quindi 
le  varie  hbert^,  di  parola,  di  corrispondenza  epistolare,  di  predicazione, 
di  stampa,  d' insegnamento. 

Qui  però,  in  queste  manifestazioni  esterne  del  pensiero,  sorgono 
le  difficoltà  e  le  questioni;  perocché  in  tutte  esse,  il  mio  pensiero  po- 
tendo riuscire  lesivo  del  diritto  altrui,  privato  e  pubblico,  come  nel- 
l'abuso simile  d'ogni  altra  libertà,  gh  altri  cittadini  han  diritto  di  esser 
difesi  e  guarentiti,  e  Io  Stato  ha  il  dovere  di  tracciare  dei  limiti  alla 
libertà,  e  di  punire  le  violazioni  del  diritto. 


(i)  Questo  importantissimo  capitolo  è  tolto  dal   Trattato  di  Diritto  Costituiionah 
di  Luigi  Palma,  già  professore  nella  R.  Università  di  Roma,  ora  Consigliere  di  Stato. 


192  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

2.  La  prima  e  più  generale  forma  di  espressione  del  pensiero  è  certo 
la  parola  parlata.  Tacito  rimpianse  quella  rara  temporum  felicitas  ubi 
sentire  qtiae  velis  et  qtiae  sentias  dicere  licei.  Sarebbe  assurdo  assoggettare 
le  parole  degli  uomini  a  un  sindacato  preventivo;  evidentemente  la  pa- 
rola non  può  essere  soggetta  ad  altro  freno  che  a  quello  repressivo 
comune  del  codice  penale  e  del  potere  giudiziario,  come  in  tutte  le  altre 
libertà  più  naturali,  per  esempio,  quella  di  camminare,  di  mangiare,  di 
portare  un  bastone.  Certamente  non  ne  segue  che  si  possa  camminare 
nella  casa  altrui,  dar  di  piglio  nel  pane  altrui,  portare  il  bastone  sulle 
altrui  spalle,  sotto  pena  di  essere  punito  secondo  le  leggi. 

Così  anche  la  parola  libera  può  riuscire  cagione  di  male,  di  lesione 
del  diritto  altrui  può  riuscire  minacciosa,  ingiuriosa,  oltraggiosa,  diffa- 
matrice,  provocatrice  a  reati,  a  ribellioni  e  disordini.  E  se  la  libertà 
della  parola  dev'essere  sacra,  non  può  esserlo  meno  l'onore  dei  cittadini 
e  l'ordine  pubblico.  E  come  è  punibile  chi,  secondo  i  criteri  comuni 
dell'  imputabilità,  attenta  alla  proprietà  altrui,  dev'essere  ancora  punito 
chi  offende  colla  parola  l'altrui  onore  o  diritto,  la  pubblica  pace.  Quindi 
i  tanti  articoli  del  nostro  Codice  penale  sui  reati  pubblici  e  privati,  me- 
diante la  parola:  dei  quali  ci  basta  soltanto  notare  gli  art.  183,  185,  187, 
sulle  violazioni  della  libertà  e  dell'ordine  religioso,  gli  art.  268,  269, 
sugli  abusi  mediante  la  parola  dei  ministri  dei  culti  nell'esercizio  delle 
loro  funzioni;  gli  art.  268,  469,  471  sulle  provocazioni  a  commettere 
reati;  gli  art.  570,  572,  583  sulle  diffamazioni  e  sulle  ingiurie.  Noi 
non  abbiamo  ad  occuparcene,  si  tratta  semplicemente  di  reati  e  di  Co- 
dice penale,  siamo  fuori  del  campo  e  dei  termini  del  diritto  costitu- 
zionale. 

Alcune  eccezioni  fanno  le  nostre  leggi  costituzionali  a  questi  prin- 
cipe di  comune  diritto  punitivo,  e  sono  l'irresponsabilità  del  Re,  quella 
sancita  per  il  Papa  nella  legge  delle  Guarentigie,  e  l'altra  dei  discorsi 
dei  deputati  e  dei  senatori  nel  Parlamento,  conforme  all'art.  51  dello 
Statuto.  Noi  non  abbiamo  a  tornare  qui  sulla  irresponsabilità  del  Re, 
né  a  commentare  quella  del  Sommo  Pontefice.  Rammentiamo  soltanto 
che  quella  dei  membri  delle  Camere,  giustificatissima,  è  limitata,  se 
non  dal  Codice  penale  0  dal  potere  giudiziario,  dal  Regolamento  e  dal 
potere  del  Presidente;  ed  ove  la  presidenza  non  bastasse  potrebbe  prov- 
vedere in  certo  modo  il  diritto  del  potere  regio  di  proroga  e  di  chiu- 
sura delle  Camere,  e  di  dissoluzione  di  quella  dei  deputati. 

Una  considerazione  particolare  meriterebbe  però,  per  le  attinenze 
costituzionali,  la  libertà  della  parola,  degli  oratori  nelle  pubbliche  riu- 
nioni ed  associazioni,  degl'  insegnanti  nelle  scuole,  dei  predicatori  nelle 
scuole.  Ma  noi  della  libertà  di  riunione  e  di  associazione,  e  di  quella 
di  insegnamento,  discorriamo  a  parte  in  altri  capitoh  di  questo  libro; 
e  di  quella  delle  Chiese  e  dei  loro  ministri  non  intendiamo  discorrere 
di  proposito  in  questo  volume.  Ci  accontentiamo  di  osservare  sempli- 
cemente che  i  mmistri  delle  Chiese,  i  predicatori  ecclesiastici  sono  in 
una  condizione  particolare,  non  parlano  come  un  individuo  qualsiasi. 
Parlando  a  dei  credenti  che  debbono  considerarli  investiti  di  una  mis- 
sione divina,  nella  casa  di  Dio,  nel  nome  di  un   Dio,  se   offendono  il 


LA   LIBERTÀ  DI   STAMPA.  193 

diritto  dello  Stato  entro  il  quale  vivono,  e  da  cui  sono  protetti  nella 
stessa  loro  libertà  religiosa,  commettono  uà  reato  più  q;rave  di  un  altro 
cittadino  che  pronunciasse  un'  ingiuria  comune,  che  oltraggiasse  le  isti- 
tuzioni, le  leggi  dello  Staro,  che  ne  provocasse  alla  disobbedienzi  e  alle 
ribellioni,  e  han  d'uopo  di  speciali  e  maggiori  freni;  senza  che  per  ciò 
si  leda  o  l'eguaglianza  dei  cittadini  davanti  alla  legge  o  la  giusta  libertà 
religiosa. 

3.  Le  questioni  veramente  gravi  sono  sulla  stampa.  Molte  invenzioni 
hanno  più  o  meno  grandemente  mutato  l'aspetto  della  società,  l'alfabeto, 
la  moneta,  la  polvere,  la  bussola,  la  scoperta  di  America,  la  cambiale, 
il  biglietto  di  banca;  ai  giorni  nostri  il  vapore  ed  il  telegrafo  elettrico; 
ma  è  dubbio  se,  tranne  l'alfabeto,  a^cun'altra  invenzione  possa  compa- 
rarsi in  efficacia  civile  alla  stampa.  La  moneta,  rimontante  ai  primissimi 
tempi,  ha  potuto  fare  uscire  il  commercio  degli  uomini  dalle  angustie 
del  b'ratto,  e  fare  scambiare  insieme  facilmente  i  prodotti  della  umana 
famiglia  ;  la  cambiale  ed  il  biglietto  di  banca  han  potuto  perfezionare 
esso  commercio;  la  bussola  ci  ha  aperto  le  vie  dell'Oceano;  i  fucili  e 
le  artiglierie,  togliendo  il  monopolio  dell'arte  della  guerra  agli  uomini 
di  ferro  della  cavalleria,  han  potuto  valere  potentemente  ad  abbattere 
le  castella  feudali  e  il  dominio  dell'aristocrazia;  la  scoperta  di  America 
ha  potuto  allargare  i  confini  dell'attività  umana;  il  vapore  oggi  e  il 
telegrafo  hanno  maravigliosamente  accresciuto  il  commercio  intellettuale 
morale  ed  economico  degli  uomini  e,  delle  nazioni,  aumentato  a  un 
tempo  i  mezzi  di  governo  degli  Stati,  e  la  libertà  degli  uomini  sulla 
terra  di  comunicazione  e  di  azione.  Ma  la  stampa  non  ha  solo  conser- 
vato e  assicurato  e  diffuso  i  tesori  intellettuali  del  mondo  antico,  dif- 
fonde, conserva  e  assicura  ogni  progresso  della  umana  famiglia;  ma  ha 
combattuto  e  vinto  un'infinità  di  errori,  ha  dato  le  ali  al  pensiero  umano, 
ha  fatto  e  fa  vivere  milioni  e  milioni  d'  uomini  della  vita  intellettuale 
e  politica,  fa  penetrare  nel  più  umile  casolare  i  discorsi  e  i  fatti  della 
politica,  i  pensieri  religiosi,  i  capolavori  dell'arte,  le  verità  della  scienza; 
ha  provocato  uno  sviluppo  ignoto  ai  secoli  precedenti,  di  libertà  intel- 
lettuale, di  eguaglianza  e  di  libertà  politica,  religiosa,  morale  e  civile, 
crea  un'opinione  pubblica  illuminata  e  potente  davanti  ai  poteri  dello 
Stato. 

Se  però  da  una  parte  la  stampa  ha  tanto  potere  pel  bene,  non  può 
negarsi  che  l'abbia  ancora  grandissimo  pel  male;  quel  libro,  quel  gior- 
nale cosi  potente  a  diffondere  il  bello,  il  giusto,  il  vero  e  il  buono,  a 
farli  trionfare  mettendo  in  comune  le  idee  e  gli  sforzi,  possono  essere 
impiegati  invece  a  inculcare  il  male,  l'osceno,  il  falso,  l' ingiusto;  a  in- 
giuriare, a  calunniare,  a  diffamare,  a  destare  tristi  e  malvagi  sentimenti, 
e  provocare  reati  privati  e  pubblici. 

4.  Quindi  l'eterna  lotta  tra  i  fautori  e  i  nemici  della  sua  libertà,  e 
il  perchè  dell'essere,  come  la  religione,  l'ultima  venuta  nella  serie  delle 
libertà  civili.  La  libertà  politica  propriamente  detta,  di  partecipare  al 
governo  del  proprio  paese  è  antica,  la  conobbero  in  diverso  grado  e 
modo  i  Fenicii,  i  Cartaginesi,  la  razza  ellenica  e  l'italica,  Atene  e  Roma, 
Firenze  e  le  altre   repubbliche   italiane;   l'eguaglianza   è  per   lo    meno 

N.  Bernardini — Guida  della  Stampa  (leriodica  italiana — i^. 


194  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA.   ITALIANA. 

scritta  nell'Evangelo;  il  diritto  di  non  essere  imprigionati  che  secondo 
le  leggi,  di  non  essere  giudicati  che  dai  cittadini  medesimi  e  secondo  le 
leggi,  sono  scritti  nella  Magna  carta  d'Inghilterra;  ma  il  diritto  di 
pubblicare  liberamente  i  pensieri  mediante  la  stampa,  è  una  libertà  af- 
fatto moderna.  La  libera  Atene  s'intende  che  non  potesse  avere  libertà 
di  stampa,  ma  possiamo  ritenere  che  non  l'avrebbe  sancita,  quando 
rammentiamo  che  vi  fu  conriannato  Socrate  a  bere  la  cicuta,  perchè 
parlava  sul  conto  degli  Dei  diversamente  dalla  maggioranza;  e  con  tutto 
che  la  sua  parola  dovesse  avere  ben  minore  efficacia  di  quella  pubbli- 
cata in  un  giornale,  in  una  rivista  o  in  un  libro  da  un  eminente  pen- 
satore moderno.  Non  la  ebbero  naturalmente  e  del  pari  gli  uomini  liberi 
del  Medio  Evo  e  delle  nostre  repubbliche,  anteriori  alla  sua  invenzione. 
La  rigettarono  e  s'  intende  bene  per  l' indole  del  cattolicismo  poggiante 
sull'autorità,  i  Papi  (i);  ma  anche  la  sconobbero  i  riformatori  religiosi 
di  Germania  e  d' Inghilterra,  Lutero  e  Calvino,  i  Puritani,  i  fondatori 
del  governo  parlamentare  inglese,  delle  repubbliche  olandesi  e  svizzere, 
della  democrazia  coloniale  americana  o  della  Nuova  Inghilterra.  La 
stampa  potè  sembrar  meno  serva,  sotto  alcuni  rispetti,  a  Venezia,  perchè 
vi  si  potevano  pubblicare  dei  libri  che  non  erano  tollerati,  per  esempio, 
a  Roma,  a  Madrid  o  a  Napoli  ;  potè  sembrar  libera  in  Olanda,  perchè 
vi  si  potevano  discutere  la  monarchia  ed  altre  cose  di  Stato  e  di  Chiesa 
che  non  sarebbero  state  permesse  nei  regni  contemporanei;  ma  in  realtà 
prima  del  1789  la  libertà  di  stampa  non  s'aveva  che  in  Inghilterra,  ed 
anche  colà  da  non  molto  tempo,  e  dopo  molti  contrasti,  e  non  del  tutto 
perfettamente  0  legalmente  (2). 

5.  Colà  il  diritto  comune  non  conosceva  e  non  poteva  conoscere 
la  censura,  ma  non  perciò  vi  si  conobbe  in  origine  la  libertà  della 
stampa. 

Gli  scrittori  vi  furono  obbligati  alla  censura  preventiva  dalla  fa- 
mosa commissione  regia,  detta  Camera  stellata;  e  queUi  che  spiacevano 
alla  Regia  erano  soggetti  alle  più  barbare  pene,  dalle  multe  e  dallo 
esilio,  alla  Torre  di  Londra,  al  taglio  delle  orecchie  e  della  destra.  È 
famoso  sotto  EHsabetta  il  fatto  di  John  Stubbs,  il  quale  avendo  pub- 
blicato un  opuscolo  contro  il  progetto  di  matrimonio  della  regina  col 
duca  di  Angiò,  fu  condannato  alla  pena  di  aver  tronco  il  pugno;  e  si 
trattava  di  uno  scrittore  cosi  realista,  che  dopo  l'esecuzione,  gli  storici 


(i)  Papa  Pio  IV,  che  sanzionò  e  proclamò  i  canoni  del  concilio  di  Trento,  colla 
sua  bolla  dei  26  gennaio  1564,  vi  aggiunse  persino  la  proibizione  di  commentarli  o 
interpretarli  :  «  Ad  vitandum  praeterea  perversionem  et  confusionem,  quae  oriri  posset, 
si  unicuiquae  liceret,  prout  ei  liberei,  in  decreta  Concilii  comentarios  et  interpretationes 
suas  edere.  Apostolica  auctoritate  inhibemus  omnibus,  ne  quis  sine  auctoritate  nostra 
audeat  ullos  comentarios,  glossas,  admonitiones,  scholia,  ullunve  interpretationis  genus 
super  ipsius  Concilii  decretis,  quocumque  modo  edere,  aut  quidam  quocumque  nomine, 
etiam  sub  praetesta  majoris  decretorum  corroborationis,  aut  executionis;  aliave  quaestio 
colore,  statuere  ». 

(2)  Si  dà  lode  dal  Lieber  (On  Civil  Liberty,  Ch.  XIII)  all'  assemblea  del  Mas- 
sachusset  di  essere  stata  il  primo  corpo  legislativo  che  avesse  autorizzata  la  pubblicità 
nelle  cose  pubbliche  ;  ma  si  tratta  di  un  piccolo  paese  remoto  e  inglese,  e  di  un 
atto  del  1766. 


La  libertà  dt  stampa,  195 

raccontano  che  coU'altra  mano  gittò  iì  cappello  in  aria,  e  gridò:   Viva 
la  Regina  (i). 

Ma  lisciando  stare  e  i  Tudors,  e  Giacomo  I  e  Carlo  I  Stuardi, 
non  fu  meno  severo  verso  la  stampa  il  Lungo  Parlamento.  Basta  ri- 
cordare che  una  sua  legge  del  1643  istituiva  speciali  censure  pei  libri 
di  teologia  e  di  giurispruden'^a,  gli  opuscoli,  i  disegni,  gli  almanacchi  ; 
erano  sottoposti  alla  censura  comune  le  opere  di  chirurgia  e  di  fisica. 
Quel  governo  repubblicano  a  20  settembre  1647  decretò  che,  non  optante 
ogni  privilegio  in  contrario,  nessun  libro  potesse  essere  stamparo  senza 
essere  prima  letto  e  permesso  dal  censore  pubbl'co:  che  fossero  per- 
messe le  investigazioni  domiciliari  pei  libri  e  gli  stampati  proibiti;  che 
la  posta  trasporterebbe  soltanto  i  libri  innocenti;  eh-  dovessero  indicarsi 
all'autorità  tutte  le  stamp^Tie,  che  gli  stampatori  ed  autori  fossero  sog- 
getti a  fornire  cauzione,  le  vendite  dei  libri  stran'eri  ad  autorizzazione: 
che  fossero  imprigionati  e  frustati  i  librai  ambulanti  come  i  cantatori 
di  ballate. 

Quindi  lo  statuto  di  Carlo  II  del  1662,  limitò  il  numero  degli 
stampatori  a  venti,  circoscriiti  a  Londra,  York,  Oxford  e  Cambridge; 
e  li  obbligò  alla  patente,  e  alla  censura  preventiva,  nelle  cose  di  diritto, 
del  Gran  Cancelliere  o  di  uno  d^i  capi  delle  corti  superiori  (Chief  ju- 
stice)  ;  per  le  C(  se  di  storia  e  di  politica,  di  uno  dei  segretarii  di  Stato; 
per  la  filosofia,  la  teolo^'ia,  la  fisica  ecc.,  del  vescovo  di  Londra  o  del- 
l'arcivescovo di  Conterbury.  Inutile  aggiungere  le  esorbitanti  sanzioni 
penali.  Nel  1666  la  censura  fu  tolta  alla  Chiesa  ed  avocata  al  Re,  ma 
la  severità  del  sistema  durò  fino  al  1679  (2).  Per  allora  era  riuscita 
vana  la  difesa  della  libertà  della  stampa  di  M'iton,  nel  suo  opuscolo 
Jreopa^iticay  in  cui  lo  sostenne  contro  i  pregiudizi  dei  suoi  contempo- 
ranei; e  il  quale,  se  è  meno  famoso  del  Paradiso  perduto,  non  è  meno 
glorioso,  essendo  stato  forse  il  primo  tra  i  pensatori  moderni  a  difendervi 
vigorosamente  la  libertà  di  pubblicare  i  proprii  pensieri. 

Senonchè  ai  26  maggio  1679,  spirando  l'atto  che  regolava  la  stampa, 
essa  per  un  breve  tratto  divenne  alquanto  libera,  cioè  soggetta  soltanto 
al  diritto  comune.  Ma  ciò  poco  giovava  alla  libera  manifestazione  del 
pensiero,  per  l'immaturità  dei  tempi  e  la  qualità  del  sentimento  pubblico. 

Il  timore  delle  gravi  punizioni,  che  non  mancavano  mai  d'inflig- 
gere i  giurati,  suppliva  alla  mancanza  della  censura.  La  università  di 
Oxford,  il  giorno  che  fu  messo  a  morte  Russel,  adottò  con  solenne  atto 
pubblico  la  teoria  di  Filmer,  e  ordinò  che  fossero  solennemente  bruciati 
i  libri  di  Buchaman,  di  Milton  e  di  Baxter  (3). 

Si  era  così  rigorosi,  che  sotto  Giacomo  II  il  Samuele  Johnson,  per 
avere  scritto  un  indirizzo  violento  all'armata  contro  i  papisti,  stimato 
atto  ad  ammutinare  i  soldati,  fu  condannato  ad  essere  spogliato  degli 
abiti  sacerdotali  e  frustato,  ed  ebbe  non  meno  di  317  colpi  di  frusta 
che  sostenne  con  immensa  fortezza  (4). 


(i)  Hallaman,  Storia  costituzionale  d'Inghilterra.  Capo  V. 

(2)  Hallaman,  Capo  XIII. 

(3)  Macaulay,  History  of  Englancl,  II,  p.  266. 

(4)  Id.  VI,  338-340. 


196  GUIDA    DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Si  può  notare  che  nel  1685  non  esistesse  che  la  sola  Ga:(^:(etta  di  Lon- 
dra, in  quello  stesso  anno  1685  si  tornò  al  sistema  preventivo  speciale, 
mediante  il  cosi  detto  Licensing  Act,  ossia  atto  per  preventre  gli  abusi  della 
stampa  di  opuscoli  sediziosi  e  non  forniti  di  licen:(a,  che  sopravvisse 
per  alcuni  anni  alla  caduta  degli  Stuardi  e  del  governo  arbitrario. 

In  conclusione,  l'Inghilterra  al  1688  poteva  avere  tutte  le  libertà 
tranne  quella  della  stampa,  e  di  fatti  essa  non  è  stata  annoverata  nella 
dichiarazione  dei  diritti;  non  faceva  parte  del  diritto  storico  inglese,  non 
era  nella  coscienza  pubblica. 

Il  nuovo  governo  cominciò  col  mantenere  i  vecchi  vincoli  sulla 
stampa  e  quindi  la  censura  preventiva.  Vero  é  che,  non  ostante  essa, 
la  stampa  giacobita  fu  sempre  attivissima,  ma  si  vendicavano  colle  più 
fiere  repressioni. 

Le  idee  comuni  sulla  stampa  di  quei  liberali  eran  tali  che  Gu- 
glielmo Anderson,  nel  1693,  scoperto  come  autore  di  scritti  giacobiti 
stampati  clandestinamente,  fu  condannato  a  morte  e  giustiziato.  In  quello 
stesso  anno  il  deputato  Huight  avendo  pronunciato  alla  Camera  un  vio- 
lento discorso,  e  stampatolo  senza  licenza,  per  isfuggire  alla  reclusione 
nella  Torre  di  Londra,  dovè  supplicare  la  Camera  a  disdirsi:  ma  il 
discorso  fu  dichiarato  scandaloso  e  sedizioso,  ed  arso  dal  boia  nel  cor- 
tile del  palazzo  (i). 

Bisogna  aggiungere  che  la  mantenuta  censura  in  principio  non  levò 
rumore  contro  di  sé,  non  solo  per  le  idee  del  tempo  favorevoli  a  quelle 
restrizioni,  ma  anche  perchè  il  nuovo  censore,  Lestrange,  che  tenne 
l'ufficio  nei  primi  tre  anni  di  re  Guglielmo  era  luhig,  e  coi  suoi  prin- 
cipii  liberali  di  quel  partito  si  poteva  dire  di  avere  praticamente  una 
qualche  libertà.  Ma  succeduto  a  lui  il  tory  Bohun,  le  lagnanze  furono 
tali  che  fu  censurato  dai  Comuni  e  quindi  dimesso.  E  merita  di  es- 
sere ricordato  nella  storia  delle  astuzie  politiche  il  mezzo  che  fu  usato 
per  rovinarlo.  Egli  professava  l'opinione  che  Guglielmo  era  Re,  non  per 
il  diritto  del  popolo  inglese  di  considerare  come  rinunciante  e  di  deporre 
Giacomo  II,  ma  per  diritto  di  conquista.  Un  perverso  uomo,  il  Blonut, 
che  voleva  vendicarsi  di  lui,  gli  tese  l'ingegnosa  trappola  di  far  pub- 
blicare un  opuscolo,  secondo  le  idee  del  censore;  il  quale  opuscolo 
naturalmente  piacque,  e  pose  in  sospetto  e  in  uggia  il  censore  e  la 
censura  presso  i  Comuni,  i  quali  si  erano  fondati  su  ben  altri  principia 
In  poche  parole  il  Licensing  act  fu  prolungato  soltanto  per  altri  due 
anni,  e  scaduto  nel  1694  non  fu  più  voluto  rinnovare  dai  Comuni,  non 
ostante  l'approvazione  dei  Lordi,  e  i  tentativi  di  ristabihrlo,  ripetutisi 
fino  al  1698. 

Cosi  si  trovò  stabilita  la  libertà,  cioè  l'abolizione  della  censura  e 
il  ritorno  al  regime  repressivo  del  diritto  comune. 

Macaulay  però  osserva  che  si  era  ben  lungi  di  sospettare  l'impor- 
tanza di  quello  che  si  faceva  e  della  nuova  potenza  che  si  fondava.  La 
censura  fu  abolita  propriamente  per  cause  secondarie,  per  non  sancire 
le  restrizioni  commerciali  e  le  visite  domiciliari  che  richiedeva,  non  per 


(i)  Macaulay,  History  of  England,  XX,  p.  298. 


LA    LIBERTÀ    DI    STAMPA.  197 

i  grandi  principi!  di  diritto  e  di  libertà  che  vi  si  annettevano  ;  e  passò 
così  inosservata  che  non  è  stata  neppur  menzionata  nei  diarii  e  nei 
dispacci  olandesi  che  informavano  di  tutte  le  Provincie  Unite  (i). 

Lo  storico  illustre,  il  quale  narrò  cosi  splendidamente  quel  ricco 
periodo  di  vita  della  sua  nobile  patria,  racconta  che  si  vide  allora  sor- 
gere una  folla  di  giornali  e  di  scritti,  e  accadere  che  l'Opposizione  fosse 
meno  violenta:  a  suo  avviso  per  questa  ragione  che,  sotto  la  censura 
l'Opposizione  moderata  era  impedita,  e  trovava  luogo  soltanto  la  stampa 
clandestina  e  violenta.  Tra  i  molti  che  avevano  l'abitudine  di  scrivere 
contro  il  governo,  vi  era  appena  un  uomo  solo  di  giudizio,  temperanza 
ed  integrità.  Il  solo  fatto  di  dovere  agire  contro  la  legge  corrompeva, 
e  dava  le  abitudini  dei  contrabbandieri.  Non  potendosi  evitare  le  critiche, 
era  non  solo  conforme  al  diritto  ma  alla  buona  politica  farvi  partecipare 
i  migliori  avversari!. 

«  L'emancipazione  della  stampa  produsse  un  grande  e  salutare  can- 
giamento. I  migliori  e  più  saggi  uomini  nelle  file  dell'Opposizione  as- 
sunsero ora  un  ufficio  che  era  stato  fin  allora  abbandonato  ai  cervelli 
caldi  e  agU  uomini  senza  principii.  Furono  scritti  dei  trattati  contro  il 
governo  in  uno  stile  non  isconveniente  ad  uomini  di  Stato  e  a  genti- 
luomini; ed  anche  le  composizioni  della  più  bassa  e  fiera  classe  dei 
malcontenti  divennero  in  qualche  modo  meno  brutali  e  meno  ribalde 
che  nei  giorni  della  censura.  Alcuni  uomini  deboli  avevano  immaginato 
che  la  religione  e  la  moralità  avevano  bisogno  della  protezione  del  cen- 
sore. Il  fatto  provò  potentemente  che  essi  erano  in  errore.  In  verità  la 
censura  aveva  appena  messo  un  freno  alla  licenza  o  alla  empietà.  Il  Pa- 
radiso perduto  a  mala  pena  era  sfuggito  alla  mutilazione,  perchè  era 
l'opera  di  un  uomo  la  cui  politica  era  odiosa  al  potere  governante . . . 
(mentre  i  hbri  licenziosi  dei  cortigiani  erano  stampati  liberamente).  Dal 
giorno  che  fu  compiuta  l'emancipazione  della  nostra  letteratura,  inco- 
minciò ancora  la  sua  purificazione.  La  purificazione  non  fu  eff"etto  del- 
l'intervento di  senati  o  di  magistrati,  ma  dell'opinione  del  gran  corpo 
degli  Inglesi  colti,  avanti  ai  quali  era  presentato  il  male  e  il  bene,  e 
che  erano  stati  lasciati  liberi  di  fare  la  loro  scelta.  Durante  i6o  anni 
la  libertà  della  nostra  stampa  è  divenuta  costantemente  sempre  più  com- 
pleta, e  durante  codesti  i6o  anni  il  freno  imposto  agli  scrittori  dal  sen- 
timento dei  lettori  è  stato  costantemente  sempre  più  ristretto.  In  fine 
anche  quella  classe  di  opere  in  cui  dapprima  si  pensava  avere  il  privi- 
legio di  una  voluttuosa  fantasia,  come  i  canti  amorosi,  le  commedie,  i 
romanzi,  sono  divenuti  più  decorosi  dei  sermoni  del  secolo  xvii  »  (2). 
La  più  libera  stampa  di  Europa  è  divenuta  la  più  schifiltosa.  Cosi  l' In- 
ghilterra, come  in  altre  parti  del  viver  libero  moderno,  si  procacciò  la 
gloria  di  essere  stata  la  prima  delle  nazioni  a  lasciar  libera  la  stampa 
e  a  goderne  i  beneficii.  Si  errerebbe  però  a  credere  che  anche  in  quel 
paese  la  libertà  della  stampa  fosse  dal  1694  *^osl  piena  ed  incontestata 
come  si  ammira  e  si  gode  oggidì.  Oltreché  le  pene  contro  i  libelli  erano 


(i)  Macaulay,  History  of  Englaad  —  XXI,  4-6. 
(2)  Id.  Id.  p.  69-70. 


198  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

sempre  gravissime;  per  lungo  tempo  la  magistratura,  organo  dei  con- 
cetti restrittivi  di  un'altra  età,  pretese  che  i  giurati,  i  quali  erano  chia- 
mati a  pronunciare  il  loro  verdetto  sulle  accuse  di  reati  di  stampa,  do- 
vessero limitarsi  a  dichiarare  se  l'accusato  era  l'autore  o  pubblicatore 
dello  scritto  incriminato,  ma  il  giudizio  sulla  colpabilità  dello  scritto 
stesso,  se  era  o  pur  no  un  Hbello,  era  loro  sottratto  e  spettava  unica- 
mente ai  giudici;  il  che  effettivamente  sottraeva  il  giudizio  dei  reati  di 
stampa  ai  giudici  popolari,  e  li  poneva  in  balla  dei  giudici  regii,  più 
ombrosi  e  severi.  Non  fu  che  nel  1773,  nel  famoso  caso  del  decano  di 
Saint-Asaph  che  il  più  illustre  avvocato  inglese  di  quell'epoca,  Erskine, 
più  che  la  causa  del  suo  cliente,  difese  quella  della  libertà  della  stampa, 
combattendo  vigorosamente  ed  eL^quentemente  le  pretese  della  magi- 
stratura. E  non  fu  che  nel  1792  che  Fox  riuscì  a  fare  approvare  dai 
Comuni  con  una  nuova  legge  una  tale  interpretazione. 

La  libertà  della  stampa  era  inoltre  limitata  dagli  antichissimi  privi- 
legi, nei  secoli  scorsi  esercitati  severissimamente,  dei  Lordi  e  dei  Co- 
muni di  tradurre  davanti  a  sé,  e  di  punire  di  multa  e  di  prigionia  ogni 
scrittore  accusato  di  libello  o  d'ingiuria  verso  il  Parlamento  o  alcuno 
dei  suoi  membri.  E  tali  privilegi  sono  ben  lungi  di  essere  aboliti,  seb- 
bene oggidì  la  diversità  dei  tempi  e  dei  costumi  più  non  li  faccia  eser- 
citare, e  li  faccia  soltanto  conservare  come  armi  di  riserva.  Però  anche 
nel  1834  l'editore  del  Mommi;  Post  venne  fatto  imprigionare  dai 
Lordi  per  avere  offeso  il  Cancelliere  Lord  Brougham.  Né  vi  ha  altro 
freno  in  ciò  che  la  moderazione  delle  stesse  Camere,  la  loro  giurisdi- 
zione in  fatto  dei  loro  privilegi  essendo  assoluta;  vale  a  dire  ogni  que- 
stione circa  i  privilegi  dei  Lordi  e  dei  Comuni  dev'essere  decisa,  non 
già  secondo  le  leggi  dai  tribunali  inferiori,  ma  unicamente  a  norma  degli 
usi  e  delle  consuetudini  del  Parlamento. 

Il  vecchio  diritto  inglese  vietava  perfino,  e  severamente,  di  pubblicare  i 
dibattimenti  parlamentari;  anche  ai  membri  era  vietato  di  pubblicare  i  loro 
discorsi.  L'ordinanza  della  Camera  dei  Comuni  del  1641  stabiliva:  «  Nes- 
sun membro  aver  facoltà  di  pubblicare  un  discorso,  o  di  lasciare  copia 
senza  licenza  della  Camera.  »  E  poiché  collo  sviluppo  del  governo  par- 
lamentare, interessava  troppo  al  pubblico  di  conoscere  ciò  che  si  faceva 
al  Parlamento,  divennero  Celebri  nel  secolo  passato  i  resoconti  che  se 
ne  facevano  con  nomi  fìnti,  ma  trasp.irenti,  quale  quello  del  senato  di 
Lilliput.  La  pubblicazione  regolare  fu  osata  nel  1770  da  un  tal  Miller, 
e  ne  venne  una  fiera  lotta,  nella  quale  Miller  essendo  srato  protetto  dalla 
città  di  Londra,  la  Camera  dei  Lomuni  ordinò  di  mandarsi  alla  Torre 
il  Lord  Mayor  e  gli  assessori. 

Allora  l'Opposizione  stancò  la  maggioranza  con  ventitre  votazioni. 
La  lotta  si  rinnovò  persino  nel  secolo  presente  tra  O'  Connel  e  il  Times. 
Vero  è  che,  mutati  tanto  i  costumi  e  le  idee,  oggi  la  pubblicazione  delle 
tornate  parlamentari  è  considerata  come  una  vera  necessità  della  vita 
libera.  La  legge  inoltre  per  lungo  tempo,  oltre  al  dazio  sulla  carta,  im- 
pose ai  giornali  un  gravissimo  bollo,  a  fine  di  scoraggiare  ciò  che  in 
Francia  si  chiama  la  piccola  stampa  a  buon  mercato,  e  cosi  dare  mag- 
gior luogo  ai  giornali  costosi,  organi  delle  classi  colte:  dazio  e  bollo 
non  aboliti  che  nei  1855. 


LA   LIBERTA    DI    STAMPA. 


199 


A  ogni  modo  la  libertà  inglese  della  stampa  non  si  prenda  come 
illimitata  facoltà  di  poter  pubblicare  ciò  che  piaccia,  senza  avere  a  ren- 
derne mai  conto.  Vuol  dire  soltanto  abolizione  della  censura  preventiva  ; 
ma  quando  si  abusi  della  stampa  a  danno  altrui,   e  dello  Stato,    gravi 
pene  colpiscono  i  libelli.  E  si  noti,  che  se  i  giureconsulti  non  sono  stati 
concordi  a  definire  cosa  sia  libello,  oramai  si  ritiene  essere  libello  e  me- 
ritarne le  pene  ogni  pubblicazione  «  tendente  a  eccitare  contro  il  Re  e 
la  sua  amministrazione,  contro  la  costituzione  e  il  governo  o  semplice- 
mente contro  l'amministrazione,  un   grande   odio   e  pubblico  disprezzo 
(great  and  public  baie  and  conlempt).  »  È  libello  ancora,  secondo  il  Cox, 
ogni  pubblicazione  non  giustificata,  o  senza  scusa  legale,  concepita  allo 
scopo  di  far  torto  alla  riputazione  altrui,  esponendo  una  persona  all'odio, 
al  disprezzo  o  al  ridicolo.  E  la  legge  XI-XII  della  Regina  Vittoria,  ar- 
ticolo  12,  punisce  come  fellonia,  ossia  con  morte  o  deportazione  a  vita, 
ogni  eccitamento,  mediante  stampa,  scritto  o  parole  tendenti  alla  depo- 
sizione della  Regina,  alla  guerra,  o  generalmente  all'impiego  della  forza, 
sia  contro  di  lei,  sia  contro  il  Parlamento,  o  a  un'invasione  del  paese. 
E  l'altro  atto  VI  e  VII  della  stessa  Regina,  e.  ^G,  punisce  col  carcere 
fino  ad  un  anno  gli  editori  di  hbelli,  ancora  che  non  avessero  intenzione 
di  offendere,  e  quando  una  tale   intenzione  vi  sia,  con  due,    e  in  ogni 
caso  li  assoggetta  al  pagamento  dei  danni  ed  interessi.  E  quel  che  è  più 
non  si  sono  appigliati  allo  strano  sistema  di  un  uomo  da  nulla   come 
il  gerente  responsabile  italiano,  che  discuteremo  fra  poco,  ma  se  la  pren- 
dono principalmente  cogli  editori,  poi  cogli  stampatori,  il  che  assoggetta 
gli  autori  al  loro  freno.  D'altra  parte  la  legge  inglese  con  gravi  misure 
di  prevenzione  si  assicura  che  il  danno  possa  essere  riparato  o  le  pene 
pecuniarie  siano  applicate.  Difatti  in  Inghilterra    più  non   esiste  la  cen- 
sura, non  vi  ha  alcun  vincolo  agli  stampatori  e  ai  librai,  di  patente,  auto- 
rizzazioni e  simili.    Ma  chi  vuol  pubblicare  un  giornale  deve  farne  di- 
chiarazione al  ministero  dell'interno  a  Londra,  all'ufficio  per  la  stampa 
nei  distretti;  e  indicarne  il  titolo,  il  luogo  della  stampa,  il  proprietario 
o  i  proprietari  od  azionisti,  mancando  alla  quale,  sono  soggetti  alla  multa 
di  lire  Italiane  1250.  I  proprietari  del  giornale  debbono  poi  farsi    gua- 
rentire, per  le  multe  nelle  quali  possono  incorrere,  e  per  le  riparazioni 
dei  danni  da  due  noti  e  solidi  possidenti,  di  pagare,  a  Londra,  fino  a  10,000 
lire  itahane,  nelle  provincie  7,500;  non  che  da  altri  due  che  attestino  la  loro 
morahtà  e  solvibilità.  Ed  ogni  numero  che  esca  prima  di  tali  guarentigie 
dà  luogo  alla  multa  di  500  lire.  La  stampa  inglese  merita  senza  dubbio 
le  grandi  lodi  che  le  si  tributano;  ma  ammettendo  pienamente  l'efficacia 
su  questi  risultati  della  libertà,  non  che  dei  costumi  e  dei  giurati  che 
le  sono  favorevoli,  non  sarebbe  giusto  dimenticare  la  parte  che  possono 
avervi  le  vigorose  repressioni  della  legge  stessa,  ed  anche  le  accennate 
minute  prevenzioni. 

6.  In  Francia,  nella  Dichiarazione  dei  diritti  dell'uomo  dei  26  ago- 
sto 1789,  e  quindi  nella  costituzione  del  179 1,  sancendosi  la  libertà 
della  stampa,  non  si  era  dimenticato  di  parlare  della  sua  responsabihtà. 
L'art.  XI  difatti  statuì:  «  La  libera  comunicazione  dei  pensieri  e  delle 
opinioni  è  uno  dei  diritti  più   preziosi  dell'uomo;   ogni   cittadino  pug 


200  GTTIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA  ITALIANA. 

dunque  parlare,  scrivere  o  stampare  liberamente,  salvo  a  rispondere  del- 
l'abuso di  questa  libertà  nei  casi  determinati  dalia  legs:e.  »  E  sotto  il 
titolo  I,  contenente  le  disposizioni  fondamentali  guarentite  da  essa  co- 
stituzione, si  aggiunse:  «  La  costituzione  guarentisce.. ..  la  libertà  ad 
ogni  uomo  di  parlare,  di  scrivere,  di  stampare  e  pubblicare  i  suoi  pen- 
sieri, senza  che  i  suoi  scritti  possano  essere  soggetti  ad  alcuna  censura 
né  ispezione  prima  della  loro  pubblicazione.  » 

Ma,  come  è  ben  noto,  in  Francia  si  va  facilmente  agli  eccessi  e 
alle  reazioni.  Durante  la  Rivoluzione,  prima  ancora  della  costituzione 
del  1791,  la  libertà  della  stampa  essendo  di  fatto  illimitatissima,  un  de- 
creto dell'Assemblea  costituente,  ai  31  luglio  1790,  ingiunse  al  potere 
esecutivo  di  far  tradurre  in  giudizio,  come  colpevoli  del  crimine  di  lesa 
nazione:  «  tutti  gli  autori,  stampatori  o  venditori  ambulanti  di  scritti 
eccitanti  il  popolo  all'insurrezione  contro  la  legge,  allo  spargimento  di 
sangue  e  al  rovesciamento  della  costituzione:  tutti  gli  autori  o  distribu- 
tori di  scritti  invitanti  i  principi  stranieri  a  invadere  il  territorio  fran- 
cese ». 

Similmente  la  costituzione  democratica  dei  24  giugno  1793  pro- 
clamò la  libertà  della  stampa;  però  il  decreto  del  29  marzo  dello  stesso 
anno  aveva  statuito:  «  Art.  2°.  Chiunque  avrà  composto  o  stampato 
degli  scritti  che  provochino  allo  scioglimento  della  rappresentanza  na- 
zionale, al  ristabilimento  della  monarchia  o  di  ogni  altro  potere  atten- 
tante alla  sovranità  del  popolo,  sarà  tradotto  davanti  al  Tribunale  straor- 
dinario e  punito  di  morte.  »  Del  pari  quella  del  1795  confermò  la  li- 
bertà della  stampa,  art.  ^^y^  e  la  legge  del  27  germile  anno  IV  (lé 
aprile  1796)  art.  i.°  statui:  «  Sono  colpevoli  di  crimine  contro  la  si- 
curezza interna  della  repubblica  e  contro  la  sicurezza  individuale  dei  cit- 
tadini, e  saranno  puniti  di  morte tutti  quelli  che  pei  loro   discorsi, 

pei  loro  scritti  stampati,  sia  distribuiti,  sia  affissi,  provochino  lo  sciogli- 
mento dell'Assemblea  nazionale,  o  quella  del  direttorio  esecutivo,  o  l'as- 
sassinio di  tutti  o  di  alcuno  dei  membri  che  lo  compongono,  o  il  ri- 
stabilimento della  monarchia,  o  quello  della  costituzione  del  1793  o 
del  1791  o  di  ogni  altra  diversa  dalla  costituzione  dell'anno  III  (!)  ac- 
cettata dal  prpolo  francese,  o  l'invasione  delle  proprietà  pubbliche,  o  il 
saccheggio  o  la  divisione  delle  proprietà  particolari,  sotto  nome  di  legge 
agraria,  o  in  altra  maniera.  »  Solo  in  caso  di  circostanze  attenuanti, 
alla  morte  si  sostituiva  la  deportazione.  S'impose  ancora  agli  autori  degli 
articoli  nei  giornali  la  pubblicazione  dei  loro  nomi. 

Curiosi  quei  repubblicani!  Punivano  di  morte  quei  che  volevano 
una  costituzione  diversa  dalla  loro,  fossero  pur  quelle  cosi  vantate  del  1791 
e  del  1793!  Inutile  parlare  per  mmuto  del  ferreo  redime  di  Napoleone. 
Ci  basti  ricordare  che  la  sua  costituzione  consolare  tacque  della  libertà 
della  stampa,  e  che  il  celebre  decreto  consolare  dei  17  gennaio  1800 
(27  nevoso,  anno  Vili),  il  quale  durò  fino  al  1814,  assoggettò  tutti  i 
giornali  politici  all'autorizzazione  preventiva;  e  commise  al  prefetto  di 
polizia  di  sopprimere  tutti  i  giornali,  i  quali  inserissero  articoli  contrari 
«  al  rispetto  dovuto  al  patto  sociale,  alla  sovranità  del  popolo  ed  alla 
gloria  delle  armate,  e  che  pubblicassero  delle  invettive  coatro  i  governi 


LA   LIBERTI'  DI   STAIMPÀ.  20 1 

e  le  nazioni  amiche  o  alleate  della  repubblica  ».  Quei  bavagli  non  val- 
sero tuttavia  a  salvare  la  Convenzione,  non  il  Direttorio,  non  il  Con- 
solato e  l'Impero. 

Caduto  Napoleone  si  seguitò  in  Francia  a  mutare  e  rimutare  il  re- 
gime della  stampa.  Dal  1814  al  1819  vi  si  sono  contate  ben  diciotto 
leggi  in  proposito.  Nella  Carta  del  18 14  (art.  8)  si  era  ripetuta  la  ce- 
lebre dichiarazione  dei  diritti  dell'uomo  :  «  I  francesi  han  diritto  di  pub- 
blicare e  di  stampare  le  loro  opinioni,  purché  si  conformino  alle  leggi 
che  devono  reprimere  gli  abusi  di  questa  libertà.  »  Ma  la  legge  dei  21 
ottobre  dello  stesso  anno,  prorogata  a'28  febbraio  e  ai  30  settembre  1817, 
ordinò  che  i  giornali  non  potessero  comparire  che  coli'autorizzazione  del 
Re;  e  gli  scritti  di  meno  di  20  fogli  di  stampa  vennero  assoggettati 
alla  censura  preventiva,  gU  stampatori  e  i  librai  obbligati  a  regia  patente, 
a  giuramento  e  a  rigorose  disposizioni  di  polizia.  La  censura  e  l'auto- 
rizzazione preventiva  dei  giornali  vennero  abolite  ai  9  giugno  18 19  dalla 
terza  delle  leggi  De  Serre,  tanto  lodate  dal  Rossi  (i);  le  quali  si  accon- 
tentarono invece  della  cauzione  e  del  bollo,  e  della  responsabilità  col- 
lettiva degli  autori  e  dei  proprietari  o  editori  davanti  ai  giurati.  Ma  indi 
a  poco,  avvenuto  il  tristo  caso  dell'assassinio  del  duca  di  Berry,  nel  1820, 
si  ristabilirono  ai  31  marzo  la  censura  e  l'autorizzazione  preventiva: 
legge  di  reazione  che  l'anno  appresso  (luglio  1821)  venne  prorogata  a 
tempo  indeterminato.  Non  contenti  di  ciò  si  ebbe  l'anno  seguente  l'altra 
famosa  legge  sulla  stampa  del  marzo  1822,  il  cui  art.  3,  vero  oltraggio 
ai  progressi  del  diritto  penale  sui  criteri  dell'imputabilità,  creava  un 
nuovo  delitto  nella  stampa,  il  delitto  di  tendenza:  «  Nei  casi  in  cui 
l'esprit  di  un  giornale  o  scritto  periodico,  risultante  da  una  successione 
di  articoli,  sia  di  natura  da  attentare  alla  pace  pubblica,  al  rispetto  do- 
vuto alla  religione  dello  Stato,  ed  alle  altre  religioni  legalm.ente  ricono- 
sciute in  Francia,  all'autorità  del  Re,  alla  stabilità  delle  istituzioni  costi- 
tuzionali, delle  rendite  dei  demanii  nazionali,  ed  al  tranquillo  possesso 
di  questi  beni;  le  Corti  reah,  nella  cui  giurisdizione  essi  siano  stabiliti, 
potranno  in  udienza  solenne  a  camere  riunite,  e  dopo  avere  inteso  il 
procuratore  generale  o  le  parti,  pronunciare  la  sospensione  del  giornale 
o  scritto  periodico,  per  un  tempo  determinato,  che  non  potrà  eccedere 
un  mese  la  prima  volta,  e  tre  mesi  la  seconda.  Dopo  queste  due  so- 
spensioni e  nel  caso  di  recidiva  potrà  essere  ordinata  la  sospensione 
definitiva.  » 

Il  sistema  venne  rafforzato  dall'obbligo  deh'autorizzazione  preven- 
tiva imposta  ai  giornali,  dalla  facoltà  data  al  governo  di  ristabilire  la 
censura  nell'intervallo  delle  sessioni,  e  dalla  sottrazione  ai  giurati  dei 
giudizi  sui  reati  di  stanpa.  Fu  una  meteora  la  legge  più  liberale  del  mi- 
nistero Martignac  del  18  luglio  1828,  che,  abolendo  di  nuovo  la  censura 


(i)  Je  ne  veux  pas  dire  que  toutes  Ics  dispositions  des  trois  lois  de  1819  fussent 
à  l'abri  de  toute  reproche;  mais  il  n'est  pas  moins  vrai  que  le  systeme  de  ces  trois 
lois  prises  daus  leur  ensemble  est  un  beau  monument  legislatif  sur  cette  maticre,  un 
monument  d'autant  plus  remarquable  que,  pour  la  première  fois  depuis  trente  ans 
qu'on  promettait  à  la  France  la  liberté  de  la  presse,  c'est  alors  qu'on  se  trouva  théo- 
riquement  et  pratiqueraent  sur  le  vrai  terrain  des  principes.  Lee.  LV, 


202  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

e  l'autorizzazione  preventiva  dei  giornali,  si  contentava  delle  cauzioni  e 
dei  gerenti  responsabili.  Carlo  X  stanco  dei  freni  costituzionali  volle 
farne  senza,  e  tentò  tagliare  i  nodi  colle  famose  ordinanze  di  luglio. 
Parigi  raccolse  il  guanto  di  sfida,  e  precipitò  i  Borboni. 

La  nuova  costituzione  del  i8jo  sancì  alla  sua  volta  nell'art.  7:  «  I 
Francesi  hanno  il  diritto  di  pubblicare  e  di  far  stampare  le  loro  opinioni 
conformandosi  alle  leggi.  La  censura  non  potrà  essere  mai  ristabilita.  » 
Ma  non  perciò  la  Francia,  né  sotto  la  monarchia  di  luglio,  né  sotto  la 
repubblica  del  1848,  né  sotto  il  secondo  Impero,  né  sotto  la  repubblica 
presente,  é  riuscita  a  ordinare  stabilmente  e  convenientemente  la  libertà 
della  stampa.  Leggi  sono  succedute  a  leggi;  dal  1830  al  1835  soltanto 
se  ne_  ebbero  sette  od  otto.  Quest'ultima  volle  pei  giornali  quotidiani, 
che  si  pubblicassero  nei  dipartimenti  della  Senna,  della  Senna  e  Oise, 
della  Senna  e  Marna,  la  cauzione  di  100,000  franchi,  di  75,000  per 
quelli  che  uscissero  due  volte  la  settimana,  di  50,000  pei  settimanali. 

La  rivoluzione  del  1848  recò  la  libertà  illimitata  della  stampa,  ma 
avvenute  le  giornate  di  maggio  e  giugno,  si  ebbero  successivamente,' ai 
^  agosto  1848,  ai  27  luglio  1849,  al  16  giugno  1850,  parecchie  nuove 
leggi  colle  quali  si  aggravavano  le  pene  per  gli  accresciuti  reati  di  stampa, 
si  ristabilirono  le  cauzioni  ed  il  bollo,  s'impose  la  firma  degli  articoli. 
Quindi  il  famoso  decreto  organico  sulla  stampa  di  Napoleone  II!  dei 
17  febbraio  1852,  col  quale  si  assoggettarono  alla  licenza  i  tipografi,  i 
librai,  gli  editori  e  rivenditori,  licenze  soggette  a  revocazione;  si  assog- 
gettarono i  giornali  politici  e  sociali  ad  autorizzazione  preventiva,  al 
bollo  ed  alle  cauzioni,  si  vietavano  le  collette  per  rifarsi  delle  condanne  : 
si  rendevano  i  reati  di  stampa  giudicabili  non  dai  giurati  ma  dai  tribu- 
nali correzionali,  si  obbligavano  gli  scrittori  alla  firma  degli  articoli,  e 
si  dava  al  governo  il  diritto  di  ammonire,  sospendere  e  sopprimere  i 
giornali  amministrativamente. 

Ma  anche  sotto  l'Impero  quel  sistema  di  compressione  non  potè 
durare,  e  una  nuova  legge,  quella  degli  11  maggio  1868  aboliva  l'ob- 
bligo delle  autorizzazioni  preventive,  non  che  il  diritto  di  sospensione 
e  sopprebsione  dei  giornali  altrimenti  che  per  condanne  giudiziarie;  man- 
teneva però  le  cauzioni,  il  bollo,  il  divieto  di  attaccare  la  vita  privata, 
l'obbligo  di  firmare  gli  articoli.  La  nuova  repubblica  nei  dipartimenti 
soggetti  lungamente  allo  stato  di  assedio,  segnatamente  in  Parigi,  ritor- 
nava ai  vecchi  mezzi  dell'Impero;  e  quando  abolì  lo  stato  di  assedio 
non  si  accontentava  della  legge  del  1868,  ma  con  altra  legge  dei  3  gen- 
naio 1876  sottraeva  al  giudizio  dei  giurati,  fra  gli  altri  casi,  quelli  di 
diffamazione,  di  oltraggio  e  d'ingiuria  pubblica  contro  ogni  persona 
ed  ogni  autorità  costituita,  le  offese  contro  il  Presidente  della  repubblica, 
le  Camere,  i  sovrani  o  1  capi  dei  governi  stranieri,  i  delitti  di  pubbli- 
cazione o  riproduzione  di  notizie  false,  di  documenti  foggiati  o  falsificati 
o  bugiardamente  attribuiti  a  terzi,  di  provocazione  a  commetter  delitti, 
di  apologia  di  fatti  qualificati  dalla  legge  crimini  o  delitti,  o  di  grida 
sediziose  proferite  pubblicamente,  di  delitti  contro  i  buoni  costumi. 

In  conclusione  la  Francia  dal  1789  in  poi,  come  in  altre  parti  del 
viver  libero,  non  ha  saputo  finora  appagarsi  di  alcuna  legge  sulla  stampa; 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  203 

ha  tentato  tutti  i  sistemi  a  vicenda,  non  è  riuscita  in  nessuno;  è  stata  ed 
è  sempre  travagliata  da  quella  sua  infermità  di  non  saper  tollerare  i 
freni  e  di  non  sapere  usare  della  libertà,  intesa  finora  sempre  dai  suoi 
varii  discordi  elementi  come  un  arnese  diretto  ad  abbattere  il  governo. 
7.  Fra  le  costituzioni  dei  popoli  più  liberi,  meglio  ordinati,  notiamo 
la  belga,  la  quale  nell'art.  i8  ha  sancito:  «  La  stampa  è  libera,  la  cen- 
sura non  potrà  esser  mai  ristabilita;  non  potrà  chiedersi  alcuna  cauzione 
dagli  scrittori,  editori  o  stampatori,  —  Quando  l'autore  è  conosciuto  e 
domiciliato  nel  Belgio,  l'editore,  lo  stampatore  o  il  distributore  non  pos- 
sono essere  soggetti  a  persecuzione.  »  Sulla  quale  ultima  parte  dell'ar- 
ticolo il  Thonisseu  osserva  che  «  questa  disposizione  costituisce  una 
deroga  formale  ai  principii  essenziali  del  diritto  penale;  in  virtù  dei 
quah  tutti  quei  che  hanno  scientemente  aiutato  o  assistito  l'autore  di 
un  crimine  o  di  un  delitto,  nei  fatti  che  lo  hanno  preparato,  facilitato 
o  consumato,  sono  considerati  come  complici  e  in  tale  qualità  passibili 
d'una  pena  criminale  »  (i).  Si  tratta  insomma  di  un  vero  privilegio, 
noi  lo  discuteremo  più  innanzi,  in  favore  della  libertà  della  stampa,  e 
in  particolare  degli  editori  e  degli  stampatori,  senza  dei  quali  non  po- 
trebbe appunto  aver  luogo  il  reato  stesso  di  stampa. 

In  Germania  fino  alla  metà  del  presente  secolo  signoreggiava  sulla 
stampa  il  sistema  proibitivo  o  preventivo  (2).  La  nuova  legge  dei  7 
maggio  1874  ha  finalmente  adottato  per  tutti  gli  Stati  dell'Impero  il  si- 
stema repressivo  dei  popoli  civili  odierni  (3),  Sono  scomparse  le  cen- 
sure, le  autorizzazioni  preventive  o  concessioni  governative,  il  bollo,  le 
cauzioni.  La  legge  però  impone  che  ogni  stampato  pirti  l'indicazione 
del  nome  e  della  dimora  dello  stampatore,  dell'editore  (Verleger)  e  del 
pubblicatore  (Herausgeber);  i  periodici  debbono  portare  in  ogni  numero 
il  nome  del  redattore  responsabile.  L'editore  di  ogni  stampato  o  perio- 
dico deve  inoltre  presentarne,  al  momento  della  distribuzione,  un  esem- 
plare alla  polizia  locale.  La  legge  ammette  dei  casi  nei  quali  gli  stam- 
pati possono  essere  sequestrati  fuori  dell'azione  dell'autorità  giudiziaria. 
Il  cancelliere  dell'Impero,  in  tempo  di  guerra  o  di  pericolo  di  guerra, 
ha  diritto  di  vietare,  per  pubblio  avviso,  ogni  pubblicazione  sui  movi- 
menti delle  truppe  o  dei  mezzi  di  difesa;  la  legge  vieta  ancora  ai  gior- 
nali i  pubblici  appelli  per  sottoscrizioni  a  pagamento  di  ammende  o  spese 
incorse  a  motivo  di  azioni  dehttuose.  La  responsabilità  per  reati  di 
stampa  (art,  20J  è  determinata  dalle  leggi  penali  ordinarie;  e  se  si  tratta 
di  stampati  periodici  ne  è  punibile  il  redattore  responsabile  come  autore 
del  delitto,  salvo  che  la  presunzione  che  egli  ne  sia  l'autore  non  sia  di- 
strutta da  circostanze  particolari.  Esso  redattore  responsabile  però,  non 
che  l'editore,  lo  stampatore  e  il  propagatore,  quando  non  debbono  esser 
puniti  come  autori  o  complici  in  virtù  del  citato  art.  20,  sono  punibili 
con  ammenda  o  detenzione  in  ragione  della  loro  negligenza. 


(i)  Thonisseu.  La  Constilution  belge.  Comm.  all'art.  18,  n.  109. 

(2)  Meyer.  Lehrbuch  des  deutschen  Staatsrechts,  Leipzig,   1878,  §  221. 

(3)  Annuaire  cit.,  voi.  IV,  p.  76.  Ne  ha  fatto  un  ampio  e  pregiatissimo  commento 
il  Berner  nel  suo  Lehrbuch  des  deutschen  Pressrechts,  Leipzig,  1876. 


204  GITIDA   DELLA   STAMPA.   PERIODICA   ITALIANA. 

La  costituzione  svizzera  dei  29  maggio  1874  con  molto  senno  pra- 
tico ha  sancito  nel  suo  art.  55:  «  La  libertà  della  stampa  è  guarentita. 
Tuttavia  le  leggi  cantonali  statuiscono  i  provvedimenti  necessari!  alla 
repressione  degli  abusi;  queste  leggi  sono  sottoposte  all'approvazione 
del  Consiglio  federale.  La  Confederazione  può  statuire  delle  pene  per 
reprimere  gli  abusi  diretti  contro  di  essa  e  le  sue  autorità.  «  Cosi  il 
codice  penale  di  Zurigo  punisce  in  primo  luogo  l'autore,  poi  l'editore, 
il  pubblicatore  e  lo  stampatore;  e  inoltre  regola  il  sequestro  preventivo 
degli  stampati,  considerati  come  punibili,  da  parte  della  polizia  giudi- 
ziaria (i):  sequestro  preventivo,  ammesso  in  quasi  tutte  le  leggi  sulla 
stampa  della  Svizzera,  siccome  derivante  dalla  essenza  della  polizia  giu- 
diziaria e  del  diritto  dello  Stato  d'intervenire  a  tempo  contro  il  de- 
litto (2). 

8.  La  legislazione  italiana  è  delle  più  larghe,  non  è  meno  liberale  della 
inglese,  della  belga  e  delle  svizzere,  non  parliamo  della  repubblica  fran- 
cese, o  della  imperiale  germanica,  paesi  inferiori  a  noi  in  libertà  effet- 
tiva. Giova  riassumerla  innanzi  di  esaminare  le  gravi  questioni  costitu- 
zionali che  essa  solleva. 

Il  nostro  Statuto  non  ha  altro  sulla  stampa  che  l'art.  28  :  «  La 
stampa  sarà  libera,  ma  una  legge  ne  reprime  gli  abusi.  —  Tuttavia  le 
Bibbie,  i  catechismi,  i  libri  liturgici  e  di  preghiere  non  potranno  essere 
stampati  senza  il  preventivo  permesso  del  Vescovo.  » 

Il  complesso  della  nostra  legislazione  sulla  stampa  consiste,  nello 
Editto  dei  26  marzo  1848,  opera  principalmente  di  Sclopis,  allora  Guar- 
dasigilli, che  aveva  dinanzi  le  leggi  francesi,  ma  seppe  affrancarsi  delle 
loro  paure  e  infedeltà  agli  accolti  principii;  nelle  leggi  modificatrici  dei 
26  febbraio  1852  e  dei  20  giugno  1858;  in   alcuni  articoli  del  codice 


(i)  Art.  222.  I  fatti  punibili  commessi  con  la  stampa  soggiacciono  alle  dispo- 
sizioni penali  stabilite  pel  reato  relativo,  salvo  le  regole  seguenti  : 

Alt.  223.  «  Di  tali  fatti  è  responsabile  delle  spese  del  processo  l'autore  imme- 
diato all'opera  stampata.  Ma  se  la  pubblicazione  o  diffusione  hanno  avuto  luogo  a 
insaputa  di  lui  e  senza  suo  volere,  oppure  se  egli  non  può  essere  scoperto  e  tratto 
innanzi  ai  tribunali  di  Zurigo,  deve  risponderne  l'editore  ;  in  suo  difetto  il  pubblicatore. 
e  se  anche  questi  non  può  essere  chiamato  in  giudizio  innanzi  ai  tribunali,  Io  stam- 
patore. 

Art.  224.  Sono  sussidiariamente  responsabili  delle  spese  del  processo  e  dell'  in- 
dennizzo, che  non  possono  rifondersi  del  condannato,  le  persone  indicate,  e  nell'ordine 
stabilito  coU'art.  223.  Chiunque  le  paga  ha  il  regresso  contro  il  suo  precedente  ga- 
rante obbligato. 

Art.  225.  Queste  disposizioni  valgono  anche  nei  reati  commessi  mediante  incisioni 
in  rame  o  in  acciaio,  pietra  litografica,  intagHo  in  legno,  fotografia,  e  simiH  mezzi  di 
riproduzione. 

Art.  226.  Ogni  opera  a  stampa  edita  nel  cantone  di  Zurigo  deve  portare  il  nome 
dello  stampatore.  La  trasgressione  di  questa  disposizione  è  punita  colla  multa  di  polizia 
fino  a  500  franchi. 

Art.  227.  Q.uando  vengono  commessi  reati,  sia  mediante  la  stampa,  sia  mediante 
i  mezzi  di  riproduzione  indicati  nell'art.  225,  ovvero  quando  non  è  stata  eseguita  la 
prescrizione  dell'art.  226  sull'edizione  dell'opera  stampata,  può  essere  ordinato  il  se- 
questro preventivo  dell'opera,. ..  ed  ingiunta  in  sentenza  la  soppressione  degh  esemplari 
ancora  esistenti  ». 

(2)  Bluraer,  Handbuch  des  Schuveizerischen  Bundesstaatsrechtes.  Basel,  1877. 
Volume  I,' 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  205 

penale  del  1859,  quali  il  103  e  104  che  concernono  la  complicità,  gli 
art,  268  e  270  che  concernono  i  reati  dei  ministri  religiosi,  gli  art.  468  a 
473  concernenti  le  provocazioni  a  commettere  reati,  gli  art.  570  a  586 
che  concernono  le  pene  contro  le  diffamazioni,  i  libelli  famosi  o  le  ingiurie, 
e  l'art.  9  del  codice  di  procedura  penale  che  attribuisce  ai  giurati  anche 
il  giudizio  dei  reati  più  gravi  commessi  col  mezzo  della  stampa.  La 
legge  delle  prerogative  della  Santa  Sede  del  13  maggio  1871  ha  infine 
pareggiato  le  offese  fatte  mediante  la  stampa  al  Papa  a  quelle  fatte  al 
Re,  e  le  ha  attribuite  del  pari  alle  Corti  di  Assise.  Giova  aggiungere 
che  allo  editto  sulla  stampa  del  1848  e  alle  leggi  che  l'hanno  modifi- 
cato corrispondono  nelle  provincie  napoletane  e  siciliane  i  decreti  luogo- 
tenenziali del  I  e  17  dicembre  1860. 

La  nostra  legge  organica  si  può  considerare  come  divisa  in  due 
parti.  Nella  prima  che,  salvo  alcune  modificazioni,  è  ancora  in  vigore, 
si  tratta  delle  disposizioni  generali  e  fondamentali  sulla  libertà,  sulla 
responsabilità,  sui  reati  di  stampa;  nella  seconda  si  tratta  della  proce- 
dura giudiziaria,  che  è  stata  abrogata  dal  nuovo  codice  di  procedura 
penale  e  dalle  nuove  leggi  sull'ordinamento  dei  giurati. 

L'art.  I  comincia  col  dichiarare  libera  la  manifestazione  del  pensiero 
mediante  la  stampa  ed  ogni  altro  artificio  meccanico  atto  a  riprodurre 
segni  figurativi:  litografia,  incisioni  e  simili.  Ognuna  però  di  queste 
manifestazioni  deve  indicare  il  luogo,  l'officina  e  l'anno  dell'impressione, 
non  che  il  nome  dello  stampatore.  Sono  esenti  dalla  sottoscrizione  l'edi- 
tore e  l'autore.  Mancando  lo  stampatore  all'accennata  prescrizione  è  sog- 
getto alla  multa  da   100  a  300  lire  (art.  3). 

Oltracciò  la  legge  ha  ordinato  una  certa  polizia  sulla  stampa.  Non 
vi  ha  alcuna  censura,  ma  lo  stampatore  (non  parliamo  ora  delle  dispo- 
sizioni speciali  sulle  pubblicazioni  periodiche)  deve  presentare  la  prima 
copia  di  ogni  suo  stampato  alla  procura  generale  o  reale,  ovvero  alla 
pretura  locale,  sotto  pena  di  multa  fino  a  L.  300;  e  nel  termine  di  dieci 
giorni  deve  presentarne  altre  due,  agli  archivii  di  Corte  cui  per  dispo- 
sizione del  Governo  è  stata  sostituita  la  biblioteca  nazionale,  ed  alla 
biblioteca  dell'Università  della  circoscrizione,  sotto  ammenda  di  50  lire 
(art.  7  e  8),  La  nostra  legislazione  ha  rispettato  inoltre  la  libertà  della 
stampa,  astenendosi  dallo  assoggettare  l'industria  tipografica  a  quelle 
cautele  preventive,  nei  cui  eccessi  si  è  tanto  segnalata  la  Francia.  Da 
noi  su  questo  riguardo  la  legge  sulla  stampa  si  rimette  alle  leggi  speciali 
in  argomento,  ma  non  vi  ha  altro  in  proposito  che  gli  articoli  5 1  a  56  della 
legge  sulla  pubblica  sicurezza,  e  l'art.  67  del  Regolamento  corrispondente, 
semplicissimi.  Per  essi  non  occorre  altro  per  l'esercizio  della  industria 
tipografica  che  una  dichiarazione  all'autorità  locale  di  sicurezza.  Soltanto 
lo  smercio  delle  sentenze  e  degli  atti  di  procedura  criminale  per  le  vie 
è  subordinato  all'autorizzazione  del  Pubblico  Ministero,  e  i  pubbhci 
affissi  sulle  vie,  salvo  i  commerciali,  han  d'  uopo  della  licenza  dell'  au- 
torità di  sicurezza  pubblica. 

La  legge  (art.  9,  io  e  11)  vieta  la  riproduzione  degli  scritti  con- 
dannati, del  nome  dei  giurati  di  una  causa,  di  voti  individuali  dei  giudici  ; 
delle  discussioni  segrete  del  Senato,  della  Camera  dei  deputati,  e  dei 
tribunali. 


206  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

La  legge  sull'ordinamento  dei  giurati  degli  8  maggio  1874  aveva 
col  suo  art.  49  aggiunto  la  proibizione  di  pubblicare  gli  atti  e  i  reso- 
conti dei  dibattimenti  penali  prima  della  sentenza;  ma  un  tal  divieto 
venne  abrogato  dalla  legge  dei  6  maggio   1877. 

Sono  ancora  considerati  come  reati  di  stampa,  e  quindi  variamente 
puniti,  le  provoca:;ioni  mediante  la  stampa  a  commettere  crimini,  delitti 
e  contrav\enzioni,  segnatamente  i  crimini  contemplati  negli  articoli  153 
e  154  del  codice  penale,  cioè  gli  attentati  contro  il  Re  e  la  famiglia  reale 
(art.  14  dello  Editto);  a  l'impugnare  formalmente  1'  inviolabilità  della 
persona  del  Re,  l'ordine  della  successione  al  Trono,  1'  autorità  costitu- 
zionale del  Re  e  delle  Camere  »  (art.  15);  le  contumelie,  gli  oltraggi, 
le  offese  e  l'eccitamento  al  disprezzo  verso  la  religione  dello  Stato  (ar- 
ticolo 16  dell'Editto,  185  dei  codice  penale),  la  derisione  e  Toltraggio 
verso  gli  altri  culti  permessi  nello  Stato  (art.  18),  le  offese  ai  buoni 
costumi  (art.  17);  le  offese  verso  la  persona  del  Re  (art.  19),  cui  sono 
state  pareggiate  dalla  legge  delle  Guarentigie  (art,  2)  quelle  verso  la 
persona  del  Papa;  il  far  risalire  al  Re  la  responsabilità  degli  atti  del 
Governo  (art.  20);  gli  oltraggi  al  Senato  o  alla  Camera  dei  deputati 
(art.  21),  che  però  a  torto  han  d'uopo  della  loro  istanza;  Vntto  di  ade- 
sione puhblicanunte  ad  altra  forma  di  Governo,  la  manifestazione  di  voti 
o  le  minaccie  di  distruzione  dell'ordine  monarchico  costituzionale  (ar- 
ticolo 22);  il  compromettere  colla  divulg;zione  dei  segreti  di  Stato  la 
sicurezza  esterna  dello  Stato,  e  il  giovamento  diretto  ai  suoi  nemici 
(art.  23);  «qualunque  offesa  contro  l'inviolabilità  del  diritto  di  pro- 
prietà, la  santità  del  giuramento,  il  rispetto  dovuto  alle  leggi,  ogni  apo- 
logia di  fatti  qualifi.ati  crimini  o  delitti  dalla  legge  penale,  ogni  pro- 
vocazione all'odio  fra  le  varie 'condizioni  sociali  e  contro  l'ordinamento 
della  famiglia  »  (art.  24).  La  legge  del  1858  a  questo  proposito  punì 
più  gravemente  l'apologia  dell'assassinio  politico  «  sia  che  venga  espres- 
samente approvato,  sia  che  si  cerchi  soltanto  di  giustificarlo  ».  L'art.  25 
punisce  le  offese  contro  i  sovrani  o  i  capi  dei  governi  stranieri  e  i  loro 
inviati  diplomatici. 

Sono  ancora  punite  le  offese  contro  gli  ufficiali  pubblici  (art.  i^iy, 
le  diffamazioni  e  i  libelli  famosi  contro  i  privati,  gli  scritti  importanti 
fatti  determinati  che  offendono  l'onore,  la  riputazione  altrui,  e  che  li 
esporrebbero  all'odio  e  al  disprezzo  (art.  570  e  seguenti  del  codice  pe- 
nale). «  Nei  casi  di  offesa  contro  i  depositari!  od  agenti  dell'autorità 
pubblica  per  fatti  relativi  all'esercizio  delle  loro  funzioni,  l'autore  della 
stampa  incriminata  sarà  ammesso  a  somministrare  la  prova  dei  fatti  da 
esso  imputati  »  (art.  29). 

Sono  libere  da  imputazione  le  pubblicazioni  dei  discorsi  od  atti 
delle  due  Camere  e  degli  scritti  avanti  ai  tribunali. 

Il  carcere  per  reati  di  stampa  deve  essere-*distinto  da  quello  sta- 
biUto  pei  delinquenti  di  reati  comuni  (art.  34). 

Speciali  disposizioni  reggono  le  pubblicazioni  periodiche.  Ogni  cit- 
tadino maggiore  d'età,  ogni  società  o  corpo  morale  può  pubblicare  uno 
scritto  periodico  (art.  35),  purché  presenti  al  Ministero  dell'Interno  prima 
della  pubblicazione  una  dichiarazione   in    iscritto,   documentata,  da  cui 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  207 

risultino  le  condizioni  dell'articolo  precedente,  la  natura  della  pubblica- 
zione, il  nome  della  tipografia,  il  nome  e  la  dimora  del  gerente  respon- 
sabile, indispensabile  ad  ogni  giornale  (art.  ^6  e  37).  Mancando  im- 
provvisamente il  gerente,  si  deve  provvisoriamente  presentare  all'autorità 
locale  come  responsabile  un    redattore. 

Il  gerente  deve  sottoscrivere  la  minuta  del  primo  esemplare  di  ciò 
che  sarà  stampato,  ed  ogni  copia  dovrà  riprodurla,  e  al  momento  della 
pubblicazione  presentare  la  minuta  alla  procura.  Il  gerente  è  obbligato, 
non  più  tardi  della  seconda  pubblicazione  successiva  al  secondo  giorno 
del  ricevimento,  d' inserire  le  risposte  delle  persone  indicate  o  nominate, 
che  non  oltrepassino  il  doppio  dello  articolo  che  li  concerne;  deve  pub- 
blicare (a  pagamento  però)  le  comunicazioni  o  rettificazioni  del  Governo 
e  delle  autorità  costituite,  le  sentenze  di  condanna  contro  di  loro. 

Il  Procuratore  Generale,  ii  Procuratore  del  Re  e  i  Pretori,  hanno 
rispettivamente  il  diritto  di  ordinare  il  sequestro  preventivo  degli  stam- 
pati contrarli  alla  legge  sulla  stampa,  salvo  a  promuovere  fra  24  ore 
il  procedimento  opportuno  (art-  52). 

Il  punto  importantissimo  della  competenza  è  cosi  regolato.  I  reati  più 
gravi  e  d'indole  politica,  contemplati  negli  accennati  articoli  14  a  24(1) 
dell'editto  sulla  stampa,  e  nell'art.  2  della  legge  sulle  Guarentigie  (2), 
i  reati  cioè  contro  la  sicurezza  interna  od  esterna  dello  Stato,  contro 
il  Re,  il  Papa,  le  Camere,  la  religione,  i  buoni  costumi,  la  costituzione 
politica  e  sociale  sono  attribuiti  alle  Corti  di  Assisie:  gli  altri  reati,  se- 
gnatamente quelli  contro  i  privati,  e  anche  quelli  contro  i  depositarli 
della  pubblica  autorità,  come  tali,  spettano  ai  Tribunali  civili  e  corre- 
zionali. A  questi  spettano  ancora  i  giudizii  nei  casi  di  offese  contro  i 
Sovrani,  o  i  capi  dei  governi  stranieri,  in  virtù  della  legge  del  26  feb- 
braio 1852,  fatta  approvare  da  Cavour  per  motivi  prlitici  di  riguardo 
verso  la  Francia,  offesa  dagli  eccessi  dei  giornali  in  odio  ai  fatti  del  185 1, 
ampiamente  da  lui  svolti  nel  suo  discorso  dei  5  gennaio  di  quell'anno 
alla  Camera  dei  deputati  (3). 


(i)  Gli  articoli  16  e  18  sono  stati  aggiunti  alla  competenza  dei  giurati  dall'art  9 
del  Codice  di  procedura  penale. 

(2)  Giova  averne  presente  il  testo:  «  L'attentato  contro  la  persona  del  Sommo 
Pontefice  e  la  provocazione  a  commetterlo  sono  punibili  colle  stesse  pene  stabilite 
per  l'attentato  e  per  la  provocazione  a  commetterlo  contro  la  persona  del  Re.  —  Le 
offese  e  le  ingiurie  pubbliche,  commesse  direttamente  contro  la  persona  del  Pontefice 
con  discorsi,  con  fatti  o  coi  mezzi  indicati  nell'art.  1.°  della  legge  sulla  srampa,  sono 
puniti  colle  pene  stabilite  all'art.  19  della  legge  stessa. — I  detti  articoli  sono  di  azione 
pubblica  e  di  competenza  della  Corte  di  Assisie. — La  discussione  sulle  materie  religiose 
é  pienamente  libera.  » 

(3)  «  Non  sarò,  fra  le  altre  cose  egli  disse,  tacciato  di  esagerazione,  se  aff'ermo 
che  quando  la  stampa  di  uno  Stato  insulta  di  continuo  i  capi  degli  esteri  governi, 
crea  in  questi  un  sentimento  di  malevolenza  rispetto  alla  nazione  dove  tali  scritti  sono 
divulgati.  Nelle  presenti  condizioni  di  Europa  noi  non  abbiamo  soltanto  relazioni  di- 
plomatiche coi  nostri  vicini,  ma  trattiamo  ogni  giorno  con  essi  un' infinità  d'interessi 
privati.  Un  grande  numero  di  nostri  concittadini  abita  nei  vicini  paesi.  In  Francia 
hannovi  forse  un  cinquanta  o  sessanta  mila  dei  nostri  connazionali,  i  quali  hanno 
un'  infinità  d' interessi,  ed  hanno  bisogno  d' invocare  ad  ogni  piò  sospinto  l' intervento 
del  proprio  Governo  presso  quello  dello  Stato  in  cui  hanno  fermato  la  propria  dimora. 
Ora  se  la  stampa  giunge  a  creare  un  sistema  di  animosità  contro  di  noi,  non  credete 


208  GUIDA   DELLA   STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

Di  somma  importanza  sono  in  particolare  i  due  articoli  che  con- 
cernono la  responsabilità.  L'art.  4  statuisce:  «  Le  azioni  penali  stabilite 
dal  presente  Editto,  salvo  le  eccezioni  per  le  pnhblicn^ìoni  periodiche^  sa- 
ranno esercitate  in  primo  luogo  contro  l'autore,  secondo  contro  l'editore, 
se  l'uno  o  l'altro  siano  sottoscritti  od  altrimenti  conosciuti,  e  finalmente 
contro  lo  stampatore,  in  modo  che  l'uno  sia  sempre  tenuto  in  sussidio 
dell'altro.  »  L'art.  47  invece,  nel  capo  delle  pubblicazioni  periodiche,  ha 
sancito:  «  Tutte  le  sanzioni  penali,  portate  da  questo  capo,  sono  appli- 
cabili ai  gerenti  dei  giornali  e  agli  autori  che  avranno  sottoscritti  gli 
articoli  in  essi  giornali  inseriti. — La  condanna  pronunciata  contro  l'au- 
tore sarà  pure  estesa  contro  il  gerente,  che  verrà  sempre  considerato 
come  complice  dei  delitti  e  contravvenzioni  commesse  con  pubblicazioni 
fatte  nel  suo  giornale.  » 

In  altri  termini,  nei  reati  commessi  mediante  la  stampa  non  pe- 
riodica, la  responsabilità  è  senza  alcun  dubbio  tutta  dell'autore  in  primo 
luogo,  e  in  secondo  dell'editore,  quando  siano  sottoscritti  o  noti  altri- 
menti; lo  stampatore  non  viene  che  in  terzo  luogo,  e  in  via  sus- 
sidiaria; salvo  che,  avendo  operato  scientemente,  non  abbia  a  conside- 
rarsi come  complice  secondo  il  diritto  comune  sulla  complicità.  La 
questione  gravissima  è  sulla  stampa  periodica,  se  si  possano  imputare 
coraulativamante,  il  gerente  responsabile  che  per  legge  esplicita  lo  è 
sempre,  e  gli  autori  non  sottoscritti,  ma  altrimenti  conosciuti;  in  altri 
termini  se  l'art.  47  renda  nella  stampa  periodica  inapplicabile  l'art.  4.° 
o  pur  no. 

La  dottrina  e  la  giurisprudenza  si  sono  divise  in  proposito.  Gli  uni 
hanno  negato  e  negano  la  responsabilità  dell'autore  non  sottoscritto,  ar- 
gomentando dal  principio  dirigente  della  nostra  legge,  la  libertà  della 
stampa  periodica,  e  di  non  sottoscrizione;  dalla  lettera  dell'articolo  che 
eccettua  dalla  responsabilità,  successivamente,  dell'autore,  dell'editore  e 
dello  stampatore,  le  pubblicazioni  periodiche,  rette  invece  dall'art.  47, 
il  quale  non  chiama  responsabile  che  il  gerente,  e,  solo  quando  fosse 
sottoscritto,  l'autore  (i). 

Gli  altri  in  contrario  osservano  che  l'art.  47,  rettamente  letto  e  in- 
terpretato, si  riferisce  alle  contravvenzioni,  alle  disposizioni  della  legge 
sulla  stampa  ordinata  nel  capo  Vili,  non  già  alla  responsabilità  dei  reati 
di  stampa  in  genere,  regolata  sempre  dall'art.  4.°  che  è  sotto  il  capo 
delle  disposizioni  generali;  in  altri  termini,  se  trattasi  di  contravvenzioni 
speciah  al  capo  Vili  sono  responsabili,  conforme  all'art.  47,  i  gerenti  e 
gli  autori  che  si  sieno  sottoscritti;  ma  se  trattasi  di  reati  propri  dello 
scritto  si  applicano  i  principii  generali  o  di  diritto  comune  sulla  stampa 
contenuti  nell'art,  4. 


voi  che  renderà  molto  più  difficile  l' intervento  che  il  nostro  Governo  è  chiamato  ad 
esercitare  ogni  giorno  nell'interesse  dei  nostri  concittadini?  Credete  voi  che  il  nostro 
ambasciatore  possa  compiere  facilmente  il  suo  mandato,  quando  deve  presentarsi  nei 
ministeri  per  parlare  in  favore  di  qualunque  connazionale,  se  trova  sullo  scrittoio  dei 
ministri  la  Maga  od  il  Fischietto?  » 

(i)  Corte  di  appello  di  Roma,  27  febbraio  1877;  Foro  ital.    1877,  II,  142.  — 
Corte  di  appello  di  Genova,  dei  21  dicembre  1853;  Giurisp.  italiana  1853,  p.  II,  802. 


LA   LIBERTÀ   DI   STàMPA.  209 

Difatti  il  Pisanelli  nella  riproduzione  riveduta  della  legge,  da  lui 
fatta  sanzionare  a  Napoli  dal  luogotenente  del  Re  nel  1860  per  le  pro- 
vince meridionali,  scrisse  esplicitamente  nell'art.  48  :  «  Tutte  le  dispo- 
sizioni penali  sanzionate  da  questa  legge  sono  applicabili  ai  gerenti  dei 
giornali  e  scritti  periodici,  e  agli  autori  e  compilatori  degli  articoli  in 
essi  giornali  periodici  inseriti,  sia  che  li  abbiano  sottoscritti,  sia  che  ve- 
nissero ad  essere  altrimenti  conosciuti.  » 

Non  si  deve  dimenticare  che  lo  stesso  legislatore  ha  scritto  nel 
preambolo  della  legge:  «  Abbiamo  voluto  che  il  sistema  di  repressione 
in  essa  legge  contenuto,  si  conformasse  quanto  più  fosse  possibile  alle 
disposizioni  del  vigente  nostro  codice  penale,  evitando  così  la  non  ne- 
cessaria deviazione  dalla  legge  comune.  »  Non  bisogna  inoltre  dimen- 
ticare che  l'interpretazione  contraria  renderebbe  legale  l'assurdità  morale 
di  punire  esclusivamente  il  gerente,  che  è  un  reo  fittizio,  e  gli  autori 
sottoscritti,  e  lasciare  impuniti  i  veri  rei,  e  quelli  meno  meritevoli  di 
assoluzione,  gli  autori  non  sottoscritti;  tanto  più  che  il  nostro  codice 
penale  (art.  570  e  seg.)  punisce  gli  autori  della  diffamazione  anche  col 
mei:(o  della  stampa,  e  se  contentandosi  del  solo  gerente  responsabile,  non 
s'investigassero  e  punissero  gli  autori,  quegli  articoli  resterebbero  lettera 
morta.  La  maggioranza  della  nostra  magistratura  ha  accolto  queste  ra- 
gioni (i),  e  noi  siamo  dello  stesso  avviso.  Con  simili  principii  si  è  de- 
ciso ancora  che  il  direttore,  il  quale  non  è  contemplato  affatto  dalla 
legge,  non  sia  responsabile  degli  articoli  del  giornale  da  lui  diretto,  se 
non  quando  si  pruova  avere  agito  con  dolo  secondo  il  diritto  comune 
sulla  complicità  (2);  e  che  degli  articoli  firmati  Li  Direzione,  siano  re- 
sponsabili tutti  i  suoi  membri,  secondo  il  diritto  comune  sui  reati  cui 
abbiano  concorso  più  persone,  salvo  pruove  di  non  avere  preso  parte 
al  reato  (3). 

9.  Se  noi  ora  vogliamo  formarci  un  concetto  complessivo  di  questa 
nostra  legislazione,  possiamo  dire  che  bisogna  distinguere  due  categorie 
di  manifestazioni  del  pensiero  mediante  la  stampa  e  suoi  equivalenti,  le 
pubbhcazioni  non  periodiche  e  le  periodiche.  Amendue  non  sono  sog- 
gette ai  mezzi  preventivi  della  censura,  a  nessuna  autorizzazione,  o  sot- 
toscrizione di  autori  od  editori,  nemmeno  a  tasse  speciali  di  bollo  ed  a 
cauzioni,  ammesse  da  molte  legislazioni  di  popoli  liberi.  Vi  ha  soltanto 
una  certa  polizia  della  stampa,  consistente  nell'obbligo  delle  indicazioni 


(i)  Cassazione  di  Torino,  28  gennaio  1875;  Giur.  Ital.  1875,  p.  I,  sez.  i.',  204. — 
Cassazione  di  Torino,  7  aprile  1869;  Annali  di  Giuris.  1869,  pi,  sez  II,  42  — Cas- 
sazione di  Milano,  19  febbraio  1802;  Giuris.  Ita!.  1862:  p.  I.  229.  —  Cassazione  di  Fi- 
renze, 29  gennaio  1873  ;  Giuris.  Ital.  1873,  p.  I,  85.  —  Cassazione  di  Torino  4  gen- 
naio 1854;  Giuris.  Ital.  1854,  p.  I,  24.  —  Cassazione  di  Torino,  21  aprile  1876; 
Foro  ital.  1876,  p.  II,  264.  —  Corte  di  Appello  di  Venezia,  15  novembre  1877;  Foro 
ital.  1878,  II,  48.  —  Corte  di  appello  di  Parma,  24  maggio  1872;  Giur.  ital.  1872, 
p.  II,  331.  —  Cassazione  di  Torino,  17  luglio  1857;  Giuris.  ital.  1857,  p.  I,  757.  — 
Raccolta  di  Leggi  speciali  di  Pacifici  Mazzoni.  V.  I.  Commento  dei  Clavarino  alla  legge 
sulla  stampa,  art.  47. 

(2)  Cassazione  di  Torino,  21  aprile  1876;  Foro  ital.  1876;  II  264  —  Tribunale 
di  Cagliari,  1872;  La  Legge  1873,  p.  I,  334. 

(3)  Cassazione  di  Torino,  28  giugno  1853;  Giuris.  ital,  1854,  p.  I,  559. 

N.  Bernardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana  —  14. 


210  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

sullo  Stampato  del  luogo,  dell'oflScina,  dell'anno  della  impressione,  del 
nome  dello  stampatore,  delle  semplici  dichiarazioni  occorrenti  per  l'e- 
sercizio dell'arte  tipografica;  della  presentazione  delle  prime  copie  degli 
stampati,  e  per  le  pubblicazioni  periodiche,  previa  la  presentazione  di  un 
gerente  responsabile. 

Propriamente  si  affida  al  sistema  repressivo.  La  legge,  traccia  ceni 
limiti  al  diritto  di  libera  stampa,  a  tutela  del  diritto  pubblico  e  privato: 
determina  una  responsabilità,  crea  per  le  pubblicazioni  periodiche  un  ge- 
rente risponsabile;  dà  al  Pubblico  Ministero  diritto  di  sequestro  degli 
scritti  incriminati,  commina  delle  pene  ai  varii  violatori  del  diritto. 

Le  pene  sono  miti.  I  giudizii,  nei  casi  più  gravi  e  in  quelli  d'in- 
dole politica,  han  luogo  mediante  i  giurati. 

Infine,  né  la  legge  sulla  stampa,  né  il  codice  penale  dispone:ono  cosa 
alcuna  sulla  pubblicazione  delle  Bibbie  e  dei  libri  liturgici  dell'art.  28 
dello  Statuto. 

Lasciando  stare  le  minute  questioni  di  applicazioni  od  interpretazione, 
e  di  ordine  meramente  di  diritto  e  di  procedura  penale,  tutto  ciò  solleva 
parecchie  gravi  questioni  di  diritto  costituzionale: 

Può  ammettersi  la  libertà  della  stampa  assolutamente,  senza  censura 
e  senza  autorizzazioni  di  giornali  ? 

Sono  contrari  alla  libertà  della  stampa  i  mezzi  di  prevenz'one,  ve 
ne  ha  di  ammissibili  e  quali  ? 

Lo  sono  il   bollo,  le   cauzioni  e  l'obbligo  di  firmare  gli  articoli? 

Sono  contrarli  al  diritto  altri  mezzi  amministrativi,  quali  le  ammo- 
nizioni, le  sospensioni  e  le  soppressioni,  i  sequestri  preventivi  ? 

In  che  consiste  il  sistema  repressivo  ? 

Chi  deve  esser  tenuto  a  rispondere  dei  reati  di  stampa  ? 

Si  può  giustificare  l'istituzione,  nelle  pubblicazioni  periodiche,  del 
gerente  responsabile  ? 

Quid  del  giudizio  dei  reati  di  stampa  mediante  i  giurati  ? 

Si  può  in  qualche  caso  sospendere  la  libertà  della  stampa  ? 

Qual  valore  giuridico  può  avere  presenti-mente  in  Italia  il  secondo 
comma  dell'art.  28  dello  Statuto  ? 

10.  La  libertà  della  stampa,  massime  della  periodica,  é  da  tempo  segno 
d'inestinguibile  odio  e  d'indomato  amore.  Coloro  i  quali  non  l'am- 
mettono osservano  che  essa  è  stata  ed  é  fonte  di  mali  inestimabili.  Vi 
ha  nella  società  civile  alcuni  principii  che  assolutamente  debbono  essere 
sacri,  al  di  fuori  d'ogni  discussione,  sia  nell'ordine  morale,  sia  nel  po- 
litico e  sociale;  per  esempio,  Dio,  l'immortalità  dell'anima,  il  principio 
di  autorità,  la  costituzione  politica,  la  proprietà,  la  santità  della  famigha. 
La  libera  stampa  vuol  dire  che  é  lecito  ad  ognuno  di  attaccare  codeste 
fondamenta  della  società  ed  eccitare  gl'istinti  più  brutali  e  malvagi.  Il 
mondo  è  pieno  d'inesperti,  di  cupidi,  di  tristi;  e  il  male  è  per  propria 
natura  di  gran  lunga  più  diffuso  del  bene,  è  eminentemente  contagioso. 

Vi  ha  un  numero  troppo  grande  d'uomini,  su  cui  le  declamazioni 
contro  Dio,  contro  l'ordine  pohtico  e  sociale,  hanno  gran  presa,  e  che 
non  leggono  altro.  I  giornali  sono  specialmente  pericolosissimi.  Parlando 
di  tutto  ciò  che  può  soddisfare  agli   svariati  gusti   del  pubblico,  delle 


LA    LIBERTÀ   DI   STAMPA.  211 

notizie  politiche  giornaliere  dello  Stato  e  del  mondo  intero,  dando  no- 
tizie delle  discussioni  parlamentari  e  giudiziarie,  dei  fatti  varii  quotidiani, 
di  storia,  di  lettere,  di  arti;  pubblicando  matrimonii,  morti,  reati,  suicidi, 
annuncii  commerciali,  soddisfano  la  curiosità  universale,  anche  la  più 
malsana;  sbocconcellando  il  sapere,  si  adattano  a  tutte  le  iatelligenze,  a 
tutte  le  professioni;  uscendo  ogni  giorno,  periodicamente,  diventano 
un'abitudine,  un  bisogno  della  vita;  e  potendo  battere  ogni  giorno  so- 
pra un  chiodo,  parlando,  non  al  nome  di  un  individuo,  ma  di  un  par- 
tito politico,  religioso,  sociale,  diventano  una  vera  potenza.  Non  senza 
ragione  gl'Inglesi  han  chiamato  così  la  stampa  il  quarto  potere  dello 
Stato. 

Il  giornale  a  buon  mercato,  segnatamente,  leggiero,  pettegolo,  pieno 
di  fatti  varii  e  di  allettamenti,  penetra  da  per  tutto,  va  per  le  mani  di 
tutti,  insegna  a  tutti  a  non  aver  nulla  di  sacro  e  di  fermo,  demohsce 
tutti. 

Nessun  principio  morale  o  sociale,  nessuna  costituzione,  nessuna 
autorità  o  riputazione,  può  quindi  resistere  all'attacco  di  scrittori  senza 
vera  dottrina,  senza  coscienza,  che  non  possono  non  abbondare  in 
qualsiasi  società,  i  quali  ogni  giorno  avventino  sofismi  e  dileggi  contro 
tutti  e  contro  tutto,  ed  eccitino  le  passioni.  E  qui  citano  diversi  governi 
che  sono  stati  demoliti  dalla  stampa  anarchica,  specialmente  quelli  della 
Francia,  al  tempo  della  prima  rivoluzione  sul  finire  del  secolo  scorso, 
al  1848,  al  1869  e  70.  Colla  libertà  della  stampa  è  facilissimo  ai  cosi 
detti  briganti  della  penna  di  attentare,  non  solo  all'autorità  e  ai  gover- 
nanti mettendoli  ogni  giorno  in  odio  e  in  dileggio,  alla  costituzione, 
alla  reh'gione,  alla  proprietà,  alla  famiglia,  ma  anche  di  attentare  all'o- 
nore degl'individui,  per  vendetta,  per  lucro  e  per  altra  maligna  passione. 
Gh  è  vero  che  vi  sono  le  leggi  repressive,  si  dice,  ma  si  potrà  punire 
quando  il  male  è  già  fatto,  quando  l'animo  altrui  è  corrotto,  la  ripu- 
tazione altrui  distrutta,  il  rispetto  a  ogni  autorità  perduto  ?  Non  sarebbe 
megho  prevenire  prima  che  il  male  sia  fatto  ?  Si  prevengono  i  mali  de- 
rivanti dalla  fabbricazione  o  dalla  vendita  dei  veleni  materiali,  perchè  non 
si  prevengono  quelli  dei  veleni  morali  ? 

11.  Senonchè  si  risponde  che  il  pensiero  dell'uomo  è,  dev'esser  libero, 
non  solo  in  sé  ma  anche  nelle  sue  manifestazioni.  Si  dice  che  vi  ha 
alcuni  principii  superiori  inattaccabili.  Quali  ? 

Nell'ordine  scientifico  nessuna  dottrina  può  dirsi  infallibile,  perchè 
la  storia  c'insegna  che  tutte  le  generazioni  umane,  tutti  i  grandi  uomini 
sono  soggetti  ad  errare.  Troppi  principii  reputati  per  secoli  verissimi, 
e  non  solo  dai  governi  e  dalle  Chiese,  ma  da  tutti,  sono  stati  di  poi 
dimostrati  falsi  dal  libero  spirito  dell'uomo:  e  malgrado  le  paure  l'u- 
manità lungi  di  averne  alcun  danno  ne  ha  avuto  il  più  gran  beneficio. 
Socrate  fu  stimato  un  corrompitore  della  gioventù  e  fu  condannato  a 
bere  la  cicuta.  Cristo  alla  croce,  i  primi  cristiani  vennero  dati  in  preda 
alle  fiere,  i  liberi  pensatori  all'Inquisizione.  In  altri  tempi  erano  consi- 
derate universalmente  erronee  e  sovversive  la  dottrina  di  Galileo  sul  moto 
della  terra,  quella  dei  difensori  della  inviolabilità  della  hbera  coscienza 
umana.  E  si  noti  che  parteciparono  troppo  spesso  all'errore,  professato 


212  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

universalmente  per  vero,  gli  uomini  più  eminenti  del  tempo.  Aristotile 
difese  la  schiavitù,  Platone  il  comunismo,  i  cristiani  furono  perseguitati 
meno  da  uomini  come  Nerone  o  Caligola  che  da  un  Traiano  e  da  un 
Marco  Aurelio.  Chi  ci  assicura  che  ciò  che  noi  reputiamo  una  verità 
indispensabile  non  sia  invece  ancora  un  errore  ?  Ma  ammettiamo  pure  che  il 
principio  che  si  vorrebbe  ritenere  per  vero  lo  sia  effettivamente,  la  verità 
risplende,  penetra  e  si  rafferma  negli  animi,  più  in  seguito  al  contrasto 
coi  suoi  oppositori,  che  coll'affermazione  dogmatica. 

Stuart  Miil  osservava  a  tal  riguardo:  «  Se  l'opinione  è  giusta  si 
priva  l'umanità  della  possibilità  di  lasciare  l'errore  per  la  verità;  se  è 
falsa,  si  perde  un  beneficio  quasi  grande  altrettanto,  la  percezione  più 
chiara  e  l'impressione  più  viva  della  verità,  prodotta  dalla  sua  collisione 
coU'errore  »  (i). 

Ma  ammesso  ancora,  l'eminente  filosofo  aggiungeva,  che  «  l'opi- 
nione ridotta  al  silenzio  fosse  un  errore,  essa  può  contenere,  e  ciò  anzi 
accade  il  più  delle  volte,  una  parte  di  vero;  e  poiché  l'opinione  generale 
o  dominante  sopra  qual  si  voglia  argomento,  di  rado  è,  non  mai  è  tutta 
la  verità,  non  si  ha  probabilità  di  conoscerla  interamente,  che  per  la 
collisione  colle  opinioni  avverse  ....  Ancora  che  la  opinione  ricevuta  con- 
tenesse la  verità  e  tutta  la  verità,  la  si  professerà  come  un  pregiudizio, 
senza  comprendere  o  sentire  i  suoi  principii  razionali,  se  essa  non  può 
essere  discussa  vigorosamente  e  lealmente.  Il  senso  della  dottrina  mede- 
sima corre  rischio  di  essere  perduto,  indebolito  o  privato  del  suo  effetto 
vitale  sul  carattere  o  sulla  condotta,  perchè  il  dogma  diventerà  una  sem- 
plice formola  inefficace  pel  bene,  che  ingombrerà  il  terreno,  ed  impedirà 
il  nascimento  d'ogni  convinzione  fondata  sulla  ragione  o  sulla  esperienza 
personale  »  (2). 

Ebbe  ragione  il  Guizot  una  volta  ad  osservare  che  «  non  sono  gli 
uomini,  i  quali  hanno  inventato  l'analogia  del  bene  colla  luce,  del  male 
colle  tenebre;  questa  idea  comune  a  tutte  le  religioni  è  il  simbolo  della 
prima  delle  verità  ». 

Adunque  se  noi  consideriamo  la  libertà  della  stampa  nella  sua  prima 
forma,  la  libertà  della  discussione  scientifica  anche  di  quei  principii  ri- 
tenuti superiori  ad  ogni  contestazione,  essa  resiste  a  tutte  le  critiche, 
ed  è  fonte  del  maggior  bene,  anzi  la  condizione  indispensabile  della  co- 
gnizione della  verità  e  dell'altezza  del  pensiero  degli  individui  come  delle 
nazioni.  Non  s'intenderebbe  la  libertà  se  non  si  avesse  questa  illimitata 
libertà. 

D'altra  parte  a  chi  confidare  questo  immane  potere  di  limitare  an- 
ticipatamente la  libertà  di  pubblicazione  delle  investigazioni  dello  spirito 
umano  ?  Alle  Chiese  ?  Ma  esse  sono  per  natura  dommatiche;  ciò  che  è 
fuori  della  loro  credenza  è  riputato  errore  e  darebbe  luogo,  come  nella 
vecchia  Atene,  a  Gerusalemme,  nel  mondo  cattolico,  anglicano,  puritano 
e  ginevrino,  alla  più  tirannica  intolleranza.  Ai  Governi  ?  ma  possono  i 
Governi,  cioè  i  partiti   politici  in  maggioranza,   reputarsi   nell'esclusivo 


(i)  Stuart  Mill,  Oa  Liberty,  C.  I,  p.  2. 
(2)     Id.    C.  II,  p.  185. 


LA   LIBERTI   DI   STAMPA.  ^13 

possesso  del  vero  ?  Alla  scienza  ?  ma  i  dotti  sono  esclusivi,  e  si  creerebbe 
il  monopolio  degli  aristotelici  a  fronte  dei  platonici,  degl'  idealisti  a  fronte 
dei  positivisti,  e  simili. 

La  stampa  dunque  dev'essere  assolutamente  libera. 

Le  idee  false  non  debbono  essere  soppresse,  ma  discusse;  la  verità 
non  potrà  brillare  che  di  una  luce  più  rispledente  e  più  feconda;  non 
debbono  essere  combattute  colla  forza  ma  con  altre  ragioni;  parlando 
allo  spirito  debbono  essere  combattute  colle  stesse  armi  dello  spirito,  il 
ragionamento  e  la  parola. 

Ma  si  dice,  quanto  alla  libertà  della  stampa  politica,  i  Governi,  l'or- 
dine pubblico  non  possono  resistere  agli  attacchi  dei  loro  nemici,  me- 
diante la  libera  stampa  giornaliera. 

Errore.  La  storia  c'insegna  che  un'infinità  di  governi  son  caduti 
quando  la  stampa  non  solo  non  era  libera,  ma  non  era  nemmeno  stata 
inventata.  Chi  ha  fatto  cadere,  non  parliamo  dei  tanti  despoti  d'Oriente, 
i  primi  Re  della  Grecia  e  di  Roma,  chi  ha  prodotto  le  leggi  agrarie, 
chi  ha  imposto  la  Magna  Carta  a  tanti  Re  d'Inghilterra,  chi  ha  fatto 
cadere  gU  Stuardi,  Napoleone  I,  i  Borboni  di  Francia  e  d'Italia,  Isa- 
bella II  di  Spagna  ?  La  libera  stampa  ?  Non  la  si  aveva.  Essa  invece  ha 
reso  e  rende  più  saldo  il  governo  inglese,  lo  svizzero,  l'americano,  il 
belga,  l'olandese,  l'italiano  presente,  ecc.  Per  potere  ammettere  che  essa 
renda  inevitabili  le  rivoluzioni,  bisognerebbe  provare  che  rivoluzioni 
prima  della  stampa  non  ce  ne  fossero.  Le  rivoluzioni  sono  malattie  for- 
midabili che  hanno  molteplici  cagioni;  la  stampa  può  aiutarle,  coope- 
rarvi, ma  non  le  produce;  anzi  quando  non  è  libera,  le  idee,  i  sentimenti 
avversi  esistenti  non  si  sopprimono,  dan  luogo  alla  stampa  clandestina 
più  pericolosa,  per  la  maggior  difficoltà  di  difendersene,  e  pel  prestigio 
di  cui  in  mezzo  alla  universale  servitù  è  circondata.  La  libertà  della  stampa, 
se  può  esporre  a  vigorosi  assalti,  dà  modo  anche  di  avere  gagliardi,  onesti 
ed  autorevoli  difensori.  In  ogni  società,  se  vi  hanno  elementi  anarchici 
e  dissolvitori,  non  possono  mancare  quelli  dell'ordine  e  del  diritto  che  è 
la  condizione  naturale  o  normale  delle  società  politiche,  e  la  ragione  non 
può  parlare  invano  alla  mente  e  al  cuore  dei  popoli. 

Oltre  a  ciò  la  libera  stampa,  segnatamente  la  periodica,  è  realmente 
una  delle  principali  condizioni  del  Governo  libero,  come  l'arma  più  ef- 
ficace per  l'individuo,  le  minoranze  e  la  Società  rispetto  agli  abusi  dei 
Governi;  i  quali  tutti,  non  bastando  i  freni  dei  congegni  dei  meglio  or- 
dinati poteri  pubblici,  facilmente  eccederebbero,  per  lo  meno  si  addor- 
menterebbero. Senza  di  essa  i  poteri  pubblici  vivrebbero  isolati,  né  il 
popolo  potrebbe  conoscere  facilmente,  e  giornalmente  e  liberamente,  i 
fatti  pubblici,  le  cose  del  Parlamento,  le  proposte  di  legge,  gli  errori  e 
gli  abusi  dei  governanti,  le  idee  dei  ministri  e  dell'Opposizione,  le  ra- 
gioni dei  partiti;  né  il  Parlamento,  i  ministri  o  il  Governo,  gli  abusi 
dei  subordinati,  le  voci  dell'opinione  pubblica.  Per  la  Hbera  stampa  anche 
il  cittadino  non  deputato  né  senatore  e  nemmeno  elettore,  tutti,  quando 
gli  elettori  ed  il  Parlamento  stanno  in  riposo,  possono  partecipare,  avere 
azione  sulla  cosa  pubblica,  sindacare  l'esecutivo,  illuminare  il  legislativo. 
Sopratutto  forse  la  libera  stampa  è  T  inestimabile  correttivo  dell'onni- 


214  GUIDA   DELLA   STAMPA  PERIODIC(\.  ITALIANA. 

potenza  parlamentare  che  cosi  facilmente  diviene  prepotenza.  Per  essa 
le  minoranze  non  rappresentate  o  imperfettamente  rappresentate  nel  Par- 
lamet'to,  impotenti  davanti  alle  maggioranze  governanti,  possono  fare 
appello  alla  ragione  pubblica,  conquistare  la  pubblica  opinione,  frenare, 
ravvivare  e  anche  mutare  Parlamento  e  Ministeri. 

12.  D'altra  parte  la  libertà  della  stampa  non  vuol  dire  la  sua  irre- 
sponsabilità; nessuna  libertà  si  può  intendere  come  non  soggetta  a 
qualche  legge  o  limite,  non  tenuta  al  rispetto  del  diritto  altrui,  e  a  quello 
dello  Stato  medesimo.  «  La  libertà  illimitata  della  parola  e  della  stampa, 
bene  osservava  Chassan,  cioè  la  facoltà  di  tutto  dire  e  tutto  pubblicare, 
senza  essere  esposto  né  ad  una  repressione,  né  ad  una  responsabilità 
qualunque,  é  non  un'utopia,  ma  un  assurdo,  che  non  può  esistere  nella 
legislazione  di  alcun  popolo  civile  »  (i). 

Il  diritto  di  stampar  tutto  non  esiste  più  di  quello  di  dire  o  di 
far  tutto,  e  ogni  libertà  é  inseparabile  da  una  responsabilità.  Della  stampa 
si  può  abusare  come  di  ogni  altra  libertà  ;  anche  se  si  porta  in  mano 
un  bastone,  anzi  se  si  ha  le  braccia  libere,  si  può  abusarne  bastonando 
e  schiaffeggiando  a  dritta  e  a  manca  ;  ma  da  una  tale  possibilità  di 
abuso  non  segue  che  non  si  debba  esser  liberi  di  portare  un  bastone 
o  che  si  debbano  portar  legate  le  braccia,  come  si  fa  ai  cani  vaganti 
colle  museruole.  Il  paragone  coi  veleni  non  regge,  perocché  tranne  de- 
terminati casi  nei  quali  servono  come  rimedii,  essi  sono  essenzialmente 
medicinali;  e  quindi  é  giusto  che  la  società  civile  ne  regoli  la  fabbri- 
cazione e  lo  spaccio.  La  libertà  di  stampare  se  non  può  dirsi  un  dritto 
innato,  perchè  tutti  i  diritti,  e  particolarmente  questo,  si  acquistano  dal- 
l'uomo nascendo  in  società,  e  coordinatamente  agli  altri  diritti  e  doveri 
corrispondenti,  certo  è  fondata  sulla  ragione;  e  comunque  se  ne  possa 
abusare  e  possa  divenire  fonte  di  mali,  lo  é  pure  di  grandissimi  beni. 
La  società  civile  dunque  non  deve  proscriverla,  ma  soltanto  proteggere 
il  diritto  altrui,  il  privato  ed  il  pubblico,  contro  le  offese  che  ad  essi, 
come  mediante  ogni  altro  strumento  di  bene  o  di  male,  si  possa  ar- 
recare. La  questione  non  può  essere  che  di  modo,  di  limiti,  di  gua- 
rentigie. 

13.  Il  primo  sistema  che  si  tentò,  anche  nella  libera  Inghilterra,  per 
impedire  i  possibili  abusi  della  stampa  fu  il  preventivo  assoluto  della 
censura.  Si  die  alla  Chiesa  e  allo  Stato  il  diritto  di  esaminare  anticipa- 
tamente gli  scritti  che  s' intendesse  di  stampare,  a  fine  di  permettere 
quelli  che  si  reputassero  innocenti,  vietare  quelli  che  no.  Fu  l'età  aurea 
della  famosa  vecchia  massima  De  Deo  panca  de  Re^e  nihiì.  Evidente- 
mente un  tal  sistema  doveva  riuscire  alla  negazione  della  libertà  di  espres- 
sione del  pensiero  umano,  soggetta  com'era  assolutamente  al  benepla- 
cito, cioè  all'arbitrio  di  un  censore.  Si  elevava  il  criterio  p'-ilitico,  reli- 
gioso, morale,  scientifico,  letterario,  di  uno  o  di  pochi  delegati  di  Re 
e  di  governi,  a  rappresentante  esclusivo  del  vero,  del  giusto,  del  bene  ; 
lo  strumento  più  adatto  per  comprimere  lo  spirito  umano  nella  scienza 


(i)  Chassan,  Traile  des  délits  et  des  contraventions  de  la  parole  et  de  la  presse, 
Vel.  I,  ùota  alla  pag.  j,  2.'  ed.  del  i8ji. 


LA   LIBERTI   DI    STAMPA.  21 5 

e  nelle  lettere,  come  nella  religione  e  nella  politica.  Si  rendeva  segna- 
tamente impossibile  la  critica  dei  governanti,  la  pubblicazione,  l'espres- 
sione del  sentimento  pubblico.  Se  la  libera  stampa  è  cosi  necessaria  e 
preziosa  per  sindacare  i  poteri  pubblici,  c.>me  si  potrebbe  far  dipendere 
da  loro  medesimi  la  facoltà  di  sindacarli  ?  Tanto  varrebbe  far  nominare 
dai  tutori  e  dagli  amministratori  quelli  che  debbono  rivedere  i  loro  conti. 
Gli  è  perciò  che  il  mondo  civile,  il  quale  aveva  dapprima  e  dappertutto 
ammesso  la  censura,  oggi  dappertutto  l'ha  rigettata,  e  si  è  affidato  in- 
vece segnatamente  al  sistema  di  reprimere  gli  abusi  della  libertà. 

Per  le  stesse  ragioni  è  stato  anche  rigettato  il  sistema  della  pre- 
ventiva autorizzazione  governativa  dei  giornah.  Evidentemente  si  rende- 
rebbe la  pubblicazione  di  un  giornale  un  privilegio  dei  governi,  si 
darebbe  loro  il  potere  di  vietare  quelh  propugnanti  idee  loro  antipatiche, 
si  darebbe  alimento  alla  stampa  clandestina  ;  si  porrebbe  in  balta  dei 
governanti,  delle  loro  paure  e  delle  loro  intolleranze,  il  diritto  di  pub- 
blicare un  giornale,  di  manifestarvi  i  proprii  pensieri,  di  discutere 
le  cose  dello  Stato  e  della  Chiesa,  di  esaminare  1'  azione  dei  poteri 
pubblici. 

14.  Ma  se  il  sistema  di  prevenire  i  possibili  abusi  della  stampa,  me- 
diante l'istituzione  della  censura  e  delle  previe  autorizzazioni,  non  è 
ammissibile,  può  dirsi  altrettanto  di  ogni  sorta  di  prevenzioni?  Sarebbe 
un  eccesso  opposto.  «  Vi  ha,  osservò  Pellegrino  Rossi,  delle  misure 
preventive  che  impediscono  l'esercizio  d«4le  facoltà  cui  esse  si  applicano. 
Gli  è  un  provvedimento  preventivo  di  questa  specie  la  proibizione  di 
vendere  dei  veleni  quando  non  si  è  farmacista;  perocché  impedisce  lo 
esercizio  della  facoltà  di  cui  si  tratta.  Ecco  un  esempio  materiale.  La 
censura  rientra  nella  categoria  di  questi  mezzi  preventivi.  Ma  vi  ha  una  se- 
conda categoria.  Cosi,  per  riprendere  l'esempio  dei  veleni,  egli  è  permesso 
ai  farmacisti  di  venderne,  ma  sono  obbligati  nelle  loro  vendite  a  confor- 
marsi a  certe  regole.  Sono  obbligati  ad  avere  un  registro  e  ad  iscrivervi  il 
nome  delle  persone  a  cui  hanno  venduto  dei  veleni,  non  possono  ven- 
derne che  sull'ordine  di  un  medico,  e  in  molti  paesi  sono  obbhgati  a 
conservar  le  ricette  affine  di  poterle  presentare  quando  occorra.  Questi 
sono  mezzi  preventivi,  ma  non  impediscono  l'esercizio  della  facoltà: 
hanno  soltanto  per  iscopo,  se  è  commesso  un  delitto  di  facilitare  la 
ricerca  del  colpevole  »  (i).  Nella  stampa  la  censura  e  le  previe  auto- 
rizzazioni sono  prevenzioni  della  prima  specie,  sono  efficaci,  anzi  le  sole 
efficaci  per  impedire  il  male;  ma  lo  sono  anco  più  per  impedire  il  bene, 
per  modo  che  sono  affatto  contrarie  ai  principii  superiori  di  libertà  e  al 
diritto.  Ma  vi  sono  altri  mezzi  preventivi  della  seconda  specie  che  non 
li  offendono,  e  sui  quali  si  può  discutere. 

Un  primo  mezzo  di  prevenzione  ammissibile  sarebbe  una  certa  po- 
lizia sulle  stamperie.  Alcune  legislazioni  hanno  assoggettato  od  assog- 
gettano la  professione  di  stampatore,  od  anche  di  spacciatore  di  stam- 
pati, ad  autorizzazione  governativa.  Ma  in  questa  forma  sarebbe  ancora 
eccessiva  ed  inammissibile.  La  libertà  del  lavoro  non  deve  esser  soggetta 


(i)  P.  Rossi,  Op.  cit.  L.  LV.  p.  78. 


216  GUIDA    DELLA    STAlMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

a  beneplacito  governativo,  né  la  professione  di  stampatore  o  venditore 
di  libri  e  giornali  è  tale,  da  richiedere  condizioni  di  sesso,  di  nazionalità 
e  di  godimento  di  diritti  politici,  o  di  qualità  scientifiche  o  letterarie; 
come  per  esempio  si  fa  generalmente  pei  medici,  gli  avvocati,  gì'  inge- 
gneri, e  spessissimo  per  gì'  insegnanti.  Quello  solo  che  si  può  esigere 
si  è  che  ogni  stampatore  aprendo  un  negozio  di  stamperia  ne  faccia 
dichiarazione  all'autorità,  perchè  questa  sappia  chi  ne  sia  il  proprietario, 
e  il  suo  domicilio.  Certamente  è  giustissimo  obbligare  a  segnare  in  ogni 
stampato  il  nome  dello  stampatore,  il  luogo  e  1'  anno  della  stampa,  e 
a  presentare  i  primi  esemplari  all'autorità. 

Questi  sono  mezzi  bensì  di  prevenzione,  ma  razionali,  perchè  non 
vincolano  la  libertà,  il  diritto  del  lavoro  mediante  l' industria  della  ti- 
pografia, servono  a  mettere  l'autorità  in  condizione  di  tutelare  il  diritto 
dello  Stato  e  dei  cittadini  in  caso  di  violazione  della  legge,  sequestrando 
il  corpo  del  reato,  e  procedendo  nel  suo  accertamento  e  nella  sua  re- 
pressione 0  punizione. 

Del  pari  non  tutte  le  prevenzioni  rispetto  alle  pubblicazioni  perio- 
diche sono  da  rigettare.  Se  lo  è  senza  dubbio  l'esaminato  sistema  di 
assoggettarle  a  previa  autorizzazione  governativa,  non  si  può  dire  lo 
stesso  dell'  altro  sistema  del  semplice  obbligo  di  dichiarazione  al  go- 
verno dell'intendimento  di  volere  pubblicare  un  giornale  o  un  periodico; 
indicando  il  titolo  del  periodico,  il  luogo  e  l'officina  della  pubblicazione, 
il  nome  dello  stampatore  e  delle  persone  responsabili  della  pubblicazione. 
La  legge  italiana  è  informata  a  codesto  sistema,  colla  variante  (arti- 
coli 35,  36,  3S)  del  diritto  di  ricognizione,  nel  Governo,  dell'adempi- 
mento delle  facili  e  liberali  condizioni  prescritte  dalla  legge,  innanzi  di 
por  mano  a  esse  pubblicazioni  periodiche. 

Tranne  ciò  che  concerne  il  gerente  responsabile,  istituzione  che  di- 
scuteremo più  innanzi,  il  nostro  sistema  è  razionale  e  liberale  a  un 
tempo.  Prescritte  alcune  speciali  e  giuste  condizioni  alla  pubblicazione 
di  un  giornale,  in'lipendenti  da  partiti  politici  e  religiosi,  non  è  un'offesa 
alla  libertà  l'accertamento  preventivo  del  loro  adempimento. 

La  libertà  di  fondare  una  famiglia,  od  una  società  commerciale,  non 
è  offesa  dall'obbligo  di  far  riconoscere  l'adempimento  delle  condizioni 
imposte  dalla  legge  per  tutelare  i  diritti  pubblici  o  privati,  come  le  pre- 
sentazioni di  atti  di  nascita  e  di  stato  libero,  di  consenso  di  genitori  o 
di  tutori,  e  di  pubblicazioni.  Sono  codesti  mezzi  preventivi  legittimi  che 
giustificano  una  legge  speciale  sulla  libercà  della  stampa:  se  potesse  ba- 
stare la  pura  repressione  comune  basterebbe  a  rigore  il  codice  penale 
generale. 

15.  Altre  leggi,  come  per  lungo  tempo  la  stessa  inglese,  hanno  ob- 
bligato i  giornali  a  un  diritto  di  bollo.  In  Italia  ne  siamo  affatto  esenti, 
perchè  il  bollo  postale  non  è  propriamente  un'imposta,  è  il  prezzo  di 
un  servizio  che  non  paga  forse  nemmeno  le  spese,  e  poi  non  è  obbli- 
gatorio, potendo  i  giornali  essere  trasportati  con  altri  mezzi.  Il  diritto 
del  bollo,  propriamente  detto,  è  tutt'altra  cosa,  è  un'imposta:  e  come 
tale,  considerato  cioè  dal  lato  puramente  fiscale,  potrebbe  essere  giudi- 
cato eoi  criteri  finanziari.  Esso  però  non  è  stato  imposto  a  solo  titolo 


LA   LIBERTI   DI   STAMPA.  217 

fiscale,  ma  si  è  avuto  in  mira,  accrescendo  il  costo  della  produzione  dei 
giornali  in  genere,  di  rendere  più  difficile,  quello  dei  giornali,  in  cui 
può  scriver  chiunque  e  che  possono  andare  per  le  mani  di  tutti.  Si 
voleva  lasciare  il  campo  ai  giornali  costosi  che  più  facilmente  sono  scritti 
meglio,  e  che  non  tanto  facilmente  hanno  i  difetti  della  così  detta  pic- 
cola stampa. 

Un  tal  mezzo  di  prevenzione  è  arbitrario,  muove  dal  preconcetto 
che  la  stampa  a  buon  mercato  è  cattiva,  e  che  questo  buon  mercato 
deve  essere  impedito  artificialmente  dalla  legge;  viene  a  riuscire  un  dazio 
sulla  diff"usione  delle  conoscenze.  Giustamente  perciò  è  stato  abolito  in 
Inghilterra,  ed  è  rigettato  dalla  nostra  legislazione. 

16.  Maggiori  dispute  può  sollevare  ragionevolmente  l'altro  sistema 
classico  inglese,  ammesso  ancora  dalla  Repubblica  francese  e  dall'Impero 
germanico.  Esso  consiste  nell'obbligo  imposto  ad  ogni  giornale  di  dare 
all'autorità  una  cauzione  in  denaro,  una  guarentigia  materiale  da  assicu- 
rare, non  dirò  della  solidità  finanziaria  dell'impresa,  ma  del  pagamento 
delle  condanne  di  multa,  e  dei  danni  ed  interessi  cui  il  giornale  possa 
esporsi.  La  nostra  legge  non  ne  esige;  da  noi  chiunque,  maggiore  di 
età,  può  pubblicare  un  giornale,  una  rivista  grande  o  piccola,  quotidiana, 
settimanale  o  mensile;  non  è  soggetto  non  dico  a  censura,  ad  autoriz- 
zazione, a  bollo,  ma  a  nessuna  cauzione,  non  è  obbligato  a  raccogliere 
capitali,  ad  assicurarsi  una  certa  solidità  finanziaria,  nemmeno  a  presen- 
tare una  guarentigia  di  fideiussori.  Là  cauzione,  è  innegabile,  condiziona 
l'esercizio  di  un  diritto  al  possesso  di  un  capitale,  che  immobilizza,  di 
cui  toglie  il  libero  uso;  è  un  limite  alla  libertà,  favoreggia  i  giornali 
grandi  e  potenti,  a  fronte  dei  piccoli  che  oggi  possono  essere  fatti  da 
nullatenenti.  Si  capisce  dunque  come,  se  si  volessero  introdurre  le  cau- 
zioni da  noi,  sarebbero  per  lo  meno,  acerbamente  combattute. 

Tuttavia  noi  non  sapremmo  annoverarle  tra  i  mezzi  illegittimi  di 
prevenzione.  A  mostrare  la  fallacia  degli  argomenti  avversari  baste- 
rebbe soltanto  il  fatto  dell'Inghilterra;  ove  le  cauzioni  sono  gravis- 
sime, come  si  è  visto,  e  nessuno  può  dire  che  la  stampa  non  vi  sia  li- 
bera. Razionalmente,  siccome  la  vera  libertà  suppone  la  responsabilità, 
cosi  non  si  può  dire  assicurata  la  vera  libertà,  senza  avere  assicurato  la 
responsabilità.  E  questa  non  lo  è,  quando  si  potrà  condannare  come 
si  voglia  a  multe  e  a  ristoro  di  danni  gli  autori  del  male,  ma  se  essi, 
come  in  Italia,  sono  meramente  presunti  e  non  hanno  come  pagare,  la 
legge  resta  vuota  di  effetto.  Egli  è  quindi  ragionevole  che  chiunque  colla 
stampa  di  un  giornale  si  espone  a  violare  il  diritto  altrui  dia  guarenti- 
gie di  poter  ristorare  il  male. 

Da  noi  si  è  andato  cosi  lungi  in  questo  concetto  di  non  assicurare 
il  pagamento  delle  multe  e  dei  danni,  per  paura  di  offendere  la  libertà 
della  stampa  periodica,  che  si  è  trascurato  di  statuire  che,  condannato 
un  giornale  al  pagamento  di  una  multa  o  di  un'indennità,  esso  rima- 
nesse sospeso  fino  all'effettivo  pagamento  di  essa  indennità  o  multa. 

17.  Qualche  altra  legislazione,  come  l'austriaca  del  27  maggio  1852, 
aveva  imposto  un'altra  misura  preventiva,  certe  qualità  scientifiche  del 
redattore  0  direttore  eff"ettivo.  E  difatti  non  mancherebbero  delle  ragioni 


S18  GUIDA.   DELLA    STAMPA   PERIODICA    ITALIANA. 

per  tali  esigenze;  si  richiedono  pei  medici,  per  gli  avvocati,  gl'ingegneri, 
i  nota',  gl'insegnanti;  in  Germania  anche  pei  sacerdoti.  Crediamo  abbia 
fatto  meglio  la  legge  italiana  a  non  richiederle  nella  stampa  periodica, 
e  ad  abolirle  la  stessa  Austria  colla  legge  17  dicembre  1862.  Óltre  alle 
ragioni  generali  in  favore  della  libertà,  ed  alla  difficoltà  somma,  per  non 
dire  impassibilità,  di  dimostrare  la  ragionevolezza  di  condizionare  a  un 
diploma  la  capacità  all'esercizio  di  una  professione  cosi  essenzialmente 
libera  come  la  stampa,  sarebbe  un'esigenza  che  non  guarentirebbe  nulla. 
Da  una  parte  si  cercherebbe  di  eluderla  facilmente  presentando  dei  di- 
rettori nominali,  dall'altra  è  difficile  che  un  uomo  possa  avere  una  certa 
azione  sul  pubblico  senza  una  certa  cultura;  facile  ad  acquistare  o  a  far 
presumere  con  un  grado  accademico,  che  di  necessità  non  potrebbe  ele- 
varsi alla  laurea  universitaria,  ma  discendere  a  un  diploma  di  ordine 
inferiore  e  più  comune.  E  da  quando  in  qua  l'acquisto  di  una  licenza 
liceale  o  tecnica,  ed  anche  di  una  laurea  universitaria,  è  una  guarentigia 
di  spirito,  di  ordine,  e  di  qualità  morah?  (i). 

La  Francia  ha  introdotto  un  altro  mezzo,  repressivo  ad  un  tempo 
e  preventivo,  la  firma  obbligatoria  degli  articoli  p-'r  parte  dell'autore,  il 
che  dovrebbe  secondo  i  suoi  fautori  prevenire  i  reati  di  stampa  colla 
responsabilità  personale,  morale  e  giuridica  che  impone  agli  scrittori. 
Noi  discuteremo  più  innanzi  su  codesta  responsabilità  degli  autori  veri 
dei  mali  che  si  arrecano  mediante  la  stampa,  ma  codesto  sistema  di  ob- 
bligare alla  firma  degli  articoli  restringe  la  libertà  senza  compensi  o 
ragioni  sufficienti.  In  alcuni  casi,  come  massimamente  nei  corrispondenti 
stranieri,  è  inesplicabile;  vi  ha  inoltre  parecchi  casi  nei  quali  il  tacere 
il  proprio  nome  non  è  segno  di  mal  animo  o  di  poco  coraggio  civile; 
può  essere  richiesto  da  legittime  condizioni  p^^rsonali,  ed  anche  dal  de- 
siderio di  togliere  ad  un'opinione  la  possibilità  di  essere  disprezzata  o 
rifiutata  in  odio  o  in  vista  di  persone  determinate.  Ha  l'inconveniente 
di  togliere  ai  giornali  il  pregio  della  col'ettività,  di  farli  essere  la  voce 
non  di  un  individuo,  ma  di  un  partito,  l'espressione  di  un'opinione; 
forse  sopra  ogni  altra  cosa  arreca  un  inconveniente  direttamente  con- 
trario allo  scopo  degli  autori  della  disposizione,  cioè  alimentata  la  va- 
nità dei  cattivi  scrittori,  crea  a  quelli  che  pensan  meno,  ai  più  leggieri 
e  meno  degn',  una  celebrità  che  non  possono  acquistare  e  godere  mol- 
tissimi altri  cittadini  che  lavorano  in  libri  serii,  negli  uffici  pubblici  e 
nelle  altre  professioni  più  dotte  e  più  meritevoli.  In  Francia  stessa,  ove 
quest'obbligo  è  stato  mantenuto  dalla  presente  repubblica,  pare  sia  an- 
dato o  vada  cadendo  in  desuetudine. 

18.  La  Francia  imperiale,  non  potendo  stabiUre  la  censura,  e  repu- 
tando non  bastare  alla  sua  protezione  gli  altri  mezzi  preventivi  testé  di- 
scussi, né  i  repressivi,  immaginò  contro  gH  abusi  ed  assalti  altri  prov- 
vedimenti, quali  le  ammonizioni,  le  sospensioni  e  le  soppressioni.  Si  è 
conferito  al  potere  esecutivo,  custode  dell'ordine  pubblico,  il  diritto  di 
vedere  se  un  giornale  eccedeva  i  limiti  della  libera  discussione,  della 
libera  significazione  dei  propri  pensieri,  del  legittimo  sindacato  delle  cose 


(i)  Vedi  più  oltre  l'articolo  \' Insegnamento  del  giornalismo. 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  219 


pubbliche,  e  trascorresse  invece  ad  attentare  alle  fondamenta  della  so- 
cietà, al  diritto  pubblico  o  privato;  e  in  tali  casi  gli  dava  podestà  di 
ammonire  esso  giornale,  anzi  persistendo  nella  condotta  biasimata,  di  so- 
spenderlo ed  anche  di  sopprimerlo  addirittura. 

Un  diritto  simile  nei  governi  si  comprende  soltanto  in  tempi  ec- 
cezionali di  legali  poteri  straordinari  o  di  dittatura,  per  causa  di  guerra 
nazionale,  di  rivoluzione,  di  stato  di  assedio.  Come  ordinamento  nor- 
male di  un  paese  libero  tali  mezzi  sono  affatto  inammissibili,  perchè 
equivalgono  a  dare  al  potere  amministrativo  un  diritto  discrezionale  sulla 
libertà  e  sulla  proprietà  dei  cittadini.  Difatti  è  nell'essenza  della  libertà, 
che  giudice  dei  suoi  eccessi  dev'essere  non  l'amministrazione  ma  la  ma- 
gistratura, la  quale  indipendente  come  è,  o  dovrebbe  e  potrebbe  essere, 
è  la  sola  atta  a  giudicare.  Il  governo  è  un  partito  di  maggioranza,  che 
deve  avere  bensì  nelle  mani  una  gran  parte  del  potere  pubblico,  ma  si- 
curamente non  può  aver  quello  di  comminar  delle  pene.  E  l'ammoni- 
zione, e  più  ancora  la  sospensione  e  la  soppressione,  sono  delle  gravis- 
sime pene,  senza  nessuna  delle  guarentigie  del  diritto  comune  sulla  ap- 
plicazione di  esse. 

Un  giornale  è  una  proprietà,  e  l'investimento  di  un  capitale,  lo 
esercizio  di  un  lavoro  e  di  un  diritto  pubblico;  la  sospensione  e  la  sop- 
pressione interdicono  ai  suoi  scrittori  di  manifestarvi  i  propri  pensieri 
sulla  cosa  pubblica,  anzi  di  lavorare^  rendono  incerto,  e  distruggono  il 
capitale.  Che  tutto  ciò  sia  legittimo  come  pena,  non  vi  può  esser  dubbio  ; 
ma  vi  bisognano  le  condizioni  dell'ordine  giuridico  penale,  l'inamovi- 
bilità e  l'indipendenza  dei  giudici,  la  libera  difesa,  la  pubblicità  dei  giudizii, 
e  cosi  via  seguendo.  Se  non  si  può  comminare  una  pena  pecuniaria  o 
corporale,  di  privazione  di  Hbertà  personale  e  d'interdizione  dai  diritti 
politici,  senza  un  regolare  giudizio,  come  ammettere  che  nella  stampa 
il  governo  possa  applicare  tali  pene  gravissime  senza  le  guarentigie  del 
diritto  comune  ? 

La  stessa  censura  con  tutti  i  suoi  torti,  causava  la  lesione  della  pro- 
prietà; i  citati  mezzi  amministrativi  pongono  tutto  in  preda  all'arbitrio 
governativo. 

19.  Il  solo  potere  che  si  può  ammettere  nel  governo,  lo  abbiam  visto 
in  particolare  della  Svizzera,  è  quello  del  sequestro  provvisorio,  salvo  il 
successivo  giudizio  regolare  del  potere  giudiziario.  Gli  è  vero  che  anche 
questo  diritto  di  sequestrare  provvisoriamente  ma  preventivamente  un 
giornale,  un  libro,  è  un  potere  pericoloso,  perchè  rende  impossibile  la 
pubblicazione  effettiva  del  proprio  pensiero,  la  distribuzione,  la  vendita 
delle  cose  proprie.  Ma  lo  Stato  ha  anche  il  diritto,  nei  casi  e  nei  modi 
determinati  dalla  legge,  di  arrestare  un  individuo  semplicemente  impu- 
tato, comunque  non  condannato  e  che  perciò  si  possa  presumere  inno- 
cente. È  ad  esso  analogo  questo  diritto  di  sequestro  provvisorio  e  si  giu- 
stifica con  simili  ragioni.  Difatti  il  giornale  ed  anche  il  libro  possono 
esser  ben  tali  che  diffondendosi  liberamente,  quando  poi  la  magistratura 
li  condannasse,  il  reo  potrà  esser  punito,  ma  il  male  sarà  compiuto  e 
irreparabile.  Il  Governo,  che  deve  tutelare  l'ordine  pubblico  e  il  diritto 
dei  privati,  come  ha  il  diritto  di  sciogliere  un  assembramento,  quando 


220  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA  ITALIANA. 

si  chiarisce  pericoloso  all'ordine  pubblico,  di  arrestare  un  individuo,  non 
dico  quando  è  colto  in  flagrante,  ma  anche  quando  ci  sieno  indizi  ragio- 
nevoli di  reità,  deve  avere  il  diritto  di  sequestrare  un  proclama  incendiario, 
un  libro  osceno,  un  giornale  attentante  al  rispetto  dovuto  alle  credenze 
religiose  della  cittadinanza  o  al  potere  sovrano.  Quello  solo  che  si  può 
esigere  al  riguardo  si  è  che  sia  al  possibile  regolato  in  guisa  da  causare 
gli  arbitrii.  —  Quindi  si  deve  trattare  di  sequestro,  e  non  di  confisca  o 
di  distruzione,  si  può  ordinare  dal  Pubblico  Ministero,  come  consente  il 
citato  art.  52  della  nostra  legge  sulla  stampa,  e  ricordò  il  ministro  Villa 
colla  sua  circolare  dei  2^  luglio  1880,  ma  deve  essere  deferito  al  più 
presto  per  il  relativo  procedimento  al  potere  giudiziario.  (Circolare  del 
ministro  Mancini  dei  16  maggio  1876,  confermata  dal  Conforti  ai  19 
aprile  1878.) 

Stanno  inoltre  a  guarentigia  del  legittimo  uso  di  questo  diritto,  la 
comunanza  d'interesse  degli  altri  giornali  ossia  del  resto  della  stampa, 
la  responsabilità  avanti  al  Parlamento,  cioè  il  sindacato  di  esso  sull'eser- 
cizio dei  poteri  pubblici;  forse  ancora  lo  stesso  interesse  del  Governo, 
di  non  creare  coi  sequestri,  cioè  coll'attrattiva  del  frutto  proibito,  una 
certa  popolarità  ai  libri  ed  ai  giornali  sequestrati. 

20.  Il  vero  mezzo  connaturale  allo  spirito  della  vita  libera  in  ordine 
agli  abusi  della  libertà  della  stampa,  senza  dubbio  si  è  la  repressione 
propriamente  detta.  La  legge  deve  determinare  i  limiti  della  libertà  della 
stampa,  le  pene  ai  reati  che  con  essa  si  possono  commettere,  stabilire 
chi  debba  esserne  responsabile,  ordinare  i  giudizii  corrispondenti. 

Però  tutto  ciò  non  è  facile. 

Quanto  alla  determinazione  dei  limiti  della  libertà  della  stampa,  dei 
reati  che  si  possono  con  essa  commettere,  delle  pene  loro  comminate, 
la  nostra  legge  evita  le  paure  di  molte  straniere  legislazioni,  le  quali 
concedendo  la  libertà,  la  rendevano  una  vana  parola  colle  gravi  e  ingiu- 
stificabili eccezioni  (i).  Da  noi  abbiam  visto  che  molte  cose  son  vietate 
alla  b'bera  stampa,  ma  senza  farne  una  minuta  disamina  che  non  è  com- 
pito nostro,  i  limiti  si  giust'ficano  trattandosi  di  veri  reati  contro  l'or- 
dine giuridico,  politico,  morale  e  sociale.  Sicuramente  la  stampa  non  deve 
essere  impedita  nella  libertà  della  discussione  scientifica  delle  religioni, 
dei  governi,  della  sovranità,  della  proprietà,  dell'ordinamento  della  fami- 


(i)  Giusti  pose  in  ridicolo  tali  slealtà  colla  sua  satira  sul  VII  Congresso,  che  sta- 
biliva la  libertà  della  starapa  a  questa  guisa  ; 

E  tolta  la  statistica 
Che  pubblica  i  segreti, 
La  Chimica  e  la  Fisica 
Che  impermalisce  i  preti; 

Tolto  il  commercio  libero. 
Tolta  l'Economia, 
Gli  studii  geologici, 
E  la  frenologia; 

Posto  un  sacro  silenzio 
D'ogni  e  qualunque  scuola, 
Del  resto  a  tutti  libera 
Concede  la  parola. 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  221 

glia,  e  simili;  ma  altro  è  l'analisi  e  la  critica  scientifica,  indispensabile 
alla  libertà  e  al  progresso  dello  spirito  umano,  la  censura  dell'operato 
della  pubblica  autorità;  altro  è  l'offesa  alle  credenze,  al  diritto,  all'onore 
altrui,  la  provocazione  a  commettere  reati  contro  Re,  Papi,  Camere, 
contro  la  costituzione  dello  Stato,  il  suo  ordine  politico,  morale  e  sociale, 
ovvero  contro  i  privati  cittadini.  Si  sa  ancora  che  la  provocazione  me- 
diante la  stampa,  non  è  la  provocazione  comune  che  richiede  una  certa 
relazione  tra  l'agente  provocatore  e  il  provocato,  ma  è  una  provocazione 
sui  generis,  retta  perciò  dalle  condizioni  speciali  inerenti  alla  sua  natura  (r). 

Da  noi  non  si  possono  fare  delle  giuste  critiche  sopra  alcuni  par- 
ticolari, non  vi  sono,  per  esempio  contemplate  le  sottoscrizioni  per  in- 
dennizzare i  colpiti  di  condanne  giudiziarie;  sottoscrizioni  che  sicuramente 
dovrebbero  esser  punite,  perchè  essendo  le  decisioni  della  giustizia  ema- 
nazioni della  legge  si  offende  essa  legge,  quando  si  glorifica  ciò  che  i 
tribunali  han  condannato,  e  si  cambia  la  condanna  in  trionfo  (2).  A  ogni 
modo  in  Italia  la  libertà  della  srampa,  specialmente  se  si  considera  la 
larghezza  con  cui  la  legge  è  stata  ed  è  interpretata,  è  cosi  ampia  che 
ragionevolmente  non  porrebbe  esser  maggiore. 

21.  La  questione  però  è  gravissima  sulle  persone  che  abbiano  a  essere 
responsabili  dei  reati  di  stampa.  Da  noi  abbiam  visto  che  nei  libri  e  nelle 
pubblicazioni  non  periodiche  sono  responsabili,  prima  l'autore,  poi  in  se- 
condo luogo,  sussidiariamente  l'editore,  da  ultimo  lo  stampatore;  nelle 
periodiche  il  gerente  responsabile  e  gli  autori  sottoscritti;  ma  sebbene  la 
giurisprudenza  tenda  ad  accoglierli  si  disputa  se  possano  esserlo  ancora 
gli  autori  non  sottoscritti.  È  ammissibile  un  tale  ordinamento  di  respon- 
sabiUtà  ? 

Chi  è  veramente  il  reo  nel  reato  di  stampa  ?  Sicuramente  vi  con- 
corrono parecchi;  l'autore  perchè  egli  ha  concretato  il  suo  pensiero  in 
manoscritto  che  poi  diviene  stampato,  l'editore  che  ne  assume  la  pub- 
blicazione, il  tipografo  o  stampatore  che  lo  fa  divenire  stampato,  il  di- 
stributore o  spacciatore. 

Si  è  voluto  dire  che  il  reo  è  propriamente  lo  editore,  da  altri  lo 
stampatore.  L'autore  quando  pensa  lo  scritto  certamente  non  è  imputa- 
bile, e  quindi  non  è  punibile,  perchè  il  pensiero,  il  puro  pensiero  sfugge 
all'azione  del  potere  pubblico,  e  questo  è  vero.  E  si  è  aggiunto  che 
anche  quando  scrive,  lo  scritto  è  cosa  privata,  diventa  lesivo  dell'ordine 
giuridico,  del  diritto  dello  Stato  e  dei  privati  quando  diventa  stampato; 
l'edizione  dunque,  la  stampa  di  esso  costituisce  il  reato,  l'editore,  e  lo 
stampatore  sono  imputabili,  lo  scrittore  non  può  essere  considerato  che 
come  complice,  per  aver  fornito  all'editore  e  allo  stampatore  lo  strumento 
del  delitto. 

Tutto  ciò  è  un  vero  sovvertimento  sofistico  di  ogni  buon  senso  giu- 


(i)  «  Di  regola  la  provocazione  od  istigazioae  ad  un  reato  non  diventa  punibile, 
se  non  quando  il  reato  è  commesso  o  tentato.  Ma  le  provocazioni  col  mezzo  della 
stampa;  specialmente  se  relative  ad  un  crimine  contro  la  sicurezza  dello  Stato,  sono 
punibili  e  punite,  anche  se  non  seguite  da  effetto  ».  Corte  di  Cassazione  di  Torino, 
5  luglio  1858.  Bettini,  Giuris.  Pratica,  Voi.  X,  I,  904. 

(2)  Cassan,  Op.  cit.  Voi.  I,  354.  —  Crivellari,  La  Stampa,  Capo  XIX  e  XX. 


222  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

ridico  e  pratico.  Aveva  ragione  l'Hello  ad  osservare:  «  Lo  scritto  non 
è  ristrumento  del  delitto,  è  il  corpo  del  delitto  stesso;  il  fatto  della 
pubblicazione  non  si  concepisce  indipendentemente  dallo  scritto  pubbli- 
cato. La  situazione  legale  dello  scrittore  non  è  dunque  quella  del  com- 
plice. Aggiungiamo  che  in  un  delitto  di  questa  natura  la  parte  dello 
scrittore  non  può  essere  secondaria;  gli  effetti  buoni  o  cattivi  del  libro 
eran  tutti  nel  suo  pensiero,  egli  è  a  lui  sopratutto  che  spetta  il  merito 
ed  il  demerito  della  pubblicazione.  Si  sarebbe  fuori  del  vero  se  si  riget- 
tasse il  delitto  principale  sopra  uno  dei  due  ultimi  agenti,  che  stampando 
e  pubblicando  hanno  esercitato  un'industria  di  cui  vivono,  e  fatto  un 
atto  della  loro  professione  »  (i). 

Senza  dubbio  ancora  non  vi  ha  reato  di  stampa  senza  pubblica- 
zione, ma  la  pubblicazione  è  la  condizione  necessaria  del  reato,  non  è 
l'essenza.  Lo  scritto  è  essenzialmente  colpevole,  la  pubblicazione  non 
è  che  un  fatto  esterno,  senza  del  quale  in  verità  esso  non  cade  sotto 
la  giurisdizione  penale;  non  v'ha  delitto  punibile  che  dopo  la  pubbli- 
cazione, ma  la  colpabilità  è  nello  scritto. 

Da  ciò  discende,  secondo  il  d  ritto  comune,  che  l'editore  e  lo  stam- 
patore sono  bensì  imputabili,  ma  non  possono  esserlo  senza  l'autore, 
questi  è  non  il  complice,  ma  il  vero  reo  principale.  Lo  stampatore  è 
una  persona,  il  cui  mestiere  è  quello  di  stampare,  il  suo  ufficio  non 
è  propriamente  di  esaminare  gli  scritti,  di  valutarne  il  merito,  la  portata, 
gli  effetti,  forse  non  avrebbe  talvolta  a  ciò  nemmeno  la  capacità,  per  lo 
meno  questa  non  è  richiesta  all'esercizio  della  sua  arte;  ma  egli  ha  la 
libertà  di  non  stampare,  e  in  ogni  caso  dovrebbe  vedere  quello  che 
stampa,  e  non  stampare  ciò  che  è  lesivo  del  diritto.  L'editore  poi,  per 
la  natura  della  sua  professione,  deve  essere  una  persona  più  colta,  deve 
conoscere  il  valore  degh  scritti,  e  saperli  apprezzare  per  comperarli  od 
assumerne  l'edizione;  perciò  è  giustamente  più  imputabile, 

Q_uelle  legislazioni  sulla  stampa,  dunque,  le  quaU  hanno  reso  im- 
putabile l'editore  e  lo  stampatore  senza  ricercare  l'autore,  e  quelle  le 
quali  imputano  l'autore,  lasciando  immuni,  quando  esso  sia  conosciuto, 
gli  editori  e  lo  srampaiore,  deviano  dal  diritto  comune  sulla  responsa- 
bilità. Tutti  invece  sono  rei,  sebbene  in  diverso  grado;  prima  l'autore, 
poi  l'editore,  quindi  specialmente  quando  i  primi  siano  ignoti,  lo  stam- 
patore. Vero  è  che  l'esenzione  dall'imputabiUtà  dell'editore  e  dello  stampa- 
tore sembra  stata  inventata  per  sottrarre  gli  scrittori  in  certo  modo 
alla  potente  censura  degli  editori  e  dei  tipografi,  come  guarentigia  della 
libertà  della  stampa;  ma  non  perciò  è  men  vero  che  è  un'eccezione  al 
diritto  comune,  un  privilegio,  che  come  tutti  i  privilegi  potrà  avere 
le  sue  ragioni  di  essere  ed  anche  le  sue  giustificazioni,  ma  occorrono 
sempre  queste  giustificazioni;  e  in  ogni  caso,  come  in  tutti  i  privilegi, 
l'esenzione  della  responsabiliià  del  diritto  comune  deve  essere  applicata 
o  interpretata  ristrittivamente,  deve  avere  i  suoi  più  stretti  limiti. 

22.  Di  maggiori  critiche  è  degna   l'istituzione  del  gerente  responsa- 
bile delle  pubblicazioni  periodiche,  da   noi  imitato   dalla  legge  francese 


(i)  Hello.  Du  Regime  Constitutionnel,  P.  I.   T.  IV,  p.  i/ 


LA   LIBERTÀ   DI   STAMPA.  223 

del  1828.  Non  vi  ha  dubbio  che  un  giornale,  persona  fittizia,  ha  biso- 
gno di  un  rappresentante  che  parli,  agisca,  stipuli,  risponda  per  esso, 
che  fornisca  la  cauzione  se  è  richiesta,  faccia  le  prescritte  dichiarazioni 
e  presentazioni  degli  stampati,  e  simili. 

È  giusto  perciò  che  la  legge  apponga  a  cotali  gerenti  le  facili  con- 
dizioni convenienti  di  età,  di  diritti  civili,  e  così  via  seguendo.  Ma  non  è  qui 
la  questione,  non  si  tratta  di  questa  rappresentanza  del  giornale,  e  della 
responsabilità  delle  contravvenzioni  alle  prescrizioni  amministrative  sulla 
stampa  periodica.  Il  gerente  responsabile  della  nostra  legge  è  ben  altro, 
la  legge  lo  ha  reso  responsabile  del  reato  contenuto  nella  qualità  dello 
scritto  pubblicato;  e  si  deve  domandare  se  avendo  uno  scrittore  fatto  pub- 
blicare un  suo  articolo  di  giornale,  può  presentarsi  un  altro  a  rispon- 
derne davanti  alla  giustizia,  e  se  basta  che  la  legge  positiva  abbia  ordinato 
così  perchè  questa  responsabilità  sia  giusta  (i). 

Non  occorre  combattere  più  oltre  h  ragione  che  se  ne  è  data,  cioè 
che  il  reato  consistendo  nella  pubblicazione  è  giusto  che  ne  risponda 
il  gerente  il  quale  si  è  incaricato  della  pubblicazione.  Più  importante 
sarebbe  l'argomento  tratto  dagl' interessi  superiori  della  libertà  della 
stampa,  la  quale  non  sarebbe  intera,  se  la  giustizia  ricercasse  gli  autori 
che  non  hanno  stimato,  sottoscrivendosi,  di  assumere  la  responsabilità. 
Ma  può  la  legge  sconoscere  le  condizioni  più  essenziali  della  imputa- 
bilità? La  legge  morale  che  attribuisce  la  responsabihtà  al  cattivo  uso 
della  libertà  è  una  legge  fondamentale,  cui  la  legge  umana  non  può 
derogare. 

Abbiam  visto,  in  ordine  all'inviolabilità  regia,  che  la  responsabilità 
dei  ministri  in  tanto  può  aver  luogo  in  quanto  si  tratta  di  liberi  con- 
siglieri della  Corona,  responsabili  non  dell'operato  di  questa,  ma  del 
consiglio  che  hanno  dato  liberamente,  e  di  cui  liberamente  si  son  fatti 
esecutori.  La  responsabilità  non  è  cosa  ufficiale,  nessuna  legge  al  mondo 
può  giustamente  rendere  responsabile  chi  non  è  l'autore  del  reato,  non 
può  cosi  sconoscere  i  principi!  elementari  di  diritto,  anzi  del  più  comune 
buon  senso;  pei  quali  non  ci  può  essere  imputabilità  e  quindi  pena, 
quando  manca  l'intendimento  di  commettere  il  reato,  la  coscienza  del 
fatto  punibile,  quando  non  si  è  l'autore,  la  causa  del  reato,  quando  la 
pena  non  può  avere  su  lui  azione  morale  di  emenda,  per  lo  meno  di 
espiazione.  Il  gerente  non  è  l'autore  dello  scritto,  non  è  nemmeno  il  diret- 
tore del  giornale,  che  ha  potuto  ordinarlo,  che  lo  accoglie  in  esso,  non 
ne  è  l'editore,  non  lo  stampatore;  è  una  finzione  della  legge,  buona  a 
rendere  illusorie  le  condanne  a  pena  pecuniaria,  scegliendosi  apposta 
chi  non  ha  nulla;  è  un  miserabile  che  può  sapere  appena  sottoscrivere 
il  suo  nome,  ma  che  non  ha  altra  parte  nel  giornale  che  firmarne  i 
numeri,  ed  esporsi  per  qualche  lira  al  giorno  a  essere  nutrito  in  carcere 
per  il  reato  di  un  altro,  dichiarandosi  responsabile  di  ciò  che  non  ha 
pensato  né  fatto,  di  ciò  che  non  legge,  che  non  saprebbe  forse  nem- 
meno leggere,  che  certamente  non  saprebbe  capire  (2). 


(i)  Hello.  Du  Regime  Constitutionnel,  p.  151. 

(2)  «  Da  cotali  disposizioni,  osserva  ancora  l'Ellero,  emergono  questi  strani  prin- 
cipi!: che  una  persona  possa  essere   esonerata   dalla  propria  responsabilità  penale,  in 


224  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

Gli  è  perciò  che  l'istituzione  del  gerente  responsabile  è  divenuta 
argomento  di  pubblica  derisione,  anche  nei  teatri.  Quindi  ancora  lo  scan- 
dalo di  tanti  processi  di  stampa,  nei  quali  i  giurati,  contro  l'evidenza 
dichiararono  l' incolpabilità:  eloquentissima  protesta  contro  le  offese 
alla  coscienza  giuridica  ed  al  senso  morale  di  chiamare  responsabile,  per 
arbitrio  del  legislatore,  non  il  reo,  ma  un  terzo  cui  la  legge  permette 
un'opera  cosi  umiliante,  qual'è  quella  di  un  ignorante,  di  un  miserabile 
che  per  sfamarsi  si  contenta  di  andare  in  prigione  per  conto  e  pei  falli 
altrui.  Si  è  vituperata  la  surrogazione  militare,  e  si  è  considerata  come 
una  istituzione  liberale  e  morale  la  surrogazione  penale!  Bisognerebbe 
fare  sparire  al  più  presto  dal  nostro  diritto  pubblico  un'istituzione  si- 
mile, la  negazione  dei  più  saldi  principii  di  diritto  comune  e  penale, 
che  corrompe  la  libertà  della  stampa,  rendendo  impossibile  ed  ingiusta 
l'applicazione  della  sua  responsabilità;  vera  vergogna  della  legislazione 
di  un  popolo  civile. 

23.  Quanto  ai  giudizi  sui  reati  di  stampa  mediante  le  Corti  di  As- 
sise, noi  non  abbiamo  a  ripetere  quanto  abbiamo  detto  a  suo  luogo  sui 
giurati  (i).  Questi  sono  preziosissimi  nei  giudizi  politici,  e  in  cui  è 
parte  il  governo,  perchè  si  tratta  non  di  giudici  nominati,  e  più  o  meno 
in  qualche  dipendenza  da  esso,  ma  di  cittadini  comuni.  Ma  siamo  lungi 
dal  celebrare  una  tal  cosa  come  un  ideale  assoluto,  e  senza  inconve- 
nienti. Difatti,  se  gl'imputati  hanno  presso  i  giurati  maggiori  probabi- 
lità di  assoluzione  nelle  offese  politiche,  lo  Stato  naturalmente  ne  ha 
minori  guarentigie  di  vedere  rispettato  il  diritto  che  gli  compete;  e  se 
è  sacra  la  libertà  dei  privati,  non  si  può  dimenticare  che  essa  è  condi- 
zionata alla  giusta  autorità  dovuta  allo  Stato.  Poi  bisogna  ricordare  che 
i  giurati  sono  indipendenti  per  un  modo  di  dire,  cioè  possono  essere 
indipendenti  dal  Governo,  ma  sono  più  facilmente  schiavi  dei  pregiudizi 
del  pubblico,  degli  umori  di  una  cittadinanza,  delle  intolleranze  di  un 
partito  politico  in  maggioranza,  di  quello  che  possano  esserlo  dei  giu- 
dici costituiti.  Perciò  si  può  ammettere  in  alcuni  casi  il  giudizio  dei 
reati  di  stampa  mediante  i  giurati,  ma  si  deve  approvare  la  legge  che 
in  quelli  almeno  di  ordine  privato  li  commetta  ai  tribunali  correzionali; 
non  solo  perchè  ciò  è  più  conforme  al  diritto  comune  sulla  competenza 
nei  reati  correzionali,  ma  anche  perchè  in  tal  guisa  l'ordine  giuridico  è 
meglio  guarentito. 

24:.  Ciò  che  abbiamo  detto  nel  capo  precedente  sulla  libertà  indivi- 
duale nei  casi  di  guerra,  di  rivoluzione,  e  di  gravi  perturbazioni  sociali, 
ci  dispensa  dal  ripetere  lungamente  lo  stesso  in  fatto  di  stampa.  Come  si 
è  fatto  spesso  nella  Gran  Brettagna,  e  nella  stessa  Italia  nel  1859  e 
nel  1866,  si  deve  ammettere   negh   organi  legislativi  dello  Stato  il  di- 


caso che  un  altro  si  sobbarchi  in  sua  vece;  che  viceversa  s'incorra  nella  responsabi- 
lità altrui  quando  il  vero  delinquente  non  si  possa  colpire  ;  che  un  delinquente  sia  te- 
nuto dei  propri  talli  solo  quando  sottoscriva  gli  atti  incriminati;  che  un  autore  possa 
essere  tenuto  pei  fatti  del  gerente  a  cui  è  alieno;  e  che  il  gerente  possa  esser  tenuto 
dei  falh  dell'autore,  che  egli  non  volle,  non  previde,  non  temette,  non  comprese 
punto.  »  Archivio  giuridico  1869,  p.  226. 
(X)  Voi.  II,  capo  XIU. 


La  libertà  di  stampa.  225 

ritto  di  provvedere  alla  salute  pubblica,  sospendendo  temporaneamente 
quelle  libertà  il  cui  uso,  come  nei  corpi  umani  colpiti  da  certe  malat- 
tie quello  dei  cibi  più  sani,  renderebbe  impossibile  quel  vigore  nel  Go- 
verno che  gli  abbisogna,  ora  per  difendere  la  patria  contro  uno  Stato 
straniero,  ora  per  reprimere  una  pericolosa  rivoluzione,  o  qualche  altra 
grave  perturbazione  interna.  Occorrono  a  ciò  queste  tre  principali  con- 
dizioni: i.°  approvazione  del  Parlamento;  2.°  che  realmente  si  tratti  di 
sospensione  temporanea,  limitata  alla  necessità  ben  dimostrata  del  caso 
attuale;  3.°  che  se  ne  renda  poi  conto  al  Parlamento  stesso. 

25.  Un  ultimo  punto  da  considerare  intorno  alla  Ubertà  di  stampa  in 
ItaUa  si  è  ciò  che  concerne  la  censura  preventiva  spettante  ai  vescovi 
in  ordine  alla  stampa  delle  bibbie,  dei  catechismi  e  dei  libri  liturgici. 
Questa  disposizione  del  secondo  comma  dell'art.  28  del  nostro  Statuto, 
tratta  dal  decreto  di  Napoleone  I  dei  7  germile,  anno  XIII,  non  ha 
avuto  alcuna  sanzione  penale,  ed  è  affatto  caduta  in  desuetudine.  E  così 
doveva  essere,  tanto  ripugna  a  tutto  lo  Statuto  e  alle  parti  del  nostro  diritto. 

In  Francia  medesima,  quando  poteva  avere  un  valore  pratico,  recò 
aspre  dispute.  I  vescovi  interpretarono  quel  diritto  loro  conferito  di  per- 
mettere la  stampa  dei  libri  citati,  come  il  diritto  di  conferire  lo  esclu- 
sivo privilegio  di  stamparli.  Ma  si  opposero  il  Consiglio  di  Stato,  i  Tri- 
bunah,  la  Corte  di  Cassazione;  la  quale  ai  28  maggio  1836  ben  a  ra- 
gione decise  i  vescovi,  per  i  decreti  del  Concilio  di  Trento  e  per  le  leggi 
dello  Stato,  non  poter  rifiutare  l'approvazione  loro  quando  la  revisione 
fosse  ortodossa. 

In  ItaHa  lo  Statuto  ha  senza  dubbio  abolito  la  censura,  e  questa 
dei  vescovi  sarebbe  il  suo  mantenimento.  Ne  sorgerebbero  inoltre  le  più 
gravi  contraddizioni  ed  assurdità.  Da  noi  gli  altri  culti,  dice  lo  Statuto, 
sono  tollerati,  e  abbiam  visto  che  praticamente,  pei  principii  gene- 
rali dello  Statuto  medesimo,  debbono  essere  egualmente  liberi,  perciò 
anche  i  protestanti  debbono  avere  la  libertà  di  pubblicare  le  loro  bib- 
bie, i  loro  catechismi,  i  loro  libri  liturgici.  Ora  si  deve,  per  stamparli, 
ricorrere  ai  vescovi  cattolici  ?  Ripugnerebbe  al  più  comune  buon  senso. 
Se  son  libere  insomma  le  dissidenze  religiose,  è  impossibile  negare  ai 
dissidenti  la  pubblicazione  di  libri  religiosi  che  siano  l'espressione  di  esse 
legittime  dissidenze. 

Noi  possiamo  ritenere  che  la  coscienza  giuridica  della  nazione  ita- 
liana, osservando  come  una  tale  disposizione  è  inconciliabile  cogli  altri 
articoli  dello  Statuto  riguardanti  la  libertà  della  coscienza  e  dei  culti, 
l'eguaglianza  e  la  libertà  dei  cittadini,  nel  suo  fibero  sviluppo,  non  ha 
potuto  munirla  di  sanzioni  penali,  non  ha  potuto  contemplarla  nelle  leggi 
dello  Stato.  Se  può  avere  una  qualche  legittima  significazione  non  può 
essere  che  questa,  la  sola  conciliabile  col  diritto  comune  e  fondamentale, 
che  chiunque  voglia  pubblicare  un  libro  liturgico,  una  bibbia,  come  opere 
di  una  determinata  diocesi,  debba  avere  l'approvazione  preventiva  del  suo 
capo  legale,  il  vescovo.  In  ogni  altro  senso  si  deve  considerare  come 
abrogata  da  tutto  il  nostro  diritto  pubblico. 


N.  Bbruardini  —  Guida  della  Stampa  periodica  italiana  —  15. 


LA  LIBERTÀ  DI  STAMPA  E  IL  CODICE  PENALE  <'^ 


Tra  le  facoltà  che  il  Governo  chiede  col  presente  disegno  di  legge, 
è  quella  di  sopprimere  alcuni  articoli  dell'editto  Albertino  sulla  stampa  e 
di  sostituirli  con  altri  nel  Codice  penale. 

Sono  gli  articoli  che  riguardano  la  diffamazione  e  l'ingiuria.  Sui 
motivi  della  soppressione  e  sostituzione  non  ho  nulla  a  ridire.  La  mia 
tesi  è  ben  altra,  ed  è  delicata  e  difficile.  Difficile,  perchè  ha  contro  sé, 
armata,  la  più  rigorosa  ragione  giuridica.  Delicata,  perchè  urta  anche 
un  po'  contro  sentimenti  diversi,  i  quali  mescolandosi  fanno  non  lieve 
intoppo. 

Tuttavia  esporrò  con  schiettezza,  confidando  nella  benevolenza  vo- 
stra, le  mie  apprensioni  di  antico  giornalista  e  le  mie  modeste  osserva- 
zioni di  studioso  della  politica  in  rapporto  colla  scienza  sociale  e  morale. 

Prevenendo  un  rischio  che  potrei  correre,  quello  d'essere  frainteso, 
indico  subito  i  termini  della  questione  come  io  la  vedo.  Non  ho  bisogno 
di  protestare,  e  sarebbe  offensivo  per  voi  e  per  me,  che  è  lungi  dal  mio 
pensiero  il  far  la  causa  dei  diffamatori. 

La  difesa  dell'uomo  privato,  dell'onore  e  della  riputazione  sua,  io 
voglio  forte  e  sicura  come  voi  la  volete.  Ma  quando  l'uomo  esce  dalla 
sfera  privata  ed  entra  nella  vita  pubblica,  vogUo  che  si  possa  discuterlo 
e  scrutarlo,  sicuramente  anche,  e  senza  restrizioni.  Allora,  alla  difesa 
dell'uomo  privato  subentra  una  difesa  di  ben  altra  importanza,  la  difesa 
politica  e  sociale.  Precisare  e  garantire  i  limiti  fra  l'una  e  l'altra,  fra  il 
diritto  individuale  e  il  diritto  sociale,  ecco  il  problema  della  legislazione 
sulla  stampa,  problema  che  l'editto  Albertino  non  aveva  risoluto  e  che, 
mi  duole  il  dirlo,  le  nuove  disposizioni  del  Codice  penale  non  risolvono 
nemmeno,  ma  forse  complicano  ed  aggravano. 

Se  mi  si  consente,  io  distinguo  due  specie  di  diffamazione,  l'una 
tanto  diversa  dall'altra,  quanto  il  commettere  un  certo  delitto  è  diverso 
dall' impedire  che  se  ne  commetta  uno  maggiore. 

«  Non  vi  ha  essere  più  spregevole  »,  dice  l'onorevole  Zanardelli 
nella  sua  relazione,  ed  io  ripeto  con  lui,  «  non  vi  ha  essere  più  spre- 
gevole del  diffamatore  che  crea  artificiosamente  il  discredito,  il  disonore, 
l'ignominia,  per  impulso  di  rivalità  o  di  vendetta  o  per  malvagia  natura, 
e  talora  anche  per  bassa  speculazione.  » 

Ma,  signori,  al  tempo  stesso,  non  vi  ha  essere  politicamente  e  so- 
cialmente pericoloso  e  temibile  più  di  colui  che,  sotto  oneste  sembianze, 
tende  pubblico  agguato  alla  pubblica  buona  fede,  per  carpirne  fiducia, 
autorità,  favori,  che  poi  potrà  volgere  a  suo  profitto  ed  a  comune  danno. 

Togliere  o  tentar  di  togliere  la  fama  di  onesti  agli  onesti,  è  turpe 
delitto,  meritevole  dei  più  severi  gastighi;  ma  strappare  la  fama  di  onesti 


(i)  Osservazioni  del  deputato  Torraca  alla  Camera  dei  Deputati,  nella  tornata 
del  6  giugno  1888. 


LA   LIBERTÀ   DI    STAMPA   E   IL    CODICE   PENALE.  227 

a  coloro  che  la  usurpano,  per  ingannare  le  popolazioni,  è  merito  ed  è 
dovere.  Il  primo  può  essere  delitto  talvolta  degl'  ignobili  profanatori  del 
giornalismo;  il  secondo  vuol  esser  merito  e  dovere  del  giornalismo  conscio 
del  fine  per  il  quale  la  libertà  di  stampa  è  garanzia  di  ogni  altra  libertà 
e  tutela  dell'interesse  generale. 

E  di  più,  bisogna  distinguere  due  sentimenti,  o  signori  :  l'uno  è  il 
giusto  sdegno,  il  naturale  ribrezzo,  che  si  prova  contro  il  rettile  che 
morde  ed  avvelena,  ed  è  il  sentimento  vostro,  di  uomini  onesti  e  per 
bene.  Ma  badate,  che  di  questo  nobile  sentimento  vostro,  non  prenda 
l'apparenza,  e  non  tenda  a  confondersi  in  esso,  un  sentimento  ben  di- 
verso. 

La  Frode,  descritta  dall'  immortale  Ferrarese,  nascondeva  le  sue  fat- 
tezze prave  sotto  lungo  abito  e  largo  ;  e  vi  è  la  paura  della  Frode,  che 
teme  di  vedersi  stracciato  addosso  il  lungo  abito  e  largo  e  di  vedere 
scoverte  le  sue  fattezze  prave.  E  naturalmente  essa  tenterà  di  sfruttare 
il  vostro  sdegno,  il  vostro  ribrezzo,  a  profitto  della  sua  paura. 

Chiarito  cosi  il  mio  concetto,  vengo  alle  disposizioni  del  Codice 
penale. 

Mentre  quello  del  1859  applica  ai  reati  di  diffamazione,  per  mezzo 
della  stampa,  il  carcere  da  6  mesi  ad  un  anno  ;  ed  il  toscano,  da  6  mesi 
a  due  anni;  e  il  progetto  senatorio  comminava  la  detenzione  da  4  mesi 
a  tre  anni;  il  progetto  dell'onorevole  Zanardelli  infligge  la  pena  della 
reclusione  da  uno  a  cinque  anni  e  la  multa  oltre  a  mille  lire.  Sicché, 
rispetto  alla  legge  sulla  stampa  del  1848,  si  va  non  al  doppio,  non  al 
triplo,  ma  al  decuplo  addirittura,  ed  anche  più  in  là,  se  si  considera  che 
la  pena  della  reclusione  sarà  la  più  severa  ed  afilittiva. 

Or,  se  io  fossi  certo  che  saranno  colpiti  soltanto  gli  abbietti  diffa- 
matori, manderei  anch'io  quel  sospiro  di  soddisfazione  che  usci  l'altro 
giorno  dal  petto  del  nostro  onorevole  collega  Della  Rocca. 

Ma,  se  pur  commendevole  è  il  concetto  nel  quale  si  son  trovati 
d'accordo  l'onorevole  ministro  e  la  Commissione,  io  temo  che  le  con- 
seguenze possano  esserne  talvolta  inique  per  il  giornalismo,  in  generale, 
pericolose  per  la  libera  stampa,  nocive  pel  bene  pubblico. 

L'argomento,  o  signori,  mi  sembra  che  meriti  la  vostra  attenzione. 

10  so  di  avere  anche  contro  di  me  le  prevenzioni  non  guari  oggi 
favorevoli  ai  giornalisti.  Dei  giornalisti  si  è  detto  e  si  dice  gran  bene 
e  gran  male,  e  forse  più  male  che  bene;  ma  è  un  fato  che  essi  hanno 
comune  con  molti,  per  esempio,  cogli  avvocati.  Anzi,  è  singolare  la  coin- 
cidenza tra  le  lodi  e  le  censure  che  si  fanno  degli  uni  e  quelle  che  si 
fanno  degli  altri. 

Ed  io  lo  noto,  perchè  serve  alla  mia  tesi  e  gioverà  a  cattivarmi  un 
po'  di  benevolenza  da  parte  degli  illustri  avvocati  che  siedono  intorno 
a  quel  banco. 

11  libro  nero  contro  il  giornalismo  è  recente,  e  va,  se  non  isbaglio, 
da  Vittorio  Alfieri  all'onorevole  Crispi,  che  vi  ha  scritto  non  ha  guari 
un  periodo  abbastanza  duro.  Ma  il  libro  nero  contro  gH  avvocati  è  an- 
tichissimo, e  comincia  da  Sofocle.  In  fondo  si  equivalgono. 

Il  rimprovero  che  si  muove  agli  uni  ed  agli  altri  è  di  rassomigliare 


22S  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

un  po'  troppo  ai  sofisti  flagellati  da  Platone;  di  attendere  non  a  scoprire 
la  verità  molte  volte,  ma  ad  oscurarla,  mutando  il  bianco  in  nero  ed  il 
nero  in  bianco,  a  comodo  della  causa  o  del  partito;  di  mirare,  nella 
lode  o  nel  biasimo,  nell'accusa  o  nella  difesa,  al  tornaconto  del  cliente 
o  degli  amici,  ed  al  danno  degli  avversari;  di  fomentare  le  querele, 
compiacersi  nelle  discordie,  amare  la  briga  e  la  licenza;  tutte  cause  di 
pubblici  mali. 

Questo  è  il  lato  non  brillante,  una  parte  del  lato  non  brillante  della 
medaglia;  ma  se  guardate  il  rovescio,  vedrete  che  si  può  ripetere  del 
giornalista,  parola  per  parola,  ciò  che,  per  citare  un'autorità  sola,  l'ono- 
revole Zanardelli  disse  dell'avvocato,  in  uno  dei  suoi  magnifici  discorsi 
sull'avvocatura: 

«  Involto  in  tutte  le  agitazioni,  in  tutte  le  tempeste,  in  tutte  le 
lotte  della  società,  l'avvocato,  dice  l'onorevole  Zanardelli  (ed  io  dico  il 
giornalista)  deve  continuamente  difendere  i  diritti  che  voglionsi  concul- 
care, le  persone  di  coloro  su  cui  si  grava  la  odiosa  mano  dell'arbitrio; 
deve  afi"rcntare  con  serena  costanza  ogni  amarezza  ed  ogni  pericolo,  per 
combattere  impavidamente, 

«  Pensoso  più  d'altrui  che  di  sé  stesso, 

qualsiasi  ingiustizia,  oppressione  od  abuso,  sia  che  debba  pugnare  contro 
la  formidabile  ed  onnipotente  persecuzione  del  potere  minaccioso  e  vio- 
lento, sia  che  debba  resistere  al  cieco  fanatismo  ed  all'urlo  infuriato  delle 
plebi.  )) 

Lo  stesso  onorevole  Zanardelli  ha  detto  che  l'avvocatura  è  una  isti- 
tuzione legata  all'ordinamento  sociale  ;  e  Tommaso  Jefferson  esclamava  : 
«  Vorrei  piuttosto  vivere  in  un  paese  che  non  abbia  Governo  ed  abbia 
giornali,  anzi  che  in  un  paese  che  abbia  Governo  e  non  abbia  giornali.  » 

Veramente,  io  preferisco  vivere  in  un  paese  che  abbia  Governo,  ed 
abbia  giornali,  onesti  e  liberi  giornali.  Forse  mi  spingerei  a  credere  che 
oggi  si  possa  fare  a  meno  degli  avvocati  più  facilmente  che  dei  gior- 
nalisti. Checché  ne  sia,  vi  è  grande  connessità  fra  l'ordine  degli  uni  e 
la  classe  degli  altri  ;  lo  che  fa  si  che  abbiano  comuni  molti  pregi  e  molti 
difetti,  perchè  gli  uni  e  gli  altri  adoperano  lo  stesso  mezzo,  la  pubblica 
parola;  gli  uni  e  gli  altri  una  causa  quasi  ordinariamente  difendono  ed 
esaltano,  ed  un'altra  combattono  e  deprimono;  gli  uni  e  gli  altri  la  loro 
professione  mettono  a  difesa  della  giustizia,  ma  possono  anche  abbassare 
a  strumento  della  ingiustizia  e  del  sopruso,  a  danno  dell'innocente,  a 
trionfo  dell'iniquo. 

Ora,  o  signori,  io  devo  notare,  non  senza  qualche  rammarico,  che 
gli  illustri  avvocati,  ministri  e  commissari,  compilatori  di  questo  Codice, 
abbiano  avuto  cura  di  mantenere  per  sé  ogni  cautela,  e  di  abbandonare 
la  stampa  ad  ogni  pericolo. 

L'art.  372  dell'allegato  dice:  «  Se  il  delitto  (di  diffamazione)  è 
commesso  in  documento  pubblico  o  con  scritti  o  disegni  divulgati  ecc., 
la  pena  è  della  reclusione  da  uno  a  cinque  anni  e  della  multa  non  mi- 
nore di  1000  lire  ». 

Ma  nell'art.  $76  è  detto  che  se  il  documento  offensivo  0  l'atto  pub- 


LA  LIBERTÀ   DI   ST4.MPA   E   IL   CODICE   PENALE.  229 

blico  è  di  avvocati,  presentato  all'autorità  giudiziaria,  relativo  alle  contro- 
versie, non  dà  luogo  a  procedimento  penale;  ed  il  giudice  può,  pronun- 
ciando nel  merito  della  causa,  ordinare  una  riparazione  pecuniaria  a  favore 
dell'offeso,  e  la  soppressione  in  tutto  o  in  parte  delle  scritture  offensive. 

Ecco  la  garanzia  per  gli  avvocati  :  chiara,  sicura,  che  non  dà  luogo 
ad  equivoche  interpretazioni,  e  lascia  al  giudice,  non  la  facoltà  di  punire 
dal  massimo  al  minimo;  ma  quella  soltanto  di  non  punire  addirittura. 

Il  perchè  è  chiaro.  Voi,  onorevole  relatore  Villa,  lo  dite  nella  vostra 
relazione  :  nei  casi  contemplati  dal  Codice,  l'avvocato  ha  creduto  di  agire 
come  agì,  animo  defendendi,  per  impedire  che  la  giustizia  potesse  andar 
manomessa.  E  lo  ammetto. 

Ma  viceversa,  quando  vi  si  obbietta  che  in  più  di  un  caso  lo  scrit- 
tore, il  pubblicista  è  mosso  dalla  coscienza  di  adempiere  anch'egli  ad  una 
nobile  ed  elevata  missione;  che  anch'egli  ha  creduto  di  agire  siccome 
agi,  per  impedire  che  la  fede  pubblica  o  qualsivoglia  altro  interesse  po- 
tesse andar  manomesso,  voi  che  cosa  rispondete  ? 

È  vero,  voi  dite;  ma  sotto  il  pretesto  che  la  stampa  sia  chiamata 
ad  un  altissimo  ufficio,  che  ad  essa  spetti  di  fornire  alla  coscienza  pub- 
blica i  mezzi  con  cui  questa  possa  maturare  i  suoi  giudizi,  non  deve 
trovare  schermo  la  malvagia  brutalità  del  sicario  che  attenta  al  più  pre- 
zioso dei  beni. 

Ed  aggiungete:  «  no:  il  delitto -non  può  snaturarsi:  commesso  con 
qualunque  mezzo  di  pubblicità  e  diffusione,  non  cessa  di  essere  qual'  è, 
l'aggressione  e  l'offesa  ai  diritti  della  personalità  umana  ». 

D'accordo. 

Ma  potrei  osservare  che  se  il  delitto,  commesso  con  qualunque 
mezzo  di  pubblicità,  non  cessa  di  essere  quello  che  è,  l'offesa  alla  persona- 
lità umana,  delitto  è  quello  dell'avvocato,  delitto  è  quello  dello  scrittore  ! 

E  potrei  dire  con  voi,  mutando  una  vostra  frase:  basterà  che,  sotto 
il  pretesto  che  l'avvocatura  sia  chiamata  ad  un  altissimo  ufficio  e  ad 
essa  spetti  di  fornire  alla  coscienza  dei  magistrati  i  mezzi  coi  quali  po- 
tranno maturare  i  loro  giudizi,  abbia  a  trovare  schermo  la  malvagia 
brutalità  del  sicario  ? 

Voi  mi  osserverete  che,  se  l'avvocato  offende  una  persona,  difende 
la  giustizia. 

Ed  io  noto  che  ben  di  più  fa  lo  scrittore:  può  offendere  talvolta 
una  persona,  ma  perchè  ?  per  impedire  che  essa  inganni  la  pubblica  fede 
ed  assuma  pubblici  uffici  che  non  saprebbe  esercitare  od  eserciterebbe 
con  pubblico  danno. 

Ma  tutto  questo  lo  valuterà  il  giudice,  voi  dite,  ed  il  giudice  as- 
solverà. Il  giudice  !  Ma  se  voi  avete  questa  certezza  a  priori,  perchè  non 
affidate  al  giudice  l'avvocatura,  come  gli  avete  affidata  la  stampa.  L'av- 
vocatura ha  la  sua  garanzia  al  di  sopra  del  giudice;  ma  l'onesto  e  co- 
raggioso giornalista  non  avrà  altra  garanzia  che  l'indipendenza,  l'impar- 
zialità e  l'intelligenza  del  giudice,  cose  tutte  non  sicure,  ma  contingenti. 

E  badate,  o  signori,  che  la  Commissione  stessa  dimostra  di  non  aver 
molta  fede  nel  giudice,  poiché  a  pagina  292  della  sua  relazione,  su  questo 
argomento,  ci  ia  sapere  di  aver  respinta  una  proposta,  per  quanto  vali- 


230  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

daraente  sostenuta,  di  rendere  facoltativa  al  giudice  una  più  larga  dimi- 
nuzione di  pena  e  la  commutazione  di  quella  corporale  in  pecuniaria, 
per  non  riaprire  (sono  sue  parole)  nuovamente  l'adito  a  quell'abituale 
e  deplorevole  mitezza  che  nelle  controversie  giudiziarie  di  questa  specie 
si  sono  verificate. 

Ora,  o  signori,  io  francamente  vi  dichiaro,  non  come  giornalista, 
ma  come  deputato  devoto  alla  hbertà,  che  preferisco  la  mitezza  anche 
per  gh  abusi,  se  questa  vale  ad  impedire  un'iniquità  contro  il  buon  uso. 

Riandate,  o  signori,  col  pensiero  ai  giorni  delle  acri  lotte,  delle 
contese  acerbe  di  parte;  pensate  alla  possibilità  di  soprusi  e  violenze  da 
parte  di  una  maggioranza  di  cui  sia  strumento  il  Governo,  e  garantirete 
il  giudice  ?  Voi,  hberali,  siete  certi  che  la  libertà  non  debba  attraver- 
sare alcuna  ora  procellosa  ?  Voi  che,  a  volta  a  volta,  foste  minoranza, 
siete  sicuri  di  trovare  in  ogni  caso  l'equità  e  la  imparzialità  del  giudice  ? 

E  badate,  o  signori,  che  quando  più  preme  l'arbitrio,  il  giornalista 
dev'essere  più  vigile  e  vivace,  ed  allora  è  maggiore  il  pericolo  di  non 
trovare  il  giudice  forte  ed  imparziale.  E  quale  sarà,  in  quel  momento, 
la  sorte  riserbata  al'a  libera  stampa,  con  questo  vostro  Codice  ? 

V  è  un  argomento  nelle  parole  su  citate  dell'onorevole  Villa  che 
io  posso  ritorcere.  Basterà,  egli  dice,  il  pretesto  che  la  libera  stampa  è 
chiamata  ad  altissimo  ufficio,  per  dare  schermo  alla  brutalità  del  sicario  ? 

Ed  io  vi  rispondo:  il  pretesto  di  colpire  il  sicario  non  può  dare 
arma  a  colpire  la  libera  stampa  ? 

Ecco  il  pericolo,  o  signori,  contro  il  quale  io  non  vedo  alcuna  si- 
cura difesa. 

Non  è  pericolo  immaginario,  perchè  lo  hanno  visto  e  provato  tanti, 
pubblicisti  e  statisti,  i  quali  perciò  hanno  detto,  come  io  diceva  testé: 
tolleriamo  anche  l'abuso,  affinchè  non  s'inceppi  il  buon  uso.  E  questa, 
praticamente,  è  la  libertà. 

Un  celebre  nostro  statista  pronunciò  nella  Camera  queste  parole  : 
«  il  conciliare  l'esercizio  della  libertà  di  stampa  con  la  repressione  degli 
abusi  è  impresa  nonché  difficile,  oso  dire  impossibile;  quindi  la  neces- 
sità di  contentarsi  di  leggi  imperfette  ». 

Torno  a  dire,  o  signori,  che  io  comprendo  il  vostro  nobile  scopo 
e  partecipo  allo  sdegno  vostro.  Voi  volete  colpire  il  malfattore  che  at- 
tenta al  più  prezioso  dei  beni  umani. 

E  questo  malfattore  si  caccia  fra  i  giornalisti  e  deturpa  e  profana 
la  stampa.  E  quindi  la  buona  stampa  deve  esser  la  prima  a  difendersi 
da  quella  malvagia  intrusione;  a  voler  scacciato,  colpito,  flagellato  l'in- 
truso. Doppio  è  il  maleficio  che  questo  compie:  mentre  uccide,  conta- 
mina l'arma  di  cui  si  serve  e  la  rende  inetta  a  quei  servigi  di  alta  utilità 
pubblica  pei  quali  essa  è  temprata.  Siamo  dunque  d'accordo  nello  scopo. 

Ma  questa  è  una  sola  parte  del  vostro  scopo,  la  difesa  individuale. 
E  l'altra  ?  E  la  difesa  sociale  ? 

Voi  confondete  tutto  e  tutti,  il  perfido  sicario  e  la  vigile  sentinella, 
e  ci  trattate  come  gli  Albigesi,  lasciando  a  Dio  la  cura  di  scernere  i 
suoi.  Lo  che  mi  par  crudele,  e  più  che  crudele  improvvido. 

Considerate,  o  signori,   che  ì'exceptio  verUatis  non  sempre  può  va- 


LA   LIBERTÀ   DI    STAMPA    E   IL    CODICE   PENALE.  231 

lere,  né  sempre  è  facile  addurre  la  prova.  E  vi  sono  uomini  altrettanto 
indegni  della  pubblica  stima  quanto  abili  nel  nascondere  le  proprie  ma- 
gagne e  nel  portare  la  maschera.  Che  deve  fare  la  stampa  che  abbia 
coscienza  del  suo  apostolato  ?  Lasciar  correre  e  vedere  l' impudenza  trion- 
fante e  la  ipocrisia  riderle  in  faccia,  sotto  la  corazza  del  vostro  Codice 
formidabile  ?  O  gettarsi  nella  mischia  e,  facendo  sacrificio  di  sé,  urtare 
contro  quella  corazza  e  ferirsi  ? 

Voi  non  incoraggiate,  o  signori,  questi  sacrifici,  doverosi  sacrifici, 
dell'onesto  giornalismo  che  tante  volte  hi  potuto  dire:  ho  affrontatola 
condanna,  ma  sono  riuscito  a  chiudere  la  porta  del  mio  comune,  della 
provincia,  del  Parlamento,  ad  un  impostore. 

Non  è  dunque  sull'esercizio  abusivo  della  libertà  che  si  aggrava  la 
vostra  mano;  ma  voi  l'aggravate  anche  sull'esercizio  legittimo. 

Sento  dire  che  molti  problemi  avete  felicemente  risoluti  con  questo 
Codice  penale,  ed  io  lo  credo,  e  vi  applaudo;  ma  il  problema  di  con- 
ciUare  il  sacro  rispetto  dovuto  all'uomo  privato,  col  diritto  della  pubblica 
discussione  dell'uomo  pubblico  o  di  colui  che  al  pubblico  si  affaccia  per 
averne  fiducia  e  favori,  questo  problema  voi  non  l'avete  risolto,  e  nem- 
meno considerato  abbastanza.  Sicché,  mentre  crederete  di  aver  fatta  opera 
da  meritarvi  il  plauso  degli  onesti,  se  ne  compiaceranno  e  loderanno, 
in  segreto,  coloro  che  hanno  ragione  di  temere  di  sé  e  della  pubblica 
discussione,  e  che  ora  potranno  affrontarla  impavidi  e  invulnerabili.  In 
altri  termini,  avrete  diminuita,  svigorita,  la  difesa  sociale,  ed  accresciuta 
la  baldanza  dei  tristi. 

Qual'  é,  o  signori,  la  grande  minaccia  degli  ordini  liberi  e  delle  so- 
cietà democratiche?  È  questa:  che  vengano  fuori  a  ghermire  i  pubblici 
ufiìci,  coloro  che  non  hanno  le  qualità  per  esercitarli,  gente  da  preda, 
avida,  faccendiera,  senza  scrupoli;  e  voi  l'unico  argine  contro  la  torbida 
piena  indebolite,  e  la  piena  stessa,  non  volendo,  ingrossate  ! 

E  poi,  signori,  bisogna  considerare  le  cose  da  un  altro  aspetto. 

Voi  tutti  avete  viva  la  memoria  di  scandali  recentissimi,  enormi, 
strepitosi,  che  hanno  agitata  l'Italia  per  mezzo  della  stampa.  La  psichiatria 
ha  detto  :  «  sono  dei  mattoidi  !  »  Si,  erano  casi  di  patologia  individuale, 
ma  questa  patologia  individuale  ha  trovato  larga  rispondenza  in  una  pa- 
tologia sociale  e  politica. 

Una  corda  stridente  ha  fatto  risuonare  tutte  le  corde  stridenti  della 
penisola.  Di  qui  il  rumore,  il  frastuono,  la  voga  !  Perché,  o  signori  ? 

Vi  era  qualche  cosa  che  io  non  saprei  qualificare.  Dirò  che  i  buoni 
figU  di  Noè,  i  Sem  ed  i  Jafet  del  giornalismo,  avevano  volto  gli  occhi 
altrove  per  non  vedere,  o  avevano  voluto  coprire. 

E  si  é  trovato  qualche  Cam  cinico  e  sfacciato  che  ha  scoverto  vio- 
lentemente e  sconciamente. 

Ed  il  pubblico  ha  battuto  le  mani. 

Il  giornalismo  buono  era  forse  venuto  m.eno  ai  suoi  doveri,  ed  ir- 
ruppe a  sostituirlo,  a  modo  suo,  il  giornalismo  cattivo  e  diffamatore, 
che  in  un  momento  allagò  il  bel  paese. 

Io  non  so  se  fu  tutto  male  codesto;  ma,  o  signori,  badate  ai  risultati. 

Qui,  in  questa  Camera,  sono  egregi  pubblicisti,  i  quali  prima  di  ve- 


232  GUIDA   DELLA   STAMPà   PERIODICA   ITALIANA. 

nire  qua  dentro  hanno  dovuto  lottare  per  molti  anni  e  vincere  aspre 
difficoltà.  Al  contrario,  col  rapido  tirocinio  di  quella  che  fu  giudicata 
diffamazione  ed  ingiuria,  altri  immediatamente  avete  veduto  venire  in 
mezzo  a  voi  ! 

I  giudici  li  avevano  colpiti;  ma  gli  elettori  hanno  sforzate  le  porte 
della  prigione  per  farli  uscire,  e  spalancate  quelle  di  Montecitorio  per 
farli  entrare. 

Tutto  questo,  o  signori,  è  storia  ben  grave,  storia  di  ieri;  non  ab- 
bastanza studiata  come  si  conveniva  ad  uomini  politici  previdenti  e  prov- 
videnti. 

E  voi,  onorevole  Zanardelli,  guardando  a  questo  fenomeno  di  pa- 
tologia sociale  e  politica,  più  come  giurista  che  come  statista,  sperate  di 
impedirne  le  manifestazioni,  accrescendo  i  rigori  del  Codice  penale.  Ma 
credo  v'inganniate. 

II  Codice  penale  potrà  diventare  strumento  più  attivo  di  candida- 
ture eteroclite  ed  avariate.  Quando  vi  è  qualcosa  di  guasto  di  quella 
natura  occorrono  altri  rimedi  ed  altre  ricette. 

Sicché  io  temo  che  il  probabile  risultato  dei  vostri  provvedimenti 
sarà  questo  :  impedendo  ai  cattivi  umori  di  erompere  e  venir  fuori,  rende- 
rete più  attiva  r  interna  cancrena.  E  questo  ritengo  per  certo,  che  non  isra- 
dicherete  la  mala  erba  ed  avrete  compresso  i  germogli  della  buona;  non 
avrete  mozzi  gli  artigli  al  giornalismo  pravo,  ed  avrete  scemato  il  co- 
raggio dell'onesto. 

E  questa  stampa  italiana  che  alcuni  dicono  decaduta,  non  si  risol- 
leverà di  certo.  Riderà,  scherzerà,  fìngerà  di  non  vedere,  lascerà  passare 
e  correre.  Questa  stampa  farà,  come  faceva  Cicerone,  ed  erano  i  tempi 
nei  quaH  finiva  la  repubblica  romana.  Intorno  a  Cicerone  (dice  un  fran- 
cese, F.  Chasles,  che  ha  saputo  mettere  il  dito  sulle  piaghe  della  Francia 
e  della  razza  latina),  intorno  a  Cicerone  i  caratteri  si  abbassavano,  l'e- 
goismo cresceva,  l'ombra  invadeva.  EgU  lo  vedeva  bene;  con  grazia  friz- 
zava i  difetti  ed  i  vizi  dei  contemporanei;  se  ne  affliggeva  senza  collera; 
se  ne  divertiva  tristamente. 

Voi  dunque  non  avrete  provveduto  alla  difesa  sociale;  e  per  voler 
comprimere  la  licenza,  avrete  come  ho  detto,  resa  più  attiva  la  cancrena 
di  dentro. 

Che  se  una  riforma  volevate,  dovevate  cercarla  nel  Codice  di  pro- 
cedura penale.  Questo  è  che  ingrossa  gli  scandali,  che  centuplica  le  dif- 
famazioni e  le  ingiurie;  ed  è  per  questo  che  un  disgraziato  offeso  si  vede 
ludibrio  dell'offensore  per  lunghi  e  lunghi  giorni,  che  sono  i  giorni  della 
gogna;  è  per  questo,  come  ben  dite,  onorevole  Villa,  che  diventa  illu- 
soria e  talvolta  perfino  ridicola  e  dannosa  la  protezione  della  legge. 

Chi  va  in  tribunale  per  cercare  riparazione,  non  trova  che  maggior 
detrimento.  L'offensore  e  l'avvocato  di  questo  lo  aggrediscono,  lo  sgraf- 
fiano, lo  dilaniano;  e  l'avvocato  è  sempre  più  crudele  dell'offensore,  e 
sempre  più  forte  del  presidente.  Riformate  la  procedura  e  sarà  bene. 

Ed  un'altra  riforma  ancora.  Io  voglio  la  libertà,  ma  voglio  la  re- 
sponsabilità; la  responsabilità  diretta  dei  giornali;  e  dico  con  un  pub- 
biisista  francese:  «  quando  penso  che  gli  scrittori  si  nascondono  dietro 


LA  LIBERTÀ  DI   STAMPA   E  IL   CODICE    PENALE.  233 

teste  di  legno,  arrossisco  ».  Ecco  le  riforme  efficaci  e  sicure;  ma  quanto 
alle  pene,  non  aggravate,  signori,  poiché  non  potete  distinguere,  né  pre- 
vedere. Per  me  basterebbe  una  pena  sola.  Convinto  il  diffamatore,  vorrei 
che  su  tutti  i  giornali  e  sulla  Gai:^etta  ufficiale  fosse  pubblicato:  «  Tizio 
è  diffamatore  !  »  Basterebbe,  e  sarebbe  finito. 

Mi  affretto  a  conchiudere.  Le  leggi  di  libertà  sono  quelle  che  sono, 
sono  quello  che  è  la  libertà.  Donde  il  detto  antico  :  preferisco  la  libertà 
colle  sue  tempeste,  alla  servitù  colla  sua  bonaccia.  E  più  e  più  volte 
furono  chieste  restrizioni  e  furono  reclamati  rigori;  ma  nessun  partito, 
nessun  uomo  di  Stato  die  retta  ai  reclami.  Una  sola  modificazione  si  fece 
nei  primi  tempi,  e  fu  per  garantire  i  nostri  rapporti  internazionali.  Ma 
quando  Cavour  propose  quella  modificazione,  d'accordo  con  Rattazzi, 
non  cessò  dal  ripetere  e  protestare  che,  per  gli  effetti  interni  della  legge 
del  1848,  egli  la  voleva  inviolata  osservando  che  un  maggior  rigore 
contro  gli  eccessi  e  gli  errori  della  stampa,  avrebbe  condotto  a  conse- 
guenze contrarie  a  quelle  desiderate.  E  più  tardi  ricordò  i  tempi  del  1849, 
la  temuta  reazione  ed  un  suo  articolo  sul  Risorgimento  che  aveva  per 
motto  :  Non  toccale  la  stampa.  Io  ho  ricercato  questo  articolo  e  ve  ne 
leggerò  due  linee  sole,  che  sono  poi  diventate  un  luogo  comune,  ma 
non  ancora  un  pratico  insegnamento:  «  Gli  amici  della  libertà  sanno 
che  non  è  possibile  godere  i  vantaggi  della  libera  stampa,  senza  soffrirne 
gl'inconvenienti.  » 

E  notate  che  vi  si  parla,  non  degli  abusi  politici  soltanto,  ma  anche 
di  quelli  dovuti  alla  malvagità  umana.  E  forse  non  vi  fu  uomo  di  Stato 
più  calunniato  di  Camillo  Cavour. 

Ora  io  domando  se  proprio  dopo  40  anni  dalla  inaugurata  libertà 
in  Italia  si  debba  ritornare  indietro  e  reputare  efficace  quello  che  fu  re- 
spinto nel  1849,  nel  1850  e  nel  185 1.  È  progresso  cotesto.^  Voi  mi  di- 
rete che  il  costume  pubblico  non  ha  progredito,  e  non  ha  progredito 
la  stampa.  Io  lo  nego  :  ma  fosse  vero  !  Fosse  pur  vero  che  la  stampa  è 
decaduta,  sapete  che  cosa  vorrebbe  dir  ciò.  La  stampa  è  specchio  fedele: 
essa  riflette  la  pohtica  come  è  e  la  società  nei  suoi  atteggiamenti.  I  suoi 
vizii  sono  i  nostri  vizii. 

Or  badate  che  non  vi  accada  quello  che  accadde  alla  scimmia  : 
ruppe  lo  specchio  che  rifletteva  la  sua  brutta  figura;  ma  la  brutta  figura 
essa  vide  non  più  in  uno  specchio  solo,  ma  in  cento. 

Prego  dunque  vivamente  l'onorevole  ministro  a  voler  considerare 
le  sue  proposte. 

Duolmi  di  aver  detto  che  in  questa  questione  il  giureconsulto  ha 
sopraffatto  un  po' lo  statista;  ma  è  una  quistione  di  indole  essenzialmente 
politica,  ed  io  lo  prego  a  volervi  ritornare  su,  coi  criteri  di  uomo  politico. 

Io  lo  prego  a  voler  ristudiare  il  problema,  che  innanzi  ho  accen- 
nato, ed  a  non  far  sì  che  la  buona  stampa,  confusa  con  la  cattiva,  sia 
abbandonata  alla  discrezione  dei  giudici,  pericolosa  per  la  libertà.  Che 
se  il  problema  dovesse  rimanere  insoluto,  lasci  le  cose  come  sono,  poiché, 
giova  ripeterlo,  la  libertà  con  le  sue  tempeste  è  preferibile  alla  servitù 
con  la  sua  bonaccia.  E  spero  che  la  Camera  si  assoderà  al  mio  voto. 
(Benissimo  l  Bravo  l  ) 


Mm&M&% 


-  é  Z'ad iiìtove  ai  tina^ua  tz^anccòc 
e  i^^a^^cò^'  -  loz^i^i^cc  a  -wiiii  co'\vèi^iowi  aco-Ht-a'te 
vcZ'Oioni  ci  tow\a'n^i  iz^awccyi  ed  iwa'ic':>i  pcz  ap- 
ipcwcioi   ci   (xiozivati, 

Jia  a  dixÀXio   di   izadu^Àonc  di   r>azccc^vi  zoman^^^i  di   ArsénC 

Houssaye,  Henry  Gréville,  Jules  Claretie,  Juliette  Lamber, 
Xavier  de  Montépen,  Guy  de  Moupassant,  Paul  Mahalin, 
Evariste  Carrance,  Henry  Révoil,  Marie  Leroyer,  Alexandre 
Rocoffort,  Qcc. 

9\ivot^ersi  per  te  trattative  a  Sinorato  §oaz,  Roma,  Via 
D^iodena,  41,  p.  jf. 


E  FABBRICA  NAZIONALE  DI  MACCHIA  TIPOGRAFICHE 

NORBERTO  ARBIZZONI,  MONZA 

Premiato  anche  dal  R.  Ministero  d'Agricoltura,  Industria  e  Commercio 


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PSEUDONIMI 


Abate  E . . .  —  Raffaele  De  Cesare. 

Adii  (da  Palermo  al  Co5worama  di  Milano) — Antonino  Diliberto. 

Adimaro  (Fracassa)  —  Guido  Biagi. 

Adrianns  {Fracassa)  —  Rocco  De  Zerbi. 

Ahasvero  —  Dott.  Giulio  Guerrieri. 

A.  L.  {Diritto)  —  Luigi  Arcliinti. 

Alcesto  (Occhialetto)  —  Carlo  Cav.  Carafa  Duca  di  Noja. 

Aldo  —  Giovanni  De  Castro  di  Vincenzo. 

Aldo  (  Vedetta)  —  Tommaso  Glieradi  Del  Testa. 

Alfa  {Gazzetta  di  Venezia) — Achille  Lanzi. 

A.  Libri  —  Cesare  Cavara  (morto  nel  1880). 

Alin  (Commedia   Umana  e  Capitale)  —  Antonio  De  Piro. 

Ambrosia  {hidovinello,  Messina)  —  Gaetano  Arcadipane. 

Amer  Carlo  {Conversazioni  Domenicali)  —  Aldo  Carrera. 

Amerigo  Vespncci  (Giornale  delle  dotine,  Torino)  —  Giuseppe  Sarti. 

Amica  (L')  dei  Bimbi  —  (Vedi  Cordelia). 

Amico  (L')  dei  Bambini  {Paradiso  dei  Bambini)  —  Onorato  Roux. 

Anastasio  Buonsenso  —  Carlo  Bara  valle. 

Angelo  di  Cabruna  —  Matilde  Serao. 

Anselmo  Rivalta  —  Luigi  Castellazzo. 

Appio  Fiorini  —  Filippo  Airoli. 

Araby  —  Costa  Luigi. 

Ariele  —  Giuseppe  Franclii-Verney. 

Aristo  (Fanfidla)  —  Giuseppe  Marcotti. 

Arnould  Arturo  — A.  Mathey. 

Arrigo  Jonico  —  Prof.  Ciro  Gojorani  (Pescia). 

Arturo  (nei  giornali  sardi)  —  Salvatore  Delogu. 

Asdrubale  (Italia,  Milano)  —  Maffio  Milesi. 

Assio  Oattilio  —  Attilio  Cassio. 

Asso  I 

At+     T    11      {Sole,  Milano)  —  Felice  Cameroni. 

Augusto  {Cittadino  di  Genova)  —  Luigi  Augusto  Corvetto. 

Ausonio  De  Liberi  —  Silvio  Antonio  Caligo. 

Ausonio  Franchi  —  ex-sac.  Cristoforo  Bonavino. 

Ausonio  Liberi  —  G.  A.  Giustina. 

Ausonio  Liberto  —  G.  Levantini-Pieroni. 

Ave  (Gazzetta  Musicale,  Milano)  —  Dott.  Angelo  Vecchi. 


B.  A.  G.  {Giornale  per  i  'bambini)  —  Guido  Biagi. 
Baby  (Fracassa) —  ^ohQxio  Bracco. 


GUIDA    DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


Baldassarre  Boni  (Libertà)  —Alessandro  Arbib. 

Barbita  (Corriere  della  sera)  —  Viglienzoni. 

Bardi  Ugo  —  Giuseppe  Bianchi. 

Barone  Cicogna  (il)  (Fì^acassa)  —  Giuseppe  Turco. 

Barone  De  Vida  —  Davide  Rabeno  (morto). 

Bianchi  E.  (Illustrazione  per  tutti)  —  Giacinto  Stiavelli. 

Bibliofilo  (Illustrazione  italiana)  —  Emilio  Treves. 

Bici  (Fanfulla  e    Tribuna)  —  Augusto  Sindici. 

Blasco  (Fatifulla)  —  Emanuele  Navarro  della  Miraglia. 

Bobby  {Fanfulla)  —  Roberto  Montgomery-Stuart. 

Brigada  (Fanfulla)  —  Gabardo  Gabardi. 

Brrrr  !  (Fischietto  e  Pasquino)  —  G.  A.  Cesana. 

Bruno  Sperani  —  Beatrice  Speraz. 

Btz  (Fischietto)  —  Piacentini. 

Burraschino  (id.)  —  Vittorio  Turletti. 


Caffaro  [Caffaro  sino  al  1883)  —  Anton  Giulio  Barrili. 

Caligola  Eeinomi  {Patria  di  Bologna)  —  Prof.  Emilio  Roncaglia. 

Cam  (Giornale  toscano)  —  D.  R.  Segre. 

Camillo  (Fischietto)  —  Camillo  Marietti. 

Canella  Tommaso  (Fanfulla)  —  G.  A.  Cesana. 

Canellino  (fanfulla)  —  Luigi  Cesana. 

Capitano  Nemo  {Paradiso  dei  bambini)  —  Ruggero  Roux. 

Caramba  {Don  Chisciotte)  —  Eduardo  Boutet. 

Carbonilla  —  Olga  Ossani-Lodi. 

Carlo  Dossi  —  Alberto  Pisani. 

Carmandino  (nel  Caffaro  sino  al  1883)  —  Anton  Giulio  Barrili. 

Carmilein  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Carmelo  Cantalamessa. 

Castelnuovo  (Di)  Leo  —  Conte  Leopoldo  Pullè  (figlio). 

Cast&lnuovo  Eiccardo  —  Conte  Pullè  (padre). 

Castelvecchio  Riccardo  {Babilonia,  Firenze)  —  Conte  G.  Pullè. 

0.  C.  {Prime  letture)  —  Cesare  Cantù. 

C.  Collodi  —  Carlo  Lorenzini. 

Cecco  d'Ascoli  —  Giuseppe  Revere. 

Cece  {Piovano  Arlotto  di  Firenze  1858-60)  —  Pirro  Giacchi. 

Cerosa  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Cesare  Chiusoli. 

Cesare  Moscata  {Gazzetta  dell'  Emilia)  —  Cesare  Dailanoce. 

Cetego  —  Lucio  Jacobelli. 

Ch.  {Pojìolo  Romano)  —  Costanzo  Chauvet. 

Chiquita  (Fracassa)  —  prima  Ernesto  Mezzabotta,  poi  Matilde  Serao. 

Chirtani  Luigi  {Illustrazione  italiana)  —  Luigi  Archinti. 

Cicala  {Caffaro)  —  Vedi  Lanfranco. 

Cicito  {Fanfulla)  —  Capitano  Francesco  Giganti  (morto). 

Cicco  e  Cola  (Illustrazione  italiana)  —  Emilio  Treves  e  Ugo  Pesci. 

Cimbro  —  Giovanni  Faldella. 

Cimone  {Fracassa  e  Don  Chisciotte)  —  Emilio  Faelli, 

Gino  (El)  {Ehi  ch'ai  scusa)  —  Avv.  Gustavo  Vicini. 


PSEUDONIMI.  237 


Cintraco  (II)  (Caffaro)  —  Prof.  Giacinto  Angelo  Frascare. 

Ciriaco  {Fanfulla)  —  Michele  Maroni  (?). 

Ciro  D'Arco  —  Giusepx^e  Torelli. 

Claudio  Frollo  {Fracassa)  —  Arturo  Colautti. 

Ciotto  Arrighi  —  Carlo  Righetti. 

Cernito  {Caffaro;   fu   anche   usato   da  Vittorio   Augusto  Vecchi)  — 

Prof.  Giacinto  Angelo  Frascare. 
Compare  Turiddu  [Gazzetta  dell' Emilia)  —  Oreste  Cenacchi. 
Conte  Lara  —  Domenico  Milelli. 

Contessa  Lara  {Fracassa)  —  Eva  Cottermole  Mancini. 
Contessina  Bice  —  Anna  Bencivenni. 
Conway  Ugo  —  F,  I.  Fargus. 

Cordelia  {Giornale  dei  fanciulli)  —  Virginia  Treves. 
Cordùla  —  Contessa  Irene  della  Rocca. 
Criket  {Fanfulla)  —  L.  Carli. 

Crisalide  {Farfalla,  Milano,  e  Preludio,  Bologna)  —  Luigi  Lodi. 
Cugmein  489  (Ehi  ch'ai  scusa)  —  Giovanni  Zanotti, 
Cuique  suum  (Gazzetta  d'Italia)  —  G.  G.  Ferenzona  (morto). 
C.  Yols  {Gazzetta  del  Contadino)  —  Toso  Flaminio. 

dal  {Fanfulla)  —  G.  Vigna  dal  Ferro. 

D'Alma  viva  —  Giulio  Piccini. 

Dama  Bianca  (La)  (Don  Chisciotte)  —  Olga  Ossani-Lodi. 

Das.  {Secolo)  —  Nicola  Daspuro. 

Dea  —  Dejanira  Ugolini. 

Delta  {Corriere  di  Napoli)  —  Lorenzo  Zammarano. 

De  Rosa  Ludovico  —  Luisa  Saredo. 

Dick  {Fanfulla,  da  Londra)  —  Cimino. 

Dick,  figlio  di  dp.  {Italia)  —  Dario  Papa. 

D'Ine.  —  Ernesta  Napollon  (morta  nel   1885). 

Dino  Berni  —  Ing.  Francesco  Bernardini. 

Disilluso  —  Giuseppe  Cimbali. 

Doctor  Veritas  {Conversazioni  domenicali)  —  Leone  Fortis. 

Don  Abbondio  {Fracassa)  —  Enrico  Onufrio. 

Don  Benedicite  {Caffaro)  —  Anton  Giulio  Barrili  prima,   poi   Erne 

sto  Morando  ed  altri. 
Don  Cesare  di  Bazan  {Don  Chisciotte)  —  Leone  Vicchi. 
Don  Fuso  —  Arnaldo  Fusinato  (morto). 
Don  Lumachine  —  Francesco  Giarelli. 
Don  Pandolfo  {Fracassa)  —  Giuseppe  Turco. 
Don  Poppino  {Fanfulla)  —  Guglielmo  De  Toth. 
Don  Samuele  {Fracassa)  —  Eugenio  Rubichi. 
Dora  [Paradiso  dei  Bambini)  —  Eleonora  Costa. 
Dora  D'Istria  —  Principessa  Elena  Ghika  (morta). 
Dottor  Pertica  {Cronaca  Bizantina)  —  Davide  Besana. 
dp.  {Italia) —  Dario  Papa. 
Dragonio  {Fanfulla)  —  Giuseppe  Dragonetti. 


238  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

D.  H.  S.  {Fracassa)  — ■  Davide  Rubens  Segre. 
Duca  Minimo  [Tribuna)  —  Gabriele  d'Annunzio. 
Lue  Ajaci  (I)  —  Silvio  Rossi  e  Arturo  Belcredi. 

E.  —  Ernesta  Napollon  (morta). 

E.  Caro  (Fanfulla)  —  Baldassarre  Avanzini. 

Edmondo  Guidi  —  Ludovico  Biagi. 

Edoardo  [Libertà]  —  Edoardo  Arbib. 

Edoardo  De  Albertis  [Giornale  delle  donne)  —  Cristina  Guidiccini  in 

Tabellini. 
E.  Enne  [Fracassa)  —  Gaetano  Malenotti. 
Ego  [Fanfulla)  —  Vincenzo  Salvatore. 
E.  Liandore  [Ordine,  di  Ancona)  —  Enrico  Andreoli. 
Elio  Stalieno  [Caffaro)  —  Luigi  Arnaldo  Vassallo. 
Eliseo  Hopping  —  Luigi  Arcbinti. 
Elmo  di  Mambrino  [Fracassa)  —  Ferruccio  Rizzatti. 
E.  M.  [Dailìj  News)  —  Enrico  Montazio  (morto). 
Emilia  del  Po  —  Emilia  Rossi. 

Enotrie  Emiliano  [Gazzetta  di  Ferrara)  —  Giuseppe  Barbicinti. 
Enotrie  Italico  —  Prof.   Ottavio  Ottavi  (Casale). 
Enotrie  Romano  —  Giosuè  Carducci. 
Erastotene  —  Attilio  Brunialti. 
Erik  —  Erik  Lumbroso. 

Ercta  [Fanfulla)  —  G.  Ragusa-Moleti  (Palermo). 
Ersace  Nairige  —  Cesare  Gianeri. 
Esperico  Veri  [Tipografo)  —  G.  Bobbio. 
Espronceda  —  Tullio  Minelli. 
Essebi  [Tribuna]  —  Salvatore  Barzilai. 
e.  t.  [Illustrazione  italiana)  —  Emilio  Treves. 
Etcarro  —  E.  C.  Rossetti. 


Falsariga  —  Raffaele  Martire. 

Falucci  Ettore  —  Felice  Cottrau  (morto). 

Fanfulla  —  Barone  Guglielmo  Collotti  (siciliano). 

Fantasie  [Fanfulla)  —  Ferdinando  Martini. 

Fante  di  cuori  —  Giovanni  De  Rossi. 

F.  Antony  —  Conte  Fantoni. 

-  ,     ...     \  Attilia  Morando  (Genova). 

Fata  Nijj  \  s^^^^^-^  (?)      . 

Faust  —  Vittorio  Palmeri. 

Fausto  [Faìifulla)  —  Rinaldo  de  Sterlich.. 

Febea  [Fracassa)  —  Olga  Ossani  Lodi. 

T ébo  (Fanfulla) — Federico  Bonola  (Cairo). 

Feroso  [Ordine,  di  Ancona)  —  Avv.  Micbele  Maroni. 

Filantropo  (II)  —  Prof.  Tallarigo. 

Filadelfo  —  Domenico  Beisso. 


PSEUDONIMI.  239 


Pìlopantì  OiUirico  —  Giuseppe  Berilli. 

Fischio  (da  Genova,  Fanfulla)  —  Giovanni  Daneo. 

F.  Larra  {Commedia   Umana)  —  Mario  Giusto  Calvi. 

Flaviani  Flaviana  {Mamma  e  La  Donna)  —  Gualberta  Alaide  Beccari. 

Flaviani  T.  0.  —  Prof.  Luigi  Patalano. 

Flavio  G-ioja  {Caffaro)  —  Federigo  Verdinois. 

Floro  Bruzio  —  Gabriele  d'Annunzio. 

Foglietta  {Caffaro)  —  Avv.  Enrico  Brusco. 

Folchetto    {Fanfulla)  —  Jacopo  Caponi  (Parigi). 

Forese  {Fanfulla)  —  Emma  Perodi. 

Fortunio  {Commedia  Umana  e  Capitale)  —  Acliille  Bizzoni. 

Fortunio  {Fracassa)  —  L.  Montecorboli. 

Fortunio  {Sfinge  d  Antenore)  —  Italo  Mazzon. 

Forsan  {Caffaro)  —  Guido  Biagi. 

Forward  {Fracassa)  —  Onorato  Roux. 

Fourchambault  —  Luigi  Rasi. 

Fox  —  Ferdinando  Martini. 

Fra  Chichibio  {Fischietto)  —  Carlo  Avallo  (morto). 

Fra  Fazio  (  Vedetta)  —  Guido  Carocci. 

Fra  Fusina  —  Arnaldo  Fusinato. 

Fra  Galdino  {Fiscìiietto)  —  Desiderato  Chiaves. 

Fra  Giocondo         {id.)       — Luigi  Pietracqua. 

Francolino  {Fracassa)  —  Giuseppe  Gentili  (Parigi). 

Fritz  —  Giacinto  Gallenga. 

Frosch  — M.  Titone. 

Frou-Frou  {Fanfulla)  —  Barone  Francesco  de  Renzis. 

Fucile  {Fanfulla)  —  Oreste  Baratieri. 

Fulminant  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Enrico  Stuffler. 

Furio  Minestri  {Fanfulla)  —  Giustino  Ferri. 


Galaor  {Corriere  di  Roma,  ora  di  Napoli)  —  Nicola  Bernardini. 

Gandolin  [Don  Chisciotte)  —  Luigi  Arnaldo  Vassallo. 

Gavroche  {Commedia   Umana) — Achille  Bizzoni. 

G.  Dalsani  (pei  disegni  della  Luna  di  Torino)  —  Giorgio   Ansaldi. 

Geografo  (II)  {Fracassa)  —  Donati. 

Geronimo  {Fanfulla)  —  Giovanni  Faldella. 

Ghizi  Gero  {Don  Chisciotte)  —  Aristide  Morini. 

Gian  Bono  Cortese  {Caffaro)  —  Girolamo  Vassallo. 

Gibus  {Corriere  di  Napoli)  —  Eduardo  Scarfoglio  e  Matilde  Serao. 

Gigo  Redi  —  Cosimo  De  Giorgi. 

Gii  {Fracassa  — Antonio  Bernabei  (morto). 

Gilbert  {Courrier  fraìico-italienne)  —  Gilberto  Govi. 

Gilui  Nolastelca  —  Luigi  Castellano. 

Gino  Chidimmi  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Giuseppe  Domenichini. 

Giorgio  Gandi  {Roma)  —  Medoro  Savini  (morto). 

Giorgio  Palma  {Giornale  delle  donne  e  Tribuna) — Emilia  Luzzatto, 

Giovannino  —  G.  B.  Cajafa. 


240  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA   ITALIANA. 

Giovanni  Scriba  {Italia)  —  Dario  Papa. 

Girovago  (II)  {Fracassa)  —  Benedetto  Cirmeni. 

Giselda  {Caffaro  e  Fracassa)  —  Giselda  Rapisardi-Fojanesi. 

Giallo  Antimaco  —  Eugenio  Camerini  (morto). 

Giulio  Pippi  {Caffaro)  —  (Giulio  ?  Pietro)  Guastavino. 

Glauco    Preludio)  —  Argemiro  Gustavo  Morelli. 

Glauco  {Caff'aro,  sino  al  1883) — Anton  Giulio  Barrili. 

G.  M.  Labronio  —  Giovanni  Marradi,  di  Livorno. 

Golia  Boscherecci  {Fracassa)  —  Piero  Carboni. 

Gorrio  Tobia  —  Arrigo  Boito. 

Graff  {Fischietto)  —  Giacinto  Gallenga. 

Grisostomo  iConciliatOì^e)  —  G.  Bercliet  (morto). 

Guidi  Tommasina  —  Cristina  Guidicini-Tabellini. 

Guido  Cinelli  {Rivista  contemporanea,  Torino)  —  E.  Camerini  (m.). 

Gustavo  Chambery  {Progresso,  Piacenza)  —  Gustavo  Paroletti. 

H 

Hahhh  !  !  !  {D.  Ortensio,    e  Lotta,  di  Lecce)  —  Conte  di  Pisignano. 

Hettorre  {Fan f ulta)  —  Ferdinando  Martini. 

Hierro  {Rivista  eurojtea,  Fanfulla  e  Fracassa) — Gio.  Alfredo  Cesareo. 

Homunculus  {Pungolo)  —  Felice  Uda  (sardo). 

Homunculus  —  Giacomo  Racioppi. 


Ibis  {Iside  in  Alfea,  Pisa)  —  Cav.  Luigi  E.  Pintor  Navoni. 

lopolito  {Fanfulla)  —  Ippolito  Lavalletta  Francki. 

Ippolito  d'Albano  {Gazzetta  d'Italia)  —  Prof.  G.  A.  Biaggi. 

Italo  Franchi  {Cronaca  Bizantina)  —  Enrico  Montazio  (morto). 

Italo  Sveno  {Caffaro)  —  G.  Gaufridy. 

Italicus  (da  Tripoli  nel  Fanfulla)  —  Parmenio  Bettoli. 

Italus  {Daily  News) — Enrico  Montazio  (morto). 

Ituzzira  {Cronaca  dell'  istruzione  e  Rivista  Didascalica)  —  Antonio 

Rizzuti. 
Ivan  {Fracassa)  —  Giovanni  Zannoni. 

Jacopo  {Fanfulla)  —  J.  G.  Vitale. 

Jacopo  Doria  {Caffaro)  —  Giuseppe  Pizzorni. 

Jacopo  Moeniacoeli  —  Vittorio  Imbriani  (morto). 

Jack  la  Bolina  {Fanfulla)  —  Vittorio  Vecchi. 

Jago  {Fan/'ulla)  —  Prof.  Targioni  Tozzetti. 

Jarro  —  Giulio  Piccini. 

Jobi  —  Ildebrando  Benci venni. 

Josuè  —  Alessandro  AdemoUo. 

Junius  Eedivivus  —  Gustavo  Strafforello. 

Eappa  d' Ics  (Fanfulla)  —  Giustino  Ferri. 


PSEUDONIMI.  241 


K  (Corriere  della  sera)  — Michele  Torraca. 


L.  {Dovere,  cessato)  —  Antonio  Fratti. 

L.  A.  C.  {Cittadino  di  Genova)  —  Luigi  Augusto  Cervettc. 

L'rf^ngelo  {Cronaca  Bizantina)  —  Davide  Besana. 

L<*afrailCO  Cicala  (nel  Caffaro,  comune  a   chi  scrive  di  musica;  fu 

usato  da  Luigi  Ponthenier,  poi  da  E.  Morando,  oggi  da  Pietro 

Guastavino). 
Lanfranco  Pevere  {Caffaro)  —  Cav.  Giuseppe  Pizzorni. 
Lanzerotto  (nel  Caffaro  lo  usò  Barrili,  poi  Ernesto  Morando,  oggi 

è  comune  a  diversi  scrittori). 
Laura  —  Giovanni  De  Castro. 
Leandro  —  Luigi  Castellano, 
"leandro  {Cronaca  Bizantina)  —  G.  L.  Ferri. 
Leggerino  {Pensiero  di  Verona)  —  Silvio  Barbieri. 
Lelio  {Fanfidla)  —  Gian  Leopoldo  Piccardi. 
Libero  {Rassegna,  cessato)  —  Francesco  Torraca. 
Lino  da  Volterra  {Corriere  di  Napoli)  —  Raffaele  De  Cesare. 
Lippo  Lippi  —  0.  F.  Bianco. 
Luciano  Montaspro  —  Ludovico  Merlini. 
Lucifero  —  Francesco  Paresce. 
Lucio  Giunio  Veronico  —  Mons.  Luigi  Gaiter. 
Lucius  —  Francesco  Cerone. 
Ludovico  de  Sose  —  Luisa  Saredo. 
Lyricus  —  Eduardo  Cirillo. 

M.  {Cittadino  di  Genova)  —  Avv.  Ernesto  Caligari. 

M.  (nel  Piccolo)  —  Vincenzo  Morello. 

Maccietta  {Ehi!  ch'ai  scusa  di  Bologna)  —  E.  Malaguti. 

Macìa  {Don  Chisciotte)  —  Adolfo  Rossi. 

Macobrio  {Caffaro)  —  Avv.  Augusto  Pescio. 

Maf  {Fanfidla) — March.  Alessandro  Fiaschi  (di  Ferrara). 

Malacarne  —  Matteucci. 

Malcontento  (Un)  —  S.  Laudi. 

Maledolo  —  Alessandro  Ademollo. 

Mambrino  Arnaldo  {Birichin,  Torino)  —  Carlo  Giordano. 

Mandarein  (Bl)  {Ehi!  ch'ai  scusa) — Maggiore  G.  Bernardi. 

Mansueto  (Fra)  {Corriere  di  Sicilia,  Palermo)  —  Giuseppe  Cimbali. 

Manfredo  —  Ida  Baccini. 

Marcantonio  negoziante  di  fagiuoli  —  Avv.  Dalmazzo. 

Marchesa  Colombi  —  Maria  Torelli-Torriani. 

Marchese  di  Carabas  {Fanfulla)  —  Giustino  L.  Ferri. 

Marco  (da  Madrid  alla  Gazzetta  d' Italia)  —  Madama  Rattazzi. 

Marco  {Ordine,  di  Ancona)  —  Goffredo  Passarini. 

Marin  Sanudo  {Caffaro)  —  C arulli. 

Mario  {Fracassa)  —  Martino  Cafiero  (morto). 

N.   Bbkkardini — Guida  iella  Stampa  periodica  italiana  —  x6. 


S42  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

Mario  de'  riori  —  Gabriele  D'Annunzio. 

Martino  {Eco  dei  teatri,  cessato)  —  Ferdinando  Martini. 

Mariula  {Fan/ulta  della  Domenica)  —  Maria  de  Gioannini. 

Massinelli  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Cav.  Gaetano  Faccliinetti. 

Matamoros  {Fracassa)  —  Aristide  Morini. 

Mefistofele  {Spartaco,  di  Spoleto)  —  Avv.  Micliele  Sette. 

Melton  {Fanfidla)  —  Conte  Pietro  Porro  (morto  in  Africa). 

Mercutio  —  Giosuè  Carducci. 

Messer  Milione  —  Prof.  Domenico  Razzano. 

Micco  Spadaro   (Fracassa)  —  Aristide  Morini. 

Mikròf  {Cittadino  di  Genova) — Avv.  Ernesto  Caligari. 

Miles  (Fanfidla  —  Oreste  Baratieri. 

Minimus  (Fracassa)  —  Guido  Mazzoni. 

Misantropo  —  Vittorio  Imbriani  (morto). 

Misovulgo  {Caffè  e  Corriere  della  sera) — Aldo  Noseda. 

Modesta  Miosotide  —  Egle  Pinelli. 

Molosso  (Fanfidla)  —  Paulo  Fambri. 

Momo  (Fanfidla)  —  Girolamo  Amato. 

Monarchico  (Un)  —  Vittorio  Imbriani  (morto). 

Monte  Barca  {Gazzetta  di  Catania)  —  Giuseppe  Cimbali. 

Mortimer  (Corriere  di  Najìoli) — Richard  Alt. 

Morto  da  Peltre  (Fracassa)  —  Domenico  Ciampoli. 

Muzio  Semola  (Biricìnn,  Torino)  —  Carlo  Origlia. 

MyT  —  Boner  Edoardo. 

Nabab  —  Menotti  Bianchi. 

Nabucco  —  Angiolo  Spadini. 

Nachor  —  Carlo  Carafa  Duca  di  Noja. 

Nadegda  (Fracassa)  —  Livia  Bellini  delle  Stelle. 

Napoleone  Giotti  —  Carlo  Jouhaud. 

Narcotico  (Fracassa)  —  Armando  Angelucci. 

Neera  —  Elena  Zuccari-Radius. 

Nemesio  —  Marchese  Bracci  de  Cambini. 

Nemo  (Fanfidla)  —  Giuseppe  Orgitano. 

Nemo  (Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Corrado  Ricci. 

Nemo  (Gazzetta  d'Italia)  —  Alessandro  Ademollo. 

Neo  Ginesio  —  Avv.  Carlo  Mascaretti. 

Neri  Tanfucìo  —  Renato  Fucini. 

Nevermore  J.  W.  (Fanfulla)  —  Giustino  Ferri. 

Niceforo  Fiiatete  (Annali  dello  spiritismo) — Prof .  Vincenzo  G.  Scarpa. 

Nino  Nix  (Fracassa)  —  Alberto  Boccardi,  triestino. 

Niobe  (Piccolo) — Nicola  Bernardini. 

N.  Nanni  (Fanfidla)  —  Comune  ai  redattori. 

Nobody  (Tribuna  e  Fracassa)  —  Federico  Verdinois. 

Nomade  (Fanfulla)  —  Angelo  Rizzetti. 


PSEUDONIMI.  243 


O 

0.  A.  {Piccolo)  —  Olindo  Amore. 

Oberto  Cancelliere  (ora    comune   nel    Caffaró)  —  Girolamo  Vassallo. 

Obsrto  della  Torre  iCaffaro)  —  Nicola  Mameli. 

0.  Gruger  {Giornale  illustrato  di  Storia  naturale)  —  Ruggero  Roux. 

Omicron  {Appemnno,  di  Firenze)  —  Giovanni  Sabbatini  (morto). 

Onateag  Bnapidacra  {Indovinello,  Messina) — Gaetano  Arcadipane. 

Jnorato  Italico  —  Germano  Ottorino  Annichini. 

0.  "Bi.  {Ordine  di  Ancona)  —  Onorato  Roux. 

Orobius  {Cittadino  di  Genova) — Angelo  Sommariva. 

Oscar  {Fanfidla)  —  Carlo  Scarabelli. 

Ostricaro  (L')  {Corriere  di  Roma,  ora  di  Napoli)  —  R.  Gervasi. 

Ottocentottantotto  (888)  {Gazzettino  Rosa,  cessato)  —  Davide  Besana. 

Ottone  di  Banzole  —  Alfredo  Oriani. 

Ottone  Rufo  {Casaro)  —  Ernesto  Morando. 

Oyster  {Tribuna)  —  Emilio  Evangelisti. 


Faccine  —  Pasquale  Martire. 

Padre  Zappata  {Fanfidla)  —  Girolamo  Amati. 

Pagano  Della  Volta  {Caff^aro)  —  Girolamo  Vassallo. 

Paladino  (II)  [Riforma)  —  Carlo  Paladini. 

Paolo  —  Tito  De  Amicis. 

Paolo  Joanna  [Corriere  di  Napoli)  —  Matilde  Serao. 

Paolo  Spada  —  Matilde  Serao. 

Papavero  {Fracassa)  —  Eduardo  Scarfoglio. 

Papilinncuhs  {Farfalla)  —  Cesario  Testa. 

Pariete  {Cittadino,  Genova)  —  Prof.  G.  Battista  Caprile. 

Parte cipatio  [Caffaró]  —  Giovanni  Minuto. 

Pastorerè  —  Davide  Carrieri. 

P.  C.  [Messaggero,  da  Camerino)  —  Paolo  Costa. 

Pedante  (II)   (Fracassa)  —  Ernesto  Mezzabotta. 

Peronella  {Ordine,  di  Ancona)  —  Arnaudo  Angelucci. 

Pertichino  {Bajardo,  di  Napoli,  cessato)  —  Romolo  Reboa. 

Pessimista  {Sole)  —  Felice  Cameroni. 

Petronio  {Fanfulld)  —  Carlo  Scarabelli. 

Petronio  Stanga  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Olindo  Guerrini. 

P.  G.  {Messaggero,  da  Napoli)  —  Pasquale  Guarino. 

Picche  {Fanfidla)  —  Federico  Verdinois. 

Picchio  {Corriere  di  Naj)oli)  —  Giuseppe  Petrai. 

Pictor  [Don  Chisciotte)  —  Cesare  Pascarella. 

Pier  d'Ambra  {Nazione)  —  Camillo  Jacopo  Cavallucci. 

Pietrine  (Fracassa,  da  Pisa)  —  Prof.  Pietro  Lapucci  (morto  '  87) , 

Pif    Fischietto,  Torino) — Piclietti  (morto). 

Pifagna  {Fracassa)  —  Ugo  Fleres. 

Piovano  {Uomo  di  pietra,   1861)  —  Emilio  Treves. 

Plinio  Arcas  —  Carlo  Pisani  (morto). 


244  GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA    ITALI A>' A. 

Pofere  Maurizio  (Fanfulla)  —  Giovanni  Faldella. 

Pompiere  (II)  {Fanfulla)  —  Luigi  Coppola  (morto). 

Prete  Pero  —  Paolo  TedescM,  triestino. 

Primo  yRij'orraa)  —  Primo  Levi. 

Principe  Nero  {Fracassa)  —  G-.  A.  Cesareo. 

Procaccino  (II)  (Commedia   Umana  e  Cafìitale)  —  Palmiro  Premoli. 

Psiche  {Farfalla)  —  Carlo  Giarelli. 

P.  T.  Barti  —  Parmenio  Bettoli. 

Py.)  {Piccolo)  —  Dario  Peruzy. 

Q 

OiUalcuno  {Fanfulla)  —  Fedele  Albanese  (morto). 
Quattro  Asterischi  {Fanfulla)  —  Vittorio  Imbriani  (morto). 
Quidam  {Cittadino,  Genova)  —  Giuseppe  Lombardi. 
Quidam  {Fanfulla^  —  Giuseppe  Orgitano  (morto). 

Racanella  —  Pietro  Monferini. 

Rafbèl  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Prof.  Raffaele  Belluzzi. 

Raffaello  {Fracassa)  —  Emilio  Faelli. 

Eastignac  {Corriere  di  Roma,  ora  di  Napoli  e  Capitan  Fracassa)  — 

Vincenzo  Morello. 
Razzola  {Fanfulla)  —  Giustino  Ferri. 

Redivivo  {Cittadino,  Genova)  —  Prof.  G.  Battista  Caprile. 
Regina  di  Saba  {Messaggero)  —  Adele  Mezzabotta. 
Regolo  {Tribuna)  —  Attilio  Luzzatto. 
Remigio  Sena  —  March..  Gaspare  Invrea. 
Renato  {Babilonia,  Firenze)  —  F.  R.  Pittoreggi. 
René  de  Lanty  —  Montecorboli. 
Revisore  (II)  {Fracassa)  —  Benedetto  Cirmeni. 
Richel  {Tribuna)  —  Avv.  Eugenio  Rubiclii. 
Ricordano  Malespini  (  Caffaro)  —  Giselda  Rapisardi-Fojanesi. 
R.  Michely  —  Principessa  Maria  della  Rocca  nata  Ebden  Heine. 
R.  0.  Molo  {Commedia   Umana)  —  Giuseppe  Boselli. 
Rondine  {Risorgimento  di  Lecce)  —  Avv.  Giuseppe  Pellegrino. 
Resini  Cesare  —  Domenico  Gnoli. 
Ruggero  {Paradiso  dei  bamhini)  —  Ruggero  Roux. 
Rusticus  {Fanfulla)  —  Adoperato  per  lo  più  dal  De  Toth. 


Sandor  (  Tribuna  e  Fracassa)  —  Alessandro  Lupinacci. 

Sandrone  {Fanfulla)  —  Capitano  Alessandro  Ballanti  (morto  ISSV 

Sans-Souci  —  Carlo  Cav.  Carafa  Duca  di  Noja. 

Sara  —  Signora  Tardy  (morta). 

Saraceno  (111  {Fracassa  e  Don  Chisciotte)  —  Luigi  Lodi. 

Satiro  {Corriere  di  Napìoli)  —  Eduardo  Scarfoglio. 

Scapoli  {Fanfulla)  —  Barone  De  Renzis. 

Scarabocchia  —  Giovanni  Visibelli. 


PSEUDONIMI.  245 


Scaramuccia  {Fracassa)  —  Usato  più  spesso  da  G-ennaro  Minervini. 

Scevola  —  Ing.  G-iacinto  Gallenga. 

Scherezade  {Fracassa)  —  Ugo  Fleres. 

Scivas  lizXo  [Commedia  Umana,  Capitale,  Paradiso  dei  baìnbim)  — 

Onorato  Roux. 
Scriba  (Tribuna)  —  Stanislao  Manca. 
Segretario  (II)  (Fan/ulla)  —  Cesana  Luigi. 
Sgner  Pirein  (El)  {Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Antonio  Fiacclii. 
Shane  Dymas  —  Ing.  Ercole  Michele tti. 
Siebel  —  Francesco  Anelli. 
Signor  Tutti  (II)  (FanfuUa)  —  Griuseppe  Turco. 
Silex  {FanfuUa  della  Domenica)  —  G-.  L.  Ferri. 
S.  Ilvia  {Giornale  illustrato  di  storia  naturale,  cessato)  —  0.  Roux. 
Silvius  {Fanfidla)  —  Giovanni  Piacentini. 
Simmaco  —  Raffaele  De  Cesare. 

Sior  Momolo  {Faiifulla)  —  Pompeo  Gherardo  Molmenti. 
S.  Nasi  —  Giulio  Piccini. 
Spiritus  Asper  —  Gustavo  Strafforello. 
Spleen  {FanfuUa)  —  Giuseppe  Turco. 

Sofia  A . . .  {Illustrazione  e  Perseveranza)  —  Sofìa  Albini-Bisi. 
Solatium  (caricaturista)  —  Buonsollazzo,  di  Napoli. 
Sordello  (Fracassa)  —  Dino  Manto-vani. 
Staccio  (corrispondente  romano)  —  Montocchi. 
Stecchetti  Lorenzo  —  Dott.  Olindo  Guerrini. 
Stello  —  Luigi  Guelpa. 
Stoico  —  Felice  Cameroni. 
Suerga  Molaragi  —  Gerolamo  Ragusa-Moleti. 
Sutor  {Gazzetta  dell'Emilia)  —  Avv.  Samoggia. 


Tamigi  (da  Londra  al  FanfuUa)  —  Carlo  Mazzono. 

Tar chini  Luigi  —  Luigi  Archinti. 

Tartarin  {Corriere  di  Napoli)  —  Eduardo  Scarfoglio. 

T.  C.  (corrisx^ondente  da  Parma  alla  Gazz.  di  Milano) — Tullio  Catelli, 

Tellicola  Pisano  —  Prof.  Rasino  Locatelli. 

Teofilo  {FanfuUa)  —  Teofìlo  Sgambella  (^Smirne). 

Teofilo  Coreni  —  Enrico  Dalmazzo. 

Theophilus  Eleuterus  —  Pietro  Ceretti. 

Tiochet  Oarlin  {Birichin,   Torino)  —  Carlo  Alfredo  Occhetti. 

Tirascene  (II)  —  Comm.  Giuseppe  Costetti. 

Tita  —  Zoe  Sciamanna  in  Piccirilli. 

Tisento  {Fracassa,  Ehi!  ch'ai  scusa)  —  Alfredo  Testoni. 

T.  0.  Cesardi  {Ehi!  ch'ai  scusa  e  Patria,  Bologna   e    Tribuna)  — 

Dott.  Eugenio  Sacerdoti. 
Toga-Rasa  {Gazzetta  Piemontese)  —  Avv.  Giovanni  Saragat. 
Tom  {Fanfidla)  —  Eugenio  Checchi. 
Toni  {FanfuUa)  —  Damiani  (da  Genova), 
Tornano  {Caffaro)  —  Francesco  Giarelli, 


246  GUIDA   DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

Trìlussa  [Rugantino]  —  Carlo  Alberto  Saliistri. 
Tugnètt  {Ehi!  di' al  scusa)  —  Dott.  A.  Bernardi. 

U 

Ubi  —  Ulisse  Barbieri. 

Ugo  (FanfuUa  e  Illustrazione  llaliana)  —  Ugo  Pesci. 

Ugo  Bardi  —  Giuseppe  Bianclii. 

Ugo  di  Monsoprano  [Preludio)  —  Argemiro  Gustavo  Morelli. 

Ugo  di  Valchiusa  —  Filippo  Marucclii. 

Ugo  Falcando  (Fracassa)  —  Alfredo  Baccelli. 

Un  Anonimo  [Corriere  del  mattino,  cessato)  —  Matilde  Serao. 

Uno  di  Montecitorio  (Fracassa)  —  Raffaello  Giovagnoli. 

Urbain  de  Chatillon  (Italie)  —  Eaffaele  De  Cesare. 

Uriel  (Fracassa)  —  Ugo  Fleres. 

Uxor  (FanfuUa)  —  Onorato  Roux. 

V 

Vamba  (Fracassa)  —  Giuseppe  Luigi  Bertelli. 

Vandalo  (FanfuUa)  —  Arnaldo  Mengarini. 

Vattelapesca  [Uomo  di  pietra,  cessato) — Dott.  Bernardino  Bianchi. 

Verax  {FanfuUa)  —  Luigi  Chiala. 

Veritas  (Fanfidla)  —  Barone  Guglielmo  Collotti. 

Vero  Marchese  Colombi  (FanfuUa)  —  Paolo  Ferrari  (morto). 

Vesulus  —  Avv.   Stefano  Tempia. 

Vice-Bibliofilo    Cittadino,  Genova)  —  Avv.  Ernesto  Caligari. 

Vico  (FanfuUa)  —  Ludovico  Mantegazza. 

Viola  Tricolor  —  Ermelinda  Fornari. 

Violino  di  spalla  (FanfuUa)  —  Samuele  Ghiron. 

Vittore  (FanfuUa) — Raffaele  De  Cesare. 

Vittorio  Catualdi  —  Oscar  De  Hassek. 


Ylang-Ylang  [Fracassa)  —  E.  Augusto  Berta. 

Yole  C.  (Gazzetta  del  Contadino)  —  Flaminio  Toso. 

Yorick  —  Avv.  Piero  Ferrigni. 

Yorickson  (FanfuUa)  —  Umberto  Ferrigni. 

Ypsilon  [Fanfidla  e  Pasquino) — Luigi  Coppola  (morto). 


Z  (Piccolo)  —  Rocco  De  Zerbi. 

Zeffirìno  Bellocci  (Corriere  di  Napoli)  —  Giuseppe  Petrai. 

Sozimo  —  Angelo  Garrone. 

Suanin  (Farfalla)  —  Amilcare  Scarpetti. 

ZM  (FanfuUa)  —  Giulio  Del  Valle. 

Nicola  Bernaedini. 


PROVINCIA  DI  ALESSANDRIA 


Inumerò  dei  Comuni:  343  —  Popolazione:  729,710  —  Superficie:  K.  q.  4,937  —  Deputati  della  provincia: 
I.  Di  Groppello,  Ercole,  Oddone,  Bobbio.  2.  Villa,  Salussoglia,  Serra.  V.  3.  Bertana,  Morini,  Mensio, 
4.  Raggio,  Ferraris  M.  ,   Borgatta. 


L'Agricoltore  alla  luce.  Giornale  poli- 
tico, agricolo,  religioso,  fondato  nel  1887. 
Esce  ogni  settimana  in  8  pagine  con  illu- 
strazioni. Abbonamento:  anno  L  5.  Un 
numero  io  centesimi.  (Si  stampa  in  Ales- 
sandria ) 

'Ni:^\a  Monferrato. 

L'Avvenire.  Giornale  politico,  liberale, 
amministrativo,  nato  nel  marzo  del  1882. 
Per  qualclie  anno  fu  l'organo  ufficioso  del 
partito  progressista,  sotto  la  direzione  del 
cav.  Napoleone  Corazzini,  attuale  corrispon- 
dente della  Tribuna  e  dell'  Ilhistraiione 
italiana  dall'Africa  e  redattore-capo  del 
Piccolo  di  Napoli. 

L'Avvenire,  mantenuto  da  azioni  in  prin- 
cipio, si  sostenne  in  seguito,  e  da  settima- 
nale divenne  bisettimanale,  per  forza  pro- 
pria; ed  ora,  benché  continui  a  combattere 
per  principi!  liberali,  non  è  più  legato  ad 
alcun  partito.  In  questo,  cioè  nella  sua 
completa  indipendenza  fondata  su  principii 
liberali-progressisti,  sta  il  segreto  della  sua 
florida  vita. 

L'Avvenire  presentemente  è  il  più  dif- 
fuso giornale  del  Monferrato. 

Si  pubblica  due  volte  alla  settimana  in 
4  pagine.  Abbonamento  :  anno  L.  6,  se- 
mestre L.  3,50.  Inserzioni  5  centesimi  la 
linea.  Via  dell'Asilo,  40. 

Casale  Monferrato. 

L'Avvisatore  Alessandrine.  Giornale  po- 
litico, amministrativo,  fondato  nel  185^  É 
uno  dei  più  antichi  giornali  della  provincia. 
Esce  3  volte  la  settimana,  lunedi,  giovedì  e 
sabato,  in  4  pagine  a  4  colonne.  Tira  800 
copie.  Abbonamento  :  L.  8,80  anno.  Un 
numero  5  centesimi. 

Alessandria. 

Il  Bacologo  italiano.  Giornale  di  ba- 
chicoltura, londato  nel  1878.  Esce  ogni 
settimana  in  fascicoli  di  8  pagine,  con  co- 
pertina. È  diretto  dal  prof.  V.  Sini  e  vi 
collaborano:  Rosa,  Ottavi,  Vlacovitch,  Bol- 
le, Pasteur,  Verson,  ecc.  Abbonamento; 
L.  8  anno.  Un  numero  25  centesimi. 

Casale  Monferrato. 

La  Bollente.  Giornale  amministrativo, 
politico,  letterario  della  città  e  circondario 
di  Acqui,  nato  il  25  gennaio  1887.  Esce  il 
jnancdi  d'ogni  settimana  in  4  pagine,  for- 


mato 0,45  y-  0,32.  Abbonamento:  L.  3  anno. 
Un  nuniero  5  centesimi.  Tipo-lit.  A.  Ti- 
relli.  É  diretto  dall'avv.  Braggio  con  la 
collaborazione  degli  avvocati  De  Benedetti 
e  Alberto  Selmi. 

Acgui. 

Bollettino  ufficiale  del  Comizio  agrario. 
Giornale  agricolo,  fondato  nel  1870.  Esce 
ogni  mese  in  4  pagine  e  si  dà  gratis  ai 
soci  del  Comizio. 

Asti. 

Il  Cittadino.  Giornale  politico,  com- 
merciale, fondato  nd  185 1.  Esce  la  dome- 
nica e  il  mercoledì  in  4  pagine  a  3  co- 
lonne. Ha  idee  politiche  piuttosto  avan- 
zate; è  redatto  però  con  molto  garbo  ed 
ha  una  diffusione  di  1000  esemplari.  Ab- 
bonamento: L  6  anno,  semestre  3,50  In- 
serzioni 15  centesimi  la  linea.  Un  numero 
5  centesimi.  Tip.  Paglieri  e  Raspi. 

Asti. 

Il  Coltivatore.  Giornale  d'agricoltura 
pratica,  fondato  nel  1855.  Si  pubblica  4 
volte  al  mese  in  fascicoli  di  32  pagine  in  8.° 
con  illustrazioni.  È  il  migliore,  più  accre- 
ditato e  diffuso  giornale  agricolo  italiano. 
È  diretto  dai  fratelli  Ottavi  e  vi  collabo- 
rano i  più  eminenti  agronomi  italiani.  Tira 
circa  3000  copie.  Alcune  volte  questo  gior- 
nale ha  raggiunto  una  tiratura  veramente 
eccezionale  :  così,  per  esempio,  il  primo 
numero  del  1889,  stampato  nello  stabili- 
mento Cassone,  fu  tirato  a  100,000  co- 
pie. Questa  tiratura  durò  una  ventina  di 
giorni.  Abbonamento:  L.   15  anno. 

Casale  Monferrato. 

Corriere  Astigiano.  Giornale  politico, 
amministrativo,  commerciale,  fondato  nel 
1870.  Esce  due  volte  alla  settimana  in 
4  pagine.  Tiratura  800  copie.  Abbona- 
mento :  L.  6,50  anno;  L.  4  sem.  Un  nu- 
mero 5  cent. 

Asti. 

II  Cristiane.  Giornale  cattolico,  fon- 
dato nell'aprile  del  1888.  Si  pubblica  il 
I.'  d'ogni  mese  in  8  pagine  in  4.°  Ha  per 
motto  :  «  Se  alcuno  patisce  come  cristiano, 
non  si  vergogni,  an^i  glorifichi  Iddio.  » 
S.  Pietro,  IV,  16.  Direttore:  Modoa  Fran» 
Cesco.  Abbonamento:  L.  i  anno. 


250 


GUIDA  DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


L' Elettore.  Giornale  politico,  organo 
dell'Associazione  costituzionale  del  circon- 
dario, fondato  sullo  scorcio  del  dicem- 
bre 1874,  alla  morte  di  Filippo  Mellana, 
per  propugnare  la  candidatura  dell'avvo- 
cato Aristide  cav.  Oggero,  capo  del  par- 
tito moderato,  successore  in  Parlamento 
dell'antico  deputato  casalese. 

Sorta  col  1879  l'Associazione  costituzio- 
nale del  circondario  di  Casale  —  la  prima 
in  Piemonte  e  della  quale  più  tardi  fu  pre- 
sidente Giovanni  Lanz^,  fino  a  morte,  — 
Y Elettore  fu  ed  è  tuttora  l'interprete  di 
quella.  Giovanni  Lanza  vi  scriveva  sovente. 

L'Elettore  si  pubblica  il  venerdì  nelle  ore 
del  mattino  in  4  pagine  a  3  colonne.  É 
diretto  dal  signor  Eugenio  Nallino,  corri- 
spondente di  giornali  politici.  Questi,  nel 
settembre  del  1885  ebbe  un  duello  con 
l'avv.  Mario  Guala,  il  quale  lo  ferì. 

Il  giornale  tratta  degl'interessi  politici 
ed  economici  della  provincia  ed  in  ispecie 
di  Casale  e  del  suo  circondario,  nonché 
cronaca  e  fatti  vari  locali.  Tira  800  co- 
pie. Abbonamento  :  L.  j  anno,  L.  5  seme- 
stre. Inserzioni:  20  centesimi  a  linea. 

Casale  Monferrato. 

Foglio  periodico  della  Prefettura.  Gior- 
nale amministrativo  olBciale  per  gli  atti 
legali, fondato  nel  1865.  Esce  ogni  1 5  giorni 
in  48  pagine.  Tira  1,200  copie.  Abbona- 
mento: L.  15  anno.  Un  numero  90  cen- 
tesimi. Tip.  Cazzotti  e  C. 

Alessandria. 

Fra  Tranquillo.  Giornaletto  politico, 
umoristico,  fondato  nel  1880.  Esce  ogni 
domenica  in  4  pagine  a  3  colonne,  quando 
non  gli  rompono  le  scatole.  Direttore  :  G.  M. 
Piccone.  Un  num.  5  cent.  Corso  Roma,  36. 

Alessandria. 

Gazzetta  commerciale.  Periodico  fon- 
dato ai  primi  del  1S89.  Si  pubblica  ogni 
mese  in  4  pagine  a  3  colonne  e  contiene 
gli  annunzi  d'impieghi  vacanti  privati,  com- 
merciali e  pubblici.  Direttore  responsabile: 
G.  Lavagnini.  Abbonamento  :  L.  j  anno, 
3  semestre  -  per  gli  aspiranti  impieghi: 
anno  L.  io,  semestre  L.  5.  Inserzioni:  nel 
corpo  del  giornale  L.  i  la  linea;  in  4.' 
pagina  cent.  20.  I  municipi,  corpi  morali 
e  privati  abbonati  richiedenti  personale, 
hanno  diritto  alle  inserzioni  gratis,  Piazza 
del  Duomo. 

Tortona. 

Gazzetta  d'Acqui.  Giornale  amministra- 
tivo e  di  cronaca  locale,  fondato  nel  1871  ; 
col  titolo  di  Giovane  Acqui  nacque  nel  1879 
un  altro  giornale  che  nel  settembre  di  detto 
anno  acquistò  la  Ganetta  d'Acqui,  sotto  il 
quale  titolo  continuò..  Si  pubblica  una  volta 


la  settimana  in  4  pagine,  sotto  la  direzione 
del  proprietario  signor  Flaminio  Toso,  il 
quale  nel  novembre  del  1882  in  seguito  a 
polemiche  suscitate  in  occasione  delle  ele- 
zioni politiche  ebbe  uno  scontro  alla  scia- 
bola col  signor  Giacinto  Lavezzari,  redat- 
tore di  altro  periodico  locale,  ferendolo  al 
braccio  destro. 

Altri  redattori  sono  :  avv.  Maggiorino 
Ferraris  (eletto  deputato  nel  1886),  avvo- 
cato Macciò,  avv.  Vitta,  Castellani,  ecc. 

Tiratura  800  copie.  Abbon.  :  L.  3  anno. 

Acqui. 

Gazzetta  del  Contadino.  Giornale  po- 
polare di  agricoltura  pratica,  nato  nel- 
l'ottobre del  1880.  È  redatto  in  forma  af- 
fatto popolare  perchè  possa  andare  per  le 
mani  anche  dei  più  digiuni  nelle  scienze 
agricole.  Esce  ogni  15  giorni  in  8  pagine 
a  2  colonne  con  vignette  intercalate  nel 
testo.  Si  occupa  di  agricoltura,  enologia, 
economia  rurale,  viticoltura,  invenzioni  e 
scoperte,  chimica  agricola,  ecc.  Vi  scri- 
vono: D.  Pinolin,  A.  Paoletti,  P.  A.  Mi- 
noli,  Alberto  Cencelli,  ecc.  Direttore  pro- 
prietario: Flaminio  Toso  (C.  Yole).  Ammi- 
nistratore responsabile  :  S.  Dina.  Abbona- 
mento: anno  L  3.  Unione  postale:  L.  4. 
Inserzioni  cent.  25  la  linea. 

Acqui. 

Gazzetta  di  Casale  Giornale  politico, 
religioso  (cattolico),  fondato  nel  1883.  Si 
pubblica  ogni  settimana  in  4  pagine.  Ab- 
bon. ;  L.  4  anno.  Un  numero  5  cent. 

Casale  Monferrato. 

Gazzetta  di  Novi.  Giornale  politico 
amministrativo,  fondato  il  14  marzo  1889. 
Esce  il  giovedì  e  la  domenica  in  4  pa- 
gine, formato  0,37  k-,  0,27.  Direttore:  Vit- 
torio Bozzola.  Abbonamento:  L.  6  anno. 
Un  numero  5  centesimi.  Tip.  Sociale. 

(^Questo  giornale  cesserà  nelVoilobre  del  iSS^.) 

Novi  Ligure. 

Gazzettino  per  tipografie  e  litografie. 

Giornale    mensile  per  la  reclame,  fondato 

il  15  marzo  1888.  Si  pubblica  il  15  d'ogni 

mese  in  4  pagine  in-4.°  a  2  colonne,  presso 

10  stabilimento  tipo-litografico  Alfonso  Ti- 
relli  già  Scovazzi.  Si  spedisce  gratis  a  tutte 
le  principali  tipografie  e  litografie  del  re- 
gno. Inserzioni:  una  pagina L.  140;  mezza 
pagina  75;   un  quarto  40;  un  ottavo  25. 

11  pagamento  delle  inserzioni  si  accetta 
anche  in  merce. 

Acqui. 
Giornale  vinicolo  italiano.  Giornale  eno- 
logico, industriale,  commerciale  e  agri- 
colo, fondato  nel  1875  da  O.  Ottavi  ed 
I,  Macagno.  Si  pubblica  ogni  domenica 
io  16  pagine  in-4.'  a  2  colonne,  con  8  pjv* 


PROVINCIA  DI  ALESSANDRIA. 


251 


gine  di  copertina  e  illustrazioni.  È  giornale 
molto  serio  e  ben  fatto  ;  ha  una  tiratura 
di  3000  copie.  Direttore:  prof.  Ottavio 
Ottavi,  agronomo  distintissimo.  Collabo- 
ratori: dott.  E.  Ottavi,  dott.  A.  Carpenè, 
O.  Cinelli,  comm  S.  Zirlili,  prof,  C.  Hu- 
gues,  prof  V.  Sini,  N.  Meloni,  dott.  G.  Ciot- 
ti, ecc.  Il  giornale  ha  corrispondenti  in 
tutte  le  Provincie  italiane  ed  all'estero.  Se- 
gretario della  redazione:  agr.  C.  Marchese. 
Abbonamento:  anno  L.  io,  semestre  5,50, 
trimestre  5,50.  Estero  L.  12  anno.  Abbo- 
namento comulativo  col  giornale  il  Colti- 
vatore (vedi)  anno  L.  22  -  Estero  27. 

Presso  il  Giornale  vinicolo  esiste  un  de- 
posito di  macchine  enologiche,  barbatelle 
di  viti,  ecc.  ;  e  inoltre  un  gabinetto  di  crit- 
togamìa ed  un  altro  chimico,  dei  quali  gli 
abbonati  possono  servirsi  per  consultazioni, 
esperimenti,  ecc. 

Casale  Monferrato. 
La  Giurisprudenza  Casalese.  Ciornale 
di  scienze  giuridiche,  fondato  nel  188 1 
in  sostituzione  del  giornale  Temi  Casalese, 
cessato.  Si  pubblica  ogni  mese  in  fascicoli 
di  32  pagine;  contiene  la  collezione  delle 
sentenze  in  materia  civile  e  commerciale 
della  Corte  d'appello  di  Casale.  Direttori  : 
avv.  Ivugenio  Bagna  e  avv.  Filippo  Prato. 
Abbonamento:  anno  L.  14.  Un  numero 
L.   1,25.  C.  Cassone,  editore. 

Casale  Monferrato. 
L' Indicatore  -  Impieghi.  Giornale  fon- 
dato nel  novembre  1888.  Pubblica  gli 
impieghi  vacanti  privati,  commerciali  e 
pubblici.  Esce  ai  primi  d'ogni  mese  in  8  pa- 
gine in-4  °  Abbonamento:  L.  3,50  anno. 
Via  Porta  Alessandria,  3. 

Tortona. 
La  Lega.  Giornale  politico,  ammini- 
strativo e  letterario,  fondalo  il  12  apri- 
le 1885.  Si  pubblica  ogni  domenica  in  4 
pagine  in-fol.  Abbonamento:  L.  3,50  anno. 
Un  numero  5  centesimi.  Tip.  Cazzotti  e  C. 

Alessandria. 
Il  Marchese  Colombi.  Giornale  di  let- 
tere, scienze  ed  arti,  nato  il  6  gennaio  1889 
e  diretto  dal  prof.  Gustavo  Tanti  e  avv.  Giu- 
seppe Muffone.  Esce  ogni  settimana  in  4 
pagine  formato  0,43  x  0,30.  Abbonamento: 
L.  3  anno.  Un  numero  5  centesimi.  Ditta 
Chiari,  Romano  e  Filippa;  via  S  Dalraazzo, 
orfanotrofio  maschile. 

Alessandria. 
Il  Monferrino.    Giornale   politico,   am- 
ministrativo, fondato  nel  1885.  Esce  ogni 
domenica  in  4 pagine.  Abbonamento:  L.  3 
anno.  Un  numero  5  centesimi. 

Casale  Monferrato. 
Il  Monitore,   Giornale    degl'  impiegati, 


fondato  nel  marzo  1888.  Si  pubblica  i  primi 
d'ogni  mese,  in  4  pag.,  formato  0,3 1  x  0,21. 
Pubblica  gl'impieghi  vacanti,  commerciali 
e  pubblici.  Direttore  :  Oreste  Trinchieri. 
Abbonamento:  L.  9  anno.  Via  Garetti,  i. 

Asti. 
Omnibus.  Gazzetta  del  circondario  di 
Novi  Ligure,  fondata  il  4  dicembre  1874. 
Tratti  di  politica,  agricoltura,  industria  e 
commercio.  Esce  ogni  domenica  in  4  pa- 
gine grandi  a  3  colonne.  Direttore:  Salvi 
M.  Pasquale.  Tiratura  1000  copie.  Ha  tipo- 
grafia propria,  corrispondente  alla  capitale 
e  telegrammi  particolari.  Abbonamento: 
anno  L.  6.  Inserzioni:  25  centesimi  a 
linea. 

Novi  Ligure. 
L'Osservatore,  gazzetta  di  Alessan- 
dria. Giornale  politico,  amministrativo, 
commerciale,  liberale  progressista ,  fon- 
dato nel  1865.  Si  pubblica  il  mattino  di 
ogni  mercoledì  e  sabato.  È  ufficiale  per 
gli  atti  della  Camera  di  commercio  ed  arti 
della  proviacia.  Tiratura  media  1200  co- 
pie. Abbonamento:  anno  L.  6,  semestre 
L.  3,50,  trimestre  L.  2.  Un  numero  cen- 
tesimi IO.  Inserzioni  4."  pagina  cent.  20. 
Ceduto  dal  cav.  Andrea  Rossi  nel  1881 
ne  assunse  la  nuova  direzione  il  geom.  De- 
fendente Mellana,  attuale  direttore.  Da 
quell'epoca  non  fu  mai  legato  a  nessun  par- 
tito. Nella  sua  assoluta  indipendenza  è  ripo- 
sto il  suo  continuo  ed  incessante  sviluppo. 

Alessandria. 
Il  Piemonte  agricolo.  Giornale  popo- 
lare di  agricoltura,  nato  il  i.°  ottobre  1883 
col  titolo  di  Monferrato  vinicolo  che  poi 
mutò  nell'attuale.  Esce  ogni  domenica  in 
4  pagine  a  4  colonne,  sotto  la  direzione 
di  Gaspare  Bonzi,  il  quale  per  la  sua  pe- 
rizia e  competenza  ha  saputo  rendere  il 
giornale  diffusissimo  e  conosciuto  non  solo 
nella  propria  regione  ma  in  molte  altre. 
Abbonamento:  L.  io  anno.  Un  numero 
20  centesimi. 

Alessandria. 
La  Scrivia.  Giornale  politico,  ammi- 
nistrativo, democratico,  fondato  nel  1873, 
e  diretto  dall'avv.  Michele  Romagnoli,  e.x 
deputato  al  Parlamento.  Si  pubblica  ogni 
settimana  in  4  pagine.  Tira  circa  500  co- 
pie. Abbonamento  :  L.  5  anno.  Un  nu- 
mero 5  centesimi. 

Tortona. 
La  Società.  Periodico  del  circondario 
di  Novi  Ligure,  fondato  nel  1866.  Si  oc- 
cupa di  poUtica,  agricoltura  e  finanza.  Esce 
ogni  domenica  in  4  pagine  a  4  colonne. 
Dapprima  in  formato  piccolissimo,  si  in- 
grandì nel  1880,  diramandosi  e  rendendo:?! 


252 


GUIDA    DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


popolare  non   solo  in  città,  ma  nel  ricco 
circondario. 

Nel  1870  il  proprietario  prof.  Andrea 
Reali,  acquistò  una  piccola  tipografia  con 
torchio  in  legno,  ed  oggi  detta  tipografia 
trovasi  fornita  di  macchina  celere  Marinoni. 
Tiratura  2500  copie.  Abbonamento:  anno 
L.  5,  semestre  3.  Un  numero  io  centesimi. 
Inserzioni  25  centesimi  la  linea.  Via  Gi- 
rardenghi. 

Novi  Ligure. 

Supplemento  al  foglie  periodico  della 
Prefettura.  Esce  due  volte  alla  settimana 
dal  1876,  in  20  pagine,  e  contiene  gli  an- 
nunzi legali  amministrativi.  Abbonamento: 
L.  15  anno.  Tip.  Cazzotti  e  C. 

Alessandria 

Verità  e  Fede,  Gazzetta  Alessandri- 
na. Giornale  religioso,  letterario,  scien- 
tifico, nato  il  primo  sabato  del  1879.  Fu 
fondato  dal  vescovo  monsignor  Pietro  Gio- 
condo Salvay.  Si  pubblica  ogni  sabato  in 
4  pagine.  È  redatto  da  sacerdoti,  e  ne  fu 
sempre,  come  ne  è  tuttora,  direttore  il  ca- 
nonico  Giuseppe  Prelli.  Il  giornale   non 


pati  mai  alcun  sequestro.  Ha  una  tiratura 
ordinaria  di  500  copie.  Abbonamento  : 
anno  L.  3,  semestre  2.  Un  numero  5  cen- 
tesimi. Via  Savonarola,  5. 

Alessandria. 
Il  Vessillo  israelitico.  Periodico  per 
la  scienza  e  la  letteratura  israelitica,  fon- 
dato a  Vercelli  nel  1853  col  titolo  di  Edu- 
catore israelita  dai  professori  G.  Levi  ed 
E.  Pontremoli,  e  continuato  poi  in  Casale, 
ove  esce  dal  1874.  Si  pubblica  ogni  mese 
in  fascicoli  di  32  e  spesso  40  pagine  É 
unico  nel  suo  genere  in  Italia.  Direttore  : 
cav.  F.  Servi.  Il  giornale  si  occupa  spe- 
cialmente di  storia,  tenendo  dietro  ai  fatti 
più  salienti  che  avvengono  fra  gl'israeliti 
del  mondo,  e  contiene  imltre  biografie, 
varietà,  cronache,  racconti  e  notizie  che 
interessano  gli  studi  geografici  e  linguistici. 
Diffuso  in  tutta  Italia  e  all'estero,  ha  col- 
laboratori valenti  e  numerosi.  Abbona- 
mento: L  10  anno.  Un  numero  i  lira  (i) 

Casale. 


(i)  Vedi  l'articolo  sul  Giornalismo  israelitico  in  Italia. 


IMPRESA    GENERALE    DI    PUBBLICITI   ITALIANA 

per  affissione  permanente  di  manifesti  sopra  tavole  metalliche  e 
volante  ai  muri,  fondata  nel  1881. 

Proprietario  Geom.  Defendente  Mellana  —  Alessandria. 


Giornali  cessati: 

V Asino,  politico  umoristico,  nato  1876. 

U Astese,  n.  1870,  fu  soppresso;. dette  luogo  al  Pipistrello,  n.  1871;  usciva  due  volte 
al  mese  in  4  pagine  con  caricature. 

U Avvenire,  politico,  commerciale,  letterario,  settimanale,  n.  a  Nizza  Monferrato,  1881, 

Bollettino  del  Comizio  Agrario,  n.  ad  Alessandria  nel  1867,  diretto  da  Carlo  Cal- 
derara. 

Il  Capo  Musica,  giornale  per  le  bande,  fondato  nel  i88x  col  titolo  di  Gara  Musicale, 
bimensuale,  a  Casale  Monferrato. 

La  Concordia,  n.  1863  a  Casale  Monferrato,  bisettimanale,  ufficiale  della  provincia. 
Durò  IO  anni  circa. 

Il  Corriere  d'Acqui,  settimanale,  n.   1879. 

Don  Chisciotte,  umoristico,  n.  12  aprile  1885,  settimanale,  ad  Asti. 

La  Feluca,  rivista  della  città,  n.  1888  ad  Acqui,  cessò  dopo  tre  sole  pubblicazioni. 

La  Fiaccola,  n.  1884  ad  Alessandria,  mensile. 

La  Forinola  Nuova,  n.  a  Moncalvo  nel  1880,  direttore  avv.  cav.  Agostino  Della  Sala 
Spada.  Il  Della  Sala  era  repubblicano  in  principio,  poscia,  in  omaggio  alla  libertà 
delle  opinioni  successive,  divenne  clericale  e  nelle  elezioni  politiche  del  1882  si 
presentò  candidato  a  Casale. 

La  Gaietta  di  Alessandria,  n.  1871,  durò  oltre  12  anni;  bisettimanale.  Fu  ceduta 
gratis  al  geom.  Defendente  Mellana,  attuale  direttore  dell'  Osservatore  (vedi)  il  7 
novembre  1882  che  ne  sospese  le  pubblicazioni  il  i.°  gennaio  1883. 

La  Galletta  di  Casale,  n.  1876,  di  principii  progressisti,  diretta  dai  professori  Ot- 
tavi, V.  Sini,  G.  Solerlo,  da  non  confondersi  con  l'attuale  Gaietta  di  Casale,  gior- 
;iale  clericale. 


PROVINCIA   DI    ALESSANDRIA.  253 

—  Ga\xeita  di  Valenza,  n.  1888,  direttore  Edoardo  Bonelli. 

—  Gaiieltino  di  Valenza,  n.  1888,  direttore  Giusto  Calvi. 

—  U Iride,  periodico  religioso,  n.  1885,  mensile  di  Casale. 

—  La  Luce,  n.  a  Tortona  nel  1885,  settimanale. 

—  Il  Monferrato,  n.  1871  a  Casale,  bisettimanale,  organo  dell'Associazione  liberale  pro- 

gressista. Visse  oltre  12  anni. 

—  Nuova  Gaietta  d'Asti  e  Corriere  del  Monferrato,  n.  1880,  bisettimanale  politico. 

—  Il  Politeama  sociale,  giornale  di  annunzi  teatrali  e  commerciali,  n.   1885  a  Casale, 

settimanale. 

—  La  Riscossa,  politico  settimanale  n.  a  Tortona  nel   1884,  direttore  avv.  A.  Faggiuoli. 

—  La  Scimia,  n.  ad  Alessandria  nel  1887. 

—  La  Staffetta,  quotidiano,  n.  1880  ad  Alessandria,  progressista. 

—  Sta^iello,  settimanale,  n.  1885  ad  Acqui. 

—  La  Vedetta,  n.  21  marzo  1885  a  Tortona,  settimanale. 

—  Il  Vecchio  Monferrato,  politico  progressista,  n.   1882  a  Casale. 

—  La  Viticoltura  pratica  e  ragionale,  n.   1886  ad  Acqui,  settimanale. 

—  Nell'agosto  del  1875  un  esimio  giornalista  già  direttore  del  Carroccio  morì  a  Ca- 
sale, lasciando  per  testamento  una  rendita  di  1500  franchi  da  impegnarsi  fino  alla  sua 
estinzione,  a  liberare  e  mantenere  i  cani  che  fossero  pigliati  al  laccio  in  quella  città 
dal  pubblico  accalappiatore.  I  giornalisti  fanno  tuttodì  molto  male  ai  cani,  ed  è  giusto 
che  uno  finalmente  abbia  voluto  compensarli  dei  danni  sofferti.  Il  cane  è  una  vittima 
del  giornalista.  Siamo  giusti  tuttavia:  anche  il  giornalist::  ha  cuore. 

Quando  un  cane  muore  avvelenato  sulla  pubblica  via  n'è  commosso  ed  il  giorno 
dopo  inveisce  contro  il  solito  assessore,  che  permette  si  ricorra  a  questi  barbari  mezzi 
di  distruzione.  —  (Da  un  articolo  di  C.  Anfosso.) 

—  Ecco  un  elenco  completo  dei  giornali  nati  e  cessati  a  Novi  Ligure  : 

Il  Vaglio  (1840)  -  Critico,  scientifico,  artistico,  letterario  -  Direttore:  F.  Ravelli  - 
Redattori:  L.  Scarabelli,  B.  Silorata,  F.  Mazzi  -  Tip.  Moretti  Giacinto. 

Il  Provveditore  (1849)  -  Domestico,  istorico,  critico  -  Direttore  Capurro  Giù.  Fran- 
cesco -  Tip.  Camusso. 

U  Educatore  popolare  (1852)  -  Istruzione  pratica,  morale,  letteratura  -  Direttore  pro- 
fessor Paterno  -  Tip.  Salvi. 

Il  Vessillo  italiano  (1853)  -  Istruzione,  politica,  letteratura  -  Direttore  prof  Paolo  Del- 
fino -  Tip.  Camusso. 

Il  Progresso  (1854)  -  Politico,  filosofico,  amministrativo  -  Direttore  prof.  G.  Galli  - 
Tip.   Camusso. 

L'Aurora  (1854)  -  Politico  amministrativo  della  Provincia  -  Tip.  Camusso. 

Galletta  di  Novi  (1854)  -  Politico  commerciale  d'annunzi  per  la  Provincia  -  Tipo- 
grafia Colombo. 

La  Forbice  (1854)  -  Giornale  della  Provincia  -  Direttore  Cristoforo  Colombo  -  Tipo- 
grafia Colombo. 

L'Eco  di  Novi  (1854)  -  Gazzetta  popolare  della  Provincia  -  Direttore  Giuseppe  Ca- 
musso -  Tip.  Subalpina,  Torino. 

Il  Lemme  (1856)  -  Politico,  letterario,  commerciale  -  Direttore  prof  Rossari  -  Tipo- 
grafia Salvi. 

Memorie  e  Documenti  per  servire  alla  storia  della  Città  e  Provincia  di  Novi  (1856)  - 
Direttore  Capurro  Giù.  Francesco  -  Tip.  Salvi. 

La  Civetta  (1857)  -  Umoristico  -  Direttore  Salvi  M.  Pasquale  -  Tip.  Camusso. 

Il  Messaggiere  (1859)  -  Pohtico   letterario  -  Direttore  F.  Banchero  -  Tip.  Camusso. 

Avvisi  utili  (1859)  -  Pubblicazioni  commerciali  -  Direttore  Salvi  M.  Pasquale  -  Ti- 
pografia propria. 

Monitore  del  Circondario  (1862)  -  Politico  commerciale  -  Direttore  Salvi  M.  Pasquale  - 
Tip.  propria. 

Novi-ligure  -  Organo  di  pubblicità  pel  commercio  -  Direttore  prof.  Luigi  Ragazzoni  - 
Tip.  Camusso. 

Il  Telegrafo  alfabetico  (1S68)  -  Amministrativo,  critico,  grammaticale  -  Direttore  An- 
drea ReaU  -  Tip.  Rossi  e  C, 

Il  Bollettino  commerciale  della  piazza  di  Novi  (1872)  -  Direttore  Salvi  M.  Pasquale  - 
Tip.  Salvi. 


254  GUIDA    DELLA    STAMPA    PERIODICA    ITALIANA. 

Il  Faglio  (1873)  -  Commercio,  industria,  lettere  -  Direttore  Eugenio  Brachi  -  Tipo- 
grafia propria. 

Repertorio  generale  di  giurisprndenia  -  Sentenze  e  disposizioni  legislative  -  Direttore 
avv.  Fazio  Giacomo  -  Tip.  Salvi 

Il  Sistema  Caparro  ossia  guerra  all'alfabetismo  (1878)  -  Critico  didattico  -  Direttore 
Rovere  Ane^elo  -  Tip.  Reali. 

Il  Risveglio,  loglio  oradese  (i88j)  -  Direttore  avv.  G.  Traverso  -  Tip.  Prosino. 

Bollettino  del  Codi  ìlio  agrario  (1884)  -  Direttore  Baffi  prof.  Pietro  -  Tip    Reali. 

La  Raccolta  (1884)  -  Indipendente  politico  -  Direttore  Bruto  Millelire  (suicidatosi  nel  188 j 
nei  giardini  pubblici,  mentre  suonava  il  concerto  militare)  -  Tip.  Picone  (Alessandria). 

L'Agricoltore  pratico  del  Circondario  (1885)  -  Direttore  Baffi  prof  Pietro  -  Tip.  So- 
ciale. 

Il  Telegrafo  fi886)  -  Giornale  quotidiano:  ebbe  pochi  giorni  di  vita  -  Direttore  Ca- 
musso  Giuseppe  -  Tip.  Salvi. 

L'Eco  dello  Scrivia,  gazzetta  di  Busola  (1888)  -  Direttore  E.  V  Brunetti  -  Tip.  So- 
ciale. 

Il  Cattolico  Novese  (1889)  -  Organo  della  buona  stampa:  uscirono  soli  2  numeri  - 
Direttore  Fesse  Don  Luigi. 


GIORNALI  E  GIORNALISTI  ALESSANDRINI 


Fra  Chicliibio. 

Fra  Chichibio  era  Carlo  A.  Valle,  che  si  compiaceva  tanto  di  questo  suo  pseu- 
donimo, Carlo  A.  Valle  nacque  a  San  Salvatore,  provincia  di  Alessandria,  da  geni- 
lori  che  non  dovevano  essere  ricchi,  se  si  deve  giudicare  dalle  condizioni  di  fortuna 
in  cui  egli  venne  primieramente  ir.  Torino,  lo  lo  conobbi  a  Torino  nel  1846.  Aveva 
allora,  a  un  dipresso,  una  trentina  d'anni.  Era  stato  nel  seminario  di  Alessandria,  poi 
aveva  smesso  l'abito  di  chierico,  aveva  lasciato  la  sua  provincia,  era  venuto  a  Torino 
neil' intendimento  di  trovar  fortuna  colle  sue  cognizioni  letterarie.  S'era  legato  d'ami- 
cizia con  parecchi  giovani  amantissimi  delle  lettere,  Domenico  Capellina,  Giuseppe  Ber- 
toldi, Domenico  Carbone,  e  altri.  Aveva  studiato  molto  la  storia  d'Italia,  segnatamente 
il  medioevo,  faceva  delle  liriche,  volgeva  al  religioso,  mostrava  un  po'  di  tendenza  allo 
ascetismo.  Per  campar  la  vita  aveva  trovato  un  posto  di  correttore  in  una  stamperia. 

All'università,  nella  scuola  d'eloquenza  del  professor  Paravia,  il  sabato,  leggeva 
dei  brani  di  un  suo  poema  medioevale  che  pubblirò  poi  in  un  volumetto. 

Chi  avrebbe  detto  allora  ciò  che  doveva  seguir  cosi  poco  tempo  dopo?  Chi 
avrebbe  detto  che  l'anno  18  48  sarebbe  slato  così  diverso  dal  1845  e  fecondo  di 
così  strani  rivolgimenti? 

Fra  i  rivolgimenti  che  trasse  seco  il  1848  vi  fu  questo  cui  nessuno  badò,  per- 
chè seguiva  ben  altro:  Carlo  A,  Valle  sbucò  fuori  scrittore  satirico  in  versi  sul  neonato 
Fischietto,  collo  pseudonimo  di  F'-a  Chichibio.  Il  Fischietto  fu  iniziato  dallo  A.  Valle 
per  lo  scritto,  e  dal  Redenti  per  le  caricature.  Il  Redenti  era  caricaturista  valentis- 
simo. Il  Fischietto  era  una  novità  quanto  si  possa  dire  attraente  per  dei  lettori  che 
uscivano  allora  dal  regime  della  censura. 

Tanto  il  Redenti  quanto  lo  A.  Valle  attribuivano  ciascun  dei  due  a  sé  stesso  la 
grande  riuscita  del  giornale.  Riuscita,  del  resto,  che  arricchiva  l'editore  Cassone,  non 
loro.  Avevano  uno  stipendietto  e  nulla  più.  in  quel  tempo  era  una  cosa  siffattamente 
fuori  d'ogni  consuetudine  che  i  versi  e  i  disegni  potessero  arricchire  un  uomo,  che 
il  caricaturista  e  Io  scrittore  si  tenevano  abbastanza  paghi  del  guadagno,  relativamente 
piccolo,  che  venivano  facendo.  Soltanto,  il  credersi  che  facevano  l'uno  e  l'altro  il  so- 
stegno necessario  del  giornale  non  poteva  a  meno  di  far  nascere  della  discordia  fra 


PROVINCIA    DI    ALESSANDRIA. 


255 


loro,  la  qua!  discordia  non  dispiaceva  all'editore  che  conosceva  il  precetto  di  dividere 
per  imperare. 

La  discordia  condusse  a  questo  risultato,  che  lo  A.  Valle  abbandonò  il  giornale, 
che  fu  preso  allora  da  Chiaves,  Piacentini  e  B'jrsezio.  Una  sciabolata  sulla  testa  data 
al  Berst-zio  portò  anche  più  avanti  la  fortuna  del  giornale,  che  non  aveva,  del  resto, 
affatto  bisogno  di  questo  mezzo  energico  per  mettersi  in  vista. 

Lo  A.  Valle  tentò  di  fare  un  Suoco  Fischietto,  e  nessuno  ci  badò.  Ttntò  di 
proseguire  alcuni  lavori  drammatici,  perchè  aveva  avuto  qualche  successo  di  occasione 
in  teatro,  e  dovette  smettere.  Si  trovò  a  terra. 

Allora  egli  fece  ciò  che  abbiamo  fatto  tutti.  Si  fece  professore.  Il  municipio  di 
Alessandria  gli  diede  anche  qualche  incarico  di  lavori  storici  locali.  Fece  in  quella 
città  un  giornale:  Il  Gagliardo.  Poi  dal  liceo  di  Alessandria  venne  professore  in  un 
liceo  di  Torino.  Seguitò,  nelle  scuole,  a  divorar  preii  (insegnava  la  storia)  come  aveva 
fatto  nel  giornale. 

Fece  anche  un  Dizionario  di  lettere,  scienze  ed  arti,  ecc.  ecc.,  e  lo  fece  in  col- 
laborazione con  me.  L'editore  Treves  diceva  che  questo  grande  dizionario  era  fatto 
da  una  società  di  dotti  sotto  la  direzione  di  A.  Valle  e  la  mia.  In  verità  lo  facevamo 
tutto  noi  due,  lui  ed  io.  E  ancora,  io  non  ne  scrissi  una  riga.  La  mia  parte  la  fece 
tutta  mia  moglie.  Io  mi  contentava  di  dare  la  mia  alta  approvazione. 

Ma,  da  che  sono  in  vena  di  sincerità,  devo  aggiungere  che  quel  dizionario  mia 
moglie  lo  fece  quasi  tutto  essa  sola. 

Carlo  A.  Valle  non  ci  accompagnò  che  breve  tratto,  fino  alla  lettera  D.  Scrisse 
rarticolo  Dramma  e  morì. 

Michele  Lessona. 


Biagio  Caranti. 

Benché  nato  a  Sezzc  Monferrato  nel  1  839,  Biagio  Caranti  è  di  Caste'nuovo  Bor- 
midf..  Suo  padre  dotto  ed  integro  magistrato,  sua  madre  donna  per  affetto,  intelligenza 
a  nessuna  seconda,  lo  educarono  ai  principii  palrioitici  e  liberali  del  secolo.  Giovanis- 
simo ancora,  ebbe  la  fortuna  di  conoscere  il  venerando  marchese  Giorgio  Pallavicino 
Trivuizio,  che  egli  amò  sempre  qual  secondo  p^dre.  E  in  casa  di  Pallavicino  che 
Biagio  Caranti  conobbi  Giuseppe  Garibaldi,  La  Farina  e  i  principali  cospiratori  per  la 
indipendenza  e  la  grandezza  d' Italia.  Il  marchese  Pallavicino  conosciuto  l' ingegno  del 
giovane  Biagio  non  mancò  di  coltivarlo  e  con  tutta  l'espansione  di  padre  lo  prese 
ad  amare. 

Lo  volle  seco  nella  Società  Nazionale,  di  cui  lo  fece  segretario.  Ed  è  per  essa 
che  il  diciottenne  Caranti  scrisse  il  Catechismo  po/ilico,  opuscolo,  il  quale  venne  di- 
chiarato unico  nel  suo  genere  per  la  semplicità  della  forma,  ppr  la  chiarezza  dei  con- 
cetti, per  la  naturalezza  del  colorito,  per  l'evidenza  delle  similitudini.  Nel  1859  colla 
marchesa  Pallavicino  fu  l'anima  del  Gomitato,  dall'illustre  donna  organizzato,  per  ve- 
nire in  soccorso  dei  feriti.  Sul  finire  del '59  noi  lo  vediamo  applicato  al  gabinf^ito 
del  Ratlazzi,  allora  ministro  per  l'interno.  L'anello  di  congiunzione  in  quei  giorni  tra 
l'illustre  alessandrino  e  l'eroe  di  Caprera,  era  il  giovane  Caranti. 

Garibaldi  intraprende  la  spedizione  di  Marsala  e  Caranti  amato  da  Raltazzi,  sti- 
mato da  Cavour,  tenuto  per  figlio  dal  Pallavicini,  corre  volontario  tra  le  schiere  dei 
garibaldini.  Il  1.°  ottobre  1860  in  Napoli  egli  assunse  le  funzioni  di  s-ìgretario  del 
prodittatore  Pallavicino. 

Il  Caranti,  come  dissi,  pubblicò:  il  Catechismo  politico  pei  contadini  che  fu 
dichiarato  una  vera  specialità  pel  suo  genere:  Alcune  notizie  sul  plebiscito  napole- 
tano; e  numerosi  opuscoli.  Dopo  il  1860  fu  chiamalo  a  capo  della  divisione  centrale 


256  GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 

del  Ministero  d'agiicollura  e  commercio;  vi  rimase  per  otlo  anni.  A  lui  è  dovutala 
fondazione  del  grande  Istituto  forestale  di  Vallombrosa.  Durante  la  guerra  del  1866 
ebbe  una  missione  segreta  nei  Principati  danubiani.  Da  ultimo,  fu  presidente  del  Con- 
siglio d'amministrazione  dei  Canali  Cavour,  nominatovi  dal  Sella. 

Del  Carenti  scrittore  abbiamo,  Ira  le  altre  cose,  un  lavoro  sulla  Colonizzazione 
delle  Nicobare,  lavoro  di  amministrazione  che  mostra  in  lui  molta  passione  per  gli  studi 
geografici.  Co'^ì  di-^asi  della  breve,  ma  ben  fatta  biografia  del  Lewingston;  delle  Me- 
morie storiche  sulla  Certosa  di  Pesio,  che  devono  essergli  costate  non  poche  fatiche. 

Altri  scritti  sono  tutti  di  natura  politica,  e  ricordiamo  con  quanta  vivacità  il  Guer- 
razzi lo  attaccò  quando  pubblicò  la  fìoina  Isuova. 

Biagio  Carenti  dopo  il  18  marzo  1876,  visto  com.e  il  Piemonte  e  Torino  non 
avessero  alcun  giornale  che  difendesse  gli  atti  del  partito  moderato,  ne  spiegasse  gli 
intendimenti,  ne  patrocinasse  le  idee,  e  parendogli  importante  che  la  culla  vera  di  esso 
partito  non  rimanesse  più  oltre  in  piena  balìa  di  un  giornalismo  coalizzato  di  parte 
contraria,  fondò  il  Risorgimento,  rialzando  come  bandiera  di  resistenza  questo  gior- 
nale già  creato  da  Cesare  Balbo  e  dal  Conte  di  Cavour  e  ne  tenne  la  direzione  per 
oltre  due  anni  e  mezzo.  La  lasciò  quindi  per  ragioni  di  salute  e  per  apprezzamenti 
politici,  continuando  però  a  collaborarvi. 

Biagio  Carenti,  dopo  di  avere  appartenuto  al  partito  garibaldino,  dopo  di  avere 
per  qualche  tempo  seduto  al  centro  della  Camera,  è  oggi  uno  dei  leader  della  Con- 
sorteria piemontese. 

Egli  appartiene  alle  stampa  torinese  che  loda  in  lui  l'avversario  gentile  ed  inge- 
gnoso, lo  scrittore  semplice,  pieno  di  verve,  il  quale  conosce  per  bene  le  questioni 
politiche  del  giorno  e  fugge  dai  rumori  di  una  retorica  che  sa  di  pulpito  o  di  meeting. 


Il  Giornalismo  Israelitico  in  Italia. 

Per  chi  vorrà  un  giorno  fare  la  storia  del  giornalismo  in  Italia  non  saranno  inutili 
questi  cenni,  che  riduco  alla  maggior  brevità  possibile. 

La  libertà  civile  degli  Israeliti  in  Italia  —  lasciando  da  pane  l'epoca  napoleo- 
nice  —  data  dalla  proclamazione  dello  Statuto,  ma  questa  legge  di  fratellanza  fu  pre- 
parata dalla  manifestezione  delle  stempa  onesta  e  liberale.  E  vi  contribuì  il  giornalismo 
israelitico  eziandio.  11  primo  periodico  che  sorgesse  in  Italia  a  trattare  le  cose  attinenti 
alla  letteratura  e  morale  giudaica  —  per  isvelare  ai  concittadini  d'altra  fede  i  senti- 
menti civili  e  patriottici,  onde  gl'israelitici  sono  animali  —  fu  la  Rivista  Israelitica, 
che  vide  la  luce  in  Parma  nel  18  45-1848  (I).  Ne  era  direttore  quel  chiarissimo 
ingegno  del  dottor  Cesare  Rovighi  da  Modena,  che  poi  datosi  alla  milizia  nel  1848 
fu  colonnello  comandante  il  distretto  militare  di  Monza,  ufficiale  d'ordinanza  di  S,  M.  il 
defunto  re  Vittorio  Emanuele,  ed  è  altresì  autore  di  une  Storia  dell'arte  militare 
ed  altre  opere  pregiatissime. 

Cessata  la  Rivista  Israelitica — a  cagion  della  guerra  dell'indipendenza,  a  cui 
tutte  le  menti  erano  rivolte  —  fino  al  1853  niun  organo  speciale  ebbe  il  giudaismo 
italiano. 

Comparve  in  quell'anno  a  Vercelli  V Educatore  Israelita,  diretto  dai  professori 
Giuseppe  Levi  ed  E.  Pontremoli,  giornale  che  seppe  con  molta  dottrina  e  coraggio 
difendere  il  principio  per  cui  lottava. 


(i)  Cosi  il  giornalismo  israelitico  in  Italia  non  conta  che  35  anni.  In  Germania 
vi  sono  giornali  israelitici  da  circa  un  secolo;  in  Francia  da  oltre  40  anni  (ove  non  si 
voglia  tener  conto  di  qualche  tentativo  fatto  anteriormente  ma  abortito);  in  Inghil- 
terra da  39. 


PROVINCIA   DI   ALESSANDRIA.  257 

Morto  nel  luglio  187  4  il  cav.  prof.  Levi,  il  giornale  venne  continuato  sotto  il 
nome  di  Vessillo  Israelitico,  in  Cisale  Monferrato,  dal  cav.  Flaminio  Servi,  che,  più 
giovane  d'anni,  seppe  infondergli  nuova  vita  e  renderlo  diffuso  all'Italia  ed  all'estero. 

Questo  è  ora  l'unico  giornale  israelitico  che  si  stampi  nel  regno. 

Nel  i866,  uscì  per  un  anno  in  Livorno  un  altro  giornale  intitolato  L'Israelita, 
diretto  dal  prof.  L.  Racah,  ma  cessò  dopo  breve  tempo. 


Giornalismo  Casalese 

Nel  1869  la  stampa  politica  Casalese  era  rappresentata  dalla  vecchia  Concorrfm, 
che  divenuto  giornale  ufficiale  per  le  inserzioni  giudiziarie  con  un  utile  annuo  di  piià 
di   20  mila  lire,  aveva  perduto  ogni  fibra  ed  ogni  autorità. 

Il  parlilo  mellaniano  che  formava  nella  provincia  di  Alessandria  la  legione  più 
imperlante  del  partito  Rattazzi,  per  la  inerzia  e  ingratitudine  di  molti  tra  coloro  che 
erano  stati  dal  Mellana  e  dal  Rattazzi  beneficati,  anda  qugempre  più  perdendo  terreno. 

11  giornale  la  Tribuna  fondato  allo  scopo  di  far  ironie  al  partito  del  Lanza  mo- 
riva in  poco  tempo  senza  aver  dato  neanche  la  prova  di  saper  combattere.  Fu  allora 
che  sorsero  tre  giovani  pieni  di  fede  e  di  coraggio,  fondando  il  Casalese  nel  di- 
cembre del  1869  per  sostenere  politicamente  le  idee  della  sinistra  parlamentare  e 
proteggere  amministrativanicnte  gì'  interessi  cittadini.  Questi  tre  giovani  erano  l'Avv. 
Massimo  Martinotti,  il  Prof.  Oitavio  Ottavi  e  l'Avv.  Alessandro  Ubertis.  Ai  due  legali 
spettava  la  parte  politica,  all'Ottavi  le  riviste  musicali  e  drammatiche. 

Era  il  primo  giornale  del  tipo  veramente  moderno  ed  era  pieno  di  brio  e  di 
festività. 

L'impronta  forte  e  vigorosa  nella  polemica  era  data  dal  Martinotti. 

Uscì  prima  l'Ottavi  dalla  redazione  perchè  occupato  nei  suoi  studi  prediletti  delle 
scienze  positive:  dopo  un  certo  tempo  usciva  anche  l'Ubertis:  restò  il  Martinoiti  a 
combattere  da  solo  le  idee  liberali  con  una  nota  marcatamente  energica. 

Furono  epoche  quelle  di  battaglie  aspre  e  difficili  pei  partiti  politici  di  Casale, 
ma  epoche  di  discussioni  vantaggiose  nelle  quali  appariva  in  tutta  la  sua  vitalità  la 
forte  fibra  monferrina.  Le  polemiche  si  succedevano  alle  polemiche,  i  duelli  ai  duelli, 
portali  sempre  con  perfetta  cavalleria,  e  per  tutti  e  contro  di  tulli  sulla  breccia  si 
trovava  sempre  il  Martinotti. 

Il  Casalese  lasciò  le  sue  pubblicazioni  nel  1875  per  dar  luogo  al  Progresso, 
organo  dell'associazione  liberale  che  si  era  fortemente  organizzata  in  Casale  in  occa- 
sione della  nuova  èra  politica  che  si  apriva  per  la  chiaojata  al  potere  dei  capi  della 
Sinistra  nel  marzo  del  1876.  A  dirigere  il  Progresso  fu  anche  chiamato  il  Marti- 
notti  e  il  giornale  fu  viilorioso  in  tulle  le  campagne  politiche  in  allora  combattute. 

Nominalo  il  Martinetti  Commissario  Regio  a  Montemagno  per  riorganizzare  la 
importante  amministrezione  di  quel  comune  della  Provincia  di  Alessandria,  il  Pro- 
gresso si  trasfuse  nel  giornale  il  Monferrato,  che  mentre  prima  era  avverso,  si  decise 
allora  a  patrocinare  le  idee  di  coloro  che  erano  contrari  al  partito  moderato. 

Ora  la  stampa  progressista  in  Casale  è  rappresentala  dal  giornale  V Avvenire  che 
raccolse  la  eredità  dei  passati  ciiati  giornali,  ma  è  viva  sempre  la  memoria  del  Ca- 
salese e  del  Progresso:  sia  per  la  impronta  che  lasciarono  per  lungo  periodo  di  anni 
nella  storia  dei  partiti  cittadini,  sia  per  la  fede  nei  principii  che  sostenevano,  sia  per 
il  disinteresse  con  cui  erano  redatti,  sia  per  una  splendida  vigoria  di  forma  che  ri- 
fletteva- la  coltura,  il  caratlere  e  la  costanza,  nonché  la  fermezza  di  propositi  di  chi 
li  dirigeva. 

Ed  ora  non  è  senza  interesse  sapere  alcun  che  della  vita  dei  fondatori  di  quel 
giornale  che  battagliò  quando  la  grande  politica  italiana  riceveva  il  suo  indirizzo  da 

N.  Bernardini — Guida  dilla  Stampa  periodica  italiana — 17. 


258 


GUIDA   DELLA   STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


due  uomini  illustri  che  se  erano  di  idee  opposte  erano  concordi  nella  idea  nobil'ssima 
di  far  grande  la  patria:  voglio  dire  Rattazzi  e  Lanza;  quando  con  uno  scherzo  che 
aveva  un  gran  fondamento  nella  verità  il  Consiglio  Provinciale  di  Alessandria  si  chia- 
mava il  parlamentino  e  Mellana  il  viceré  di  Casale;  quando  a  Lanza  toccava  la 
grande  ventura  di  guidare  le  sorti  dell'Italia  a  Roma. 

11  Cav.  Ottavi  quale  successore  all'illustre  padre  suo,  dirige  ora  il  giornale  agri- 
colo il  Coltivatore  e  si  trova  a  far  parte  in  Casale  di  svariate  aziende  industriali  e 
commerciali,  coadiuvalo  dal  fratello  e  dal  cognato  Prof.  Vincenzo  Sini  direttore  del 
Bacologo. 

L'Avv.  Alessandro  Ubertis  entrato  nella  carriera  delle  Prefetture,  moriva  giova- 
nissimo a  Palermo  nel  1875. 

Il  Cav.  Massimo  Marlinotti,  dalla  stampa  giornalistica,  nella  quale  resistette  vi- 
gorosamente per  circa  un  decennio,  passò  nella  carriera  amministrativa,  vincendo  ci- 
menti diflìcilissimi  nei  Commissariati  Regi  di  iMontemagno  e  di  Castello  D'Annone, 
finche  nel  1881   entrava  nella  carriera  giudiziaria  quale  sostituto  Procuratore  del  Re. 

Dalle  residenze  di  Brescia  e  di  Napoli  passava  a  quella  di  Roma,  ove  otteneva 
la  nomina  a  Procuratore  der^-.e  di  Reggio  Emilia. 

Non  lasciò  l'amore  alle  pubblicazioni  e  la  slampa  di  Roma  si  occupava  que- 
st'anno diffusamente  di  un  suo  lavoro  fatto  in  occasione  dell'  inaugurazione  dell'anno 
giuridico  e  che  parve  una  novità  del  giorno. 


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PROVINCIA  DI  ANCONA 


Numero  dei  Comuni:  51  —  Popolazione:  267,338  —  Superficie:  K.   q.  :  2,0^1 
riotti  F.,  Elia,  Briganti-Bellini,  Brusdiettini,  Bosd^ri. 


Deputali  della  provincia  :  Ma- 


L'Agricoltura  della  Provincia  d' Ancona. 
Giornale  agricolo,  fondato  nel  1885.  Si 
pubblica  ogni  mese  in  fascicoli  di  16  pa- 
gine. Abbonamento:  L  3,50  arino.  Un  nu- 
mero 30  centesimi. 

Jesi. 

Le  Api  e  i  Fiori.  Periodico  mensile 
per  la  diffusione  dell'  apicoltura  razio- 
nale, fondato  nel  1883.  Esce  in  16  pagine 
in-S."  ed  è  diretto  dal  prof.  Alessandro 
Chiappetti.  Abbonamento  :  anno  L.  3. 
Estero  L.  3,50.  Un  numero  20  cente- 
simi. 

Jesi. 

La  Bilancia.  Giornale  politico  demo- 
cratico settimanale,  nato  nel  1886.  Esce 
ogni  sabato  in  4  pagine  a  3  colonne.  Di- 
rettore: Pietro  Girombelli.  Ha  pure  una 
parte  letteraria;  pubblica  in  appendice 
buoni  romanzi  Abbonamento  :  anno  L.  4, 
semestre  2.  Un  numero  5  centesimi. 

Jesi. 

Bollettino  trimestrale  dell'Ospedale  di 
S.  Casa  di  Loreto.  Fondato  nell'ottobre 
del  1887.  Si  pubblica  a  fascicoli  di  oltre 
60  pagine  in-8.°  È  organo  dell'Associa- 
zione medica  marchegiana,  ed  ha  per 
iscopo  il  miglioramento  delle  condizioni 
igieniche  della  regione.  Direttori:  dott. Tom- 
maso Casali  ed  Ettore  Marchei.  Tip.  Ni- 
cola Brancondi. 

Loreto. 

Cronaca  del  Manicomio  Anconitano.  Re- 
soconto dell'ospizio  degli  alienati.  Fon- 
dato nel  1874,  si  pubblica  ogni  mese  in 
un  numero  indeterminato  di  pagine  e  si 
distribuisce  gratuitamente.  Direttore:  dott. 
G.  Riva.  (Vedi  Diario  di  S.  Benedetto  di  Pe- 
saro, e  l'articolo  Giornali  per  gli  alienati.) 

Ancona. 

L'Eco  della  S.  Casa  di  Loreto.  Gior- 
nale religioso  (cattolico)  fondato  nel  1882. 
Si  pubblica  ogni  mese  a  fascicoli  di  12  pa- 
gine. Direttore:  Gioacchino  Maria  Tede- 
schi. Abbonamento:  L.  2  anno.  Non  si 
vende  a  numeri  separati. 

Loreto. 

Foglio  periodico  della  Prefettura.  Gior- 
nale delle  leggi  e  decreti  della  prefettura, 
fondato  nel  1866  col  titolo  di  Bulletlino 
della  Prefettura.  Esce  ogni  settimana  in  fa- 


scicoli di  4  a  12  pagine.  Abbonamento: 
L.   20  anno. 

Ancona. 

Giornale  di  Agricoltura.  Rivista  agri- 
cola fondata  nel  1870.  Esce  ogni  mese 
in  fascicoli  di  16  pagine;  contiene  gli  atti 
del  R.  Istituto  tecnico  di  Jesi  e  della 
R.  Scuola  pratica  di  agricoltura  di  Fa- 
briano. É  organo  del  Comizio  agrario  per 
cura  del  quale  si  pubblica.  Direttori:  pro- 
fessor Ruggero  Rossi,  prof.  Nicola  Ma- 
riani, prof  Arzeglio  Felcini.  Tiratura  1000 
copie.  Abbonamento:  L.  2  anno. 

Jesi. 

Giornale  giuridico  delle  Marche  e  del- 
l'Umbria.  Rivista  di  giurisprudenza,  fon- 
dato nel  1886.  Direttore:  avvocato  E.  Fos- 
sa-Mancini. Vi  collaborano  distinti  av- 
vocati e  giureconsulti.  Si  pubblica  a  fa- 
scicoli di  48  pagine  una  volta  al  mese. 
Contiene  le  sentenze  dei  tribunali  e  corti 
di  appello  di  Ancona,  Macerata,  Peru- 
gia, ecc.  Si  stampa  a  Castelptanio.  Abbo- 
namento: L.  16  anno.  Un  numero  L.  1,50. 
Tip.  Romagnoli  e  C. 

Jesi. 

Il  Libero  Patto.  Periodico  socialista, 
fondato  il  3  febbraio  1889.  Esce  ogni  15 
giorni  in  4  pagine  formato  0,40  -y.  0,29. 
Ha  per  motto  :  «  Non  voglio  dettare,  ne  ri- 
cevere leggi,  »  Condorcet.  —  Abbonamento  : 
L.  2  anno;  un  numero  5  centesimi.  Presso 
Cesare  Agostinelli,  piazza  Roma. 

Ancona. 

Lucifero.  Giornale  politico  democra- 
tico, fondato  nel  1870.  Si  pubblica  ogni 
domenica  in  4  pagine  a  4  colonne.  Ha 
per  motto  le  parole  di  Mazzini:  Se  no,  no. 
In  politica  è  spinto  oltremisura;  ha  sof- 
ferto perciò  sequestri  e  sospensioni.  Tira 
circa  500  copie.  Direttore:  Domenico  Ba- 
rilari.  Abbonamento  :  L.  4  anno,  L.  2  se- 
mestre. Estero  :  6  fr.  anno.  Inserzioni  : 
3.*  pagina  30  centesimi  la  linea;  4.'  pa- 
gina IO  centesimi.  Un  numero  5  centesimi. 
Piazza  Roma. 

Ancona. 

Nuova  Rivista  Misena.  Periodico  mar- 
chigiano d'  erudizione  storico  -  artistica  , 
di  letteratura  e  d' interessi  locali,  fondato 
nell'ottobre    1888.   Esce    alla  fine   d'ogni 


260 


GUIDA   DELLA    STAMPA   PERIODICA   ITALIANA. 


mese  in  i6  pagine  in  8.°  e  si  stampa  a 
Jesi  nella  tipografia  Rocchetti.  Direttore: 
dott.  Anselmo  Anselmi.  Abbonamento  : 
L.  4  anno.  Un  numero  40  centesimi.  Corso 
Vittorio  Emanuele. 

Arcevia. 

V  Ordine,  Corriere  delle  Marche.  Gior- 
nale politico  quotidiano,  fondato  nel  1860 
col  titolo  di  Corriere  delie  Marche,  che 
tenne  sino  al  1882,  diretto  da  Arturo 
Vecchini  che  si  ritirò  dalla  direzione  per 
non  prestarsi  alla  fusione  progressista-mo- 
derata. Si  pubblica  ogni  giorno  in  4  pa- 
gine a  5  colonne,  e  la  domenica  in  2  pa- 
gine. È  redatto  accuratamente  ed  ha  una 
diffusione  di  500  copie.  Pubblica  in  ap- 
pendice buoni  romanzi  italiani.  Incaricato 
delle  recensioni  bibliografiche  è  Onorato 
Roux. 

Direttore-  Giacomo  Vettori;  redattore- 
capo:  Goffredo  Passarini. 

Il  Vettori  ebbe  nel  1880  un  duello  con 
Narciso  Borgognoni,  redattore  del  Messag- 
gero di  Roma. 

La  causa  del  duello  furono  alcuni  re- 
soconti del  processo  per  il  furto  dei  due 
milioni  e  mezzo  a  danno  della  Banca  Na- 
zionale. 

In  questo  processo  figurò  come  testi- 
mone il  cav.  Vettori.  Il  Borgognoni,  an- 
conetano, e  che  nutriva,  pare,  antichi  ran- 
cori contro  il  Vettori,  rendendo  conto  della 
di  lui  deposizione  sul  Messaggero  si  per- 
mise commenti  ed  insinuazioni  offensive, 
per  le  quaU  il  Vettori  si  risenti  vivamente 
e  scrisse  una  severa  lettera  al  Borgognoni. 
La  lettera  fu  pubblicata  suU'  Ordine. 

Il  Borgognoni  si  recò  in  Ancona  in  com- 
pagnia di  un  redattore  del  Messaggero  e 
di  un  ufficiale  dell'esercito  a  chiedere  ri- 
parazione con  le  armi  al  Vettori.  Lo  scon- 
tro ebbe  assai  gravi  conseguenze. 

Ai  primi  colpi  ed  abbenchè  fosse  as- 
sai più  esperto  dell'avversario  nella  scher- 


ma, toccò  al  povero  Vettori  una  ferita 
profondissima  al  braccio  destro,  ferita  che 
gh  staccò  la  nocella  del  braccio  stesso, 
ed  un'altra  (per  lo  stesso  colpo)  al  petto, 
larga  circa  cinque  centimetri  e  profonda 
fino  ad  intaccare  l'osso. 

Il  cav.  Giacomo  Vettori  è  un  pubblici- 
sta di  molto  ingegno  e  di  rnolto  valore. 
Egh  dette  prova  sovente  di  un  raro  co- 
raggio personale  ed  ebbe  molti  dueUi,  la 
maggior  parte  dei  quali  fortunati. 

L' Ordine  si  fuse  col  Corriere  delle  Mar- 
die,  giornale  ufficiale  di  gran  formato,  che 
durò  circa  io  anni,  allo  scopo  di  unire 
i  costituzionali  in  un  partito  di  Gover- 
no, cancellare  le  tracce  di  quelle  divi- 
sioni che  non  hanno  più  causa,  e  procu- 
rare nelle  cose  generali  come  nelle  locali 
la  concordia  di  coloro  che  hanno  affinità 
di  opinioni  e  comunanza   d'intendimenti. 

Abbonamento:  anno  L.  20,  semestre,  io, 
trimestre  5;  un  mese  2.  Vicolo  della  Ca- 
tena, 2. 

Ancona. 

La  Sentinella.  Giornale  politico  setti- 
manale, nato  nel  ,1887,  col  titolo  di  Sen- 
tinella del  Musone  È  giornale  indipendente, 
ma  con  tendenze  democratiche.  Si  occupa 
anche  degl'interessi  locali;  pubblica  boz- 
zetti, cose  letterarie,  una  larga  cronaca 
ed  un  notiziario.  È  fatto  con  un  certo 
garbo  ed  è  diffuso.  Si  pubbhca  due  volte 
alla  settimana  in  4  pagine  grandi  a  4  co- 
lonne. Abbonamento:  anno  L.  3,  seme- 
stre 1,75,  trimestre  i. 

Osiino. 

Supplemento  al  foglio  periodico  della 
Prefettura.  Creato  nel  1876,  si  pubblica 
2  volte  la  settimana  e  più,  quando  occorra, 
e  contiene  gli  annunzi  legali  della  prefet- 
tura. Il  prezzo  dell'abbonamento  annuo  è 
in  facoltà  dell'appaltatore.  Un  numero  30 
centesimi. 

Ancona. 


Giornali  cessati: 

Il  Corriere  di  Fabriano,  bisettimanale,  n.   1888,  diretto  da  R.  Grassetti. 

La  Giovine  Marca,  n.  1883  ad  Ancona,  bisettimanale  democratico,  diretto  da  U.  Luzzi. 

L' Imparziale,  gazzetta   delle   Marche,   n.  ad   Ancona   1883,  quotidiano,  diretto   da 

A.  Alvino. 
L' Intransigente,  n.  1885,  a  Jesi,  settimanale,  direttore  Torello  Petrini;   durò  circa 

tre  anni. 
Le  Letture  popolari,  settimanale  didattico,  n.  ad  Ancona  1864,  direttore  Cesare  Rosa. 
Mefistofele,  settimanale,  n.  1888  ad  Ancona. 

Il  Monitore  della  7niliiia  territoriale,  bimensile,  fondato  ad  Ancona. 
Ondine,  corriere  dei  bagni,  n.   1880  ad  Ancona.  Direttori:    Armando  Angelucci  e 

Avv.  De  Bosis. 
L'Oppresso,  settimanale  politico,  n.   1883  a  Pergola. 
Il  Paria,  politico  settimanale,  n.  1885  ad  Ancona. 


PROVINCIA   DI   ANCONA.  261 


—  Prehidio,  rivista  letteraria,  n.  1877  ad  Ancona,  diretto  da  A.  Vecchini  e  A.  G.  Mo- 

relli. Vi  scrivevano  i  migliori  ingegni  italiani. 

—  Il  Quattro  Mario,  organo  elettorale  quotidiano,  vissuto  ad  Ancona  poco  peno  di 

un  mese  nel  febbraio  1888,  per  sostenere  la  candidatura  dell'avv.  Bonacci.  Diret- 
tore: avv.  Riccardo  Grassetti. 

—  Raggio  di  Sole,  settimanale,  n.  nel  1887  a  Senigallia;  cessò  nel  gennaio  1888. 

—  Stamura,  giornale  artistico,  critico,  letterario,  n.  ad  Ancona  30  marzo  1884,  Re- 

dattore-capo: Enrico  Giacobini. 

—  La  Voce  degli  operai  italiani,  settimanale,  n.  ad  Ancona  nel   1884,  direttore  Giu- 

seppe Novelli. 

Per  altri  giornali  esistiti  durante  la  dominazione  papale,  vedi  l'articolo  II  Giornalismo 
Romano. 

X 

Fra  le  miscellanee  della  Biblioteca  planettiana  di  Jesi,  ve  ne  ha  una  distribuita 
in  quattro  volumi  o  buste  e  classificata  col  nome  generico  di  Avvisi  e  che  leggesi 
ripetuto  sul  dorso  di  ciascun  volume.  Gli  Avvisi  o  Fogli  di  Avvisi  sono,  come  si  sa, 
le  antiche  gazzette,  che  in  proporzioni  molto  modeste  e  a  periodo  per  lo  pviù  setti- 
manale tenevano  luogo,  fino  a  un  secolo  fa,  de'  giornali  politici  d'oggi. 

Di  cotali  effemeridi  la  miscellanea  suddetta  racchiude  una  collezione  abbastanza 
ricca  e  in  ogni  modo  molto  importante,  come  quella  che  rimonta  ai  primi  tempi  della 
stampa,  che  suolsi  oggi  chiamare  periodica.  Le  varie  serie  di  Avvisi  incominciano 
infatti,  a  non  tener  conto  di  due  fogH  manoscritti  del  1655,  con  19  fogli  di  una  gaz- 
zetta di  Fuligno  del  1680  e  vengon  giù  fino  al  1706,  comprendendo  parecchie  annate 
complete,  e  molti  fogli  sparsi  di  varie  gazzette  straniere,  a  stampa  nella  quasi  totalità, 
ma  in  parte,  e  massime  le  straniere,  manoscritte.  Ma  una  ricchezza  anche  maggiore 
contengono  que' volumi;  ed  è  un  gran  numero  di  opuscoli  e  fogli  volanti,  a  stampa 
pur  essi  o  manoscritti,  interoolati  ai  fogli  d'avvisi  e  concernenti  gli  avvenimenti  circa 
l'assedio  di  Vienna  e  gli  altri  fatti  d'arme  della  gueria  turca. 


I  FREMII  DEI  GIORNALI 


Quello  di  metlere  fra  i  premii  agli  abbonati  dei  giornali  i  libri  appena  usciti  dalle 
mani  dei  legatori  è,  certamente,    per  l'Italia,  come  per  l'estero,  un  coslume   nuovo. 

Da  pochi  anni  che  si  usa  di  raccomandare  l'abbonamento  a  un  periodico  col  regalo 
di  qualche  volume,  il  criterio  e  i  modi  pratici  delle  amministrazioni  interessate  erano 
semplicissimi:  un  mese  avanti  le  scadenze  più  grosse,  spedivano  una  lettera  assolu- 
tamente riservata  a  un  editore,  ad  un  libraio  dei  più  conosciuti  e  dicevano  loro  :  — 
Avete  molti  avanzi  d'un'opera  che  non  sia  addirittura  venduta  e  di  cui  possiate  cedere 
le  copie  rimanenti  per  pochi  centesimi?  Non  importa  né  la  materia,  nò  l'autore;  ro- 
manzo, racconti  di  viaggi  0  storia,  ma  si  preferirebbe  che  l'edizione  fosse  illustrata. 
Perchè  allora  si  può  aggiungere  nell'avviso:  la  migliore  e  più  elegante  strenna  che 
un  buon  padre  di  famiglia  possa  offrire  a'  suoi  figliuoli  amorosi. 

L'editore  così  interrogato  andava  a  tirar  fuori  una  storia  d' Italia  non  voluta  da 
nessuno  0  una  traduzione  di  romanzo  inglese  moralissimo  ma  da  cui  il  pubblico  si 
allontana  con  un  senso  vivissimo  di  ribrezzo,  0  uno  degli  ultimi  pasticci  di  Giulio 
Verne,  quelli  che  hanno  fatto  un  fiasco  colossale,  e  cedeva  a  buoni  patti,  per  il  peso 
di  carta,  tutta  quella  roba  all'amministrazione  del  giornale  disperala  nella  caccia  all'ab- 
bonato. 

Quella  allora  faceva  dei  belli  avvisi,  eloquenti  di  calcoli  aritmetici  fantastici  e  di 
tenerezza  paterna,  e  aiutava,  senza  spese,  la  diffusione  dei  libri  cattivi  0  infelici. 

Il  Sommaruga,  a  un  tratto,  mostrò  dei  criterii  diversi  e  fece  una  rivoluzione  in 
questi  metodi  economici;  egli  non  si  curava  delle  proteste  dei  librai  che   vantavano 


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GUIDA   DELLA